Sic transit gloria mundi
Trump 2.0: il governo del grande ritorno (e dei grandi timori). Suprematisti, no vax e falchi… e c’è pure chi ha sparato a un cucciolo di cane.
Un governo che sembra scritto da un cattivo di James Bond: suprematisti bianchi, complottisti no vax, cacciatori di migranti, magnati delle trivelle e persino un’ammazza cuccioli. La squadra di Trump, tra nostalgie dell’estrema destra e tecno-miliardari, promette di trasformare l’America in un reality distopico. Politiche estreme, proclami roboanti e zero compromessi.
Donald Trump è tornato. Non che se ne fosse mai andato, sia chiaro. Ma il secondo mandato del tycoon promette di essere uno spettacolo ancora più estremo del primo, un cocktail micidiale di estremismo, provocazione e sfacciata propaganda. E il cast che ha scelto per questa nuova, distopica stagione politica? È un mix di figure ultraconservatrici, miliardari e fedelissimi. Con qualche presenza dirompente e con più di un’ombra nel passato (e nel presente). Un gruppo di ultras trumpiani che sono pronti a seguirlo in maniera incondizionata, senza troppe discussioni e, soprattutto, senza pensarci troppo su. Con la vittoria elettorale contro Kamala Harris, insomma, Donald Trump torna alla Casa Bianca più forte di prima, con un programma fatto di slogan e proclami perfetti per un post su X. Un bis che si preannuncia ancora più polarizzante del primo… Ma quali sono i profili di questo “dream team”? Ecco uno sguardo approfondito sulle scelte, tra ritorni, novità e polemiche. Tanto più che, com’era prevedibile, le sue scelte stanno già facendo discutere dentro e fuori gli Stati Uniti, promettendo un futuro pieno di incognite, colpi di scena e tensioni. Quello che appare subito certo è che ogni nome scelto sembra lanciare un messaggio chiaro: l’America di Trump vuole andare fino in fondo, senza compromessi. E senza concessione alcuna a quella metà degli americani che non l’ha votato e si prepara a subire quattro anni da incubo.
Stephen Miller, vice capo dello staff: il ritorno del suprematista
Cominciamo con Stephen Miller, il volto dietro alcune delle politiche più controverse del primo mandato Trump. Miller è la mente dietro il Muslim Ban, la tolleranza zero al confine e alle gabbie per i bambini migranti che hanno agghiacciato tutto il mondo. Ora sarà il vice capo dello staff, pronto a sfornare nuove idee che faranno impallidire i benpensati. Ma non preoccupatevi: Miller, noto suprematista bianco, questa volta indossa la veste da chierichetto e promette di essere “inclusivo”. Del suo club, ovviamente. Per gli altri nessuna pietà.
Elon Musk e Vivek Ramaswamy: il progetto DOGE
Ormai è risaputo. Trump ha affidato il nuovo Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE) a Elon Musk e Vivek Ramaswamy, che dovranno smantellare la burocrazia americana. Quale miglior modo di snellire il governo se non mettere al comando due miliardari ossessionati dai tagli e dalle criptovalute? Se il loro piano è efficiente come Twitter sotto Musk, gli americani possono prepararsi a lunghe file e al caos amministrativo totale. E che dire di Ramaswamy? Imprenditore nelle biotecnologie, ha un patrimonio stimato di 600 milioni di dollari. Avversario storico di ogni teoria di inclusione e di gender, si era presentato come candidato anti Trump (più a destra). Salvo poi passare dalla sua parte una volta sconfitto.
Lee Zeldin all’Ambiente: addio alla protezione del pianeta
Chi meglio di un convinto negazionista climatico per guidare l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente? Lee Zeldin, feroce oppositore delle politiche verdi, convinto assertore del ritorno ai combustibili fossili, è colui che guiderà gli USA verso il futuro ambientale. La sua prima mossa? Forse sostituire gli alberi con trivelle e trasformare i parchi nazionali in parcheggi per SUV. Le sue priorità sembrano puntare su una deregolamentazione aggressiva, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo economico. Ma a che prezzo? Gli ambientalisti temono che sotto la sua guida l’agenzia possa diventare un semplice strumento per gli interessi delle grandi industrie, mettendo a rischio i progressi fatti negli ultimi anni in materia di sostenibilità.
Robert F. Kennedy Jr., alla Sanità: il no vax alla guida della salute
E perché non mettere un no vax cospirazionista a capo della sanità? Robert F. Kennedy Jr., già abbandonato dalla sua stessa famiglia per le sue posizioni estreme, sarà il nuovo ministro della Salute. Immaginate il livello di sicurezza sanitaria negli Stati Uniti quando l’uomo che pensa che il virus non esiste e che i vaccini siano una cospirazione globale contro l’umanità dovrà gestire pandemie e crisi sanitarie. Non è chiaro se al giuramento porterà una mascherina o un cappello di carta stagnola anti-radiazioni.
Tom Homan all’immigrazione: il regista delle deportazioni
Trump lo ha promesso espressamente: assisteremo alla più grande deportazione di massa della storia. E se pensavate che fossero solo battute elettorali ed esagerazioni acchiappavoti, vi presentiamo Tom Homan, nuovo capo dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Con il suo entusiasmo per le deportazioni di massa, Homan promette di “risolvere” la questione migratoria mandando a casa quanta più gente possibile in pochi mesi. Un piano forse eccessivo, visto che ha già fatto una parziale marcia indietro: inizierà solo con i “criminali”. Peccato che per lui, essere un immigrato senza documenti sia già un crimine passibile di espulsione.
Elise Stefanik, ambasciatrice ONU: l’inesperienza come biglietto da visita
Nel delicatissimo ruolo di rappresentante degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, troviamo Elise Stefanik, fedelissima trumpiana nota per la sua abilità nel ripetere a pappagallo qualunque teoria complottista le venga servita. Vicinissima a QAnon (ebbene sì, quelli che credono che Hillary Clinton sia a capo di una setta satanica che si mantiene giovane bevendo il sangue dei bambini nello scantinato di una pizzeria), andrà a discutere all’Onu dei massimi sistemi. Con lei, la diplomazia americana si ridurrà a meme e tweet, probabilmente scritti in Comic Sans.
Kristi Noem: alla Sicurezza Interna l’ammazzacuccioli
Governatrice del South Dakota e fedelissima di Trump, è stata nominata segretaria alla Sicurezza Interna. Noem si è distinta per le sue posizioni ferme in materia di immigrazione e sicurezza. Tra le sue iniziative passate, il dispiegamento della Guardia Nazionale al confine con il Messico e il taglio di fondi per programmi inclusivi. La sua storia personale – come il racconto di aver sparato al suo cane da caccia, un cucciolo di 14 mesi che non voleva ubbidire – ha fatto discutere, ma per Trump è una scelta perfettamente in linea con la sua visione di un governo forte e deciso. Si spera che abbia più pietà per gli esseri umani che per i segugi, ma c’è chi ne dubita.
Mike Waltz, consigliere per la Sicurezza Nazionale: l’esperto di minacce globali
Nel ruolo chiave di consigliere per la Sicurezza Nazionale, Trump ha scelto Mike Waltz, deputato e veterano pluridecorato. Waltz porta con sé un’esperienza significativa in politica estera, ma anche una visione molto rigida sulle relazioni internazionali. È un sostenitore di un approccio più aggressivo verso la Cina e di una politica di deterrenza nei confronti di Russia e Iran. Noto per il suo approccio duro e per il suo sostegno a una politica di “pace attraverso la forza”, sotto la sua guida ci si aspetta un’intensificazione delle tensioni con la Cina, che Waltz considera la principale minaccia strategica per gli Stati Uniti.
Steven C. Witkoff: un magnate immobiliare alla prova del Medio Oriente
Donald Trump ha scelto Steven C. Witkoff, magnate immobiliare e filantropo, come inviato speciale per il Medio Oriente. Nonostante la sua esperienza limitata in politica estera, Trump lo ha definito “una voce instancabile per la pace”. Tuttavia, la sua prima dichiarazione sul conflitto israelo-palestinese ha già sollevato polemiche: “Non esiste la Cisgiordania, esistono solo Giudea e Samaria”. Una posizione che rischia di compromettere ogni tentativo di dialogo con i palestinesi. La nomina sembra più mirata a rafforzare il sostegno interno alle politiche pro-Israele che a costruire ponti nella regione. Con un incarico delicatissimo, Witkoff dovrà dimostrare se un uomo d’affari può trasformarsi in un efficace diplomatico.
Matt Gaetz: Ministro della Giustizia perfetto per Trump?
Chi meglio di Matt Gaetz, noto alle cronache per essere stato al centro di indagini federali e accuse infamanti, poteva guidare il Dipartimento di Giustizia nell’amministrazione Trump? Deputato della Florida e fedelissimo del tycoon, Gaetz è stato indagato per traffico sessuale, presunti rapporti con una minorenne e uso di droghe, sebbene nel 2023 il Dipartimento di Giustizia abbia deciso di non procedere con accuse formali. Le polemiche non si sono fermate: una Commissione Etica della Camera stava indagando su comportamenti inappropriati e regali non dichiarati, ma l’inchiesta è stata interrotta dopo le sue dimissioni nel 2024. Nonostante tutto, Trump ha elogiato la sua “determinazione a riformare il sistema giudiziario”, affidandogli un ruolo delicatissimo che, secondo molti, potrebbe accentuare le tensioni politiche piuttosto che risolverle.
Tulsi Gabbard: da Sanders a Trump, con l’agilità di una ballerina di liscio
Chi l’avrebbe mai detto che Tulsi Gabbard, paladina della sinistra estrema di Bernie Sanders, avrebbe fatto un salto acrobatico verso l’estrema destra di Donald Trump? Con la grazia di una ballerina di liscio, Gabbard ha abbandonato i Democratici nel 2022 per abbracciare posizioni ultraconservatrici: anti-aborto, anti-transgender e pro-muri di confine. Non contenta, ha consolidato il suo status di “trumpiana di ferro” lodando dittatori come Vladimir Putin e Bashar al-Assad. Ora, il tycoon la premia facendola sua consigliera speciale per la politica estera: un incarico perfetto per chi, come lei, ha sempre visto la diplomazia più come un optional che una priorità.
Marco Rubio: da “Little Marco” a Segretario di Stato, con inchino finale
Marco Rubio, una volta deriso da Trump come “Little Marco” durante le primarie del 2016, ha fatto la sua scalata verso la redenzione politica. Ora è il nuovo Segretario di Stato, un incarico di peso per uno che ha trascorso anni facendo il tifo per ogni guerra possibile, dalla Cina all’Iran, passando per l’Ucraina. Ex “neocon” a pieno titolo, Rubio ha imparato a mettere da parte i sogni da crociata globale per sposare il verbo trumpiano: meno Nato, più compromessi, e un bel “negoziato” per chiudere il capitolo Ucraina. Il primo ispanico a ricoprire questo incarico, Rubio è il perfetto esempio di come la politica estera americana possa oscillare tra il falco e l’opportunista, purché si rimanga nel solco di “America First”.
Susie Wiles: la “fanciulla di ghiaccio” al timone della Casa Bianca
Susie Wiles, prima donna a diventare capo dello staff della Casa Bianca, è l’arma segreta di Trump: discreta, silenziosa e letale. Dopo aver coordinato le campagne elettorali del tycoon dal 2016 con la freddezza di un cecchino, Wiles si è guadagnata il soprannome di “fanciulla di ghiaccio” direttamente dal suo capo, che l’ha celebrata durante il discorso della vittoria. Poco nota al grande pubblico, Wiles ha lavorato nell’ombra, evitando i riflettori e costruendo strategie che, piaccia o no, hanno funzionato. Ora sarà lei a gestire il caos organizzativo di una presidenza che promette di essere tutto fuorché tranquilla: un ruolo perfetto per chi ha fatto della compostezza glaciale la sua arma migliore.
Pete Hegseth: da Fox News al comando del Pentagono
Tra i nominati da Donald Trump, Pete Hegseth, giornalista e conduttore per Fox News, spicca come una scelta tanto controversa quanto prevedibile. Prima di essere scelto come capo del Pentagono, Hegseth ha lavorato per otto anni nel network conservatore, diventando uno dei volti più riconoscibili e una voce fervente a sostegno delle politiche “America First” di Trump. La sua transizione da opinionista televisivo a leader delle forze armate ha suscitato non poche polemiche, soprattutto per alcune dichiarazioni controverse, tra cui la sua opposizione alla presenza di donne in ruoli di combattimento. Durante la sua carriera militare, ha servito come ufficiale di fanteria nella Guardia Nazionale dell’Esercito, con missioni in Iraq, Afghanistan e Guantanamo Bay. Il suo passato non è privo di scandali: nel 2019, ha persuaso Trump a graziare due soldati americani condannati per crimini di guerra in Iraq, suscitando indignazione tra esperti militari e associazioni per i diritti umani.
Scott Bessent e Bill Hagerty: i custodi del Tesoro e della politica estera trumpiana
Per il Dipartimento del Tesoro, il nome più accreditato è quello di Scott Bessent, hedge fund manager e uno dei principali fundraiser di Trump. Ex consigliere economico, Bessent è noto per il suo sostegno ai dazi e alla politica economica protezionistica che ha caratterizzato il primo mandato del tycoon. La sua nomina rappresenterebbe un ritorno al “Trumpismo” economico puro: meno globalizzazione, più America First, e nessun timore di irritare i partner commerciali.
Nel frattempo, per incarichi chiave legati alla politica estera, emerge il nome di Bill Hagerty, senatore repubblicano del Tennessee ed ex ambasciatore in Giappone. Hagerty si è distinto per le sue posizioni dure contro la Cina e per il suo appello a tagliare immediatamente tutti gli aiuti a Kiev. Con la sua esperienza diplomatica e la sua fedeltà a Trump, Hagerty rappresenta la continuità perfetta per un’amministrazione che punta a ridefinire gli equilibri geopolitici mondiali a favore degli Stati Uniti.
La squadra di Trump per il secondo mandato promette di essere tanto audace quanto divisiva. Le nomine riflettono una chiara volontà di ribaltare l’ordine politico ed economico degli ultimi anni, ma sollevano interrogativi sulla direzione che gli Stati Uniti prenderanno nei prossimi quattro anni. Se l’obiettivo è quello di mantenere alta l’attenzione e accendere il dibattito, Trump ci sta riuscendo perfettamente. Per dirla con una famosa canzone di Checco Zalone: “Siamo una squadra fortissimi, fatta di gente fantastici”, in un perfetto mix di provocazione, ideologia estrema e politiche populiste. E mentre il mondo osserva attonito, Trump se la ride. Perché questa è la sua America: un reality show dove i buoni perdono sempre, e i cattivi hanno il microfono più grande.
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Sic transit gloria mundi
Addio a Filippo Ascione, sceneggiatore di Fellini: un uomo gentile, una carbonara davanti e la voglia di sedersi a parlare di sogni
Filippo Ascione se n’è andato, e con lui un modo raro di stare nel cinema: senza rumore, con rispetto e una gentilezza quasi disarmante. Lo ricordo in un’osteria romana, a un tavolo semplice, mentre parlava con me di sceneggiatura, libri e sogni.
Oggi è un giorno freddo, sotto zero. Ma nel pomeriggio è diventato ancora più gelido quando è arrivata la notizia terribile della morte di Filippo Ascione. Era un grande sceneggiatore, un uomo di cinema, un artigiano del grande schermo. Con lui se n’è andato un modo raro di stare nel cinema: senza rumore, con rispetto e una gentilezza quasi disarmante. Lo ricordo in un’osteria romana, a un tavolo semplice, mentre parlava con me di sceneggiatura, libri e sogni.
Lui, che aveva lavorato con Fellini, aveva accettato di lavorare alla sceneggiatura della serie tratta dai miei thriller sulle indagini di Leonardo. E questa cosa, ancora adesso, toglie il fiato. Perchè lui per il cinema era un uomo importante. Ci eravamo lasciati con un abbraccio, una dedica su un libro e un arrivederci, con la promessa di risentirci presto. A ottobre avrebbe dovuto venire alla mia presentazione romana di Vlad, ma era stato poco bene. A posteriori erano state le prima avvisaglie della fine.
Oggi, quando ho saputo della morte di Filippo ho provato una tristezza che non assomiglia alle altre. Non è il dispiacere “di prammatica” che accompagna la scomparsa dei nomi importanti, non è la frase fatta del cordoglio. È qualcosa di più intimo, perché lui, per me, non è mai stato soltanto un curriculum impressionante o una firma nei titoli di coda. Filippo è stato un incontro. E soprattutto un sorriso.
Lo avevo conosciuto a Roma, per una cosa che mi faceva battere il cuore già solo a pronunciarla. Quello serie tv era un progetto che per me significava mettere le mani dentro un sogno. E farlo con qualcuno che il cinema lo aveva attraversato davvero, da dentro, con una storia alle spalle che imponeva rispetto ancora prima di dire una parola.
E invece Filippo le parole le diceva piano. E le diceva bene. Aveva lavorato con Fellini, con Verdone. Era stato l’anima di Cecchi Gori. Aveva vinto premi leggendari come il David di Donatello e il Nastro d’Argento. Eppure non portava quell’esperienza come uno stendardo, non la usava per alzare muri o per far pesare la distanza. La cosa che mi colpì subito fu proprio questa: la sua umiltà non era una posa, era un gesto naturale, quasi automatico. Come se per lui la grandezza fosse, semplicemente, sedersi e ascoltare.
Ci eravamo trovati a un tavolo d’osteria, senza scenografia e senza camerieri col farfallino. Davanti a un piatto di carbonara. Io, lui, il suo socio Francesco e il regista Ruben Soriquez. E io ancora oggi, ripensandoci, mi emoziono per la semplicità di quella scena: uno che aveva condiviso set e visioni con Fellini, lì, a parlare con me di sceneggiatura, dei miei libri, di cinema e di sogni. Non come se mi stesse facendo un favore. Non con quell’aria di superiorità che a volte il mestiere si porta dietro. Ma come se fosse la cosa più normale del mondo.
E non lo era, almeno per me. Perché la verità è che solo pensare che uno della sua statura avesse deciso di unirsi al mio progetto mi aveva lasciato orgoglioso e senza fiato. Non era vanità: era quel tipo di orgoglio pulito che ti prende quando capisci che qualcuno ti sta riconoscendo. Quando un professionista con un percorso enorme, invece di chiudersi nel proprio passato, sceglie di entrare nel tuo presente.
Filippo aveva un modo gentile di fare domande. Ti guardava dritto negli occhi mentre parlavi. E quando interveniva lo faceva con precisione, senza tagliare, senza sminuire, senza mai trasformare la conversazione in un “io”. Eppure avrebbe avuto mille ragioni per farlo. La sua esperienza si sentiva, sì, ma come si sente una mano ferma: non per comandare, per orientare.
Oggi mi accorgo che ciò che resta davvero non sono le frasi altisonanti o i titoli da elencare. Quello che resta è l’immagine di quell’osteria, di quella carbonara che si raffredda tra una chiacchiera e l’altra. Ecco perché la sua scomparsa fa male in un modo particolare. Perché nel cinema italiano se ne vanno, ogni tanto, persone che non erano solo autori o produttori: erano un certo tipo di eleganza morale. Un certo modo di trattare gli altri, di trattare il lavoro, di trattare i sogni altrui senza calpestarli.
Filippo Ascione, nella sua vita, è stato molto più di quell’incontro che io porto nel cuore. È stato sceneggiatore e produttore, collaboratore di Federico Fellini, assistente alla regia negli anni Ottanta, autore di film che hanno segnato il cinema italiano e vinto premi importanti come il David di Donatello e il Nastro d’Argento. Ha lavorato con registi e attori che hanno fatto la storia, ha attraversato stagioni diverse senza mai perdere misura.
Forse non è un caso che il suo ultimo saluto al cinema sia affidato a Baracoa, un gran bel film, un piccolo grande capolavoro con Giancarlo Giannini girato la scorsa estate a Cuba: un film intimo, umano, fuori dalle mode, come lui. Guardandolo oggi, viene da pensare che Filippo abbia scelto di andarsene così: senza clamore, ma lasciando una traccia limpida. Un addio al cinema e alla vita, fatto con la stessa gentilezza con cui si era seduto, un giorno, davanti a un piatto di carbonara, a parlare con me di Leonardo, di storie e di sogni.
Sic transit gloria mundi
Un anno di sfide, lavoro e orgoglio condiviso: grazie ai nostri lettori e a tutta la famiglia LaC per un 2026 pieno di luce, coraggio e nuove storie da raccontare insieme
Il 2025 è stato un anno di passione, successi editoriali e crescita. Il nostro grazie va ai lettori, alla redazione e alla grande famiglia del gruppo LaC: al direttore del network Franco Laratta, al presidente Domenico Maduli e al direttore editoriale Maria Grazia Falduto. Con orgoglio guardiamo al 2026, pronti a fare ancora di più.
Il 2025 è stato un anno intenso, ricco, a tratti complesso, ma soprattutto straordinario. Un anno di lavoro vero, di giornalismo fatto con rispetto, responsabilità e passione. Un anno in cui LaCityMag ha continuato a crescere insieme ai suoi lettori, diventando non solo una testata ma una casa, un luogo di racconto, confronto, idee e comunità. Oggi il nostro primo pensiero è per chi ogni giorno sceglie di leggerci, di fidarsi di noi, di camminare con noi. Senza di voi, nulla avrebbe senso.
La forza di un gruppo, l’orgoglio di farne parte
Questo è stato anche l’anno dei grandi successi della famiglia LaC. Il network ha dimostrato, ancora una volta, cosa significa fare informazione con serietà e visione. LaCnews24, LaCapitalenews e tutte le testate del gruppo hanno confermato la loro autorevolezza, la capacità di parlare al Paese, di raccontarlo con un linguaggio vero e mai banale. È un orgoglio appartenere a questa squadra, condividere una missione comune, sentire ogni risultato come una vittoria collettiva.
Grazie a chi guida, sostiene e crede nel futuro
In questo messaggio non può mancare il nostro augurio, forte e sincero, a chi rende possibile questo percorso. Al direttore del network Franco Laratta, riferimento costante e guida attenta. Al presidente Domenico Maduli, che continua a credere, investire, immaginare e costruire futuro. Al direttore editoriale Maria Grazia Falduto, che ogni giorno imprime professionalità, sensibilità e visione al lavoro di tutti noi. A loro va non solo il nostro augurio, ma il nostro grazie per la fiducia e la strada condivisa.
Una redazione che batte come un cuore solo
Un ringraziamento speciale è per la redazione di LaCityMag e per tutte le persone che lavorano dietro ogni pagina, ogni notizia, ogni approfondimento. Giornalisti, collaboratori, tecnici, grafici, staff: ognuno ha messo passione, competenza e cuore. Siete la spina dorsale di questo giornale, la voce che arriva nelle case dei lettori, lo sguardo che osserva il mondo con attenzione, rispetto e umanità.
Il nuovo anno che arriva: più storie, più coraggio, più futuro
Il 2026 è già davanti a noi. Lo guardiamo con desiderio, con forza, con un pizzico di emozione e tanta responsabilità. Speriamo di bissare i successi di quest’anno, di crescere ancora, di raccontare nuove storie, di essere sempre un punto di riferimento per chi crede in un’informazione seria, libera e viva. Continueremo a farlo con lo stesso spirito: testa alta, mani al lavoro, cuore aperto.
A voi lettori, a chi ci è stato vicino, a chi ci sostiene e a chi ci scoprirà domani, il nostro augurio più sincero è semplice e profondo: che il 2026 sia un anno di luce, di serenità, di sogni possibili e di nuove pagine bellissime da scrivere insieme.
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Perché Mediaset tace sul caso Signorini? Il silenzio imbarazzante che pesa più delle accuse di Corona
In altri Paesi, di fronte a presunte molestie, le aziende intervengono subito. Qui no. Nessuna nota ufficiale, nessuna sospensione cautelare, nessun chiarimento. Solo silenzio. Un silenzio che diventa posizione, protezione, scelta. E che apre una domanda: perché?
Il punto non è stabilire se Fabrizio Corona dica la verità o no. Quello riguarda le procure, gli avvocati, i tribunali. Il punto è che intorno ad Alfonso Signorini si è sollevata una tempesta mediatica gigantesca, con accuse pubbliche, testimonianze, interrogatori, parole pesantissime. Sui social non si parla d’altro, i giornali ne scrivono ogni giorno, l’immagine di Mediaset è trascinata dentro un vortice potenzialmente devastante. E l’azienda cosa fa? Niente. Non una riga. Non una parola. Non una postura pubblica.
In qualunque altra azienda del mondo sarebbe impensabile
Negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia, basta un sospetto del genere e partono immediatamente provvedimenti cautelativi: sospensioni temporanee, comunicati ufficiali, prese di distanza nette, annunci di indagini interne. È una regola non scritta ma rigorosa: prima si tutela il marchio, poi – eventualmente – si difende la persona.
Qui no. Qui tutto tace. Qui si finge che non stia succedendo nulla. Qui si aspetta. Qui si ignora volutamente un dibattito gigantesco. Qui sembra quasi che si speri che passi la tempesta.
Forse Signorini non è un semplice volto tv
E allora sorge spontanea la domanda che tanti stanno facendo: perché questo silenzio?
Perché di fronte a un caso che esplode a livello nazionale, l’azienda sceglie la linea dell’assenza? Forse perché Alfonso Signorini non è solo un conduttore, ma il custode dei segreti della casa del Biscione da trent’anni? Forse perché se davvero decidesse di “aprire la cassaforte”, rischierebbero in molti e non solo lui?
È una domanda scomoda, certo. Ma ignorarla è impossibile.
Il silenzio è già una risposta
Mediaset può parlare quando vuole. Può chiarire, può prendere posizione, può difendere il suo uomo, può prendere le distanze, può annunciare verifiche. Ma non può più fingere che non stia accadendo niente. Perché quel silenzio è già una dichiarazione.
E sì, è un silenzio imbarazzante.
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