Salute
Masticare chewingum durante lo sport aumenta i battiti cardiaci!
Masticare un chewingum è un gesto semplice e quotidiano per molti di noi. Un modo per rinfrescare l’alito, combattere la noia o semplicemente per abitudine. Ma sapevate che questo piccolo gesto può avere un impatto inaspettato sul nostro cuore? Scopriamone l’impatto, forse inaspettato, del chewingum su come potrebbe mettere a rischio la nostra salute.
Esistono alcune ricerche che suggeriscono che masticare chewingum durante l’esercizio fisico potrebbe aumentare leggermente la frequenza cardiaca, ma l’effetto è generalmente piccolo e trascurabile per la maggior parte delle persone. Questo perché la masticazione aumenta il flusso sanguigno al viso e alla testa, il che può comportare un lieve aumento della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca.
Tuttavia, l’effetto è generalmente trascurabile per la maggior parte delle persone. In uno studio, i partecipanti che masticavano chewingum durante una camminata di 30 minuti hanno avuto un aumento medio della frequenza cardiaca di solo 2 battiti al minuto rispetto a quelli che non masticavano.
Studi sull’argomento pubblicati sul Journal of Sports Science & Medicine ha rilevato che masticare chewing gum durante un cicloergometro ha aumentato la frequenza cardiaca di circa 2 battiti al minuto nei partecipanti. Un altro studio, pubblicato sul European Journal of Applied Physiology, ha rilevato che masticare chewingum durante una corsa ha aumentato la frequenza cardiaca di circa 3 battiti al minuto nei partecipanti.
Ma, al contrario, ci sono alcuni potenziali benefici del masticare gommine durante l’esercizio che includono maggiore flusso sanguigno al cervello che potrebbe migliorare la concentrazione e la vigilanza; una riduzione dello stress per effetto calmante e ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. Aumento del consumo calorico perché aiuta a bruciare qualche caloria in più, anche se solo una piccola quantità. Ma la decisione se masticare o meno chewingum durante l’esercizio è personale. Se ritieni che aumenti la tua energia o concentrazione e non ti causa alcun fastidio, non c’è motivo di non farlo.
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Salute
Cattive abitudini e salute: i loro effetti si vedono già a 36 anni
I ricercatori avvertono: più a lungo si mantengono comportamenti poco salutari, più i danni si accumulano. Ma cambiare stile di vita, anche a metà età, resta sempre possibile.
Le conseguenze di uno stile di vita poco sano non si manifestano solo in età avanzata. Secondo una ricerca longitudinale condotta su un ampio campione di popolazione, gli effetti negativi di fumo, sedentarietà e consumo eccessivo di alcol diventano evidenti già intorno ai 36 anni, con un impatto che cresce nel tempo se le cattive abitudini vengono mantenute.
Lo studio ha seguito i partecipanti a partire dai 27 anni, attraverso sondaggi e visite mediche ripetute quando avevano 36, 42, 50 e 61 anni. Un arco temporale ampio che ha permesso agli studiosi di osservare come i comportamenti quotidiani incidano progressivamente sulla salute fisica e psicologica.
Come sono stati definiti i comportamenti a rischio
I ricercatori hanno stabilito criteri precisi. Il consumo eccessivo di alcol è stato definito come l’assunzione annuale di almeno 875 unità alcoliche per le donne e 1.250 per gli uomini, considerando come unità un bicchiere di vino, una lattina di birra o un bicchierino di superalcolico.
L’inattività fisica è stata invece identificata nel praticare esercizio meno di una volta alla settimana.
La salute mentale e il benessere psicologico sono stati valutati con scale standardizzate, così come la percezione dello stato di salute generale e il rischio metabolico, calcolato tenendo conto di diversi parametri clinici.
I primi segnali già nella giovane età adulta
I risultati mostrano un dato chiaro: chi fuma, beve troppo o si muove poco presenta un peggioramento della salute già al primo controllo, intorno ai 36 anni. L’effetto risulta ancora più marcato nelle persone che mantengono questi comportamenti per decenni.
In particolare, la sedentarietà è risultata fortemente associata a una peggiore salute fisica, mentre il fumo ha mostrato un legame più stretto con il declino del benessere mentale. L’abuso di alcol, infine, si è rivelato trasversale, incidendo negativamente sia sul corpo sia sulla salute psicologica.
Limiti e cautela nell’interpretazione
Gli stessi autori sottolineano che si tratta di uno studio osservazionale: non è quindi possibile stabilire con certezza se siano le cattive abitudini a causare il peggioramento della salute o se, in alcuni casi, una condizione di fragilità favorisca comportamenti a rischio.
Inoltre, i dati riguardano persone nate in Finlandia e in altri Paesi occidentali tra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta, e potrebbero non riflettere pienamente le dinamiche delle generazioni più giovani. Altri fattori, come l’alimentazione o il contesto socioeconomico, dovranno essere approfonditi in ricerche future.
Non è mai troppo tardi per cambiare
Il messaggio finale degli scienziati è però incoraggiante. Intervenire precocemente è fondamentale per evitare che i danni si accumulino nel tempo, ma anche modificare lo stile di vita nella mezza età porta benefici concreti. Numerose evidenze dimostrano che adottare abitudini più sane migliora la qualità della vita, favorisce la longevità e contribuisce a un invecchiamento più attivo.
In sintesi, la salute non è una questione che riguarda solo la vecchiaia: le scelte quotidiane fatte già da giovani adulti tracciano una traiettoria che può essere corretta, ma prima si interviene, maggiori saranno i benefici nel lungo periodo.
Salute
Sempre irritabili e nervosi? A volte la risposta è nel piatto
Se ti senti facilmente infastidito, stanco o di cattivo umore senza un motivo apparente, potrebbe non essere solo stress.
Capita di sentirsi irritabili per lunghi periodi, di reagire in modo sproporzionato a piccoli imprevisti o di vivere le giornate con una costante tensione addosso. Spesso la causa viene attribuita a stress, mancanza di sonno o problemi emotivi, ma non sempre si guarda a un fattore altrettanto decisivo: l’alimentazione. In diversi casi, infatti, uno stato di nervosismo persistente può essere legato a carenze di specifici nutrienti fondamentali per il corretto funzionamento del sistema nervoso.
Quando il cibo influenza l’umore
Il cervello è un organo ad altissimo consumo energetico e dipende in larga parte da vitamine, minerali e macronutrienti per regolare ormoni e neurotrasmettitori come serotonina, dopamina e noradrenalina. Un’alimentazione squilibrata, troppo restrittiva o monotona può alterare questi meccanismi e riflettersi sul tono dell’umore.
Tra le carenze più frequentemente associate a irritabilità e instabilità emotiva c’è quella di magnesio, un minerale coinvolto nella regolazione dello stress e nella trasmissione degli impulsi nervosi. Livelli bassi possono favorire nervosismo, affaticamento mentale, insonnia e difficoltà di concentrazione.
Vitamine e minerali sotto accusa
Anche le vitamine del gruppo B, in particolare B6, B9 (acido folico) e B12, svolgono un ruolo chiave nel metabolismo cerebrale. Una loro carenza può manifestarsi con irritabilità, umore depresso, apatia e stanchezza cronica. Non a caso, questi deficit sono più comuni in chi segue diete molto restrittive, vegetariane o vegane non ben pianificate.
Un altro elemento spesso trascurato è il ferro. Quando i livelli sono bassi, l’ossigenazione dei tessuti diminuisce e il corpo entra in uno stato di affaticamento generale che può tradursi in nervosismo, difficoltà cognitive e scarsa tolleranza allo stress.
Attenzione anche agli zuccheri
Non solo carenze: anche un eccesso di zuccheri semplici e carboidrati raffinati può contribuire a sbalzi d’umore. I picchi glicemici seguiti da rapidi cali favoriscono stanchezza improvvisa, irritabilità e fame nervosa, creando un circolo vizioso che incide sul benessere psicofisico.
Cosa fare concretamente
Se l’irritabilità è frequente e non spiegabile con fattori evidenti, il primo passo è rivedere le proprie abitudini alimentari. Una dieta varia, ricca di verdura, frutta, cereali integrali, legumi, fonti proteiche di qualità e grassi buoni aiuta a coprire il fabbisogno di micronutrienti essenziali.
In caso di sintomi persistenti, è consigliabile rivolgersi al medico per valutare eventuali esami del sangue ed evitare integrazioni fai-da-te. Correggere una carenza in modo mirato può migliorare non solo l’energia fisica, ma anche l’equilibrio emotivo.
A volte, insomma, sentirsi “sempre irritati” non è un tratto caratteriale: può essere il segnale che il corpo sta chiedendo semplicemente di essere nutrito meglio.
Salute
Disturbi digestivi ricorrenti: quando il problema potrebbe essere un’intolleranza alimentare
Disturbi digestivi ricorrenti: quando il problema potrebbe essere un’intolleranza alimentare
Pancia gonfia, digestione lenta, mal di testa o una fastidiosa sensazione di stanchezza dopo aver mangiato: disturbi che molte persone sperimentano con regolarità e che spesso vengono sottovalutati o attribuiti allo stress. In realtà, quando questi segnali si ripetono nel tempo, potrebbero indicare una intolleranza alimentare, una condizione diversa dall’allergia ma comunque in grado di compromettere il benessere quotidiano.
A differenza delle allergie, che coinvolgono il sistema immunitario e possono provocare reazioni immediate anche gravi, le intolleranze agiscono in modo più subdolo. I sintomi compaiono spesso ore dopo l’assunzione dell’alimento e variano da persona a persona, rendendo difficile individuare la causa scatenante.
I segnali da non ignorare
Tra i disturbi più frequentemente associati alle intolleranze ci sono gonfiore addominale, meteorismo, diarrea o stipsi alternata, nausea e crampi. In alcuni casi possono comparire anche manifestazioni extra-intestinali come mal di testa, difficoltà di concentrazione, affaticamento persistente o irritazioni cutanee. Il lattosio e il glutine (in soggetti non celiaci ma sensibili) sono tra i più noti, ma anche alcuni zuccheri fermentabili, come i FODMAP, possono causare problemi digestivi.
Come capire se si tratta davvero di un’intolleranza
Il primo passo è osservare con attenzione il proprio corpo. Tenere un diario alimentare, annotando cosa si mangia e quali sintomi compaiono nelle ore successive, può offrire indicazioni preziose. È importante però evitare il fai-da-te drastico, come eliminare intere categorie di alimenti senza un criterio preciso.
Dal punto di vista medico, esistono test riconosciuti per alcune condizioni specifiche, come il breath test per l’intolleranza al lattosio o gli esami per escludere la celiachia. Al contrario, molti test commerciali basati su prelievi di sangue o capelli non hanno solide basi scientifiche e rischiano di portare a diagnosi errate e restrizioni inutili.
Il ruolo dello specialista
In presenza di disturbi persistenti, il confronto con un medico o un nutrizionista è fondamentale. Lo specialista può valutare i sintomi, prescrivere gli esami appropriati ed eventualmente impostare una dieta di esclusione temporanea, seguita da una reintroduzione controllata degli alimenti per individuare quelli problematici senza compromettere l’equilibrio nutrizionale.
Vivere meglio partendo dall’ascolto
Capire se un disturbo digestivo è legato a un’intolleranza non significa rinunciare al piacere della tavola, ma imparare a scegliere in modo più consapevole. Intervenire con metodo e informazioni corrette permette di ridurre i sintomi, migliorare la qualità della vita e ristabilire un rapporto sereno con il cibo, evitando allarmismi e soluzioni improvvisate.
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