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Cronaca

Ci lascia Roberto Cavalli, mito della moda

Ciao, Roby. Noi di LaCitymag ti salutiamo e ringraziamo per il tuo straordinario contributo alla moda italiana e mondiale, che continuerà a ispirare e influenzare le generazioni future.

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    Roberto Cavalli

    Roberto Cavalli, l’iconico stilista rinomato a livello globale, è morto ieri all’età di 83 anni. Nonostante da tempo si trovasse a fare i conti con una brutta malattia, la sua passione per la vita è rimasta sempre viva e vibrante. Nel marzo 2023, con grande entusiasmo, aveva annunciato il lieto evento della nascita del suo sesto figlio, Giorgio, e l’acquisizione della rinomata discoteca Pineta di Milano Marittima.

    La sua fervida vitalità che non solo caratterizzava la sua personalità, ma permeava anche il suo straordinario successo nel mondo della moda. Le sue audaci collezioni hanno conquistato il cuore degli appassionati alla fine degli anni Novanta, con tessuti pregiati, stampe animalier e abiti che ridefinivano i canoni della moda. Per Cavalli, l’eccesso rappresentava la chiave del successo, e il suo obiettivo era di trasmettere alle donne un senso di sensualità attraverso i suoi capolavori.

    Nonostante le critiche dell’epoca, l’estetica di Cavalli gode ancora oggi di una popolarità senza precedenti. La sua vita, caratterizzata da tragici eventi e straordinari successi professionali, è stata sempre all’insegna dell’eccellenza e dell’audacia.

    Per Cavalli, l’eccesso è sempre stato un marchio di fabbrica. Amava ripetere che “l’eccesso talvolta è sinonimo di successo, a patto di fare qualcosa di diverso, speciale, sexy”. Il suo obiettivo era chiaro: aiutare tutte le donne a sentirsi delle dive. Anche se in passato non tutti hanno apprezzato e compreso il suo stile così eccentrico, ma oggi l’estetica di Cavalli è più in voga che mai, con il mercato vintage che impazzisce per i suoi capi originali.

    I suoi spettacolari show, con le modelle più affascinanti e le scenografie più mozzafiato, sono stati tra i più ambiti delle sfilate milanesi. Nel 2002, apre il Just Cavalli Café a Milano, diventando rapidamente un punto d’incontro per calciatori, star e aspiranti tali. E Cavalli è sempre al centro dell’attenzione, divertito e sornione. Quando gli si chiede perché sia così affascinato dalle stampe animalier, risponde con semplicità: “Mi piace la natura: mi sono reso conto che tutti gli animali hanno un bellissimo ‘vestito’. Ho capito che Dio è uno straordinario stilista: e quindi, copio da lui”.

    Nel 2007, la sua collaborazione con H&M fa registrare un successo strepitoso, mentre nel 2012 pubblica la sua autobiografia, presentandola a Milano in compagnia di Eva – con cui rimane molto legato nonostante la separazione – e di Matteo Renzi, suo grande amico.

    La vita di Roberto Cavalli è sempre stata caratterizzata da eventi straordinari e spesso tragici, molte volte al di là del suo controllo. Il noto stilista nasce il 15 novembre 1940 a Firenze, ma la sua infanzia è segnata dalla dolorosa perdita del padre Giorgio, ucciso nel 1944 durante il massacro di Cavriglia ad opera delle truppe tedesche.

    Crescendo, Cavalli mostra un talento innato per l’arte, probabilmente influenzato dallo zio materno Giuseppe Rossi, celebre pittore il cui lavoro è esposto agli Uffizi. Frequenta l’istituto statale d’arte di Firenze, dove si appassiona alla tintura su stoffa, specializzandosi in questa tecnica.

    Fin da giovane dimostra un eccezionale entusiasmo e talento: ancora studente, le sue stampe floreali su un pullover attirano l’attenzione di vari produttori di calze e collant. Tuttavia, Cavalli desidera creare la propria strada nel mondo della moda e rivoluzionare il settore. Nei primi anni Settanta, all’età di appena trent’anni, brevetta un innovativo metodo di stampa su pelle, diventando così un pioniere nel campo. Questo lo porta a collaborare con importanti nomi come Pierre Cardin ed Hermès.

    Da lì in poi, la sua carriera è un’esplosione di tessuti audaci, colorati e ricamati, perfetti per l’era dell’hippie chic. Cavalli sfilata a Palazzo Pitti, apre la sua prima boutique a Saint Tropez nel 1972 e si sposa con il suo primo amore, Silvanella Giannoni, nel 1964, da cui ha i suoi primi due figli, Tommaso e Cristiana.

    Il vero punto di svolta nella sua vita professionale e personale avviene nel 1977, quando, dopo il divorzio da Silvanella, incontra Eva Duringer, sua futura seconda moglie. Si conoscono al concorso di Miss Universo, dove Cavalli è giudice e Eva rappresenta l’Austria. Nonostante un legame proibito dal regolamento del concorso, i due si innamorano e si sposano nel 1980, avendo insieme tre figli: Robert, Rachele e Daniele.

    Oltre alla sua vita privata, Eva si rivela essere una formidabile compagna creativa. Grazie a lei, Cavalli decide di ritornare alla moda e abbandona l’allevamento di cavalli. La sua seconda carriera professionale inizia nel 1994, quando lancia la sua linea di jeans invecchiati e trattati con la tecnica della sabbiatura, che, sebbene apprezzata all’epoca, sarà successivamente giudicata dannosa per la salute dei lavoratori.

    I suoi capolavori hanno conquistato il cuore di molte celebrità e influenzato il corso della moda mondiale. L’incisiva trasformazione della sua immagine guidata da Franca Sozzani, leggendaria direttrice di Vogue Italia, insieme alla stylist Anna Dello Russo, ha dato nuova vita al suo marchio. Le sue campagne pubblicitarie, straordinariamente fotografate da Steve Hiett con la giovane Maria Carla Boscono, hanno dominato le città, mentre le star del calibro di Beyoncé, Cindy Crawford, Jennifer Lopez e molti altri non potevano fare a meno dei suoi capi.

    Nonostante il successo, il mondo mutevole della moda ha portato sfide al marchio, con gusti che seguono ciclicamente nuove tendenze. Nel 2014, la famiglia Cavalli ha ceduto la maggioranza del brand al fondo Clessidra, ma purtroppo, nel 2019, il gruppo ha presentato istanza di fallimento. Tuttavia, la Vision Investment Co. di Dubai ha preso le redini, offrendo una nuova speranza per il futuro del marchio.

    Roberto Cavalli, con la sua innata capacità di esprimere sempre la sua opinione, ha continuato a lasciare il segno, anche se a volte controverso, nel mondo della moda. Nonostante le polemiche sui social media e le divergenze con gli influencer, la sua visione della moda come fonte di divertimento rimane indelebile.

    Oggi, la collezione porta la firma di Fausto Puglisi, che con la sua passione per i colori, le forme e la sensualità, ha riportato il marchio ai vertici del settore, proprio come Cavalli avrebbe desiderato.

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      Cronaca Nera

      Garlasco, il mistero dei test negativi sul Dna di Chiara Poggi: «I consulenti di Stasi entravano nei laboratori del Ris»

      Un ufficiale del Ris racconta ai magistrati la presenza dei consulenti della difesa Stasi durante le analisi. Il nodo riguarda i test negativi sui pedali della bicicletta, mai entrati negli atti processuali, e chi potesse conoscerli.

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        Chi conosceva davvero i risultati delle analisi effettuate nel settembre 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi? È questo il nuovo interrogativo che emerge dall’inchiesta sul delitto di Chiara Poggi, dopo le dichiarazioni rese ai magistrati di Pavia dal tenente colonnello Alessandro Coli, in passato in servizio al Ris di Parma. Al centro del suo racconto c’è la presenza, frequente e assidua, di un consulente riconducibile alla difesa di Stasi nei giorni in cui i laboratori esaminavano i reperti.

        «Era sempre presente praticamente quotidianamente questo dottore che era per conto del professor Giarda, penso», ha riferito Coli durante l’audizione del 17 settembre 2026. L’ufficiale ha descritto un’attività protratta per diversi giorni, con confronti sui risultati e verifiche effettuate durante il lavoro dei tecnici.

        Il dettaglio assume particolare importanza alla luce della questione emersa recentemente: alcune analisi successive a quelle positive sul materiale prelevato dai pedali avevano fornito risultati negativi, ma questi esiti non comparivano nella documentazione processuale. La presenza dei consulenti non dimostra che ne fossero informati, ma apre una domanda precisa su quali dati fossero stati condivisi.

        «Entravano e ricontrollavano i risultati»: cosa ha raccontato Coli

        Durante l’audizione, il procuratore aggiunto Stefano Civardi ha chiesto all’ufficiale se i consulenti avessero accesso ai laboratori oppure soltanto ai locali destinati alle ispezioni. Coli ha risposto: «Secondo me entravano, facevano l’attività insieme e ricontrollavano i risultati».

        Il testimone ha però precisato di non ricordare personalmente chi fosse presente nei singoli locali di estrazione e quantificazione. Si tratta di una distinzione fondamentale: Coli ha riferito la propria impressione sulle modalità operative, non ha attestato di aver visto i consulenti esaminare gli specifici risultati negativi oggi al centro delle verifiche.

        L’ufficiale ha ricordato anche un giovane consulente, indicandone il possibile cognome in Fabbri, ma con incertezza. La sua testimonianza permette dunque di ricostruire il contesto nel quale si svolgevano gli accertamenti, senza stabilire ancora chi abbia effettivamente conosciuto ciascun esito.

        I pedali della bicicletta e quei risultati discordanti

        Il punto scientifico risale al 19 e 20 settembre 2007. Secondo la ricostruzione emersa, le prime analisi sul materiale genetico prelevato dai pedali avevano restituito un risultato parziale e successivamente un risultato positivo riferito al Dna di Chiara Poggi. Ulteriori verifiche effettuate da Alberto Marino il giorno seguente avevano invece dato esito negativo.

        Coli ha ricordato che già all’epoca gli sembrava anomalo non riuscire più a ottenere un profilo genetico dopo un primo risultato utile. Ha spiegato che, nella sua esperienza, ripetendo il campionamento su una superficie poteva capitare di recuperare ancora materiale genetico, sebbene in quantità minore.

        Questa osservazione non basta, da sola, a stabilire che il primo risultato fosse sbagliato. Un esito negativo successivo non annulla automaticamente un esito positivo precedente: contano la quantità del materiale disponibile, le modalità dei prelievi, la qualità dei profili e le procedure adottate. Proprio per questo diventa importante recuperare e valutare l’intera sequenza delle analisi.

        La difesa di Stasi sapeva? Il punto ancora senza risposta

        Le dichiarazioni di Coli aprono due questioni distinte. La prima riguarda la documentazione: perché gli ulteriori risultati negativi non entrarono negli atti utilizzati durante il procedimento? La seconda riguarda la circolazione delle informazioni: quali consulenti ne erano eventualmente a conoscenza?

        La presenza abituale di un professionista nei laboratori non consente di concludere che avesse visto anche quei test. Allo stesso modo, non prova che qualcuno abbia deliberatamente nascosto gli esiti. Per rispondere servono riscontri sulle date, sulle attività svolte e sulle comunicazioni tra i soggetti coinvolti.

        È proprio su questi passaggi che le nuove verifiche potrebbero incidere. Ricostruire chi aveva accesso ai risultati permetterebbe di chiarire se la mancata acquisizione dei test negativi fosse conosciuta dalle parti oppure se quelle informazioni siano rimaste circoscritte a chi eseguì gli accertamenti.

        Una revisione del processo? Prima bisogna capire il valore delle nuove informazioni

        Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva per l’omicidio di Chiara Poggi. La riemersione di analisi non presenti negli atti solleva interrogativi importanti, ma non comporta automaticamente la revisione della condanna.

        Per arrivare a una simile prospettiva occorrerebbe valutare se gli elementi recuperati siano davvero nuovi in senso processuale e se, considerati insieme alle prove già esaminate, possano incidere sull’accertamento della responsabilità. Non basta quindi dimostrare che esistessero risultati discordanti: bisogna stabilire che cosa significassero scientificamente e quale peso avrebbero potuto avere.

        Il prossimo passaggio decisivo riguarda proprio la ricostruzione delle analisi del 2007 e della loro trasmissione alle parti. La testimonianza di Coli non risolve il mistero, ma indica una strada concreta per affrontarlo: verificare chi fosse presente, quali risultati potesse consultare e perché alcuni dati non siano comparsi nella documentazione processuale.

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          Cronaca Nera

          Pietracatella, gli investigatori saprebbero già chi ha ucciso Antonella e Sara: spuntano tradimenti e una donna misteriosa

          Il nonno di Sara Di Vita parla di tradimenti e di una donna che avrebbe manipolato la vicenda. Intanto emerge un’indiscrezione clamorosa: gli investigatori potrebbero conoscere già l’identità dell’assassino. Le nuove testimonianze diventano decisive.

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            Il nome dell’assassino potrebbe essere già nella mente degli investigatori. Ma tra sapere chi ha ucciso e riuscire a dimostrarlo davanti a un giudice esiste una distanza che può decidere il destino di un’inchiesta. È questa la nuova prospettiva che si apre sul duplice avvelenamento di Pietracatella, dove Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita sono morte dopo aver ingerito ricina. A cambiare il quadro è un’indiscrezione emersa nelle ultime ore: gli inquirenti sarebbero ormai convinti di conoscere l’identità del responsabile, anche se la Procura di Larino non ha confermato ufficialmente questa ricostruzione.

            Se l’informazione trovasse conferma, significherebbe che l’indagine potrebbe essere entrata in una fase diversa. Non più soltanto la ricerca di chi abbia avuto accesso al veleno o di come sia stato somministrato, ma la costruzione di un quadro probatorio capace di sostenere un’eventuale accusa di duplice omicidio premeditato. Per il momento il procedimento resta contro ignoti e nessuna persona può essere indicata come responsabile della morte delle due vittime.

            A rendere ancora più delicata la situazione sono le dichiarazioni di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara, che ha parlato apertamente di tradimenti e di una donna che, secondo la sua convinzione, avrebbe manipolato quanto accaduto. Parole che non costituiscono una prova, ma che introducono un elemento importante nella ricostruzione dei rapporti personali attorno alla famiglia.

            Il nonno di Sara rompe il silenzio: «Una donna ha manipolato tutto»

            Salvatore Di Ielsi non ha mai nascosto i propri dubbi sull’ipotesi di una contaminazione accidentale. Adesso, però, le sue dichiarazioni vanno oltre e chiamano in causa possibili tensioni sentimentali, tradimenti e il comportamento di una donna che avrebbe avuto un ruolo nel condizionare la vicenda. Il familiare delle vittime non si limita dunque a chiedere giustizia, ma lascia intravedere una propria interpretazione dei rapporti che potrebbero aver preceduto la tragedia.

            Gli investigatori stanno da tempo ricostruendo la situazione matrimoniale di Antonella e Gianni Di Vita. Tra gli elementi emersi figura la volontà della donna di valutare una separazione, della quale avrebbe parlato con un’amica, chiedendole anche indicazioni per trovare un avvocato divorzista. Un particolare che potrebbe assumere rilievo nell’indagine, pur non dimostrando da solo alcun collegamento con il duplice avvelenamento.

            L’attenzione si è concentrata anche su una docente, amica di lunga data di Gianni Di Vita, ascoltata più volte come persona informata sui fatti. Gli investigatori hanno sentito anche suo marito e altre persone appartenenti alla stessa cerchia di conoscenze. Non risultano, sulla base delle informazioni disponibili, accuse di responsabilità nei confronti della donna, né una conferma giudiziaria dell’esistenza di una relazione extraconiugale.

            Le dichiarazioni del nonno potrebbero tuttavia spingere gli investigatori ad approfondire ulteriormente la rete di rapporti, confidenze e possibili contrasti che circondava Antonella nei mesi precedenti alla morte.

            Due nuove testimonianze: gli investigatori cercano le contraddizioni?

            Per l’8 ottobre erano previste altre due audizioni di persone vicine alla famiglia. Un passaggio che potrebbe assumere particolare importanza qualora fosse confermata l’indiscrezione secondo cui gli inquirenti avrebbero già individuato un possibile responsabile. Non è stato però comunicato ufficialmente quale sia stato l’esito degli incontri, né se abbiano prodotto nuovi elementi utili all’inchiesta.

            In una vicenda di avvelenamento, ricostruire i rapporti personali non basta. Occorre individuare la provenienza della sostanza tossica, stabilire chi abbia avuto la possibilità di procurarsela e verificare come possa essere arrivata agli alimenti o alle bevande consumati dalle vittime. È soprattutto su questi passaggi che un eventuale sospetto dovrebbe trovare riscontri concreti.

            Le testimonianze possono servire a chiarire orari, incontri, conversazioni e comportamenti precedenti alla tragedia. Possono anche mettere in evidenza contraddizioni tra versioni differenti, ma non è possibile affermare che questo sia già accaduto senza conoscere i risultati degli ultimi accertamenti.

            La differenza tra un’ipotesi investigativa e una contestazione formale dipenderà proprio dalla solidità degli elementi raccolti.

            La ricina, la cena del 23 dicembre e il mistero dell’avvelenamento

            Il punto fermo dell’inchiesta rimane la causa della morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Gli accertamenti tossicologici hanno individuato un’intossicazione acuta da ricina, una sostanza estremamente tossica che può provocare conseguenze gravissime anche in quantità ridotte.

            La cena del 23 dicembre occupa un posto centrale nella ricostruzione. Erano presenti Antonella, Sara e Gianni Di Vita, mentre i sintomi che avrebbero portato alla morte di madre e figlia si manifestarono successivamente. Gli investigatori devono chiarire attraverso quale alimento o altra modalità di esposizione il veleno sia entrato nell’organismo delle due vittime.

            Un ulteriore interrogativo riguarda Gianni Di Vita. Le analisi sui suoi campioni di sangue non hanno rilevato la ricina, ma gli esperti hanno precisato che il trascorrere del tempo può comprometterne l’individuazione. Il risultato negativo, quindi, non consente da solo di stabilire con certezza se l’uomo sia stato esposto o meno alla sostanza.

            È stata invece smentita dagli investigatori l’indiscrezione secondo cui sarebbe stato individuato un computer o un indirizzo IP di Pietracatella utilizzato per cercare informazioni sulla preparazione della ricina. Un elemento che impone di distinguere con attenzione le notizie confermate dalle ricostruzioni ancora prive di riscontro.

            L’assassino di Antonella e Sara potrebbe avere le ore contate? La prossima mossa della Procura

            L’eventuale convinzione degli investigatori di conoscere l’identità dell’assassino rappresenterebbe un passaggio importante, ma non significherebbe automaticamente che un arresto sia imminente. Per arrivare a un provvedimento cautelare occorrono presupposti giuridici precisi, mentre per sostenere un’accusa in giudizio servono elementi capaci di resistere alle verifiche processuali.

            La Procura di Larino dovrà quindi continuare a lavorare sui punti ancora oscuri: la provenienza della ricina, le modalità di somministrazione, le eventuali opportunità di accesso al veleno e il possibile movente. La ricostruzione dei rapporti sentimentali potrebbe contribuire a chiarire il contesto, ma non può sostituire le prove materiali.

            Le parole del nonno di Sara aggiungono intanto una nuova pressione sull’inchiesta. Salvatore Di Ielsi chiede risposte per la morte della figlia e della nipote, mentre il quadro che emerge dalle testimonianze sembra allontanarsi sempre più dall’idea di una tragedia accidentale.

            La domanda più importante, adesso, non è soltanto se gli investigatori abbiano davvero un nome. È se abbiano già trovato, oppure stiano per trovare, gli elementi necessari per trasformare quel nome in un’accusa sostenibile. Soltanto allora il giallo di Pietracatella potrà avvicinarsi a una svolta giudiziaria concreta.

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              Cronaca Nera

              Omicidio di Momo, l’ombra del satanismo nella morte di Mikel Rroku: l’amante di Laura si professava satanista e spunta il mistero del canarino

              La moglie della vittima avrebbe raccontato che il suo nuovo compagno, Duccio Fragiacomo, era un satanista. Intanto emerge un episodio insolito: Laura avrebbe cercato di regalare il canarino di casa a un vicino. Due dettagli inquietanti, sui quali resta da chiarire molto.

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                L’ombra del satanismo si allunga sull’omicidio di Mikel “Momo” Rroku, l’uomo ucciso a Torino, mentre emergono nuovi particolari sulla moglie Laura Bordello e sul suo amante Duccio Fragiacomo, coinvolti nell’inchiesta sul delitto. A riaccendere l’attenzione è una testimonianza che introduce un elemento finora rimasto ai margini della vicenda: il nuovo compagno della donna si sarebbe professato satanista. Un particolare che, insieme alla misteriosa storia di un canarino che Laura avrebbe cercato di regalare a un vicino, aggiunge interrogativi a una vicenda già segnata da una relazione extraconiugale, da una separazione dolorosa e dalla morte violenta di un uomo.

                Le nuove circostanze sono state raccontate anche durante la trasmissione Dentro la notizia, condotta da Gianluigi Nuzzi. Non si tratta, almeno allo stato attuale, di elementi che dimostrino l’esistenza di un movente esoterico o di un delitto rituale. La loro rilevanza giornalistica riguarda piuttosto ciò che potrebbero raccontare dei rapporti tra i protagonisti e del clima che precedette la morte di Rroku.

                Omicidio di Momo, Laura avrebbe raccontato che il suo amante era satanista

                Il particolare più sorprendente arriva dalla testimonianza della titolare di un’attività commerciale vicina all’abitazione della vittima. La donna ha raccontato di aver parlato con Laura Bordello del suo nuovo compagno, Duccio Fragiacomo, e di aver appreso proprio da lei che l’uomo era un satanista.

                Una definizione che colpisce, soprattutto perché emerge all’interno di un’inchiesta per omicidio. Occorre però distinguere le parole attribuite a Laura da ciò che gli investigatori hanno effettivamente accertato. Non risulta, sulla base delle informazioni disponibili, che il presunto interesse di Fragiacomo per il satanismo abbia avuto un ruolo nella morte di Mikel Rroku.

                Resta comunque un elemento sul quale la testimonianza potrebbe aprire nuovi approfondimenti. Che cosa intendeva esattamente Laura quando parlava del compagno come di un satanista? Si riferiva a convinzioni personali, a una provocazione oppure a comportamenti specifici? Senza ulteriori riscontri sarebbe arbitrario attribuire alla definizione un significato criminale, ma la circostanza contribuisce a delineare il contesto della relazione.

                Il mistero del canarino: perché Laura voleva regalarlo al vicino?

                C’è poi una storia apparentemente minuscola, e proprio per questo capace di attirare l’attenzione. Durante la ricostruzione televisiva è emerso che Laura avrebbe cercato di regalare il canarino di casa a un vicino.

                Un gesto ordinario, almeno in apparenza. Ma all’interno di una vicenda come quella di Momo, anche un episodio domestico può sollevare domande. Perché la donna voleva separarsi dall’animale? Si trattava di una semplice difficoltà nel prendersene cura oppure quel tentativo era collegato a un cambiamento che stava preparando nella propria vita?

                Il particolare decisivo, ancora da chiarire, è la collocazione temporale dell’episodio. Sapere se il canarino fosse stato offerto prima o dopo la morte di Rroku permetterebbe di comprendere meglio il contesto del gesto. Non ci sono invece elementi per sostenere che l’animale abbia avuto un ruolo nel delitto o che la volontà di regalarlo rappresenti una prova di premeditazione.

                Laura, Duccio e le ultime ore di Mikel Rroku: i racconti dei vicini

                Le testimonianze raccolte sulla vita quotidiana dei protagonisti restituiscono anche il quadro di una separazione difficile. Secondo quanto raccontato da una conoscente, Laura sapeva che il marito soffriva per la fine della relazione, ma aveva manifestato la volontà di frequentare persone con le quali si sentisse felice.

                La mattina del 30 giugno, indicata dagli investigatori come il giorno dell’omicidio, Laura e Duccio sarebbero stati visti insieme in un bar vicino all’abitazione di Rroku. Successivamente, la vittima avrebbe chiesto alla titolare del locale se la moglie fosse passata di lì. Un altro vicino avrebbe inoltre riferito di aver visto Laura e il nuovo compagno scambiarsi effusioni sul balcone.

                Sono frammenti di vita quotidiana che acquistano un significato diverso alla luce dell’indagine, ma che richiedono una ricostruzione rigorosa. La presenza dei due insieme e le loro frequentazioni non dimostrano, da sole, come sia stato organizzato o commesso il delitto. Il compito degli investigatori è collegare le testimonianze agli elementi materiali e alle risultanze dell’inchiesta.

                Satanismo e omicidio, la domanda che ora resta senza risposta

                Il rischio, davanti a un particolare come quello del satanismo, è trasformare un’affermazione riferita da una testimone nella spiegazione di un omicidio. Sarebbe una conclusione che gli elementi finora conosciuti non consentono.

                La domanda giornalisticamente più interessante è un’altra: che cosa sapevano le persone vicine a Laura Bordello della sua relazione con Duccio Fragiacomo e dei progetti che i due avevano per il futuro? È in questa direzione che i racconti dei vicini potrebbero assumere un peso, soprattutto se confrontati con la cronologia degli ultimi giorni di vita di Mikel Rroku.

                La storia del canarino, intanto, rimane un dettaglio da chiarire. E la definizione di «satanista» attribuita all’amante resta una testimonianza, non la prova di un movente. Due elementi molto diversi, accomunati però da una circostanza: emergono mentre il quadro delle relazioni attorno alla vittima continua ad arricchirsi di particolari.

                A Torino, dopo l’omicidio di Mikel Rroku, non si cercano soltanto risposte su ciò che è accaduto. Si cerca anche di comprendere che cosa stesse cambiando nella vita delle persone che gli erano più vicine. Ed è proprio lì, tra gesti quotidiani e dichiarazioni che oggi assumono un peso nuovo, che potrebbero trovarsi altri tasselli della vicenda.

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