Salute
Masticare chewingum durante lo sport aumenta i battiti cardiaci!
Masticare un chewingum è un gesto semplice e quotidiano per molti di noi. Un modo per rinfrescare l’alito, combattere la noia o semplicemente per abitudine. Ma sapevate che questo piccolo gesto può avere un impatto inaspettato sul nostro cuore? Scopriamone l’impatto, forse inaspettato, del chewingum su come potrebbe mettere a rischio la nostra salute.
Esistono alcune ricerche che suggeriscono che masticare chewingum durante l’esercizio fisico potrebbe aumentare leggermente la frequenza cardiaca, ma l’effetto è generalmente piccolo e trascurabile per la maggior parte delle persone. Questo perché la masticazione aumenta il flusso sanguigno al viso e alla testa, il che può comportare un lieve aumento della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca.
Tuttavia, l’effetto è generalmente trascurabile per la maggior parte delle persone. In uno studio, i partecipanti che masticavano chewingum durante una camminata di 30 minuti hanno avuto un aumento medio della frequenza cardiaca di solo 2 battiti al minuto rispetto a quelli che non masticavano.
Studi sull’argomento pubblicati sul Journal of Sports Science & Medicine ha rilevato che masticare chewing gum durante un cicloergometro ha aumentato la frequenza cardiaca di circa 2 battiti al minuto nei partecipanti. Un altro studio, pubblicato sul European Journal of Applied Physiology, ha rilevato che masticare chewingum durante una corsa ha aumentato la frequenza cardiaca di circa 3 battiti al minuto nei partecipanti.
Ma, al contrario, ci sono alcuni potenziali benefici del masticare gommine durante l’esercizio che includono maggiore flusso sanguigno al cervello che potrebbe migliorare la concentrazione e la vigilanza; una riduzione dello stress per effetto calmante e ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. Aumento del consumo calorico perché aiuta a bruciare qualche caloria in più, anche se solo una piccola quantità. Ma la decisione se masticare o meno chewingum durante l’esercizio è personale. Se ritieni che aumenti la tua energia o concentrazione e non ti causa alcun fastidio, non c’è motivo di non farlo.
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Salute
Allarme tumori al colon tra i giovani: sotto accusa i cibi ultra-processati
Snack confezionati, bevande zuccherate e pasti pronti rappresentano ormai oltre la metà delle calorie assunte nei Paesi occidentali. Gli esperti avvertono: alterano il microbioma intestinale e favoriscono obesità e infiammazione cronica.
L’aumento dei casi di tumore al colon-retto tra i giovani adulti è una delle tendenze più preoccupanti in ambito medico degli ultimi anni. Mentre l’incidenza della malattia cala tra gli over 50, cresce in modo significativo tra chi ha meno di 40 anni, soprattutto nei Paesi ad alto reddito. Una contraddizione che ha spinto la comunità scientifica a interrogarsi sulle cause, e una risposta sembra emergere con sempre maggiore chiarezza: i cibi ultra-processati.
Secondo una nuova analisi pubblicata sulla rivista Nature Reviews Endocrinology, gli alimenti industriali ad alto contenuto di zuccheri, grassi e additivi chimici — come snack confezionati, dolci, bevande zuccherate e piatti pronti — rappresentano oggi oltre il 50% delle calorie introdotte quotidianamente nei Paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Australia. Ed è proprio in queste aree che si registra l’aumento più netto dei tumori intestinali nei giovani.
Cibo industriale e salute metabolica: un legame pericoloso
Lo studio, condotto da un gruppo internazionale di ricercatori tra Paesi Bassi e Australia, individua nei cibi ultra-processati uno dei principali fattori di rischio emergenti per il cancro al colon nei giovani. “In parallelo all’aumento dei casi – spiegano gli autori – stiamo osservando una crescita di obesità e diabete di tipo 2, due condizioni che possono promuovere la carcinogenesi attraverso resistenza all’insulina, infiammazione cronica e alterazioni del microbioma intestinale”.
In altre parole, le diete tipiche dei Paesi industrializzati — ricche di zuccheri raffinati, grassi saturi e povere di fibre — favoriscono uno stato infiammatorio cronico e alterano l’equilibrio dei batteri intestinali, creando un ambiente ideale per lo sviluppo di cellule tumorali.
Gli studiosi sottolineano che non è solo una questione di calorie: gli additivi e gli emulsionanti usati nei cibi industriali possono interferire con la barriera intestinale e il metabolismo, aumentando ulteriormente il rischio.
Giovani adulti più vulnerabili
Un dato particolarmente inquietante riguarda l’età di insorgenza. Se in passato il cancro al colon era considerato una malattia della maturità, oggi colpisce sempre più persone tra i 25 e i 45 anni, spesso in assenza di fattori di rischio genetici o familiari.
I ricercatori ipotizzano che le abitudini alimentari precoci, adottate fin dall’adolescenza, possano avere un impatto duraturo sulla salute intestinale e metabolica. “Le prime esposizioni a diete ricche di cibi ultra-processati – scrivono gli autori – possono alterare in modo permanente il microbioma e le vie ormonali, predisponendo allo sviluppo di tumori in età adulta”.
Nuove strategie di prevenzione
Di fronte a queste evidenze, gli scienziati chiedono di rivedere le attuali linee guida per la prevenzione e lo screening del tumore al colon, oggi concentrate quasi esclusivamente sugli over 50.
“Occorre identificare precocemente i giovani adulti ad alto rischio – spiega il rapporto – attraverso programmi personalizzati che includano educazione alimentare, attività fisica e controllo del peso”. Inoltre, i ricercatori citano il potenziale dei nuovi farmaci per la gestione dell’obesità e della glicemia (come gli agonisti GLP-1) come possibili strumenti di prevenzione indiretta del cancro.
Verso un cambio di paradigma
Pur riconoscendo che servono ulteriori studi per comprendere nel dettaglio i meccanismi biologici alla base del legame tra cibo industriale e tumori intestinali, il messaggio per la salute pubblica è chiaro: ridurre il consumo di alimenti ultra-processati è una priorità.
In attesa di linee guida aggiornate, gli esperti raccomandano di tornare a una dieta basata su cibi freschi e minimamente lavorati: frutta, verdura, cereali integrali, legumi e proteine magre.
Come concludono gli autori dello studio, “l’aumento dei tumori al colon nei giovani è un campanello d’allarme che non possiamo ignorare. Le nostre abitudini alimentari moderne stanno lasciando un’impronta profonda sul corpo umano — e i loro effetti si manifestano prima di quanto immaginiamo”.
Salute
Filler labbra, quando è il momento di rimuoverli: segnali, tempi e a chi rivolgersi senza rischi
Sempre più diffusi, i filler a base di acido ialuronico non sono permanenti. Ma cosa succede quando il risultato non convince più? Ecco quando intervenire, come funziona la rimozione e perché affidarsi solo a professionisti qualificati.
Un trattamento diffuso ma non definitivo
Negli ultimi anni i filler alle labbra sono diventati uno dei trattamenti estetici più richiesti. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di iniezioni di acido ialuronico, una sostanza già presente nel nostro organismo e utilizzata per aumentare volume e definizione.
È importante chiarire un punto: questi filler sono riassorbibili. Il loro effetto, infatti, dura in media tra i 6 e i 12 mesi, anche se la durata può variare da persona a persona.
Quando si decide di rimuoverli
Non sempre è necessario intervenire per eliminarli: spesso basta attendere il naturale riassorbimento. Tuttavia, ci sono situazioni in cui la rimozione può essere consigliata:
- Risultato estetico insoddisfacente, come labbra troppo gonfie o asimmetriche
- Irregolarità o noduli percepibili al tatto
- Migrazione del filler, quando il prodotto si sposta dalla zona iniziale
- Reazioni avverse, come infiammazione persistente o infezioni (più rare ma possibili)
In questi casi è fondamentale non intervenire autonomamente, ma rivolgersi a un medico esperto.
Come funziona la rimozione
Per eliminare un filler a base di acido ialuronico si utilizza un enzima chiamato ialuronidasi, che scioglie la sostanza iniettata favorendone il riassorbimento.
Il trattamento è relativamente rapido e viene eseguito in ambulatorio. Gli effetti possono essere visibili già dopo poche ore o giorni, anche se talvolta sono necessarie più sedute per ottenere un risultato uniforme.
Va però sottolineato che la ialuronidasi agisce anche sull’acido ialuronico naturale del corpo, motivo per cui è importante un uso mirato e controllato.
A chi rivolgersi
La rimozione dei filler non è una procedura estetica “fai da te”. Deve essere eseguita esclusivamente da medici qualificati, come:
- dermatologi
- chirurghi plastici
- medici estetici con formazione specifica
In Italia, questi professionisti operano in studi autorizzati o strutture sanitarie. Diffidare da trattamenti eseguiti in contesti non certificati è fondamentale per evitare complicazioni.
I rischi da non sottovalutare
Sebbene la procedura sia generalmente sicura, esistono alcuni possibili effetti collaterali:
- gonfiore temporaneo
- arrossamento
- piccoli ematomi
- reazioni allergiche (rare)
Complicanze più serie sono molto rare, ma proprio per questo è essenziale affidarsi a mani esperte e seguire tutte le indicazioni post-trattamento.
Meglio prevenire che correggere
La necessità di rimuovere un filler spesso nasce da trattamenti eseguiti in modo non corretto o senza un’adeguata valutazione iniziale. Per questo motivo, la prevenzione resta la strategia migliore.
Un consulto accurato, la scelta di prodotti certificati e un approccio graduale sono elementi chiave per ottenere risultati naturali e ridurre il rischio di insoddisfazione.
Salute
Il “Tesoro dei Maya” che ha conquistato il futuro: perché tutti mangiano semi di chia
Non sono solo una moda passeggera: questi minuscoli semi neri nascondono una densità nutrizionale superiore a gran parte dei cibi moderni, offrendo una ricarica di Omega-3 e fibre senza precedenti.
C’è stato un tempo in cui un pugno di minuscoli semi neri valeva quanto l’oro. Per le civiltà Maya e Azteca, la Salvia hispanica – meglio conosciuta come chia – non era solo cibo, ma una moneta di scambio e un carburante sacro. La leggenda narra che i “messaggeri” aztechi potessero correre per un’intera giornata nutrendosi solo di un cucchiaio di questi semi. Oggi, a distanza di secoli, la scienza conferma che quegli antichi guerrieri non avevano torto: i semi di chia sono una vera centrale elettrica nutrizionale.
Una composizione da record
A guardarli sembrano insignificanti, ma la loro carta d’identità biologica racconta un’altra storia. I semi di chia sono una delle fonti vegetali più ricche di acido alfa-linolenico (ALA), un acido grasso essenziale della famiglia degli Omega-3. Questi grassi “buoni” sono i guardiani del nostro cuore: aiutano a regolare i livelli di colesterolo e contrastano le infiammazioni sistemiche.
Ma non finisce qui. Ecco perché dovresti considerarli piccoli scrigni di salute:
- Fibre da primato: Circa il 40% del loro peso è composto da fibre. Una porzione da 28 grammi ne contiene ben 11, coprendo quasi la metà del fabbisogno giornaliero.
- Proteine complete: A differenza di molti altri vegetali, contengono tutti gli aminoacidi essenziali, rendendoli un alleato prezioso per chi segue diete vegane o vegetariane.
- Minerali essenziali: Sono una miniera di calcio (più del latte, a parità di peso), manganese, magnesio e fosforo, fondamentali per la salute delle ossa.
L’effetto “magico”: il potere idrofilo
L’aspetto più curioso e distintivo della chia è la sua capacità di assorbire acqua fino a 10-12 volte il proprio peso. Quando immersi in un liquido, i semi sviluppano una membrana mucillaginosa che crea un gel denso.
Questo fenomeno non è solo un esperimento visivo affascinante, ma ha benefici concreti. Nello stomaco, questo gel rallenta l’assorbimento dei carboidrati e dei grassi, aiutando a mantenere stabili i livelli di zucchero nel sangue (indice glicemico) e prolungando il senso di sazietà. È il segreto perfetto per chi cerca di gestire il peso senza soffrire la fame.
Come introdurli nella dieta (senza annoiarsi)
Il bello dei semi di chia è il loro sapore neutro, quasi di nocciola delicata, che li rende camaleontici in cucina. Non serve cuocerli: possono essere spolverati crudi su insalate, yogurt o zuppe.
Tuttavia, il modo più popolare per consumarli è il Chia Pudding: basta mescolare due cucchiai di semi in un bicchiere di latte (vaccino o vegetale) e lasciar riposare in frigo per una notte. Il mattino dopo avrete un budino denso e nutriente. Un altro trucco curioso? Il “uovo di chia”. Mescolando un cucchiaio di semi tritati con tre cucchiai di acqua si ottiene un sostituto legante perfetto per dolci vegani, eliminando totalmente le uova dalla ricetta.
Un piccolo avvertimento
Nonostante siano un “superfood”, la moderazione è d’obbligo. Data l’altissima concentrazione di fibre, un consumo eccessivo e improvviso potrebbe causare gonfiori addominali se non accompagnato da un’adeguata idratazione. Il consiglio degli esperti? Iniziare con un cucchiaino al giorno e lasciare che il corpo si abitui a questa straordinaria eredità del passato.
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