Cronaca Nera
Una morte assurda nei boschi dell’Alto Adige: il caso Aaron Engl
L’indagine è chiusa: nessun omicidio, ma una tragica fatalità. Secondo la Procura di Bolzano, il 24enne si sarebbe decapitato da solo con una motosega sotto l’effetto di sostanze allucinogene, dopo un rave party.
Una notte di festa, poi l’oblio. E infine la morte. Quella di Aaron Engl, 24 anni, boscaiolo altoatesino, è una delle vicende più incredibili e spaventose che l’Italia abbia conosciuto negli ultimi mesi. Non per efferatezza, non per mano di assassini, ma per l’inquietante miscela di isolamento, sostanze psicotrope e casualità che ha portato il giovane a una fine tanto assurda quanto solitaria.
Il caso risale alla mattina del 18 agosto 2023, in località Marga di Terento, nei pressi della malga Raffalt. Lì, in una zona impervia della Val Pusteria, il corpo di Engl viene ritrovato semidecapitato accanto alla sua motosega. Una scena inquietante, che sin da subito solleva interrogativi. La prima ipotesi è brutale: si pensa a un omicidio. A un’esecuzione. Ma la pista, col passare delle ore, vacilla. E inizia a farsi strada un’altra verità. Più sottile. Più disturbante.
Il rave, il viaggio solitario e la motosega
Secondo quanto ricostruito dalla Procura di Bolzano, la sera prima della tragedia Aaron aveva partecipato a un rave party assieme a un gruppo di amici e parenti. Una serata lunga, fuori controllo, segnata anche – come confermeranno poi le analisi tossicologiche – dall’assunzione di sostanze allucinogene. Nulla di sconosciuto agli inquirenti: nella zona si è parlato più volte di eventi non autorizzati nelle valli alpine, spesso accompagnati da uso di stupefacenti.
Aaron, raccontano gli amici, a un certo punto si sente male. Viene riaccompagnato a casa. Tutto sembra tornare nella norma. Ma a quanto pare, la notte non è finita lì.
Il suo cellulare – elemento chiave dell’inchiesta – racconta un altro percorso. Nessuno degli amici o familiari ha lasciato casa propria nelle ore successive. Aaron sì. Intorno all’alba, sale sul suo furgone, dove sono ancora caricate le motoseghe da lavoro, e riparte. Da solo. Arriva nei pressi della malga. E lì avviene l’impensabile.
Un incidente drogato dall’alterazione mentale
Secondo il referto del medico legale e la relazione finale del RIS di Parma, Aaron si sarebbe involontariamente ferito alla gola con la motosega, causandosi una decapitazione parziale. Non si sarebbe trattato di un gesto volontario, né – tantomeno – di un suicidio nel senso canonico. Bensì di un atto compiuto in stato di alterazione profonda, legato alle sostanze psicotrope ancora attive nel suo organismo.
Il medico legale parla di “un gesto autonomo, seppur non volontario”. L’ipotesi più accreditata è che il ragazzo, in preda a un delirio o a un’allucinazione, abbia impugnato la motosega e se la sia poggiata sulla spalla, come probabilmente era solito fare nel lavoro quotidiano nei boschi. Ma il macchinario, ancora armato e acceso, si è attivato all’improvviso, provocando una ferita letale.
Il RIS ha trovato solo tracce di DNA di Engl sia sull’attrezzo che sugli indumenti e sul veicolo. Nessuna presenza estranea. Nessun altro coinvolto.
Fine dell’inchiesta: nessun colpevole, solo il vuoto
Così, dopo mesi di accertamenti, esami genetici, rilievi ambientali e indagini digitali, la Procura ha chiuso il fascicolo. L’ipotesi di omicidio è stata definitivamente archiviata. La morte di Aaron Engl viene ufficialmente classificata come una tragica fatalità legata all’effetto di sostanze allucinogene.
“Si ritiene – scrivono i magistrati – che la morte non sia riconducibile all’azione violenta di terzi, bensì a un gesto autonomo del giovane, presumibilmente correlato al grave stato di alterazione derivante dall’assunzione di sostanze stupefacenti”.
Domande senza risposta
Resta il dolore, naturalmente. E la sensazione che la verità, per quanto accertata, non riesca a consolare. Aaron Engl era un ragazzo benvoluto, cresciuto tra i boschi e la neve. Uno che lavorava sodo, che maneggiava motoseghe ogni giorno, che amava la montagna. Una serata sbagliata, una sostanza sbagliata, un gesto incomprensibile. Ed ecco una fine che sembra più scritta da un incubo che da una logica.
C’è chi, in paese, ancora oggi fatica a credere a questa versione. Ma le prove, a quanto pare, non lasciano margini. Nessuna colluttazione, nessun segno di trascinamento, nessun testimone. Solo un ragazzo solo, all’alba, nel cuore dei boschi. E il silenzio dell’Alto Adige, che tutto avvolge.
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Cronaca Nera
Garlasco, ma che look si è fatto Andrea Sempio? Rasato a zero prima del vertice decisivo con gli avvocati. Il nuovo look fa discutere
Altro che tentativo di passare inosservato: Andrea Sempio si presenta con un’immagine completamente diversa, testa rasata e look severissimo. Alla stazione lo aspettano telecamere e giornalisti, ma lui sorride e tira dritto: «Non rilascio dichiarazioni».
Se Andrea Sempio voleva passare inosservato, diciamo che ha scelto la strategia sbagliata. Il nuovo look con il quale il 38enne è comparso a Roma sembra studiato apposta per regalare ai social un’altra giornata di discussioni sul delitto di Garlasco: testa completamente rasata, abbigliamento scuro e un’immagine decisamente più dura rispetto a quella alla quale ci aveva abituati negli ultimi mesi.
Un cambiamento talmente netto da diventare inevitabilmente la prima cosa che si nota nelle immagini del suo arrivo nella Capitale. E in una vicenda nella quale ormai vengono analizzati fotografie, parole, silenzi, espressioni e persino il modo di camminare dei protagonisti, era praticamente impossibile che anche la nuova versione di Sempio non finisse immediatamente sotto la lente d’ingrandimento.
Il risultato, almeno dal punto di vista dell’immagine, è impressionante: Sempio rasato a zero sembra quasi essersi costruito volontariamente un look da cattivo di una serie crime, proprio mentre si avvicina uno dei momenti più delicati della nuova indagine sulla morte di Chiara Poggi. Naturalmente un taglio di capelli non significa assolutamente nulla sul piano giudiziario. Ma sul piano mediatico, in un caso diventato da tempo una gigantesca macchina televisiva e social, significa parecchio.
Andrea Sempio rasato a zero: il nuovo look sorprende tutti
Sempio è arrivato a Roma per incontrare i propri avvocati in quello che potrebbe rappresentare uno degli ultimi vertici difensivi prima della conclusione dell’inchiesta che lo vede indagato per l’omicidio volontario aggravato di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli a Garlasco.
L’appuntamento con i legali arriva dunque mentre il calendario dell’indagine comincia a stringersi e Procura e difesa si preparano alle prossime mosse. Eppure a conquistare immediatamente l’attenzione non sono state dichiarazioni, indiscrezioni investigative o annunci degli avvocati, ma quella testa rasata che cambia completamente la fisionomia dell’uomo tornato dopo quasi vent’anni al centro del giallo italiano più discusso.
Un’immagine cupa che contrasta curiosamente con l’atteggiamento mostrato dallo stesso Sempio davanti alle telecamere. Terminato l’incontro con i suoi avvocati, infatti, il 38enne si è diretto verso la stazione di Roma dove ad attenderlo ha trovato i giornalisti.
«Ti senti tranquillo?». Ma Sempio non parla
Le domande sono inevitabilmente partite subito. Qualcuno gli ha chiesto se si sentisse tranquillo in questa fase dell’inchiesta, ma Sempio non ha abboccato e ha evitato qualsiasi commento sul contenuto dell’incontro appena concluso.
«Non rilascio dichiarazioni», ha risposto, mostrandosi sorridente davanti alle telecamere prima di proseguire per la propria strada.
Una scelta che ormai rappresenta quasi una linea di comportamento. Più cresce il rumore attorno all’inchiesta, più Sempio sembra intenzionato a lasciare ai propri avvocati il compito di parlare degli aspetti giudiziari. E questa volta persino il contrasto tra l’aspetto severissimo e il sorriso mostrato ai cronisti ha contribuito a rendere le immagini ancora più singolari.
Perché Garlasco è diventato anche questo: un caso nel quale ogni apparizione pubblica viene osservata fotogramma per fotogramma e qualunque dettaglio finisce per alimentare interpretazioni, discussioni e commenti.
Il vertice con gli avvocati mentre l’inchiesta entra nella fase calda
Dietro la curiosità per la trasformazione estetica rimane naturalmente una vicenda giudiziaria molto più seria. Andrea Sempio ha 38 anni ed è indagato nella nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, mentre per l’assassinio della ragazza sta scontando una condanna definitiva Alberto Stasi.
L’incontro romano con i difensori acquista quindi un peso particolare proprio per il momento nel quale avviene. Dopo mesi di accertamenti, consulenze, analisi e nuovi confronti sugli elementi raccolti nel corso delle indagini, la Procura si avvicina al momento nel quale dovrà decidere quale strada imboccare.
Sempio, almeno davanti alle telecamere, non lascia trapelare preoccupazione. Sorride, non risponde alle domande e si limita a quella frase secca, «non rilascio dichiarazioni», che chiude qualsiasi possibilità di ottenere qualcosa di più.
Garlasco, anche un taglio di capelli diventa un caso
Resta così il particolare più leggero, ma mediaticamente irresistibile, di questa nuova apparizione: la metamorfosi di Andrea Sempio. Perché presentarsi completamente rasato proprio nel momento di massima esposizione pubblica significa inevitabilmente attirare ancora di più l’attenzione.
Non c’è ovviamente alcun significato investigativo da cercare in un rasoio e sarebbe grottesco attribuirglielo. Ma dal punto di vista dell’immagine il risultato è difficile da ignorare: il nuovo Sempio appare molto più duro, quasi cinematografico, tanto che qualcuno potrebbe tranquillamente immaginarlo nel casting di un thriller invece che all’uscita dallo studio dei propri avvocati.
Il problema, per lui, è che Garlasco non è un film. È un’indagine per omicidio che riguarda la morte di una ragazza di 26 anni e nella quale ogni passaggio dovrà trovare una risposta negli atti, nelle prove e nelle decisioni della magistratura, non nelle impressioni provocate da una fotografia.
Ma nell’attesa che siano gli investigatori a scrivere il prossimo capitolo, Andrea Sempio è riuscito ancora una volta a catalizzare gli obiettivi. Questa volta senza dire praticamente nulla: gli sono bastati una rasatura a zero, un sorriso e quattro parole ai cronisti.
Cronaca Nera
Chiara Poggi, chi era davvero: la laurea con lode, il primo lavoro e quella vita semplice spezzata a 26 anni (VIDEO)
Riservata, metodica e legatissima alla famiglia, Chiara Poggi aveva appena cominciato a costruire il proprio futuro. Le testimonianze delle amiche restituiscono il ritratto di una giovane donna lontana dai misteri e dalle vite segrete che le sono state attribuite negli anni.
Diciannove anni di processi, sentenze, perizie, nuove indagini e interminabili dibattiti televisivi. Il delitto di Garlasco è diventato uno dei casi giudiziari più discussi d’Italia, ma nel frastuono mediatico la persona rimasta più spesso sullo sfondo è proprio Chiara Poggi.
Si parla dell’assassino, delle tracce, delle scarpe, del Dna e delle contraddizioni. Molto meno della ragazza uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia, quando aveva soltanto 26 anni. Chiara oggi ne avrebbe 45 e probabilmente avrebbe costruito quella vita normale alla quale sembrava destinata: un lavoro, una casa, una famiglia e progetti ancora tutti da realizzare.
La nuova inchiesta della Procura di Pavia, nella quale Andrea Sempio è indagato mentre resta definitiva la condanna a 16 anni inflitta ad Alberto Stasi, ha riportato il caso al centro dell’attenzione. Ha anche costretto i genitori Rita e Giuseppe e il fratello Marco a rivivere pubblicamente un dolore che non si è mai chiuso.
Chi era Chiara Poggi: gli studi e il primo lavoro
Chiara era nata a Vigevano il 31 marzo 1981 e viveva con la famiglia nella villetta di via Pascoli a Garlasco. Era la primogenita di Giuseppe, operaio metalmeccanico, e Rita, impiegata comunale. Con loro abitava anche il fratello minore Marco.
Aveva studiato Economia e Commercio all’Università di Pavia, diventando la prima della famiglia a conseguire una laurea. Aveva concluso il percorso con il massimo dei voti e la lode. Un risultato che raccontava bene il suo carattere preciso e determinato: al padre aveva confidato di avere rifiutato un 27 perché era convinta di meritare un voto più alto.
Dopo la laurea aveva cominciato a lavorare nell’area marketing di una società milanese. Ogni mattina raggiungeva l’ufficio con i mezzi pubblici e alla sera tornava a Garlasco. Le sue giornate seguivano una routine ordinata, senza eccessi e con poche uscite serali.
«La classica brava ragazza»
Le amiche e le ex compagne di università, ascoltate nuovamente dagli investigatori, hanno descritto Chiara in modo quasi unanime: riservata, tranquilla, educata e lontana da comportamenti sopra le righe.
«Era una persona tranquillissima, la classica brava ragazza. Non ricordo di averla mai vista bere», ha raccontato una di loro. Nessuna doppia vita e nessun lato oscuro, dunque, ma una giovane donna che preferiva la tranquillità di casa alle notti nei locali.
Anche alcune suggestioni cresciute negli anni sono state ricondotte a spiegazioni molto più semplici. Il “piccione” citato in una vecchia email non era un corteggiatore misterioso, ma il nomignolo affettuoso con cui Chiara chiamava Alberto Stasi. E il presunto secondo cellulare segreto sarebbe stato utilizzato per comunicare con lui senza affrontare costi elevati quando si trovavano lontani.
La relazione con Alberto Stasi
Chiara e Alberto stavano insieme da circa quattro anni. Lui studiava Economia alla Bocconi e, con il progressivo allontanamento delle vecchie amicizie scolastiche, era diventato il centro della vita sociale della ragazza.
Le amiche ricordano una coppia innamorata, con gelosie e piccoli contrasti, ma senza crisi particolarmente gravi. Il sabato sera lui la aspettava in automobile sotto casa e insieme raggiungevano la compagnia di amici.
Chiara immaginava per sé un futuro stabile. Il lavoro era appena cominciato e la relazione sembrava avviata verso una fase più adulta. L’estate del 2007 avrebbe dovuto rappresentare anche una sorta di prova di convivenza mentre i genitori e il fratello erano in vacanza.
Il fastidio per gli amici del fratello
Dalle testimonianze è riemerso anche un dettaglio che all’epoca sembrava insignificante. Chiara si lamentava perché gli amici del fratello frequentavano spesso la villetta per giocare ai videogiochi e talvolta entravano nella sua camera per utilizzare il computer.
Tra quei ragazzi c’era anche Andrea Sempio, amico storico di Marco e oggi indagato nella nuova inchiesta. Quel fastidio non basta naturalmente a spiegare il delitto né autorizza conclusioni, ma è tornato tra gli elementi esaminati dagli investigatori quasi diciannove anni dopo.
Anche il presunto corteggiatore individuato nel corso degli accertamenti si sarebbe rivelato soltanto un collega che le aveva proposto di prendere un caffè alla macchinetta dell’ufficio.
Il 13 agosto Rita e Giuseppe Poggi, insieme al figlio Marco, ricorderanno Chiara con una messa e una visita al cimitero. «Vogliamo stare raccolti tra di noi come abbiamo sempre fatto», ha spiegato la madre. Lontano dalle telecamere e dalle accuse, per restituire almeno per un giorno a Chiara il diritto di essere ricordata per la vita che aveva, non soltanto per il modo in cui le è stata tolta.
Cronaca Nera
Ricina a Pietracatella, il giallo si infiamma: spunta il marito della presunta ex amante di Gianni Di Vita. «Antonella era il vero bersaglio?»
La pista passionale entra nel cuore del giallo della ricina. Antonella Di Ielsi potrebbe essere stata il vero obiettivo e la figlia Sara una vittima non prevista? Sotto la lente rapporti, gelosie e tensioni. Ma resta il mistero decisivo: chi ha portato il veleno alle due donne e attraverso cosa?
Il giallo della ricina di Pietracatella cambia scenario e adesso gli investigatori scavano anche dentro una rete di rapporti personali, sentimentali e familiari che potrebbe nascondere la chiave del duplice omicidio di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita.
Nel perimetro degli accertamenti entra infatti un nuovo personaggio: il marito dell’insegnante indicata come presunta ex amante di Gianni Di Vita, ex sindaco di Pietracatella, marito di Antonella e padre di Sara.
Una pista delicatissima che apre inevitabilmente una domanda: Antonella era il vero bersaglio dell’avvelenamento?
Se così fosse, Sara potrebbe essere morta dopo avere assunto qualcosa che non era destinato a lei. Uno scenario che cambierebbe radicalmente la lettura del caso e sposterebbe il movente verso la vita privata della famiglia.
Il fascicolo della Procura di Larino resta contro ignoti e gli accertamenti sulle persone che ruotavano intorno ai Di Vita non equivalgono naturalmente ad accuse. Ma dopo oltre otto mesi di indagini il cerchio sembra essersi spostato sempre più decisamente sui rapporti personali dell’ex sindaco.
Ricina, sotto la lente il marito della donna vicina a Gianni Di Vita
L’insegnante di matematica era già entrata nell’inchiesta ed era stata ascoltata dagli investigatori. Adesso l’attenzione si allarga anche al marito.
Gli inquirenti vogliono ricostruire frequentazioni, rapporti, eventuali gelosie e tensioni maturate attorno alla famiglia nei mesi precedenti alla tragedia.
Il dato dal quale partire resta impressionante: la ricina ha ucciso Antonella e Sara, mentre Gianni Di Vita e l’altra figlia Alice non risultano essere stati avvelenati.
Perché proprio loro due?
È la domanda che accompagna l’inchiesta dal dicembre scorso. E se Antonella fosse stata deliberatamente scelta come vittima, diventerebbe fondamentale capire chi potesse avere interesse a eliminarla e chi conoscesse abbastanza bene le sue abitudini da riuscire a farle assumere una sostanza letale.
Antonella vero bersaglio e Sara vittima per errore?
È forse l’ipotesi più inquietante.
Sara potrebbe non essere stata destinata a morire. La quindicenne potrebbe avere mangiato o bevuto qualcosa preparato per la madre, trasformando quello che qualcuno aveva eventualmente progettato come un omicidio mirato in un duplice delitto.
Al momento resta un’ipotesi investigativa. Ma spiegherebbe uno degli aspetti più difficili del caso: perché soltanto madre e figlia siano entrate in contatto con la ricina.
Se davvero Antonella rappresentava l’obiettivo, il movente potrebbe trovarsi fuori dall’abitazione di via Risorgimento ma molto vicino alla vita privata della famiglia.
Ed è proprio qui che l’indagine sui rapporti personali di Gianni Di Vita assume un peso completamente diverso.
Il killer della ricina ha lasciato un mistero: come è arrivato il veleno?
C’è però ancora un ostacolo enorme: nessuno ha individuato il vettore della ricina.
Gli investigatori sanno quale veleno abbia ucciso Antonella e Sara, ma devono ancora capire come sia stato somministrato.
Alimento? Bevanda? Preparazione domestica? Qualcos’altro entrato nella casa e destinato specificamente ad Antonella?
Durante il maxi sopralluogo del 30 luglio nell’abitazione di via Risorgimento sono stati raccolti 131 reperti ambientali, successivamente inviati al Robert Koch-Institut di Berlino. Gli specialisti hanno esaminato superfici, mobili, indumenti e oggetti alla ricerca della tossina.
Le prime analisi non hanno trovato ricina. Gli esperti hanno quindi deciso di ripetere gli accertamenti.
Un secondo risultato negativo renderebbe il mistero ancora più fitto: significherebbe cercare altrove il luogo nel quale il veleno potrebbe essere stato preparato o manipolato prima di arrivare alle vittime.
Settanta alimenti sequestrati e quelle ricerche online sulla ricina
Poi ci sono 70 alimenti sequestrati nelle abitazioni e spediti in Germania.
È probabilmente uno dei fronti scientifici più importanti dell’intera indagine. Trovare il vettore significherebbe infatti poter ricostruire chi avesse avuto la possibilità di manipolarlo e, soprattutto, a chi fosse realmente destinato.
Resta aperto anche il misterioso capitolo delle ricerche sul web. Nei mesi precedenti alla morte delle due donne, un utente anonimo avrebbe cercato informazioni sulla reperibilità della ricina e sulle modalità per procurarsela senza lasciare tracce.
Chi era?
Se gli investigatori riuscissero ad attribuire quelle ricerche a una persona precisa, l’inchiesta potrebbe compiere un salto enorme.
Pietracatella, il giallo adesso entra nella vita privata della famiglia
Dopo mesi trascorsi a cercare il veleno, ricostruire pasti e analizzare reperti, l’indagine sembra quindi entrare in una fase molto più personale.
Chi poteva volere morta Antonella Di Ielsi e chi conosceva le sue abitudini? Chi poteva raggiungerla attraverso qualcosa che avrebbe mangiato o bevuto? E soprattutto Sara doveva morire oppure si è trovata tragicamente sulla traiettoria di un veleno destinato alla madre?
Il marito della donna indicata come presunta ex amante di Gianni Di Vita rappresenta adesso uno dei personaggi sui quali si concentrano gli approfondimenti, senza che questo significhi attribuirgli alcuna responsabilità.
Ma il giallo di Pietracatella sembra aver cambiato pelle.
La ricina resta il centro scientifico dell’inchiesta. Il possibile movente, invece, potrebbe nascondersi tra relazioni, gelosie e segreti molto più vicini alla famiglia di quanto si fosse immaginato all’inizio.
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