Salute
Wegovy, il farmaco contro l’obesità: come funziona e a chi è destinato
Usato sotto controllo medico, Wegovy aiuta a perdere peso riducendo l’appetito e migliorando il metabolismo. Ecco cosa sapere su funzionamento, benefici e limiti.
Negli ultimi anni il nome Wegovy è entrato con forza nel dibattito pubblico sul sovrappeso e sull’obesità, spesso presentato in modo semplificato come una “pastiglia dimagrante”. In realtà, è bene chiarirlo subito: Wegovy non è una pillola, ma un farmaco iniettabile a base di semaglutide, principio attivo appartenente alla classe degli agonisti del recettore GLP-1, utilizzati inizialmente nella terapia del diabete di tipo 2.
L’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha autorizzato Wegovy per il trattamento dell’obesità e del sovrappeso in adulti con particolari condizioni cliniche. Il farmaco agisce su meccanismi biologici ben noti: imita l’azione di un ormone intestinale (GLP-1) che regola il senso di fame e di sazietà, rallenta lo svuotamento gastrico e contribuisce a stabilizzare i livelli di zucchero nel sangue.
Come funziona Wegovy
Il semaglutide agisce a livello del sistema nervoso centrale, in particolare sulle aree del cervello coinvolte nel controllo dell’appetito. Chi lo assume riferisce una riduzione della fame, un minor desiderio di cibo e una maggiore sensazione di pienezza anche dopo pasti più piccoli. Il risultato, se associato a una dieta equilibrata e a uno stile di vita attivo, è una perdita di peso progressiva e clinicamente significativa.
Wegovy viene somministrato una volta a settimana tramite iniezione sottocutanea, con dosaggi che aumentano gradualmente per ridurre il rischio di effetti collaterali.
Chi può assumerlo
Il farmaco non è indicato per chi desidera dimagrire qualche chilo per motivi estetici. Le linee guida prevedono la prescrizione solo in casi specifici:
- persone con indice di massa corporea (BMI) pari o superiore a 30 (obesità);
- oppure con BMI ≥ 27 in presenza di patologie correlate al peso, come ipertensione, dislipidemia o diabete di tipo 2.
La prescrizione deve avvenire esclusivamente sotto controllo medico, dopo una valutazione completa dello stato di salute del paziente.
Effetti collaterali e precauzioni
Come tutti i farmaci, anche Wegovy può provocare effetti indesiderati. I più comuni riguardano l’apparato gastrointestinale: nausea, vomito, diarrea o stitichezza, soprattutto nelle fasi iniziali della terapia. Più rari, ma da monitorare, sono i disturbi alla colecisti e le alterazioni pancreatiche.
Il trattamento è controindicato in caso di storia personale o familiare di carcinoma midollare della tiroide, e non è raccomandato in gravidanza o allattamento.
Farmaco, non scorciatoia
Gli specialisti sottolineano un punto fondamentale: Wegovy non sostituisce uno stile di vita sano. È uno strumento terapeutico pensato per supportare persone che convivono con una malattia cronica come l’obesità, riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità come una patologia complessa e multifattoriale.
In un contesto in cui il sovrappeso rappresenta una delle principali sfide sanitarie globali, Wegovy apre nuove possibilità di cura, ma richiede informazione corretta, consapevolezza e un uso responsabile. La perdita di peso, anche con l’aiuto della medicina, resta un percorso che va seguito passo dopo passo, con il supporto di professionisti qualificati.
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Salute
Detox dopo le feste: come ritrovare leggerezza e benessere senza estremismi
Dagli eccessi a tavola alle giornate più sedentarie: dopo le festività il corpo chiede una pausa. Gli esperti spiegano perché non servono diete drastiche.
Tra pranzi abbondanti, dolci tradizionali e ritmi sballati, il periodo delle feste mette alla prova anche gli organismi più allenati. Gonfiore, stanchezza, digestione lenta e qualche chilo in più sono disturbi comuni a gennaio. È in questo contesto che si parla spesso di “detox”, un termine molto usato ma spesso frainteso. Il corpo, in realtà, possiede già sistemi di depurazione efficienti, guidati soprattutto da fegato, reni e intestino. Più che “disintossicarsi”, quindi, l’obiettivo è tornare a uno stile di vita che li aiuti a lavorare meglio.
Bere di più, ma con criterio
Il primo passo è l’idratazione. Bere acqua a sufficienza favorisce la funzionalità renale e aiuta a contrastare la ritenzione idrica tipica del post-feste. Gli specialisti consigliano di distribuire l’assunzione durante la giornata, senza ricorrere a bevande miracolose. Tisane non zuccherate, come finocchio o zenzero, possono essere un supporto, ma non sostituiscono l’acqua.
Tornare alla semplicità a tavola
Dopo giorni di piatti elaborati, la semplicità diventa un alleato. Verdure di stagione, legumi, cereali integrali, frutta fresca e proteine leggere come pesce, uova e carni bianche aiutano l’apparato digerente a ritrovare equilibrio. Ridurre temporaneamente zuccheri raffinati, alcol e cibi ultra-processati contribuisce a stabilizzare i livelli di energia e a limitare l’infiammazione.
Importante anche il ritmo dei pasti: mangiare a orari regolari e masticare lentamente favorisce la digestione e il senso di sazietà.
Movimento dolce, ma costante
Non serve lanciarsi subito in allenamenti intensi. Camminare a passo sostenuto, andare in bicicletta o dedicarsi allo stretching riattiva la circolazione e migliora il metabolismo. Secondo le indicazioni di molte società scientifiche, 30 minuti di attività moderata al giorno sono sufficienti per ottenere benefici concreti, soprattutto se praticati con continuità.
Il ruolo del sonno
Durante le feste, il sonno è spesso sacrificato. Tornare a dormire con regolarità è fondamentale: il riposo notturno influisce sugli ormoni che regolano fame e sazietà e sostiene i processi di recupero dell’organismo. Creare una routine serale, limitare schermi e pasti abbondanti prima di andare a letto aiuta a migliorare la qualità del sonno.
Attenzione alle false promesse
Diete “detox” drastiche, digiuni prolungati o prodotti che promettono risultati rapidi possono essere inefficaci o addirittura dannosi. Gli esperti concordano: la vera depurazione passa da abitudini sane e sostenibili, non da soluzioni lampo.
Sentirsi più leggeri dopo le feste non significa punirsi, ma ascoltare il proprio corpo. Piccoli cambiamenti quotidiani, portati avanti con costanza, sono la strada più sicura per ritrovare energia e benessere, senza rinunciare al piacere del cibo e della convivialità.
Salute
Influenza K, il nuovo ceppo sotto osservazione: cos’è e come riconoscerla
Identificata come una variante del virus A/H3N2, l’influenza K è oggi predominante in questa stagione e spiega l’aumento dei casi di sindromi respiratorie.
Con l’avanzare della stagione invernale, l’attenzione degli esperti si è concentrata su un nuovo protagonista della circolazione virale: la cosiddetta influenza K. Non si tratta di un virus “nuovo” in senso assoluto, ma di un subclade (variante genetica) del virus influenzale A/H3N2, già noto e incluso nei sistemi di sorveglianza epidemiologica. La lettera K identifica una specifica evoluzione del ceppo, oggi ampiamente diffusa.
Cos’è l’influenza K
L’influenza K rientra nella famiglia dei virus influenzali di tipo A, responsabili delle epidemie stagionali più rilevanti. Secondo gli organismi di monitoraggio, questa variante ha acquisito un vantaggio evolutivo in termini di trasmissibilità, che spiega il rapido aumento dei contagi osservato nelle ultime settimane. I dati disponibili, però, indicano che non provoca forme cliniche più severe rispetto alle influenze stagionali già conosciute.
I sintomi più comuni
Il quadro clinico dell’influenza K è sovrapponibile a quello dell’influenza tradizionale. I sintomi più frequenti includono:
- febbre, spesso superiore ai 38 gradi;
- dolori muscolari e articolari;
- mal di testa;
- stanchezza intensa e improvvisa;
- tosse secca, mal di gola e naso chiuso.
In alcuni casi, soprattutto nei bambini piccoli, negli anziani e nelle persone fragili, possono comparire disturbi respiratori più marcati, come respiro affannoso o bronchite.
Come distinguerla da raffreddore e Covid
Riconoscere l’influenza K solo dai sintomi non è semplice. Il raffreddore tende a essere più lieve e senza febbre alta, mentre il Covid-19 può includere perdita di gusto e olfatto o sintomi gastrointestinali. Tuttavia, la certezza diagnostica si ottiene solo con test specifici, come il tampone nasofaringeo, che permette di distinguere tra influenza, SARS-CoV-2 e altri virus respiratori.
Chi è più a rischio
Come per le altre influenze, le categorie più vulnerabili restano:
- bambini sotto i 5 anni;
- over 60;
- persone con patologie croniche;
- soggetti immunodepressi e donne in gravidanza.
In questi gruppi, l’influenza può comportare un rischio maggiore di complicanze, come polmoniti o peggioramento di malattie preesistenti.
Vaccini e prevenzione
I vaccini antinfluenzali stagionali continuano a offrire protezione, soprattutto contro le forme gravi e le ospedalizzazioni, anche in presenza della variante K. Lavarsi spesso le mani, arieggiare gli ambienti, evitare contatti ravvicinati in caso di sintomi e restare a casa quando si è malati restano misure fondamentali.
Quando consultare il medico
È consigliabile rivolgersi al medico se la febbre persiste oltre tre giorni, se compaiono difficoltà respiratorie o se i sintomi peggiorano improvvisamente. Una valutazione tempestiva aiuta a escludere complicanze e a impostare la terapia più adeguata.
L’influenza K, dunque, non deve allarmare oltre misura, ma va conosciuta e gestita con attenzione. Informazione corretta e prevenzione restano le armi più efficaci per affrontare anche questa stagione influenzale.
Salute
Sindrome compartimentale: quando un dolore diventa un’emergenza
La sindrome compartimentale è una condizione in cui la pressione all’interno dei muscoli aumenta oltre i limiti fisiologici, compromettendo circolazione e funzionalità dei tessuti. Dalle cause ai sintomi, fino ai trattamenti: ecco cosa sapere per intervenire rapidamente e in sicurezza.
Un problema di pressione che può mettere a rischio i muscoli
La sindrome compartimentale è una condizione clinica caratterizzata da un aumento anomalo della pressione all’interno dei compartimenti muscolari — zone delimitate da fasce rigide che non si espandono. Quando la pressione interna supera quella dei vasi sanguigni, il sangue fatica a raggiungere i tessuti, che rischiano danni anche irreversibili.
Gli specialisti distinguono due forme principali:
- acuta, considerata un’emergenza medica, spesso conseguenza di traumi o fratture;
- cronica da sforzo, più comune negli sportivi, che si manifesta gradualmente durante allenamenti intensi.
Le cause più frequenti
La forma acuta si osserva in situazioni come:
- fratture, soprattutto a tibia e avambraccio;
- contusioni importanti;
- ustioni estese;
- utilizzo di bendaggi o gessi troppo stretti;
- sanguinamenti interni dovuti a traumi o a farmaci anticoagulanti.
La forma cronica colpisce invece soprattutto chi pratica sport ripetitivi — corridori, ciclisti, militari — dove il continuo aumento del volume muscolare durante lo sforzo genera una pressione eccessiva all’interno della fascia.
Come riconoscerla: i sintomi che non vanno ignorati
Il segnale principale è il dolore intenso e sproporzionato rispetto al tipo di trauma o di sforzo. È un dolore che non migliora con gli antidolorifici e che aumenta quando si cerca di muovere il muscolo interessato.
Altri sintomi tipici includono:
- gonfiore marcato e aumento della tensione del muscolo;
- formicolii o perdita di sensibilità;
- debolezza muscolare;
- pallore e freddo dell’area colpita;
- nelle forme avanzate, assenza di polso periferico (segno grave).
La forma cronica si presenta in modo più graduale: dolore, rigidità e bruciore compaiono durante l’attività fisica e scompaiono dopo alcuni minuti di riposo.
Diagnosi e trattamenti: quando serve la chirurgia
Per la forma acuta, la diagnosi è spesso clinica e può essere confermata tramite misurazione invasiva della pressione intracompartimentale. Il trattamento è una vera corsa contro il tempo: l’unica terapia risolutiva è la fasciotomia, un intervento chirurgico che libera il muscolo dalla pressione e ripristina il flusso sanguigno. Se si interviene nelle prime ore, la maggior parte delle persone recupera pienamente; ritardi possono portare a necrosi muscolare e complicanze permanenti.
La forma cronica, invece, viene gestita con un approccio conservativo quando possibile:
- modifica del tipo e dell’intensità dell’allenamento;
- stretching regolare;
- fisioterapia mirata;
- scarpe o supporti ortopedici adeguati.
Se i sintomi persistono nonostante i cambiamenti nelle abitudini sportive, anche in questo caso può essere indicata una fasciotomia, sebbene in forma programmata e non d’urgenza.
Prevenzione: ascoltare il corpo è la prima regola
Ridurre il rischio di sindrome compartimentale significa prestare attenzione ai segnali del corpo, evitare eccessi negli allenamenti e assicurarsi che bendaggi, tutori o gessi non siano mai troppo stretti. Per chi pratica sport intensivi, programmare un incremento graduale dei carichi riduce notevolmente il rischio di sviluppare la forma cronica.
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