Sic transit gloria mundi
Trump 2.0: il governo del grande ritorno (e dei grandi timori). Suprematisti, no vax e falchi… e c’è pure chi ha sparato a un cucciolo di cane.
Un governo che sembra scritto da un cattivo di James Bond: suprematisti bianchi, complottisti no vax, cacciatori di migranti, magnati delle trivelle e persino un’ammazza cuccioli. La squadra di Trump, tra nostalgie dell’estrema destra e tecno-miliardari, promette di trasformare l’America in un reality distopico. Politiche estreme, proclami roboanti e zero compromessi.
Donald Trump è tornato. Non che se ne fosse mai andato, sia chiaro. Ma il secondo mandato del tycoon promette di essere uno spettacolo ancora più estremo del primo, un cocktail micidiale di estremismo, provocazione e sfacciata propaganda. E il cast che ha scelto per questa nuova, distopica stagione politica? È un mix di figure ultraconservatrici, miliardari e fedelissimi. Con qualche presenza dirompente e con più di un’ombra nel passato (e nel presente). Un gruppo di ultras trumpiani che sono pronti a seguirlo in maniera incondizionata, senza troppe discussioni e, soprattutto, senza pensarci troppo su. Con la vittoria elettorale contro Kamala Harris, insomma, Donald Trump torna alla Casa Bianca più forte di prima, con un programma fatto di slogan e proclami perfetti per un post su X. Un bis che si preannuncia ancora più polarizzante del primo… Ma quali sono i profili di questo “dream team”? Ecco uno sguardo approfondito sulle scelte, tra ritorni, novità e polemiche. Tanto più che, com’era prevedibile, le sue scelte stanno già facendo discutere dentro e fuori gli Stati Uniti, promettendo un futuro pieno di incognite, colpi di scena e tensioni. Quello che appare subito certo è che ogni nome scelto sembra lanciare un messaggio chiaro: l’America di Trump vuole andare fino in fondo, senza compromessi. E senza concessione alcuna a quella metà degli americani che non l’ha votato e si prepara a subire quattro anni da incubo.
Stephen Miller, vice capo dello staff: il ritorno del suprematista
Cominciamo con Stephen Miller, il volto dietro alcune delle politiche più controverse del primo mandato Trump. Miller è la mente dietro il Muslim Ban, la tolleranza zero al confine e alle gabbie per i bambini migranti che hanno agghiacciato tutto il mondo. Ora sarà il vice capo dello staff, pronto a sfornare nuove idee che faranno impallidire i benpensati. Ma non preoccupatevi: Miller, noto suprematista bianco, questa volta indossa la veste da chierichetto e promette di essere “inclusivo”. Del suo club, ovviamente. Per gli altri nessuna pietà.
Elon Musk e Vivek Ramaswamy: il progetto DOGE
Ormai è risaputo. Trump ha affidato il nuovo Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE) a Elon Musk e Vivek Ramaswamy, che dovranno smantellare la burocrazia americana. Quale miglior modo di snellire il governo se non mettere al comando due miliardari ossessionati dai tagli e dalle criptovalute? Se il loro piano è efficiente come Twitter sotto Musk, gli americani possono prepararsi a lunghe file e al caos amministrativo totale. E che dire di Ramaswamy? Imprenditore nelle biotecnologie, ha un patrimonio stimato di 600 milioni di dollari. Avversario storico di ogni teoria di inclusione e di gender, si era presentato come candidato anti Trump (più a destra). Salvo poi passare dalla sua parte una volta sconfitto.
Lee Zeldin all’Ambiente: addio alla protezione del pianeta
Chi meglio di un convinto negazionista climatico per guidare l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente? Lee Zeldin, feroce oppositore delle politiche verdi, convinto assertore del ritorno ai combustibili fossili, è colui che guiderà gli USA verso il futuro ambientale. La sua prima mossa? Forse sostituire gli alberi con trivelle e trasformare i parchi nazionali in parcheggi per SUV. Le sue priorità sembrano puntare su una deregolamentazione aggressiva, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo economico. Ma a che prezzo? Gli ambientalisti temono che sotto la sua guida l’agenzia possa diventare un semplice strumento per gli interessi delle grandi industrie, mettendo a rischio i progressi fatti negli ultimi anni in materia di sostenibilità.
Robert F. Kennedy Jr., alla Sanità: il no vax alla guida della salute
E perché non mettere un no vax cospirazionista a capo della sanità? Robert F. Kennedy Jr., già abbandonato dalla sua stessa famiglia per le sue posizioni estreme, sarà il nuovo ministro della Salute. Immaginate il livello di sicurezza sanitaria negli Stati Uniti quando l’uomo che pensa che il virus non esiste e che i vaccini siano una cospirazione globale contro l’umanità dovrà gestire pandemie e crisi sanitarie. Non è chiaro se al giuramento porterà una mascherina o un cappello di carta stagnola anti-radiazioni.
Tom Homan all’immigrazione: il regista delle deportazioni
Trump lo ha promesso espressamente: assisteremo alla più grande deportazione di massa della storia. E se pensavate che fossero solo battute elettorali ed esagerazioni acchiappavoti, vi presentiamo Tom Homan, nuovo capo dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Con il suo entusiasmo per le deportazioni di massa, Homan promette di “risolvere” la questione migratoria mandando a casa quanta più gente possibile in pochi mesi. Un piano forse eccessivo, visto che ha già fatto una parziale marcia indietro: inizierà solo con i “criminali”. Peccato che per lui, essere un immigrato senza documenti sia già un crimine passibile di espulsione.
Elise Stefanik, ambasciatrice ONU: l’inesperienza come biglietto da visita
Nel delicatissimo ruolo di rappresentante degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, troviamo Elise Stefanik, fedelissima trumpiana nota per la sua abilità nel ripetere a pappagallo qualunque teoria complottista le venga servita. Vicinissima a QAnon (ebbene sì, quelli che credono che Hillary Clinton sia a capo di una setta satanica che si mantiene giovane bevendo il sangue dei bambini nello scantinato di una pizzeria), andrà a discutere all’Onu dei massimi sistemi. Con lei, la diplomazia americana si ridurrà a meme e tweet, probabilmente scritti in Comic Sans.
Kristi Noem: alla Sicurezza Interna l’ammazzacuccioli
Governatrice del South Dakota e fedelissima di Trump, è stata nominata segretaria alla Sicurezza Interna. Noem si è distinta per le sue posizioni ferme in materia di immigrazione e sicurezza. Tra le sue iniziative passate, il dispiegamento della Guardia Nazionale al confine con il Messico e il taglio di fondi per programmi inclusivi. La sua storia personale – come il racconto di aver sparato al suo cane da caccia, un cucciolo di 14 mesi che non voleva ubbidire – ha fatto discutere, ma per Trump è una scelta perfettamente in linea con la sua visione di un governo forte e deciso. Si spera che abbia più pietà per gli esseri umani che per i segugi, ma c’è chi ne dubita.
Mike Waltz, consigliere per la Sicurezza Nazionale: l’esperto di minacce globali
Nel ruolo chiave di consigliere per la Sicurezza Nazionale, Trump ha scelto Mike Waltz, deputato e veterano pluridecorato. Waltz porta con sé un’esperienza significativa in politica estera, ma anche una visione molto rigida sulle relazioni internazionali. È un sostenitore di un approccio più aggressivo verso la Cina e di una politica di deterrenza nei confronti di Russia e Iran. Noto per il suo approccio duro e per il suo sostegno a una politica di “pace attraverso la forza”, sotto la sua guida ci si aspetta un’intensificazione delle tensioni con la Cina, che Waltz considera la principale minaccia strategica per gli Stati Uniti.
Steven C. Witkoff: un magnate immobiliare alla prova del Medio Oriente
Donald Trump ha scelto Steven C. Witkoff, magnate immobiliare e filantropo, come inviato speciale per il Medio Oriente. Nonostante la sua esperienza limitata in politica estera, Trump lo ha definito “una voce instancabile per la pace”. Tuttavia, la sua prima dichiarazione sul conflitto israelo-palestinese ha già sollevato polemiche: “Non esiste la Cisgiordania, esistono solo Giudea e Samaria”. Una posizione che rischia di compromettere ogni tentativo di dialogo con i palestinesi. La nomina sembra più mirata a rafforzare il sostegno interno alle politiche pro-Israele che a costruire ponti nella regione. Con un incarico delicatissimo, Witkoff dovrà dimostrare se un uomo d’affari può trasformarsi in un efficace diplomatico.
Matt Gaetz: Ministro della Giustizia perfetto per Trump?
Chi meglio di Matt Gaetz, noto alle cronache per essere stato al centro di indagini federali e accuse infamanti, poteva guidare il Dipartimento di Giustizia nell’amministrazione Trump? Deputato della Florida e fedelissimo del tycoon, Gaetz è stato indagato per traffico sessuale, presunti rapporti con una minorenne e uso di droghe, sebbene nel 2023 il Dipartimento di Giustizia abbia deciso di non procedere con accuse formali. Le polemiche non si sono fermate: una Commissione Etica della Camera stava indagando su comportamenti inappropriati e regali non dichiarati, ma l’inchiesta è stata interrotta dopo le sue dimissioni nel 2024. Nonostante tutto, Trump ha elogiato la sua “determinazione a riformare il sistema giudiziario”, affidandogli un ruolo delicatissimo che, secondo molti, potrebbe accentuare le tensioni politiche piuttosto che risolverle.
Tulsi Gabbard: da Sanders a Trump, con l’agilità di una ballerina di liscio
Chi l’avrebbe mai detto che Tulsi Gabbard, paladina della sinistra estrema di Bernie Sanders, avrebbe fatto un salto acrobatico verso l’estrema destra di Donald Trump? Con la grazia di una ballerina di liscio, Gabbard ha abbandonato i Democratici nel 2022 per abbracciare posizioni ultraconservatrici: anti-aborto, anti-transgender e pro-muri di confine. Non contenta, ha consolidato il suo status di “trumpiana di ferro” lodando dittatori come Vladimir Putin e Bashar al-Assad. Ora, il tycoon la premia facendola sua consigliera speciale per la politica estera: un incarico perfetto per chi, come lei, ha sempre visto la diplomazia più come un optional che una priorità.
Marco Rubio: da “Little Marco” a Segretario di Stato, con inchino finale
Marco Rubio, una volta deriso da Trump come “Little Marco” durante le primarie del 2016, ha fatto la sua scalata verso la redenzione politica. Ora è il nuovo Segretario di Stato, un incarico di peso per uno che ha trascorso anni facendo il tifo per ogni guerra possibile, dalla Cina all’Iran, passando per l’Ucraina. Ex “neocon” a pieno titolo, Rubio ha imparato a mettere da parte i sogni da crociata globale per sposare il verbo trumpiano: meno Nato, più compromessi, e un bel “negoziato” per chiudere il capitolo Ucraina. Il primo ispanico a ricoprire questo incarico, Rubio è il perfetto esempio di come la politica estera americana possa oscillare tra il falco e l’opportunista, purché si rimanga nel solco di “America First”.
Susie Wiles: la “fanciulla di ghiaccio” al timone della Casa Bianca
Susie Wiles, prima donna a diventare capo dello staff della Casa Bianca, è l’arma segreta di Trump: discreta, silenziosa e letale. Dopo aver coordinato le campagne elettorali del tycoon dal 2016 con la freddezza di un cecchino, Wiles si è guadagnata il soprannome di “fanciulla di ghiaccio” direttamente dal suo capo, che l’ha celebrata durante il discorso della vittoria. Poco nota al grande pubblico, Wiles ha lavorato nell’ombra, evitando i riflettori e costruendo strategie che, piaccia o no, hanno funzionato. Ora sarà lei a gestire il caos organizzativo di una presidenza che promette di essere tutto fuorché tranquilla: un ruolo perfetto per chi ha fatto della compostezza glaciale la sua arma migliore.
Pete Hegseth: da Fox News al comando del Pentagono
Tra i nominati da Donald Trump, Pete Hegseth, giornalista e conduttore per Fox News, spicca come una scelta tanto controversa quanto prevedibile. Prima di essere scelto come capo del Pentagono, Hegseth ha lavorato per otto anni nel network conservatore, diventando uno dei volti più riconoscibili e una voce fervente a sostegno delle politiche “America First” di Trump. La sua transizione da opinionista televisivo a leader delle forze armate ha suscitato non poche polemiche, soprattutto per alcune dichiarazioni controverse, tra cui la sua opposizione alla presenza di donne in ruoli di combattimento. Durante la sua carriera militare, ha servito come ufficiale di fanteria nella Guardia Nazionale dell’Esercito, con missioni in Iraq, Afghanistan e Guantanamo Bay. Il suo passato non è privo di scandali: nel 2019, ha persuaso Trump a graziare due soldati americani condannati per crimini di guerra in Iraq, suscitando indignazione tra esperti militari e associazioni per i diritti umani.
Scott Bessent e Bill Hagerty: i custodi del Tesoro e della politica estera trumpiana
Per il Dipartimento del Tesoro, il nome più accreditato è quello di Scott Bessent, hedge fund manager e uno dei principali fundraiser di Trump. Ex consigliere economico, Bessent è noto per il suo sostegno ai dazi e alla politica economica protezionistica che ha caratterizzato il primo mandato del tycoon. La sua nomina rappresenterebbe un ritorno al “Trumpismo” economico puro: meno globalizzazione, più America First, e nessun timore di irritare i partner commerciali.
Nel frattempo, per incarichi chiave legati alla politica estera, emerge il nome di Bill Hagerty, senatore repubblicano del Tennessee ed ex ambasciatore in Giappone. Hagerty si è distinto per le sue posizioni dure contro la Cina e per il suo appello a tagliare immediatamente tutti gli aiuti a Kiev. Con la sua esperienza diplomatica e la sua fedeltà a Trump, Hagerty rappresenta la continuità perfetta per un’amministrazione che punta a ridefinire gli equilibri geopolitici mondiali a favore degli Stati Uniti.
La squadra di Trump per il secondo mandato promette di essere tanto audace quanto divisiva. Le nomine riflettono una chiara volontà di ribaltare l’ordine politico ed economico degli ultimi anni, ma sollevano interrogativi sulla direzione che gli Stati Uniti prenderanno nei prossimi quattro anni. Se l’obiettivo è quello di mantenere alta l’attenzione e accendere il dibattito, Trump ci sta riuscendo perfettamente. Per dirla con una famosa canzone di Checco Zalone: “Siamo una squadra fortissimi, fatta di gente fantastici”, in un perfetto mix di provocazione, ideologia estrema e politiche populiste. E mentre il mondo osserva attonito, Trump se la ride. Perché questa è la sua America: un reality show dove i buoni perdono sempre, e i cattivi hanno il microfono più grande.
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Personaggi
Belén, la vergogna siamo noi: dietro quei commenti c’è un Paese che non ha capito nulla della salute mentale
La vicenda di Belén Rodríguez e le reazioni feroci online raccontano una verità inquietante: in Italia la salute mentale viene ancora derisa, soprattutto se a soffrire è una persona famosa e di successo.
Lo dico sinceramente: leggere certi commenti su Belén Rodríguez mi ha fatto schifo. Non indignazione social da due minuti, non la solita rabbia usa e getta che dura il tempo di una story. Schifo vero. Quello che ti resta addosso quando ti rendi conto che, dietro le campagne sulla salute mentale, dietro gli hashtag pieni di cuoricini e dietro le frasi motivazionali condivise sui social, esiste ancora un Paese che davanti alla fragilità ride. Peggio: gode.
Mercoledì mattina una donna di 41 anni ha urlato aiuto dalla finestra di casa sua. I vicini hanno chiamato il 112. Sono arrivate le volanti, l’ambulanza, i vigili del fuoco. Per ore quella donna non è riuscita ad aprire la porta. Era agitata, confusa, in evidente difficoltà. Poi è stata accompagnata al Policlinico.
Quella donna si chiama Belen Rodriguez. E improvvisamente, per una parte di questo Paese, la sofferenza è diventata una barzelletta.
Se sei famosa, allora non hai diritto a stare male
Perché è famosa, perché è bella. , perché è ricca. Perché è Belén.
Ho letto commenti disgustosi. Gente che parlava di “sceneggiata”, di “ricerca di attenzione”, di “rottamazione”. Persone convinte che il dolore mentale abbia bisogno di una patente di autenticità. E quella patente, evidentemente, non viene concessa a chi ha successo.
È questa la verità più orrenda che emerge da tutta questa storia: noi accettiamo la fragilità solo quando ci fa comodo. Solo quando la persona che soffre corrisponde all’immagine che consideriamo “degna” di compassione. Se sei povero, sfortunato, invisibile, allora il tuo dolore ci commuove. Se invece sei famoso, bello e hai soldi, allora no. Allora devi essere per forza un manipolatore, un narcisista, uno che “lo fa per visibilità”.
La salute mentale non è una colpa
È una forma di violenza culturale gigantesca, eppure ancora normalizzata.
Nessuno direbbe mai a una persona colpita da un infarto: “Lo fai per attirare l’attenzione”. Nessuno guarderebbe un diabetico dicendo: “Con tutti i soldi che hai, come ti permetti di stare male?”. Eppure con la salute mentale succede continuamente. Ansia, depressione, attacchi di panico, crolli psicologici: tutto viene ridotto a debolezza, capriccio o spettacolo mediatico. Soprattutto se a viverli è qualcuno che il pubblico ha trasformato in personaggio.
E Belén questa cosa l’aveva detta chiaramente già tempo fa. Aveva raccontato i suoi attacchi di panico, le sue fragilità, la paura di essere derisa proprio a causa della sua esposizione pubblica. E sapete qual è la parte più tragica? Che aveva ragione.
Perché alla fine è successo esattamente questo.
Il problema non è Belén. Siamo noi
Io continuo a pensare che ci sia qualcosa di profondamente malato in una società che pretende empatia a comando ma poi si diverte davanti al crollo emotivo di una donna solo perché quella donna appare in televisione. Come se il successo cancellasse automaticamente il diritto di stare male. Come se soldi e notorietà fossero una specie di vaccino contro la sofferenza.
Non lo sono. Non lo sono mai stati. La storia dello spettacolo è piena di persone bellissime, famose, idolatrate e profondamente infelici. Da Marilyn Monroe in poi avremmo dovuto impararlo. E invece siamo ancora qui, a misurare il dolore con il conto in banca.
E allora forse il problema non è Belén. Forse il problema siamo noi.
Sic transit gloria mundi
Sal Da Vinci ha vinto Sanremo. Ma all’Eurovision 2026 rischiamo la figuraccia: siamo sicuri di presentarci così in Europa?
Nessun attacco a Sal Da Vinci, che ha voce, mestiere e pubblico. Il punto è il contesto: l’Eurovision non premia solo la canzone, ma concept, regia, impatto visivo e contemporaneità. E l’Italia, quando confonde Ariston e Vienna, spesso paga dazio.
Sal ha vinto. Bene. Viva Sal. Il pubblico ha parlato, l’Ariston ha tremato, le zie hanno pianto e le mamme hanno mandato il vocale nel gruppo WhatsApp: “Finalmente una bella canzone!”. Tutto legittimo, tutto molto italiano. Poi però arriva quel dettaglio che rovina sempre la poesia: l’Eurovision.
Perché Sanremo è il nostro salotto buono, con i centrini all’uncinetto e il divano coperto “che non si sa mai”. L’Eurovision, invece, è un rave diplomatico in 4K: droni, laser, coreografie millimetriche, outfit che sembrano progettati da architetti spaziali e performer che in trenta secondi devono diventare meme, trend e reaction. E lì non basta essere bravi: devi essere leggibile al primo colpo, senza traduttore emotivo.
Sanremo non è Eurovision con i sottotitoli
Qui il punto non è la qualità di Sal Da Vinci. Sal è un professionista vero: voce, mestiere, pubblico, carriera. Ma l’Eurovision non è il Festival della canzone italiana “con l’Europa collegata”. È una gara dove la musica è metà del pacchetto e l’altra metà è regia, immaginario, suono internazionale, impatto social. In un contesto così, un brano neomelodico, romanticone e orgogliosamente tradizionale rischia di diventare più “cartolina” che competizione.
Non è snobismo, è grammatica del format. L’Europa non trema: scrolla. Se non entri con un concept che buca lo schermo e con una produzione che regge i confronti, ti ritrovi parcheggiato a metà classifica mentre qualcuno canta in latex e qualcun altro ti fa sembrare un karaoke, anche se tu stai cantando benissimo.
L’Europa vota l’impatto, non la nostalgia
“Per sempre sì” profuma di casa, di famiglia, di sentimento condiviso. E in Italia questa idea di canzone funziona ancora: melodia, cuore, tradizione. Tutte parole bellissime. Solo che l’Eurovision non è una sagra patronale con mazzi di fiori e platea commossa. È una macchina scenica feroce: se non hai un suono contemporaneo e una regia che spacca, finisci fuori tempo massimo.
Possiamo davvero pensare che in Estonia si commuovano allo stesso modo? Che in Norvegia si alzino dal divano gridando “Mamma mia che passione!”? Forse sì, forse no. Ma il rischio è concreto: non perdere, ma sembrare “local” nel senso peggiore, cioè non esportabile.
Chi vince Sanremo non è sempre l’ambasciatore perfetto
Il dubbio vero è strutturale: perché continuiamo a trattare Sanremo come una selezione automatica per l’Europa? Sono due mondi paralleli che ogni tanto si incrociano, ma non coincidono. L’Eurovision è politica pop, storytelling, narrazione contemporanea, anche provocazione quando serve. Sal incarna una linea rassicurante, romantica, tradizionale. In Italia è un pregio. Fuori può diventare una zavorra, se non lo accompagni con un impianto scenico e sonoro all’altezza del ring.
E allora la domanda, più che su Sal, è su di noi: vogliamo presentarci a Vienna con il vestito della prima comunione mentre gli altri sfilano in haute couture digitale? Perché a quel punto la figuraccia non la fa la canzone. La fa l’idea che basti la “tradizione” a reggere una vetrina globale.
Sal ha vinto, e il pubblico lo ha scelto. Ma l’Eurovision non è l’Ariston con il Wi-Fi: è un’arena dove o sei contemporaneo, o diventi nostalgia in diretta.
Sic transit gloria mundi
Elodie cambia le regole del desiderio: l’amore con Franceska diventa pop (e l’Italia applaude)
La cantante simbolo di sensualità e indipendenza affettiva archivia i vecchi schemi e vive alla luce del sole un legame che il pubblico legge come spontaneo. Social dalla sua parte, gossip spiazzato: più che uno scandalo, sembra un segno dei tempi.
Per anni Elodie è stata raccontata come la donna più sexy del pop italiano, icona di sensualità consapevole, corpo esibito senza pudori moralisti e femminilità mai addomesticata. Una che ha costruito la propria immagine attraversando desiderio, provocazione e talento senza chiedere permesso. Eppure, paradossalmente, la vera rottura non arriva da una copertina audace o da un video ammiccante, ma da qualcosa di molto più semplice: la normalità.
La normalità di una presenza costante, quella della ballerina Franceska Nuredini, bionda, magnetica, presenza fissa dentro e fuori il palco. Una vicinanza che all’inizio sembrava parte della grammatica dello show business – coreografie, prove, complicità scenica – e che col tempo ha assunto i contorni di un legame più profondo. Non per dichiarazioni roboanti, non per confessioni studiate a tavolino, ma per quella sequenza di momenti condivisi che oggi, nell’era dei social, valgono più di mille interviste.
Il punto interessante non è nemmeno stabilire che cosa siano davvero l’una per l’altra. Il punto è la reazione del pubblico. Perché se fino a qualche anno fa una storia al femminile legata a una popstar avrebbe acceso polemiche e dibattiti da salotto televisivo, oggi la risposta prevalente è un’altra: curiosità, simpatia, incoraggiamento. I social non gridano allo scandalo, semmai applaudono. Elodie e Franceska diventano trend topic in positivo, come se raccontassero qualcosa che molti avevano già interiorizzato ma che mancava ancora di un volto così popolare.
Del resto Elodie non ha mai mostrato vocazione per i recinti comodi. Ha sempre attraversato i temi che altri sfiorano con prudenza: il corpo, la libertà sessuale, la politica dell’immagine, il diritto di cambiare pelle. Dalla musica alla televisione, dal cinema alle docuserie, ha costruito una carriera in cui l’identità non è mai stata statica. Anche nelle relazioni sentimentali ha seguito lo stesso copione: prima Marracash, poi Andrea Iannone, storie etero vissute alla luce del sole, senza l’ansia di dover sembrare perfetta.
La fine della relazione con Iannone, riletta oggi, appare meno melodrammatica di quanto ci si potrebbe aspettare. Franceska era già presente nella vita della cantante, una figura centrale e conosciuta. Secondo le ricostruzioni circolate, l’ex pilota non sarebbe stato estraneo a questa dinamica né alla visione poco tradizionale che Elodie avrebbe dei legami. Tradotto dal linguaggio del gossip: niente scenate, niente narrazioni da tradimento, ma una gestione personale dei sentimenti. Una parola che, nel mondo delle celebrity, suona quasi rivoluzionaria: libertà.
Le immagini raccontano più delle parole. Prima la Thailandia, poi Milano. Viaggi, prove, tempo libero. Poi la quotidianità più disarmante: dal parrucchiere, in giro per negozi, tra selfie con i fan e commissioni qualunque. Un episodio colpisce proprio per la sua banalità: Elodie che si distrae davanti a una borsa dell’acqua calda con rivestimento animalier in un negozio di accessori per la casa. È un dettaglio minuscolo, ma dice tutto. Questa storia funziona perché non viene messa in scena come una rivoluzione, ma come vita normale. Due persone che stanno bene insieme e fanno cose comuni.
E qui sta la vera svolta culturale. Per anni l’omosessualità femminile nel pop è stata o ammiccamento studiato o dichiarazione militante. In questo caso sembra semplicemente esistenza. Non c’è manifesto, non c’è bandiera, non c’è bisogno di etichette. È forse questo che rende la vicenda digeribile a un pubblico vasto: non chiede di scegliere da che parte stare, non pretende approvazioni ideologiche. Mostra e basta.
Elodie, da questo punto di vista, gioca un’altra partita rispetto a molte colleghe. Non ha mai cercato l’immagine della “brava ragazza”, ma nemmeno quella della ribelle a tutti i costi. Ha lavorato su un’idea di autenticità che può piacere o meno, ma appare coerente. Se una frequentazione diventa pubblica è perché, quando sei Elodie, la vita finisce inevitabilmente sotto osservazione. Non serve costruire scandali: basta uscire di casa.
Intanto la sua carriera prende una direzione sempre più ampia. Si è concessa una pausa dai tour fino al 2027, scelta che le regala tempo e respiro. Negli ultimi anni ha alternato musica, cinema e televisione con disinvoltura, diventando uno dei volti più trasversali dello spettacolo italiano. Il Nastro d’Argento vinto per “Fuori” ha legittimato anche il percorso da attrice, e ora l’attende una serie importante come “Nemesi”, dove interpreta una donna fragile e in cerca di riconoscimento.
Colpisce il contrasto tra il personaggio e la persona. Sullo schermo dà volto a figure insicure, nella vita reale appare padrona delle proprie scelte. Non ha mai dato l’impressione di vivere le relazioni per convenienza o strategia d’immagine. Con Marracash, con Iannone e ora con Franceska, la linea sembra la stessa: seguire ciò che sente e poi gestire il rumore che ne consegue.
Forse è proprio questo che il pubblico percepisce. Non una mossa di marketing, ma una traiettoria personale. In un Paese che ama etichettare in fretta, Elodie sembra muoversi in anticipo, lasciando agli altri il compito di inseguire definizioni. E mentre qualcuno cerca ancora il titolo giusto per raccontarla, lei fa la cosa più semplice e insieme più spiazzante: vive. E lo fa senza chiedere il permesso di essere capita.
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