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Salute

Sempre irritabili e nervosi? A volte la risposta è nel piatto

Se ti senti facilmente infastidito, stanco o di cattivo umore senza un motivo apparente, potrebbe non essere solo stress.

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Sempre irritabili e nervosi?

    Capita di sentirsi irritabili per lunghi periodi, di reagire in modo sproporzionato a piccoli imprevisti o di vivere le giornate con una costante tensione addosso. Spesso la causa viene attribuita a stress, mancanza di sonno o problemi emotivi, ma non sempre si guarda a un fattore altrettanto decisivo: l’alimentazione. In diversi casi, infatti, uno stato di nervosismo persistente può essere legato a carenze di specifici nutrienti fondamentali per il corretto funzionamento del sistema nervoso.

    Quando il cibo influenza l’umore

    Il cervello è un organo ad altissimo consumo energetico e dipende in larga parte da vitamine, minerali e macronutrienti per regolare ormoni e neurotrasmettitori come serotonina, dopamina e noradrenalina. Un’alimentazione squilibrata, troppo restrittiva o monotona può alterare questi meccanismi e riflettersi sul tono dell’umore.

    Tra le carenze più frequentemente associate a irritabilità e instabilità emotiva c’è quella di magnesio, un minerale coinvolto nella regolazione dello stress e nella trasmissione degli impulsi nervosi. Livelli bassi possono favorire nervosismo, affaticamento mentale, insonnia e difficoltà di concentrazione.

    Vitamine e minerali sotto accusa

    Anche le vitamine del gruppo B, in particolare B6, B9 (acido folico) e B12, svolgono un ruolo chiave nel metabolismo cerebrale. Una loro carenza può manifestarsi con irritabilità, umore depresso, apatia e stanchezza cronica. Non a caso, questi deficit sono più comuni in chi segue diete molto restrittive, vegetariane o vegane non ben pianificate.

    Un altro elemento spesso trascurato è il ferro. Quando i livelli sono bassi, l’ossigenazione dei tessuti diminuisce e il corpo entra in uno stato di affaticamento generale che può tradursi in nervosismo, difficoltà cognitive e scarsa tolleranza allo stress.

    Attenzione anche agli zuccheri

    Non solo carenze: anche un eccesso di zuccheri semplici e carboidrati raffinati può contribuire a sbalzi d’umore. I picchi glicemici seguiti da rapidi cali favoriscono stanchezza improvvisa, irritabilità e fame nervosa, creando un circolo vizioso che incide sul benessere psicofisico.

    Cosa fare concretamente

    Se l’irritabilità è frequente e non spiegabile con fattori evidenti, il primo passo è rivedere le proprie abitudini alimentari. Una dieta varia, ricca di verdura, frutta, cereali integrali, legumi, fonti proteiche di qualità e grassi buoni aiuta a coprire il fabbisogno di micronutrienti essenziali.

    In caso di sintomi persistenti, è consigliabile rivolgersi al medico per valutare eventuali esami del sangue ed evitare integrazioni fai-da-te. Correggere una carenza in modo mirato può migliorare non solo l’energia fisica, ma anche l’equilibrio emotivo.

    A volte, insomma, sentirsi “sempre irritati” non è un tratto caratteriale: può essere il segnale che il corpo sta chiedendo semplicemente di essere nutrito meglio.

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      Salute

      Bere non significa sempre idratarsi: quando le bevande favoriscono la disidratazione

      Alcol, zuccheri e stimolanti possono interferire con l’equilibrio dei liquidi corporei, soprattutto in estate o durante l’attività fisica

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      Bere non significa sempre idratarsi

        L’idratazione è una funzione vitale per il corpo umano: regola la temperatura corporea, favorisce il trasporto dei nutrienti e contribuisce al corretto funzionamento di muscoli e organi. Eppure, bere non equivale automaticamente a idratarsi. Alcune bevande di uso comune, infatti, possono avere l’effetto opposto, favorendo la perdita di liquidi e contribuendo alla comparsa di sintomi tipici della disidratazione, come stanchezza, mal di testa e cali di concentrazione.

        Niente alcol

        Il caso più noto è quello delle bevande alcoliche. L’alcol ha un effetto diuretico documentato: inibisce la produzione dell’ormone antidiuretico (ADH), aumentando la quantità di urina prodotta dai reni. Il risultato è una perdita netta di liquidi che non viene compensata dall’assunzione stessa della bevanda. Birra, vino e superalcolici, soprattutto se consumati senza un adeguato apporto di acqua, possono quindi contribuire alla disidratazione, in particolare nei periodi caldi o dopo l’attività fisica.

        Un altro gruppo da osservare con attenzione è quello delle bevande molto zuccherate, come bibite gassate, tè freddi industriali e succhi di frutta con zuccheri aggiunti. L’elevata concentrazione di zuccheri rende queste bevande ipertoniche rispetto ai fluidi corporei, rallentando l’assorbimento dell’acqua a livello intestinale. In alcuni casi, l’organismo può reagire richiamando ulteriori liquidi nell’intestino, con un effetto complessivamente sfavorevole sull’idratazione.

        Anche le bevande contenenti caffeina vengono spesso associate alla disidratazione. In realtà, la caffeina ha un lieve effetto diuretico soprattutto nei soggetti non abituati al suo consumo. Tuttavia, caffè e tè, se assunti con moderazione, contribuiscono comunque all’apporto totale di liquidi giornaliero. Il problema si pone quando si eccede, come nel caso di energy drink o caffè molto concentrati, che combinano caffeina, zuccheri e altre sostanze stimolanti.

        Meno intuitivo ma altrettanto rilevante è il ruolo delle bevande molto salate o ricche di sodio, come alcuni brodi industriali o drink “funzionali” non bilanciati. Un eccesso di sale può aumentare la sensazione di sete e spingere l’organismo a eliminare più acqua per ristabilire l’equilibrio elettrolitico.

        Per mantenere una corretta idratazione, la scelta migliore resta l’acqua, eventualmente arricchita di sali minerali in caso di sudorazione intensa o attività sportiva prolungata. Le bevande non sono tutte uguali: conoscere il loro effetto sull’organismo aiuta a bere in modo più consapevole, trasformando un gesto quotidiano in una vera strategia di benessere.

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          Salute

          Attacchi di panico: riconoscerli, affrontarli e prevenirli

          Gli esperti spiegano come distinguere l’attacco di panico da altre crisi d’ansia e quali strategie adottare per gestirlo. Dal respiro controllato al supporto psicologico, fino a uno stile di vita equilibrato: ecco le armi per riprendere il controllo.

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          Attacchi di panico

            Un cuore che batte all’impazzata, la sensazione di non riuscire a respirare, un’ondata di paura incontrollabile. Sono alcuni dei segnali tipici dell’attacco di panico, un disturbo d’ansia che può colpire all’improvviso e paralizzare chi ne soffre. In media dura tra i 20 e i 30 minuti, ma la percezione soggettiva è spesso quella di un tempo infinito. A differenza della crisi d’angoscia acuta, che si manifesta con sintomi più intensi e numerosi. L’attacco di panico si caratterizza per la rapidità con cui emerge e per l’effetto destabilizzante.

            Tra le manifestazioni più comuni compaiono palpitazioni, dolore o fastidio al petto, vertigini, nausea, vampate di calore, tremori e la sensazione di soffocamento. Sintomi che possono ricordare altre condizioni, come la spasmofilia, che però si diagnostica attraverso un elettromiogramma. Non stupisce quindi che, durante un episodio, molti temano di essere vittima di un infarto o di perdere completamente il controllo.

            Gli specialisti sottolineano però che l’attacco, pur essendo spaventoso, non mette in pericolo la vita e può essere gestito con alcune tecniche mirate. Prima di tutto è utile allontanarsi dal contesto che genera ansia – un luogo affollato, un mezzo di trasporto, una situazione percepita come insicura – e cercare un ambiente tranquillo in cui attendere la fine della crisi. Se si è in auto, meglio fermarsi e non ripartire finché i sintomi non si attenuano.

            Fondamentale anche concentrarsi sul respiro. L’iperventilazione è una reazione tipica durante l’attacco e rischia di amplificare la paura. Respirare lentamente, con la bocca chiusa e usando il diaframma, aiuta a ristabilire un ritmo più regolare. Un altro accorgimento è osservare l’orologio: il tempo oggettivo aiuta a ricordare che la crisi dura pochi minuti, non ore, e sposta l’attenzione dai sintomi a un dato concreto.

            Non meno importante il ruolo delle relazioni. Essere accompagnati da una persona cara o chiedere supporto in caso di bisogno può ridurre l’ansia e dare la sensazione di non affrontare tutto da soli. Alcuni trovano utile focalizzarsi su immagini positive, su ricordi felici o immaginare un luogo rilassante, per distrarre la mente dal vortice di pensieri negativi.

            La prevenzione è altrettanto cruciale. Attività fisica regolare, tecniche di rilassamento e una routine equilibrata tra sonno e alimentazione riducono il rischio di ricadute. Al contrario, il consumo di alcol, cannabis o alcune sostanze stimolanti può diventare un fattore scatenante.

            Quando gli episodi diventano ricorrenti o troppo invalidanti, è raccomandata la consulenza di uno psicologo o di uno psichiatra. Le terapie comportamentali e cognitive hanno dimostrato una particolare efficacia nel fornire strumenti pratici per gestire l’ansia e ridurre la frequenza degli attacchi.

            Gli attacchi di panico, spiegano gli esperti, non vanno banalizzati né demonizzati: sono un campanello d’allarme che invita a rallentare e ad ascoltare il proprio corpo e la propria mente. Affrontarli significa anche imparare a prendersi cura di sé, trasformando un’esperienza traumatica in un’occasione di crescita personale.

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              Salute

              Centrifughe fatte in casa: quando sono un alleato per la salute e quando è meglio fare attenzione

              Tra benefici nutrizionali, falsi miti detox e possibili controindicazioni, ecco cosa sapere prima di trasformare la centrifuga in un’abitudine quotidiana.

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              centrifughe

                Colorate, veloci da preparare e apparentemente salutari: le centrifughe fatte in casa sono entrate stabilmente nelle cucine di molti italiani. Spesso associate a regimi detox o a diete “light”, vengono consumate come sostituti di pasti o come integratori naturali di vitamine. Ma sono davvero sempre benefiche? La risposta, come spesso accade quando si parla di alimentazione, è più articolata.

                Dal punto di vista nutrizionale, una centrifuga di frutta e verdura fresca può rappresentare un buon modo per aumentare l’apporto di micronutrienti, in particolare vitamine idrosolubili come la vitamina C e alcuni antiossidanti presenti negli ortaggi. Bere una centrifuga può essere utile per chi fatica a consumare le classiche cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate dalle linee guida nutrizionali.

                Tuttavia, il processo di centrifugazione separa il succo dalla polpa, eliminando gran parte delle fibre. Ed è proprio questo uno dei punti critici. Le fibre alimentari rallentano l’assorbimento degli zuccheri, favoriscono il senso di sazietà e contribuiscono al buon funzionamento dell’intestino. Senza fibre, anche una bevanda naturale può provocare un rapido innalzamento della glicemia, soprattutto se preparata prevalentemente con frutta.

                Per questo motivo, le centrifughe possono non essere indicate per chi soffre di diabete, insulino-resistenza o sindrome metabolica, se consumate con frequenza o in grandi quantità. Anche chi ha problemi gastrointestinali, come colon irritabile o gastrite, dovrebbe prestare attenzione: l’elevata concentrazione di zuccheri e acidi può peggiorare i sintomi.

                Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l’idea di “detox”. Il nostro organismo possiede già sistemi efficienti di depurazione, affidati principalmente a fegato e reni. Nessuna centrifuga, per quanto ricca di ingredienti naturali, può “disintossicare” il corpo in senso medico. Inserirle in una dieta equilibrata può essere positivo, ma affidare loro proprietà miracolose è fuorviante.

                Ci sono però situazioni in cui le centrifughe possono rivelarsi utili. Possono essere una buona soluzione per reintegrare liquidi e sali minerali dopo un’attività fisica moderata, oppure per stimolare l’appetito in persone anziane o convalescenti, purché non sostituiscano pasti completi. L’ideale è privilegiare le verdure, limitare la frutta più zuccherina e consumarle subito dopo la preparazione, per evitare la perdita di vitamine sensibili all’ossidazione.

                In conclusione, la centrifuga fatta in casa non è né un toccasana universale né un alimento da demonizzare. Può far bene se inserita con criterio in uno stile alimentare vario ed equilibrato. Come sempre, la differenza la fanno le quantità, la frequenza e le esigenze individuali: trasformarla in un’abitudine consapevole è il vero segreto per trarne beneficio senza rischi.

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