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Cronaca

Bullismo sul podio di Miss Italia: la storia di Mariama Diop, bergamasca di pelle scura

La storia di una 19enne che è riuscita a realizzare il suo sogno di arrivare sul podio di Miss Italia 2024, nonostante il bullismo subito per opera delle sue compagne.

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    I sogni son desideri… e a volte si trasformano in concreta realtà. Come quello di Mariama Diop, una ragazza che è riuscita a raggiungere il terzo posto nella classifica di Miss Italia 2024, un traguardo coronato di cui è felicissima, soprattutto se si pensa al passato che ha vissuto e alle sfide che ha dovuto affrontare, soprattutto a causa del bullismo. Mariama ha 19 anni ed è originaria di Caravaggio, vicino a Bergamo.

    Coraggio e determinazione

    Moltissime sue compagne (evidentemente invidiose, ndr) – racconta la ragazza – hanno cercato di svilirla e buttarla giù di morale a causa del colore della sua pelle, in modo da farla crollare. Molte, per assurdo, le dicevano che era stata selezionata solo perché era nera. Mariama vive questo genere di situazioni sin da quando era bambina, anche se il suo coraggio e la sua forza d’animo le hanno permesso di non arrendersi mai, continuando ad inseguire il suo sogno di celebrità.

    Fiera della sua italianità e del colore della sua pelle

    Questo terzo posto l’ha riempita di gioia, anche se il suo percorso durante Miss Italia non è stato sempre rose e fiori.Lei si dichiara fiera della sua carnagione e di essere italiana e bergamasca. Tuttavia, all’interno del programma non tutti sono stati accoglienti e giusti con lei.

    Una passione trasmessa dal padre sarto

    La sua passione per la moda nasce in tenera età mentre osservava rapita suo padre all’opera, un sarto di origini senegalesi, mentre disegnava e cuciva cartamodelli. Una passione che si è in seguito trasformata in un oggetto si studio alle superiori, quando ha scelto l’indirizzo di moda. Per il momento, nonostante il traguardo raggiunto a Miss Italia 2024 e le richieste di lavoro che la cosa ha immediatamente generato, Mariama ha deciso – almeno per il momento – di non sfilare in passerella e di concentrarsi sullo studio conseguendo il diploma.

    Gli esordi in passerella

    Mariama inizia a sfilare all’età di 17 anni, come racconta al Corriere di Bergamo. L’esordio vero e proprio presso l’Atelier Emé di Bergamo, dove la ragazza ha seguito uno stage formativo. L’evento organizzato dall’atelier è stata per lei la prima sfilata in assoluto. Tuttavia, Mariama entra in modo definitivo nel mondo della moda e dello spettacolo quando aderisce su Instagram ad una pubblicità della pagina di Miss Italia 2024, in cui viene annunciata l’aperture delle candidature per il concorso di Miss Italia.

    C’è chi ha creduto in lei

    Mariama si convince e si iscrive, anche sei mai avrebbe immaginato di essere scelta e di arrivare addirittura sul podio. Il primo casting il 23 marzo a Milano dove incontra l’esperta del settore Laura Panigatti che la nota, inravedendo in lei spiccate potenzialità. Mariama passa il turno e inizia la vera e propria sfida nel mondo delle miss.

    Naomi è il suo modello di ispirazione

    Iniziano le prime sfilate e le selezioni proseguono. A Mantova e a Zanica la ragazza riceve grandi complimenti, ricevendo la fascia di Miss Framesi Lombardia e ottenendo soprattutto un posto per le prefinali nazionali nelle Marche. Alle prefinali il numero delle ragazze si riduce da 220 a 40: le cose si mettono davvero bene… Mariama, che vede in Naomi Campbell il suo modello ispiratore, arriva alla finale e il 22 settembre a Porto San Giorgio tiene un discorso sul colore della sua pelle. Nella serata finale arriva terza, indossando anche la fascia di Miss Eleganza.

    Le sue parole social dopo il verdetto

    Il famoso sogno diventato realtà che la spinge a scrivere sui social: “Il mio percorso a @missitalia finisce qui con il 3° posto e non potrei essere più soddisfatta e contenta per questa meravigliosa esperienza. È stata un’avventura bellissima piena di emozioni, divertimento e crescita personale, che porterò sempre con me. Vorrei ringraziare soprattutto lo staff di Miss Italia che con professionalità ha reso questa avventura indimenticabile. Grazie per aver creduto in me dall’inizio fino alle fine. Grazie a tutte le ragazze che senza di loro non so come sarei riuscita a superare tutto ciò. Mi avete insegnato tanto con la vostra forza e le vostre fantastiche storie, abbiamo creato un legame forte, non vedo l’ora di potervi rivedere. Mi avete insegnato tanto. Vorrei ringraziare la mia famiglia che senza il loro appoggio e il loro aiuto tutto questo non sarebbe accaduto”.

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      Storie vere

      Dal “no maranza” ai divieti più bizzarri: quando i ristoranti scelgono chi far entrare

      Tra sicurezza, immagine e polemiche legali, i ristoranti diventano sempre più selettivi. E il confine tra libertà d’impresa e discriminazione resta sottile.

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      Dal “no maranza” ai divieti più bizzarri: quando i ristoranti scelgono chi far entrare

        Ha deciso di tracciare una linea netta, senza mediazioni né mezzi termini. Lo chef palermitano Natale Giunta ha annunciato sui social il divieto assoluto di ingresso ai cosiddetti “maranza” nei suoi locali CitySea, a Palermo. Il video, diventato virale, usa toni duri e un linguaggio diretto: niente tute lucide, occhiali griffati falsi, collane vistose e atteggiamenti intimidatori. «Qui non sei gradito», è il messaggio, accompagnato da un appello ai colleghi perché aderiscano all’iniziativa.

        Intervistato dal Corriere della Sera, Giunta ha spiegato di non voler colpire un’estetica, ma un comportamento ricorrente: gruppi numerosi che entrano nei locali con atteggiamenti aggressivi, spesso sfociati in risse. Un problema che, sottolinea, mette a rischio non solo i clienti e i lavoratori, ma anche la sopravvivenza stessa dell’attività. Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza vieta in generale di rifiutare l’accesso al pubblico, ma attribuisce agli esercenti una responsabilità diretta se episodi violenti avvengono dentro o fuori dal locale, con il rischio concreto di sospensioni e chiusure.

        Il caso di Palermo ha riacceso un dibattito che va ben oltre la Sicilia. In Italia e all’estero esistono da tempo ristoranti e locali che applicano divieti considerati “assurdi”, ma perfettamente reali. A Firenze e Venezia, ad esempio, diversi ristoranti hanno imposto il divieto di entrare in infradito o abbigliamento da spiaggia, per tutelare il decoro in aree ad alta pressione turistica. A Milano e Roma non sono rari i locali che vietano l’ingresso ai bambini sotto una certa età, una scelta dichiarata apertamente e motivata con la volontà di offrire un’esperienza “adults only”.

        All’estero il fenomeno è ancora più evidente. A New York e Londra alcuni ristoranti hanno bandito l’uso dei telefoni cellulari a tavola, chiedendo ai clienti di consegnarli all’ingresso per favorire la conversazione. In Francia e in Spagna esistono locali che rifiutano influencer e creator, per evitare richieste di pasti gratuiti in cambio di visibilità. In Giappone, infine, non mancano ristoranti che accettano solo clienti abituali o che parlano la lingua, per garantire il rispetto delle regole della casa.

        Dietro queste scelte, spesso controverse, c’è una trasformazione del ruolo del ristoratore, sempre più stretto tra accoglienza e controllo. Giunta respinge le accuse di discriminazione e parla di tutela collettiva, rivendicando una “sete di giustizia” nata da anni di tensioni e violenze. Il suo gesto divide, ma solleva una domanda centrale: fino a che punto un locale può — o deve — selezionare chi varca la soglia?

        In un’epoca di cronache segnate da risse e aggressioni, il “ristorante non maranza” diventa così il simbolo di un disagio più ampio. Non solo una provocazione social, ma lo specchio di una società che fatica a trovare un equilibrio tra libertà individuale, sicurezza e rispetto degli spazi condivisi.

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          Mondo

          Mary Trump, psicologa e autrice dei più duri attacchi pubblici allo zio Donald, ha celebrato il matrimonio con Ronda

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            Per anni è stata la voce fuori dal coro, l’eretica della dinastia più discussa d’America. Ora Mary Trump torna a far parlare di sé, ma per una notizia che riguarda la sua vita privata: si è sposata con Ronda, la donna che definisce da tempo “la mia migliore amica”.

            La nipote ribelle della famiglia Trump

            Psicologa, scrittrice, lesbica dichiarata, Mary Trump è diventata una figura pubblica globale per le sue prese di posizione senza sconti contro lo zio Donald Trump, che ha definito più volte un “imbroglione sociopatico”, “profondamente ignorante” e “crudele”. Le sue parole, affidate a libri, interviste e saggi, hanno scardinato dall’interno il mito della famiglia Trump, trasformandola nella parente più temuta e più isolata del clan.

            Un amore nato dall’amicizia

            Il matrimonio con Ronda rappresenta per Mary una nuova fase di vita. Le due si conoscono da anni e il loro legame è cresciuto nel tempo, passando dall’amicizia profonda a una relazione sentimentale solida. Per Mary non si tratta del primo matrimonio: in passato era già stata sposata e ha una figlia, Avary Linden Trump, oggi adulta. Questa nuova unione segna però un equilibrio diverso, più consapevole, lontano dalle dinamiche familiari che l’hanno accompagnata per decenni.

            Una scelta personale che è anche un messaggio

            Senza proclami, senza esibizioni social e lontana dalle luci del gossip, la decisione di sposarsi con una donna assume comunque un valore simbolico. Mary Trump ha sempre intrecciato il privato con il pubblico, l’identità personale con l’analisi politica e psicologica del potere. In un’America ancora profondamente divisa sui diritti civili, la sua storia continua a rappresentare un’alternativa netta all’universo valoriale incarnato dallo zio.

            Una vita costruita per sottrazione: meno clamore, meno retorica, più verità. Anche questa volta.

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              Cronaca Nera

              Venere in pelliccia in tribunale: Madalina Ghenea affronta l’udienza contro la stalker

              Madalina Ghenea compare in tribunale elegante e composta per l’udienza contro la presunta stalker. Chiesto un risarcimento da 5 milioni di euro, mentre la difesa chiede l’assoluzione sostenendo che l’account incriminato non appartenga all’imputata.

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                C’è chi sceglie il silenzio, chi l’invisibilità. Madalina Ghenea ha scelto la presenza. E lo ha fatto a modo suo. L’attrice e modella romena si è presentata in tribunale per l’udienza del processo contro la donna accusata di averla perseguitata, indossando un look sofisticato, quasi cinematografico, che non è passato inosservato. Accanto a lei, la madre, presenza discreta ma centrale in una vicenda che ha segnato profondamente entrambe.

                L’ingresso in aula e la richiesta di risarcimento

                Ghenea è comparsa in aula con un outfit scuro, pelliccia e portamento da diva d’altri tempi, una scelta che ha subito acceso il dibattito mediatico. Ma dietro l’immagine c’è un procedimento giudiziario serio e complesso. Il legale dell’attrice ha chiesto un risarcimento di 5 milioni di euro per i danni morali e psicologici subiti, mentre per la madre la richiesta ammonta a 200mila euro, a testimonianza del coinvolgimento diretto e delle conseguenze familiari della vicenda.

                Le accuse: messaggi continui e pressione psicologica

                Secondo l’accusa, l’attrice sarebbe stata bersaglio di una lunga serie di messaggi ossessivi, invasivi e reiterati, tali da configurare una condotta persecutoria. Una pressione costante che avrebbe inciso sulla serenità personale e professionale di Ghenea, costringendola a cambiare abitudini e a vivere in uno stato di allerta permanente. Un copione purtroppo noto a molte donne esposte pubblicamente.

                La difesa: “L’account non era della mia cliente”

                Di tutt’altro segno la linea della difesa della presunta stalker. L’avvocato ha chiesto l’assoluzione sostenendo che l’account da cui sarebbero partiti i messaggi non appartiene alla sua assistita. Una tesi che sposta il baricentro del processo sulla prova tecnica e sulla riconducibilità certa delle comunicazioni contestate, nodo centrale dell’intero procedimento.

                Il processo entra ora nella sua fase più delicata, mentre l’immagine di Madalina Ghenea in tribunale – elegante, composta, accompagnata dalla madre – resta come simbolo di una battaglia che va oltre l’estetica e riguarda il diritto di non essere perseguitate, neppure quando si è una diva.

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