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Cronaca

Epstein file spunta un’italiana scelta da Sorrentino per fare una “ragazza di Berlusconi” in “LORO”

Nei documenti Usa un’e-mail del 6 agosto 2017: Mykonos, Roma, la “ragazza alta e bionda con gli occhi blu” e il provino per “LORO”. Poi le carte su Brunel e la rete delle modelle.

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    La prima frase che resta addosso, prima ancora dei nomi, è quella che arriva dalle memorie di Virginia Giuffre, una delle vittime di Jeffrey Epstein. Nel libro “Nobody’s Girl” scrive che Jean-Luc Brunel una volta “regalò” al finanziere “tre gemelle minorenni” per il suo compleanno. È un dettaglio che, da solo, basta a far capire perché ogni nuova tranche di documenti su Epstein non sia mai solo un aggiornamento d’archivio, ma un capitolo che riapre ferite e domande: chi sapeva, chi facilitava, chi orbitava attorno a quel sistema e in che modo.

    Dentro gli Epstein Files

    Dentro l’ultima ondata di “Epstein file”, resa nota dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, compare anche un frammento italiano che colpisce per la sua stranezza quasi cinematografica. È la corrispondenza del 6 agosto 2017 tra Epstein e un’amica italiana, la cui identità nei documenti è oscurata per proteggerne la privacy. Non è un verbale, non è un’intercettazione: è una mail con tono confidenziale, da relazione personale, con quella leggerezza tipica di chi parla di vacanze e progetti senza immaginare che quelle righe, anni dopo, finiranno dentro un dossier destinato a fare rumore.

    Una mail da Mykonos

    A scrivere è lei. L’attacco è diretto e familiare: «Ciao Jeffrev! Come stai?», poi aggiunge: «Non ti sentivo da un po’!». Spiega di aver letto la sua e-mail e di avere un po’ di tempo libero: «Ho appena visto la tua e-mail. Torno venerdì da Mykonos e ho un po’ di tempo libero. Mykonos è super divertente. C’è molta gente da Londra e New York». È nel passaggio successivo che, dentro un racconto da cartolina, entra un dettaglio legato al mondo di Epstein: «Mi sembra di aver visto una delle tue ragazze lì. La ragazza alta e bionda, con gli occhi blu, che viene a casa tua qualche volta a New York».

    A Roma e in Sicilia

    Nella stessa mail la donna si muove tra città e inviti come in un’agenda mondana: «Che cosa stai facendo? Quali sono i tuoi piani? Sono a Roma adesso e sto pensando a dove andare. Una mia amica mi ha invitato a Panarea in Sicilia, e forse Camillo Caltagirone mi ha detto che potrei andare ad agosto. Mi manchi. Per favore, scrivimi». La frase “Mi manchi” chiude il messaggio come una richiesta di attenzione personale, non come una comunicazione formale. È questo, nei file, a rendere ancora più spiazzante la lettura: la normalità apparente del tono, inserita in un contesto che normale non lo è.

    Provino per Paolo Sorrentino

    Dopo un breve scambio, l’amica italiana racconta a Epstein un episodio “divertente” che, per come viene riferito, nasce come un aneddoto e diventa invece un corto circuito perfetto: Epstein, i social, e Paolo Sorrentino nello stesso paragrafo. «Ho dimenticato di raccontarti una cosa divertente», scrive, e ricostruisce una scena avvenuta “quest’inverno” a Roma: «quando ero a Roma quest’inverno, mi hanno fermato per strada chiedendomi se potessero farmi una foto per il nuovo film di Paolo Sorrentino, il regista de La Grande Bellezza, film che ha vinto l’Oscar due anni fa». Poi la parte più netta: «Poi la produzione mi ha chiamato dicendo che Paolo mi ha scelto per una piccola parte in cui sarò una delle ragazze di Berlusconi». E precisa titolo e contesto: «Il film parla della vita di Berlusconi e si intitola “LORO”, puoi cercarlo online». Infine, la chiosa quasi disarmante per leggerezza: «Ah, niente di speciale, ma trovo divertente che mi abbiano scelto per essere una delle ragazze di Berlusconi».

    Un cameo in “LORO”

    Quel “niente di speciale” è il segno di come, in quell’istante, la donna percepisca l’episodio: un provino, un cameo, un aneddoto da condividere. Ma nel quadro in cui oggi quei messaggi vengono letti, il dettaglio diventa un indicatore di ambiente, di accesso, di prossimità a mondi che si sfiorano. “LORO” è uscito in sala nella primavera del 2018, diviso in due parti, e racconta l’universo berlusconiano attraverso lo sguardo di Sorrentino. Nei file, però, il film non è oggetto di critica o cronaca culturale: è una tessera inattesa, perché compare come racconto privato dentro una corrispondenza che riguarda un uomo al centro di una rete criminale di sfruttamento e abusi.

    L’Italia è il regno di Jean Luc Brunel

    E qui l’Italia non è solo uno sfondo. Perché, nello stesso fascicolo, affiorano anche elementi che collegano Milano alla logistica del sistema Epstein attraverso Jean-Luc Brunel, agente di modelle francese. I documenti citano approdi all’aeroporto di Malpensa e trasferimenti in città, con un livello di controllo quasi ossessivo: Brunel riferiva gli spostamenti e garantiva sul buon esito dell’arrivo in stanza, perché Epstein pretendeva aggiornamenti ravvicinati. Le ragazze, secondo la ricostruzione riportata, avevano carte di credito per pagare i soggiorni senza intestare le spese direttamente a Epstein; i saldi passavano da una delle segretarie. È un meccanismo che, letto così, sembra costruito per essere pratico e “pulito” sul piano formale, mentre la sostanza raccontata dagli atti e dalle accuse è tutt’altra.

    Mc2 Model Management

    Brunel aveva fondato Mc2 Model Management, agenzia con sede a Parigi e ramificazioni internazionali. Per anni ha operato nel mondo della moda, reclutando giovani donne con la promessa di opportunità di lavoro. Alcune lo hanno accusato di violenza sessuale, stupro e traffico sessuale. In Francia, i procuratori lo hanno indicato come figura centrale nel “procurare” minori a Epstein. Gli investigatori, sempre secondo quanto riportato, hanno esaminato anche il presunto uso da parte di Brunel delle proprietà di Epstein tra Stati Uniti e Isole Vergini americane, e il nome del finanziere compare ripetutamente in documentazione francese collegata al caso.

    È in questo contesto che torna, come un chiodo, la frase sulle “tre gemelle minorenni”. Non è un dettaglio “da gossip” e non lo è nemmeno il riferimento al set di un film: è il segno di un sistema che, per anni, ha intrecciato mondanità, potere e controllo, muovendosi tra città e aeroporti come se nulla dovesse lasciare traccia. Oggi quelle tracce ci sono, e sono fatte anche di e-mail che parlano di vacanze, inviti estivi e un provino a Roma, accanto a documenti che descrivono spostamenti, logistica, pressioni e reti di reclutamento.

    I file, così come emergono, non sono una sentenza e non sostituiscono i processi. Ma mostrano un pezzo di realtà che non sta tutta in un’aula: sta nelle abitudini, nei messaggi, nei “mi manchi” e nei “puoi cercarlo online” che, riletti anni dopo, cambiano peso. E soprattutto tengono accesa la domanda che le vittime ripetono da sempre: quanti pezzi di quel sistema erano visibili, eppure trattati come normale contorno di una vita di relazioni, viaggi e opportunità.

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      Cronaca

      Signorini contro Corona, il tribunale impone lo stop ai video di Falsissimo: accuse senza prove. Ma lui canta vittoria

      I giudici ordinano la rimozione immediata di audio e video e fissano una sanzione di 750 euro per ogni violazione. Corona evita la consegna dei materiali e rivendica comunque una vittoria.

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        Il tribunale di Milano interviene con una decisione che pesa e ridisegna i confini dello scontro tra Alfonso Signorini e Fabrizio Corona. I giudici ordinano la rimozione dei contenuti diffusi attraverso Falsissimo e mettono nero su bianco un punto chiave: quelle pubblicazioni risultano lesive dell’onore, della reputazione e della riservatezza del conduttore.

        Non si tratta di una sfumatura tecnica. Il tribunale entra nel merito e boccia la difesa basata sul diritto di cronaca e di critica. Secondo l’ordinanza, i contenuti non rispettano i requisiti fondamentali di verità, pertinenza e continenza. Senza questi elementi, la libertà di espressione non basta a giustificare accuse così pesanti.

        Il nodo centrale: accuse diffuse senza riscontri

        Il passaggio più delicato riguarda le accuse di “estorsioni sessuali” attribuite a Signorini. I giudici le smontano in modo netto: non esiste alcun elemento concreto che possa sostenerle. Corona le ha presentate come fatti certi senza adeguata verifica e senza riscontri oggettivi.

        Questa valutazione sposta il piano della vicenda. Non siamo davanti a un confronto acceso o a una narrazione provocatoria, ma a una condotta che il tribunale considera diffamatoria. E lo diventa ancora di più per il modo in cui quei contenuti sono stati diffusi: video, audio e rilanci social che amplificano il messaggio e ne moltiplicano l’impatto.

        Da qui nasce l’ordine immediato di intervento. Corona deve rimuovere dai social e dalle piattaforme tutti i materiali legati al caso. E deve farlo subito.

        La sanzione economica e lo stop ai contenuti

        Il provvedimento introduce anche una misura concreta: 750 euro per ogni violazione e per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione. Non è solo un richiamo formale, ma un meccanismo che punta a impedire la prosecuzione della diffusione.

        Il tribunale vieta inoltre la pubblicazione di contenuti analoghi, rafforzando il principio secondo cui la libertà di espressione non può trasformarsi in uno strumento per attribuire fatti gravissimi senza basi verificabili.

        Signorini accoglie con soddisfazione la decisione, che riconosce la gravità delle accuse e ristabilisce un equilibrio tra informazione e tutela della persona.

        La difesa di Corona: “Abbiamo vinto noi”

        Sul fronte opposto, però, la lettura cambia completamente. L’avvocato Ivano Chiesa rivendica una vittoria e sottolinea un altro passaggio dell’ordinanza: il diritto di cronaca appartiene a tutti, non solo ai giornalisti, purché si rispettino determinati limiti.

        Corona insiste su questo punto e mette in evidenza anche un altro risultato: il tribunale esclude l’obbligo di consegnare i supporti materiali delle sue inchieste. Un elemento che la difesa considera decisivo e che utilizza per sostenere la propria versione dei fatti.

        Ma resta il dato principale. Il tribunale ordina la rimozione dei contenuti, riconosce la lesività delle accuse e introduce una sanzione economica per chi non si adegua. Una cornice difficile da aggirare con una lettura alternativa.

        Libertà di espressione e responsabilità: il confine tracciato dai giudici

        Il caso riporta al centro una questione che riguarda tutto il sistema dell’informazione. Il diritto di cronaca esiste, ma non è illimitato. Non basta rivendicarlo per trasformare qualsiasi accusa in contenuto legittimo.

        Il tribunale chiarisce proprio questo punto: quando mancano verifiche, riscontri e proporzione, la libertà di parola non protegge più. E le conseguenze arrivano.

        Corona promette nuovi sviluppi e rilancia, annunciando ulteriori contenuti. Ma il terreno, da oggi, è diverso. Perché su questa vicenda i giudici hanno già fissato un confine preciso. E superarlo, adesso, rischia di costare molto più caro.

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          Cronaca

          Morto Leonid Radvinsky, il re di OnlyFans si arrende al cancro a 43 anni: dietro il successo miliardario una lunga battaglia silenziosa

          Leonid Radvinsky, imprenditore ucraino-americano e mente dietro OnlyFans, è morto dopo una lunga lotta contro il cancro. Dal boom durante la pandemia a una valutazione miliardaria, la sua figura resta centrale nella rivoluzione dei contenuti online

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            La notizia è arrivata come un fulmine nel mondo del web e dell’intrattenimento digitale: Leonid Radvinsky, proprietario di OnlyFans, è morto a soli 43 anni dopo una lunga battaglia contro il cancro. Una figura rimasta spesso dietro le quinte, ma decisiva nel trasformare una piattaforma di nicchia in un colosso globale capace di cambiare le regole del gioco.

            La morte annunciata con discrezione

            A confermare il decesso è stato un portavoce della piattaforma: “Siamo profondamente rattristati nell’annunciare la morte di Leo, che si è spento serenamente dopo una lunga battaglia contro il cancro”. Poche parole, misurate, mentre la famiglia ha chiesto il massimo rispetto della privacy. Nessun clamore, nessun spettacolo: solo il silenzio che spesso accompagna le storie più pesanti.

            L’uomo dietro il boom di OnlyFans

            Radvinsky aveva acquisito nel 2018 Fenix International Limited, società madre di OnlyFans, diventandone amministratore e azionista di maggioranza. Da quel momento, la piattaforma ha accelerato in modo impressionante. Il vero salto è arrivato durante la pandemia, quando i lockdown hanno spinto milioni di utenti a cercare nuove forme di guadagno e intrattenimento online. OnlyFans si è così trasformata in un fenomeno globale, capace di ridefinire il rapporto tra creator e pubblico.

            Un impero costruito nel digitale

            Oltre a OnlyFans, Radvinsky gestiva anche Leo, un fondo di venture capital fondato nel 2009 e focalizzato sugli investimenti tecnologici. Numeri alla mano, l’impatto è enorme: secondo Reuters, la piattaforma vale oggi circa 5,5 miliardi di dollari. Un impero costruito lontano dai riflettori, ma con una visione chiarissima del futuro digitale.

            Dietro i numeri, però, resta una storia personale segnata da una malattia combattuta a lungo e in silenzio. E mentre OnlyFans continua la sua corsa, la scomparsa del suo proprietario lascia una domanda sospesa: cosa succede ora a uno degli ecosistemi più controversi e redditizi del web?

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              Cronaca

              Roberta Bruzzone contrattacca: “Altro che stalking, la perseguitata sono io”, lo scontro con Elisabetta Sionis diventa un caso

              Tra dichiarazioni pubbliche e lunghi post su Facebook, Roberta Bruzzone ribalta le accuse di stalking che potrebbero portarla a giudizio. Nel mirino la collega Elisabetta Sionis, in una vicenda sempre più tesa e mediatica

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                Il caso si accende e si sposta definitivamente sul piano mediatico. Roberta Bruzzone rompe il silenzio e lo fa con una linea difensiva netta, senza sfumature. “Altro che stalking, qui l’unica perseguitata sono io”, dice al telefono con Repubblica, ribadendo lo stesso concetto anche in due lunghi interventi pubblicati su Facebook.

                Parole che arrivano in un momento delicato, con l’ipotesi di un rinvio a giudizio legato ai presunti atti persecutori nei confronti di Elisabetta Sionis, pedagogista, consulente in diversi casi di omicidio e giudice presso il tribunale dei minori di Cagliari.

                La versione di Bruzzone
                La criminologa, presenza costante nei talk televisivi e nei dibattiti sui casi di cronaca nera, sceglie di non arretrare. Anzi, rilancia. Nella sua ricostruzione non solo respinge le accuse, ma ribalta completamente il quadro, sostenendo di essere lei la parte colpita da comportamenti ossessivi e continui.

                Una posizione che non lascia spazio a interpretazioni morbide. La strategia è chiara: contestare punto per punto l’impianto accusatorio e, allo stesso tempo, portare la battaglia anche sul terreno dell’opinione pubblica.

                Lo scontro con Sionis
                Dall’altra parte c’è Elisabetta Sionis, figura meno esposta mediaticamente ma con un ruolo rilevante in ambito giudiziario. Il contrasto tra le due non nasce oggi, ma negli ultimi mesi ha assunto toni sempre più accesi, fino a sfociare nella dimensione legale.

                Il nodo centrale resta la definizione dei comportamenti contestati: atti persecutori secondo l’accusa, reazione legittima secondo la difesa. Una linea di confine sottile, destinata ora a essere valutata nelle sedi competenti.

                Un caso sempre più pubblico
                Intanto, però, il caso vive anche fuori dalle aule. Social, interviste, dichiarazioni: ogni elemento contribuisce ad alimentare una vicenda che ormai ha assunto i contorni di uno scontro aperto.

                E mentre le rispettive versioni si rincorrono e si contrappongono, resta una certezza: la partita non si gioca più solo sul piano giudiziario, ma anche su quello dell’immagine e della percezione pubblica.

                Una dinamica che, nel mondo della cronaca e della televisione, spesso pesa quanto una sentenza.

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