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Salute

Masticare chewingum durante lo sport aumenta i battiti cardiaci!

Masticare un chewingum è un gesto semplice e quotidiano per molti di noi. Un modo per rinfrescare l’alito, combattere la noia o semplicemente per abitudine. Ma sapevate che questo piccolo gesto può avere un impatto inaspettato sul nostro cuore? Scopriamone l’impatto, forse inaspettato, del chewingum su come potrebbe mettere a rischio la nostra salute.

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    Esistono alcune ricerche che suggeriscono che masticare chewingum durante l’esercizio fisico potrebbe aumentare leggermente la frequenza cardiaca, ma l’effetto è generalmente piccolo e trascurabile per la maggior parte delle persone. Questo perché la masticazione aumenta il flusso sanguigno al viso e alla testa, il che può comportare un lieve aumento della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca.

    Tuttavia, l’effetto è generalmente trascurabile per la maggior parte delle persone. In uno studio, i partecipanti che masticavano chewingum durante una camminata di 30 minuti hanno avuto un aumento medio della frequenza cardiaca di solo 2 battiti al minuto rispetto a quelli che non masticavano.

    Studi sull’argomento pubblicati sul Journal of Sports Science & Medicine ha rilevato che masticare chewing gum durante un cicloergometro ha aumentato la frequenza cardiaca di circa 2 battiti al minuto nei partecipanti. Un altro studio, pubblicato sul European Journal of Applied Physiology, ha rilevato che masticare chewingum durante una corsa ha aumentato la frequenza cardiaca di circa 3 battiti al minuto nei partecipanti.

    Ma, al contrario, ci sono alcuni potenziali benefici del masticare gommine durante l’esercizio che includono maggiore flusso sanguigno al cervello che potrebbe migliorare la concentrazione e la vigilanza; una riduzione dello stress per effetto calmante e ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. Aumento del consumo calorico perché aiuta a bruciare qualche caloria in più, anche se solo una piccola quantità. Ma la decisione se masticare o meno chewingum durante l’esercizio è personale. Se ritieni che aumenti la tua energia o concentrazione e non ti causa alcun fastidio, non c’è motivo di non farlo.

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      Salute

      Bypass senza bisturi: la cardiologia apre una nuova era

      Grazie a una tecnica mini-invasiva basata su cateteri, i medici hanno risolto un’ostruzione coronarica altrimenti fatale, aprendo la strada a nuove possibilità terapeutiche.

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      Bypass senza bisturi: la cardiologia apre una nuova era

        Un intervento che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza segna ora un passaggio storico nella medicina cardiovascolare. Per la prima volta è stato eseguito un bypass aorto-coronarico senza ricorrere alla tradizionale apertura del torace, evitando sternotomia e chirurgia a cuore aperto. L’operazione, portata a termine con successo negli Stati Uniti, ha permesso di risolvere un’ostruzione potenzialmente letale dell’arteria coronaria sinistra mediante una procedura mini-invasiva.

        A realizzare l’intervento è stata un’équipe congiunta del Centro cardiovascolare e valvolare strutturale dell’Università Emory di Atlanta e del National Heart, Lung and Blood Institute (NIH), in collaborazione con lo St. Francis Hospital and Heart Center di Roslyn. Il gruppo, coordinato dal professor Christopher G. Bruce, ha applicato una tecnica innovativa chiamata VECTOR, acronimo di ventriculo-coronary transcatheter outward navigation and re-entry.

        Il paziente, un uomo di 67 anni con una storia clinica particolarmente complessa, era già stato sottoposto in passato a una sostituzione valvolare aortica transcatetere (TAVR). In rari casi, questa procedura può causare l’ostruzione delle coronarie, soprattutto quando si verifica un accumulo di calcio sulla bioprotesi valvolare. Nel suo caso, la posizione critica della valvola rispetto all’ostio della coronaria sinistra rendeva impossibile qualsiasi intervento chirurgico standard. Un’operazione a cuore aperto avrebbe comportato un rischio elevatissimo di arresto del flusso sanguigno.

        Tradizionalmente, il bypass aorto-coronarico viene eseguito tramite sternotomia mediana e può avvalersi o meno della circolazione extracorporea. Tuttavia, le condizioni generali del paziente — tra insufficienza cardiaca, insufficienza renale e precedenti interventi — escludevano del tutto questa possibilità. Da qui la scelta di percorrere una strada alternativa.

        La tecnica VECTOR, già sperimentata in ambito veterinario, consente di raggiungere il cuore attraverso i vasi delle gambe utilizzando cateteri e fili guida. Una volta giunti in sede, gli operatori creano micro-accessi controllati attraverso le pareti cardiache e vascolari per aggirare l’ostruzione e ristabilire un flusso sanguigno efficace, realizzando di fatto un bypass “interno” senza incisioni esterne.

        A sei mesi dall’intervento, il paziente non presenta più segni clinici di ischemia coronarica, confermando il pieno successo della procedura. I dettagli dell’operazione sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Circulation: Cardiovascular Interventions, dove i ricercatori sottolineano come questa strategia possa offrire una nuova speranza a molti pazienti considerati non operabili.

        Pur restando una tecnica complessa e non priva di rischi, VECTOR rappresenta un cambio di paradigma: non sostituirà nell’immediato la chirurgia tradizionale. Ma potrebbe diventare un’opzione decisiva per quei casi estremi in cui, finora, le alternative terapeutiche erano semplicemente inesistenti.

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          Salute

          Addio dentiere e impianti? Dal Giappone arriva il farmaco che promette di far ricrescere i denti perduti: ecco come funziona e quando arriverà

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            Perdere un dente potrebbe non significare più dover ricorrere a un impianto o a una protesi. In Giappone, i ricercatori della Toregem Biopharma, start-up nata come spin-off dell’Università di Kyoto, stanno sviluppando un farmaco sperimentale capace di stimolare la formazione di nuovi denti. Una prospettiva rivoluzionaria per milioni di persone, anche se i risultati ottenuti finora sugli animali devono ancora trovare conferma negli studi clinici sull’uomo.

            Come funziona il farmaco che fa ricrescere i denti

            Il segreto è una proteina chiamata USAG-1, che ostacola alcuni processi coinvolti nello sviluppo dentale. Il professor Katsu Takahashi e il suo gruppo hanno sviluppato un anticorpo monoclonale capace di neutralizzarla, favorendo l’attività dei segnali biologici che permettono ai denti di formarsi. Negli esperimenti condotti su topi e altri animali, il trattamento ha prodotto risultati incoraggianti, facendo emergere nuovi denti dove prima mancavano.

            La sperimentazione sull’uomo e i bambini nati senza denti

            Il programma clinico ha previsto una prima fase su 30 adulti sani, tra i 30 e i 64 anni, con almeno un dente posteriore mancante. La somministrazione endovenosa serve innanzitutto a valutare la sicurezza del farmaco, prima di estendere la ricerca ai pazienti per i quali è stato inizialmente concepito.

            Tra questi ci sono i bambini affetti da agenesia dentale congenita, una condizione che impedisce la formazione di alcuni denti permanenti. Il progetto prevede di coinvolgere piccoli pazienti tra i 2 e i 7 anni, con l’obiettivo di verificare se il trattamento possa stimolare lo sviluppo dei denti mancanti.

            Quanto costerà il farmaco e quando sarà disponibile

            La data indicata come possibile traguardo commerciale è il 2030, ma tutto dipenderà dall’esito degli studi e dalle autorizzazioni sanitarie. Anche il prezzo resta ipotetico: le prime stime parlano di circa 9.000 euro per il trattamento, una cifra destinata a essere rivalutata in caso di commercializzazione.

            La priorità dei ricercatori è curare le persone nate senza alcuni denti, ma l’ambizione è molto più grande: arrivare un giorno a sostituire anche quelli perduti per carie, incidenti o malattie gengivali. Se la ricerca riuscirà a mantenere le sue promesse, impianti e dentiere potrebbero finalmente avere un’alternativa biologica.

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              Salute

              Raffreddore, i 5 trucchi per non ammalarsi quando arriva il freddo: cosa mangiare, come proteggersi e i rimedi che funzionano davvero

              Vitamine, abitudini e piccoli segreti per tenere a bada i malanni stagionali, senza farsi prendere alla sprovvista dai primi colpi di tosse

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                Con l’arrivo dell’autunno e dell’inverno tornano naso chiuso, starnuti e mal di gola. Ma il freddo, da solo, non provoca il raffreddore: la causa sono i virus respiratori, che circolano più facilmente quando trascorriamo molto tempo in ambienti chiusi e affollati. Alcune semplici abitudini possono ridurre le possibilità di contagio e aiutare l’organismo ad affrontare meglio la stagione.

                Alimentazione e idratazione: cosa serve davvero

                Bere regolarmente aiuta a mantenere idratate le mucose, mentre tè e tisane calde possono alleviare il fastidio alla gola. Un’alimentazione varia, ricca di frutta e verdura, fornisce vitamine e minerali necessari al normale funzionamento del sistema immunitario.

                Agrumi, kiwi, carote, zucca e verdure a foglia verde sono ottime scelte. La vitamina D svolge un ruolo importante nelle difese immunitarie, ma gli integratori non prevengono automaticamente il raffreddore: sono utili soprattutto quando esiste una carenza accertata.

                Donna avvolta in uno scialle mentre beve una tisana calda in casa

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                Lavare le mani e proteggere il naso

                Lavarsi spesso le mani con acqua e sapone, soprattutto dopo aver frequentato luoghi affollati, riduce la possibilità di trasmettere virus. Non serve un detergente antibatterico: un normale sapone è sufficiente. È utile anche evitare di toccarsi occhi, naso e bocca con le mani sporche.

                I lavaggi nasali con soluzione fisiologica possono alleviare congestione e secchezza, ma non garantiscono di prevenire le infezioni.

                Riscaldamento, aria e sbalzi di temperatura

                Gli ambienti troppo caldi e secchi possono irritare le mucose. Meglio mantenere una temperatura confortevole, arieggiare regolarmente le stanze e controllare l’umidità, evitando che diventi eccessiva. Sciarpe e indumenti adeguati proteggono dal freddo, ma non sostituiscono le misure contro il contagio.

                Sonno, movimento e probiotici

                Dormire a sufficienza e praticare attività fisica regolare favoriscono il buon funzionamento delle difese immunitarie. Anche yogurt e alimenti fermentati possono far parte di una dieta equilibrata, mentre le prove sull’efficacia dei probiotici nella prevenzione del raffreddore restano limitate.

                I rimedi della nonna: quali aiutano?

                Brodo caldo, tisane allo zenzero e bevande con miele possono dare sollievo quando compaiono i primi sintomi. Il miele, in particolare, può calmare la tosse, ma non va somministrato ai bambini sotto un anno.

                Attenzione invece ai suffumigi con acqua bollente e oli essenziali: i benefici sono incerti e il rischio di ustioni è concreto. Per il naso chiuso, le soluzioni saline rappresentano un’alternativa più sicura.

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