Cronaca Nera
Garlasco, il punto di svolta su Sempio: l’impronta 33 intrisa di sangue riapre l’inchiesta sulla morte di Chiara
Le nuove consulenze depositate dai pm rafforzano l’impianto accusatorio: i Ris sostengono che l’impronta 33 contenesse sangue, mentre gli accertamenti genetici confermano la compatibilità dell’aplotipo Y trovato sulle unghie di Chiara Poggi con la linea paterna dell’indagato. Sospesa invece la consulenza psichiatrica dopo il rifiuto di Sempio di sottoporsi ai colloqui.
La nuova inchiesta sul delitto di Garlasco arriva al passaggio che può portare Andrea Sempio davanti a un giudice. La Procura di Pavia ha chiuso le indagini sull’omicidio di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli, e nel fascicolo entrano nuove consulenze che rafforzano l’impianto costruito negli ultimi mesi dagli investigatori. Al centro restano soprattutto due elementi: l’impronta 33 attribuita ad Andrea Sempio e il Dna maschile trovato sotto le unghie della vittima.
Per i magistrati pavesi, quelle nuove analisi aggiungono elementi alla ricostruzione accusatoria che riguarda il 38enne, amico di Marco Poggi e unico indagato nella nuova inchiesta. Dopo la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, i suoi difensori avranno i termini previsti dalla legge per depositare memorie, produrre consulenze, chiedere interrogatori o compiere gli altri atti consentiti dalla procedura. Soltanto dopo la Procura potrà formalizzare l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.
Garlasco, l’impronta 33 torna al centro dell’accusa contro Sempio
Uno degli elementi più importanti riguarda la celebre impronta 33, individuata sulla parete della scala che conduce al seminterrato della casa dei Poggi. Gli accertamenti più recenti attribuiscono quella traccia ad Andrea Sempio sulla base della corrispondenza di quindici minuzie, ma il punto destinato a pesare maggiormente riguarda la natura della sostanza presente nell’impronta.
Secondo i nuovi accertamenti dei Ris di Roma, la traccia sarebbe stata lasciata da un dito intriso di una miscela di sudore e sangue. Gli specialisti hanno utilizzato un metodo diverso da quello seguito nelle precedenti consulenze, arrivando però alle stesse conclusioni già formulate dagli esperti incaricati dalla difesa di Alberto Stasi.
La nuova analisi mette quindi in discussione uno dei risultati raggiunti durante le prime indagini. Secondo la ricostruzione degli esperti, infatti, il composto formato dalla calce della parete e dalla ninidrina utilizzata durante gli accertamenti avrebbe impedito ai test dell’epoca di rilevare correttamente la presenza del sangue. In altre parole, la precedente negatività non dimostrerebbe che nell’impronta non ci fosse sangue.
È un passaggio cruciale perché cambia radicalmente il significato investigativo della traccia. Un’impronta riconducibile a Sempio presente nella casa frequentata dall’amico Marco Poggi avrebbe un peso completamente diverso da un’impronta che, secondo l’ipotesi investigativa attuale, contiene anche sangue e si trova lungo il percorso che conduce al luogo nel quale venne trovato il corpo di Chiara.
Garlasco: il Dna sotto le unghie di Chiara Poggi e la linea paterna di Sempio
L’altro fronte decisivo dell’inchiesta di Garlasco riguarda il materiale genetico recuperato sotto le unghie della vittima. I genetisti Pierangela Grignani e Carlo Previderè hanno esaminato nuovamente gli elementi disponibili e hanno confermato la compatibilità dell’aplotipo Y individuato su due unghie di Chiara Poggi con il Dna della linea paterna di Andrea Sempio.
La conclusione segue quella già raggiunta durante l’incidente probatorio dalla perita Denise Albani. Il dato genetico, proprio perché riguarda il cromosoma Y, non identifica da solo una singola persona all’interno della stessa linea maschile familiare, ma per la Procura costituisce un elemento da leggere insieme agli altri risultati dell’indagine.
Ed è proprio l’incrocio delle diverse consulenze a rappresentare il cuore del nuovo fascicolo: l’impronta 33 attribuita a Sempio, la presenza di sangue che i nuovi accertamenti indicano su quella traccia e il materiale genetico maschile recuperato sotto le unghie di Chiara. Elementi che i magistrati dovranno ora trasformare in un quadro probatorio capace di reggere prima davanti al giudice dell’udienza preliminare e, qualora arrivasse il rinvio a giudizio, durante un eventuale processo.
Anche l’orario della morte entra nel nuovo quadro di Garlasco
La Procura ha approfondito anche un altro punto che per quasi vent’anni ha rappresentato uno dei nodi centrali del caso: l’orario della morte di Chiara Poggi. L’anatomopatologa Cristina Cattaneo ha lavorato sulla collocazione temporale dell’omicidio e sull’eventuale presenza di ferite da difesa.
Secondo le conclusioni confluite nell’inchiesta, la morte sarebbe avvenuta dopo le 9.45 del 13 agosto 2007. La consulenza prende inoltre in considerazione l’ipotesi che Chiara abbia cercato di difendersi durante l’aggressione.
Anche questo elemento acquista particolare importanza nella nuova lettura complessiva del delitto, perché gli investigatori stanno ricostruendo la mattina dell’omicidio minuto per minuto, incrociando gli accertamenti scientifici con spostamenti, telefonate, accessi informatici e dichiarazioni raccolte nel corso delle vecchie e delle nuove indagini.
Garlasco: Sempio non si sottopone alla consulenza psichiatrica
Nel fascicolo manca invece una delle consulenze annunciate nei mesi scorsi dalla Procura.Lo psichiatra Roberto Catanesi avrebbe dovuto valutare l’eventuale presenza, all’epoca dell’omicidio, di condizioni patologiche capaci di incidere sulla capacità di intendere e di volere di Andrea Sempio, oltre all’esistenza di eventuali disturbi rilevanti ai fini dell’imputabilità e della pericolosità sociale.
Sempio ha però esercitato il proprio diritto di non sottoporsi ai colloqui con il consulente. La Procura ha quindi sospeso l’accertamento diretto. L’eventuale valutazione potrà essere affrontata successivamente attraverso una perizia disposta dal giudice, qualora il procedimento arrivi a quella fase.
La mancata consulenza psichiatrica non interrompe comunque il percorso dell’inchiesta. I magistrati hanno chiuso il fascicolo sulla base degli altri accertamenti raccolti e adesso la partita passa alla fase processuale successiva.
Dopo diciannove anni Garlasco può tornare in un’aula di tribunale con Sempio
La chiusura dell’inchiesta non equivale naturalmente a una condanna e Andrea Sempio resta innocente fino a un’eventuale sentenza definitiva. Ma il passaggio compiuto dalla Procura segna uno spartiacque nella storia giudiziaria del delitto di Garlasco: a diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, l’indagine aperta su un uomo diverso da quello già condannato entra nella fase che precede una possibile richiesta di processo.
Ora toccherà alla difesa di Sempio, affidata agli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, esaminare integralmente le nuove consulenze e contestare le conclusioni degli esperti della Procura.Soltanto dopo questo confronto i magistrati decideranno se chiedere formalmente il rinvio a giudizio.
Il punto centrale, però, è già emerso con chiarezza dalla chiusura dell’inchiesta: la Procura di Pavia considera le nuove risultanze scientifiche sufficientemente importanti da inserirle nel fascicolo accusatorio contro Andrea Sempio. L’impronta 33, il sangue che secondo i nuovi esami la impregnava, il Dna maschile sotto le unghie di Chiara e la nuova valutazione sull’orario della morte diventano così i quattro pilastri scientifici attorno ai quali si giocherà la prossima battaglia giudiziaria sul delitto che da quasi vent’anni divide l’Italia.
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Cronaca Nera
Delitto di Garlasco, spuntano due test negativi nascosti per 19 anni: la verità sulla bici di Stasi
I “raw data” recuperati nei laboratori del Ris di Parma rivelerebbero due controanalisi negative effettuate nel settembre 2007 e mai inserite nel fascicolo. Quel Dna attribuito a Chiara Poggi contribuì al fermo di Alberto Stasi e venne poi valorizzato nel percorso che portò alla condanna. Ora la Procura di Pavia ipotizza un errore o uno scambio di provette e per la difesa si apre un nuovo fronte sulla revisione.
Garlasco, su Stasi potrebbe essere arrivata alla svolta più clamorosa di questi diciannove anni, e questa volta non si tratta di una nuova testimonianza, di un ricordo riemerso a distanza di tempo o dell’ennesima interpretazione di un vecchio reperto.La nuova inchiesta della Procura di Pavia ha riportato alla luce i dati originali prodotti nel settembre 2007 dalle apparecchiature del Ris di Parma e dentro quei file gli investigatori hanno trovato qualcosa che per quasi due decenni non era comparso negli atti: dopo il test che aveva individuato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi 2,78 nanogrammi di Dna attribuito a Chiara Poggi, qualcuno nel laboratorio effettuò due controanalisi. Entrambe diedero risultato negativo. Quegli esiti, però, non arrivarono alla Procura che indagava sull’omicidio, non entrarono nel fascicolo e la difesa di Stasi non poté conoscerli né utilizzarli nei processi che seguirono.
La portata della scoperta diventa ancora più evidente osservando ciò che accadde immediatamente dopo, perché quel Dna non rappresentò un dettaglio marginale dell’indagine. Il risultato positivo entrò nella relazione preliminare dei Ris e contribuì al fermo di Alberto Stasi del 24 settembre 2007 come colpevole per il delitto di Garlasco, mentre le due verifiche negative effettuate quattro giorni prima rimasero fuori dalla documentazione conosciuta dagli inquirenti. Oggi, dopo avere recuperato i cosiddetti “raw data”, la Procura di Pavia ipotizza che quel dato positivo possa essere derivato da un errore nella registrazione oppure da uno scambio di provette. Se gli ulteriori accertamenti confermeranno questa ricostruzione, uno degli elementi che accompagnarono Stasi lungo la vicenda giudiziaria di Garlasco potrebbe assumere, diciannove anni dopo, un significato completamente opposto.
Garlasco, cosa accadde davvero ai pedali della bicicletta di Stasi
Per capire perché questa scoperta possa diventare decisiva bisogna ricostruire senza salti la sequenza degli esami.Il 10 settembre 2007 gli investigatori sottoposero la bicicletta Umberto Dei sequestrata ad Alberto Stasi a Garlasco al luminol e al Combur test, cercando eventuali tracce di sangue, ma entrambi gli accertamenti diedero esito negativo. Il giorno successivo gli uomini del Ris prelevarono materiale dai due pedali, denominarono i campioni “bu_p1” e “bu_p2” e successivamente li riunirono nel campione “bu_p”. Anche il primo tentativo di estrazione e quantificazione non fornì il risultato cercato, perché l’esame risultò inibito e quindi negativo.
Il 19 settembre, dopo la purificazione del campione, il Ris ripeté la quantificazione e ottenne invece un risultato completamente diverso: 2,78 nanogrammi di Dna, una quantità molto elevata rispetto al precedente esame e soprattutto un profilo particolarmente pulito, senza impurità e rumore di fondo significativo, che risultò sovrapponibile a quello di Chiara Poggi. Proprio l’eccezionalità di quel dato deve avere spinto qualcuno all’interno del laboratorio a effettuare ulteriori controlli, perché il giorno successivo, 20 settembre, le apparecchiature registrarono altre due analisi sul campione. Tutte e due diedero risultato negativo, ma la Procura di Vigevano non ricevette quegli esiti e nei successivi processi nessuno li portò all’attenzione dei giudici.
Quattro giorni più tardi, alle 14.10 del 24 settembre, gli investigatori fermarono Alberto Stasi sulla base del quadro indiziario allora raccolto, nel quale il Dna attribuito a Chiara sui pedali aveva assunto un peso rilevante. Il gip di Vigevano Giulia Pravon non convalidò il fermo e il 28 settembre rimise Stasi in libertà senza applicare misure cautelari, ma il tema dei pedali continuò ad accompagnare l’intera storia processuale e i giudici lo valorizzarono successivamente nel complesso degli elementi utilizzati per arrivare alla condanna definitiva a 16 anni.
I dati grezzi del Ris raccontano ciò che mancava nel fascicolo
La nuova inchiesta di Garlasco ha cambiato prospettiva quando la Procura di Pavia, il 6 novembre 2025, ha acquisito dal Ris di Parma i “raw data”, cioè i registri originali prodotti dalle macchine utilizzate per gli accertamenti genetici. Analizzando quei file, gli investigatori hanno potuto ricostruire le operazioni effettuate nel laboratorio e individuare la traccia delle due verifiche negative del 20 settembre 2007, rimaste fino a quel momento fuori dalla documentazione processuale conosciuta.
La difesa di Alberto Stasi ha affidato l’esame del materiale ai genetisti Ugo Ricci e Pasquale Linarello, mentre la Procura ha svolto autonomamente i propri approfondimenti. Le verifiche hanno riportato l’attenzione sul risultato da 2,78 nanogrammi e sulle possibili spiegazioni di un dato così diverso dagli altri accertamenti: secondo l’ipotesi investigativa, potrebbe esserci stato un errore nella registrazione oppure uno scambio di provette. A rendere ancora più delicata la questione contribuisce la somiglianza tra il campione positivo attribuito ai pedali e il cosiddetto “reperto 29”, il cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi per fare colazione e trovato nella villetta di via Pascoli, perché i valori dei due campioni risulterebbero sovrapponibili persino nei decimali.
La successione degli eventi assume quindi un significato completamente nuovo: gli investigatori partono da accertamenti negativi sulla bicicletta, ottengono improvvisamente un campione molto abbondante e pulito di Dna della vittima, il laboratorio decide di controllare quel risultato e le due verifiche successive risultano negative, ma proprio questi ultimi esiti non arrivano nel fascicolo.È su questa anomalia che oggi lavorano i magistrati di Pavia, chiamati a ricostruire non soltanto l’affidabilità tecnica delle analisi, ma anche il percorso seguito dai risultati all’interno del Ris.
Garofano ascoltato dai pm, ora bisogna ricostruire cosa accadde nel laboratorio
Negli ultimi giorni la Procura ha ascoltato alcuni appartenenti al Ris che parteciparono agli accertamenti scientifici del 2007 e venerdì i magistrati hanno convocato anche Luciano Garofano, allora comandante del Ris di Parma e, molti anni dopo, per un periodo consulente della difesa di Andrea Sempio. Garofano non ha voluto commentare il contenuto dell’audizione e si è limitato a dichiarare: «Non faccio commenti sull’indagine. Aspettiamo il 415 bis».
Proprio la documentazione recuperata rende adesso necessario chiarire chi decise di effettuare le due verifiche del 20 settembre, chi ebbe conoscenza dei risultati negativi e per quale ragione quei dati non entrarono negli atti consegnati alla Procura. Sono interrogativi ai quali dovranno rispondere gli accertamenti e che, allo stato, non autorizzano ad attribuire automaticamente a qualcuno la volontà di nascondere una prova, ma il fatto che le apparecchiature abbiano conservato la traccia di due analisi assenti dal fascicolo apre inevitabilmente uno dei capitoli più delicati dell’intero caso Garlasco.
C’è inoltre un elemento che potrebbe assumere particolare importanza nella prospettiva della difesa di Stasi. Nel corso degli anni i suoi legali avevano chiesto di accedere proprio ai dati grezzi delle analisi e, secondo la ricostruzione emersa oggi, non riuscirono a ottenerli dal Ris neppure dopo un’autorizzazione della Corte d’Appello di Milano. Soltanto l’acquisizione compiuta dalla Procura di Pavia nel novembre 2025 ha permesso di recuperare quei file e di riportare alla luce ciò che le macchine avevano registrato diciannove anni prima.
Da Sempio a Stasi, l’inchiesta di Garlasco apre adesso due fronti
Il paradosso giudiziario è evidente. La nuova inchiesta nasce attorno ad Andrea Sempio, oggi unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, ma gli approfondimenti disposti dalla Procura hanno contemporaneamente fatto emergere elementi che potrebbero incidere sul percorso giudiziario di Alberto Stasi, condannato definitivamente per lo stesso delitto. I due piani restano autonomi e l’indagine su Sempio non cancella naturalmente la sentenza contro Stasi, sulla quale può intervenire soltanto un procedimento di revisione, ma la scoperta delle due controanalisi negative offre ai legali Giada Bocellari e Antonio De Rensis un elemento nuovo sul quale costruire la loro iniziativa.
È proprio questo a rendere la chiusura dell’inchiesta una delle svolte più importanti nella storia del delitto di Garlasco. Nel 2007 il risultato positivo del Dna sui pedali contribuì a spingere gli investigatori verso Alberto Stasi; nel 2026 i dati originali di quelle stesse analisi potrebbero invece fornire alla sua difesa un argomento per mettere in discussione uno dei tasselli utilizzati contro di lui. Tra questi due momenti ci sono quasi diciannove anni, cinque processi, una condanna definitiva a 16 anni e un’indagine completamente nuova sull’omicidio di Chiara Poggi.
C’è il dna sui pedali o no?
La questione, a questo punto, non riguarda soltanto la presenza o meno del Dna sui pedali, ma ciò che sarebbe accaduto se la Procura e la difesa avessero conosciuto già nel settembre 2007 l’esistenza delle due verifiche negative.Non sappiamo quale direzione avrebbe preso l’indagine e nessuno può stabilire oggi quale decisione avrebbero assunto i giudici davanti a un quadro probatorio diverso, ma proprio questo interrogativo potrebbe diventare uno dei cardini della futura richiesta di revisione del processo.
Diciannove anni dopo, quindi, Garlasco torna incredibilmente al punto di partenza, ai giorni immediatamente successivi all’omicidio di Chiara Poggi e alle analisi che contribuirono a indirizzare l’indagine verso Alberto Stasi. La differenza è che oggi non si discute soltanto di come interpretare quelle vecchie prove: sono riemersi i dati prodotti all’epoca dalle stesse apparecchiature del Ris e quei dati, secondo la ricostruzione della Procura di Pavia, mostrano due controlli negativi dei quali per quasi due decenni il fascicolo giudiziario non ha dato conto. Se questo elemento entrerà nel procedimento di revisione, toccherà ai giudici stabilirne il peso. Ma una cosa è già cambiata: quella che per anni era sembrata una delle tracce capaci di inchiodare Stasi è diventata oggi uno degli elementi sui quali la sua difesa proverà a riaprire il processo.
Cronaca Nera
Yara, il giallo dei cinque test sul giubbetto: «Segnali compatibili con liquido seminale». La difesa di Bossetti: perché furono dati per negativi?
Le immagini ad alta risoluzione dei reperti riaccendono il caso Gambirasio. Il genetista Marzio Capra contesta la classificazione degli esami effettuati all’epoca: «Un biologo forense con quegli esiti in mano doveva segnare tutto come positivo o rimettersi subito ai vetrini». Ora la difesa vuole nuove analisi.
Cinque test sul giubbetto di Yara Gambirasio che all’epoca finirono nei verbali come negativi. Oggi, secondo i consulenti della difesa di Massimo Bossetti, le immagini ad alta risoluzione mostrerebbero invece reazioni compatibili con la possibile presenza di liquido seminale. Un altro segnale, più debole, comparirebbe anche sulla felpa della tredicenne. È il nuovo fronte che riaccende uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi decenni e che potrebbe riportare in laboratorio alcuni reperti dell’inchiesta sull’omicidio della ragazzina di Brembate di Sopra.
A quasi sedici anni dalla sua scomparsa e dopo la condanna definitiva all’ergastolo di Massimo Bossetti, i suoi difensori concentrano l’attenzione sugli indumenti che Yara indossava al momento della morte. Anche Le Iene stanno lavorando sugli elementi indicati dai consulenti del carpentiere di Mapello.
Serve però una distinzione fondamentale. La difesa propone una nuova interpretazione di vecchi accertamenti, non un risultato scientifico già acquisito. Quegli elementi, allo stato attuale, non modificano la sentenza definitiva. Ma la domanda posta dagli avvocati e dal genetista Marzio Capra pesa: se quei test mostravano reazioni meritevoli di approfondimento, perché gli investigatori li considerarono negativi?
Cinque test sul giubbetto: da qui nasce il nuovo caso
La svolta risale al 7 febbraio 2025, quando gli avvocati di Bossetti hanno ottenuto l’accesso ai reperti dopo una lunghissima battaglia giudiziaria. La difesa e i suoi consulenti hanno così potuto osservare anche fotografie ad altissima risoluzione degli accertamenti compiuti sugli indumenti di Yara.
Ed è proprio dall’esame di quelle immagini che nasce la nuova contestazione.
Secondo l’avvocato Claudio Salvagni e il genetista Marzio Capra, cinque test immunologici effettuati sul giubbetto presenterebbero reazioni cromatiche potenzialmente compatibili con la presenza di liquido seminale. Eppure, nei verbali dell’epoca, quei test risultano negativi.
Capra contesta apertamente quella valutazione: «Un biologo forense con quegli esiti in mano doveva segnare tutto come positivo o rimettersi subito ai vetrini per capire meglio».
La questione non riguarderebbe soltanto il giubbetto. I consulenti avrebbero individuato anche sulla felpa di Yara un segnale analogo, sebbene più debole. La difesa chiede quindi di tornare su quei reperti e di esaminarli con tecnologie e metodologie oggi disponibili.
Se quelle tracce esistono davvero, a chi appartengono?
È la domanda inevitabile, ma anche quella che richiede maggiore prudenza. Una reazione a un test immunologico non significa automaticamente aver trovato il Dna di una persona diversa da quelle già entrate nell’inchiesta.
Gli esperti dovrebbero innanzitutto confermare la presenza di materiale biologico e determinarne la natura. Poi dovrebbero capire se, a distanza di tanti anni, quel materiale consenta ancora di ricavare un profilo genetico attendibile.
C’è inoltre un altro elemento da considerare. Il corpo di Yara rimase per circa tre mesi all’aperto, esposto a pioggia, neve, gelo, umidità e terreno. Condizioni estreme che possono avere inciso sulla conservazione delle eventuali tracce.
Soltanto un nuovo esame potrebbe quindi chiarire che cosa mostrino realmente quei reperti. Se gli esperti trovassero materiale biologico ancora utilizzabile, potrebbero tentare di ricavarne un Dna e successivamente cercare di identificarlo. Ed è proprio questo il passaggio sul quale punta la difesa di Bossetti.
Il Dna di Ignoto 1 che portò a Bossetti
La questione assume un peso particolare perché il Dna rappresenta il cuore dell’intera indagine sull’omicidio di Yara.
Gli investigatori individuarono sugli indumenti della tredicenne il profilo genetico attribuito a Ignoto 1. Da quel momento partì una gigantesca ricerca genealogica che condusse prima a Giuseppe Guerinoni e poi a Massimo Bossetti, suo figlio biologico.
La prova genetica ebbe un ruolo centrale nell’impianto accusatorio che i giudici hanno poi valutato nei diversi gradi di giudizio. Bossetti ha sempre negato di avere conosciuto Yara e continua a dichiararsi innocente. La giustizia lo ha però condannato in via definitiva all’ergastolo.
I rilievi della difesa, dunque, non cancellano quanto stabilito dai giudici e non provano che le analisi originarie contenessero errori. Aprono però un interrogativo preciso: sugli indumenti di Yara esistevano altre tracce biologiche che meritavano ulteriori approfondimenti?
«Perché li considerarono negativi?»
È su questo interrogativo che Salvagni e Capra costruiscono la nuova battaglia. Oggi la difesa non possiede un nuovo profilo genetico capace di indicare un’altra persona. Chiede invece di riesaminare i reperti per capire che cosa registrarono realmente quei test e se le tecniche attuali possano fornire informazioni che allora non emersero.
La differenza è fondamentale. Nessuno ha appena scoperto un misterioso Dna sul giubbetto di Yara. La difesa contesta l’interpretazione di alcuni vecchi accertamenti e chiede nuove verifiche scientifiche.
Se gli esami non confermassero la presenza di materiale biologico, questo nuovo fronte perderebbe gran parte del suo peso. Se invece individuassero materiale ancora analizzabile, gli esperti potrebbero tentare di identificarlo. A quel punto il caso entrerebbe in una fase completamente diversa.
Dopo Garlasco, Le Iene accendono i riflettori sul caso Yara
A dare ulteriore risonanza alla vicenda c’è l’interesse delle Iene. Dopo le nuove indagini sul delitto di Garlasco, il programma ha acceso i riflettori anche sul caso Gambirasio e sui reperti che la difesa di Bossetti ha potuto esaminare.
I due casi hanno storie processuali, prove e protagonisti completamente differenti e non possono essere sovrapposti. Esiste però un punto di contatto: in entrambi tornano al centro dell’attenzione reperti e accertamenti scientifici compiuti molti anni fa.
Nel caso Yara la strada appare particolarmente complessa. Bossetti sconta una condanna definitiva all’ergastolo e qualsiasi futura richiesta di revisione dovrà poggiare su elementi nuovi e giudiziariamente rilevanti.
Bossetti resta all’ergastolo, la difesa punta sui reperti
Massimo Bossetti resta dunque in carcere per l’omicidio di Yara Gambirasio e nulla di quanto emerso finora cambia la sua posizione giudiziaria. I suoi avvocati, però, non intendono fermarsi e guardano agli indumenti della tredicenne come a uno dei possibili terreni per cercare nuovi elementi.
La partita passa adesso dalla scienza. Servono nuovi accertamenti per stabilire se quelle reazioni indichino davvero materiale biologico e se ne sia rimasto abbastanza per tentare ulteriori analisi. Solo allora si potrà capire il peso effettivo di ciò che la difesa sostiene di avere individuato.
Per questo la domanda decisiva, almeno per ora, non riguarda l’identità di chi potrebbe avere lasciato quelle presunte tracce. Prima bisogna dimostrare che esistano e che abbiano un significato forense. Resta però l’interrogativo dal quale Salvagni e Capra vogliono ripartire: se cinque test sul giubbetto mostrarono davvero le reazioni che oggi compaiono nelle immagini, perché gli investigatori li considerarono negativi?
Da quella risposta potrebbe partire il prossimo capitolo del caso Yara.
Cronaca Nera
Garlasco, è arrivato il giorno che può cambiare tutto: scade il tempo per Sempio, ma sul caso Stasi esplode un nuovo giallo
La data cerchiata in rosso è arrivata. Mentre la Procura di Pavia deve decidere la prossima mossa nell’indagine su Andrea Sempio, arriva la clamorosa frenata sulla revisione della condanna di Alberto Stasi: «A noi non risulta», sbotta Pino Rinaldi.
Il 28 settembre è arrivato. Da settimane è la data cerchiata in rosso nel calendario del nuovo caso Garlasco, quella attorno alla quale si concentrano indiscrezioni, attese e interrogativi sull’inchiesta che ha riportato Andrea Sempio al centro dell’omicidio di Chiara Poggi. Ma proprio mentre il conto alla rovescia arriva a zero, sulla vicenda irrompe un altro colpo di scena che riguarda Alberto Stasi e la possibile revisione della sua condanna definitiva.
Lo scenario sembrava abbastanza chiaro: da una parte la Procura di Pavia al lavoro sull’indagine Sempio, dall’altra la Procura generale di Milano impegnata a studiare gli elementi emersi negli ultimi mesi per valutare un’eventuale iniziativa sul processo Stasi. Adesso, però, qualcosa sembra essersi inceppato.
La Procura generale milanese, secondo quanto emerso negli ultimi giorni, non avrebbe intenzione di muoversi autonomamente per chiedere la revisione e attenderebbe invece un’iniziativa dei difensori di Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis. Una svolta che ha sorpreso anche Pino Rinaldi, che in diretta a Ignoto X ha reagito con poche parole destinate inevitabilmente a riaccendere il caso: «A noi non ci risulta». E subito dopo: «Qui lo dico e qui lo nego».
Il 28 settembre è arrivato: che cosa può succedere a Sempio
È però sul fronte di Andrea Sempio che oggi si concentra inevitabilmente l’attenzione. Il 28 settembre rappresenta una scadenza importante nell’inchiesta della Procura di Pavia, ma non bisogna immaginarlo come un interruttore capace di accendere o spegnere improvvisamente il caso.
Gli inquirenti devono decidere come procedere dopo mesi di accertamenti che hanno riportato sotto la lente elementi vecchi e nuovi del delitto di via Pascoli. Tra questi ci sono il Dna trovato sulle unghie di Chiara, gli accertamenti antropometrici su Sempio, la discussa impronta a pallini rilevata nella villetta e la consulenza affidata allo psichiatra Roberto Catanesi, che aveva chiesto di incontrare personalmente l’indagato ricevendo il suo rifiuto.
Secondo la ricostruzione accusatoria della Procura, Sempio avrebbe colpito Chiara almeno dodici volte con un oggetto contundente. Gli inquirenti ipotizzano inoltre un movente collegato a un presunto approccio sessuale respinto dalla ragazza e hanno approfondito anche l’ipotesi dell’esistenza di un video intimo che ritraeva Chiara con Stasi. Sono contestazioni della Procura ancora tutte da sottoporre al vaglio giudiziario: Sempio è indagato e non esiste nei suoi confronti alcuna sentenza di colpevolezza.
Ma proprio adesso scoppia il giallo sulla revisione di Stasi
Mentre Pavia arriva a questo passaggio cruciale, sul binario parallelo di Alberto Stasi si registra invece una brusca frenata.
La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni aveva cominciato già a maggio a studiare gli atti del processo, compresa una relazione di circa cento pagine predisposta dai magistrati pavesi. Nei mesi successivi si era quindi fatta strada la possibilità che fosse proprio la Procura generale a valutare un’iniziativa per la revisione della condanna.
Ora lo scenario appare diverso.
L’ufficio milanese non intenderebbe promuovere direttamente la revisione e la prima mossa dovrebbe arrivare dalla difesa del condannato. Sarebbero dunque Bocellari e De Rensis a dover eventualmente bussare alla porta della Corte d’Appello di Brescia, depositando una richiesta costruita sugli elementi emersi dalle nuove indagini.
Non significa che la revisione sia stata bocciata o che quella strada sia improvvisamente chiusa. Significa però che è cambiato chi dovrebbe fare la prima mossa, ed è proprio questo particolare a rendere ancora più enigmatico quanto sta accadendo.
«A noi non risulta»: la reazione che riapre il caso
La sorpresa è esplosa pubblicamente quando Pino Rinaldi ha letto la nota relativa alla posizione della Procura generale e ha reagito in diretta.
«A noi non ci risulta», ha detto il giornalista, aggiungendo immediatamente: «Qui lo dico e qui lo nego».
Parole che non dimostrano naturalmente l’esistenza di una decisione diversa, ma fotografano bene la confusione che si è creata attorno alla partita della revisione. Per mesi si è guardato alla Procura generale come a uno dei possibili motori di una riapertura del processo Stasi; adesso la palla sembra invece tornare improvvisamente nelle mani dei suoi avvocati.
E la domanda diventa inevitabile: perché, dopo mesi trascorsi a studiare le carte e dopo l’acquisizione dei nuovi elementi, la Procura generale non intenderebbe prendere direttamente l’iniziativa?
Stasi e Sempio, due partite diverse sullo stesso omicidio
È il punto più delicato dell’intera vicenda. Alberto Stasi resta il condannato definitivo per l’omicidio di Chiara Poggi, mentre Andrea Sempio è indagato nella nuova inchiesta aperta dalla Procura di Pavia. Le due vicende possono incontrarsi sugli elementi investigativi, ma dal punto di vista giudiziario seguono strade differenti.
Qualunque sviluppo dell’indagine su Sempio non cancella automaticamente la condanna di Stasi. Per rimettere in discussione quella sentenza serve il percorso previsto per la revisione, con una richiesta che dovrà essere esaminata dalla magistratura competente.
Ed è proprio questo a rendere il 28 settembre ancora più carico di tensione. Da una parte c’è Pavia, chiamata a scegliere come proseguire nell’inchiesta Sempio; dall’altra c’è la partita di Stasi, sulla quale la mossa che molti immaginavano potesse arrivare dalla Procura generale sembra improvvisamente allontanarsi.
A quasi vent’anni dall’assassinio di Chiara Poggi, dunque, Garlasco arriva a una delle giornate più attese con più domande di quante ne avesse alla vigilia. Il calendario ha finito il suo conto alla rovescia, ma la storia giudiziaria del delitto di via Pascoli sembra tutt’altro che vicina alla parola fine.
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