Cronaca
Falsissimo e “Calciopoli 2”: le accuse choc di Fabrizio Corona contro il calcio italiano, tante accuse e poche prove
Nel nuovo episodio di “Falsissimo”, Fabrizio Corona attacca procuratori, dirigenti sportivi, fondi stranieri e calciatori parlando di mazzette, favori e operazioni sospette. Al centro anche le dichiarazioni di Vincenzo Raiola. Ma il video mescola fatti, opinioni e accuse che non trovano, allo stato, conferme giudiziarie definitive.
“Il calcio italiano non è malato. Il calcio italiano non esiste più”. Fabrizio Corona apre così una delle puntate più aggressive e discusse di “Falsissimo”, il suo format video che stavolta punta direttamente al cuore del pallone italiano. Per oltre un’ora l’ex re dei paparazzi alterna accuse, ricostruzioni, nomi eccellenti, audio, provocazioni e retroscena, costruendo quella che lui stesso definisce “la vera Calciopoli 2”.
Il punto di partenza è il fallimento della Nazionale italiana e la mancata qualificazione ai Mondiali. Corona attacca la Federazione Italiana Giuoco Calcio, parla di un sistema incapace di creare nuovi talenti e sostiene che il calcio moderno abbia sostituito il merito con il denaro e le relazioni. “Dietro i milioni, dietro gli affaroni, dietro questo sistema del calcio, si muove un sistema oscuro”, dice nel video.
Il paragone con Luciano Moggi
Uno dei passaggi più sorprendenti riguarda Luciano Moggi. Corona rivaluta apertamente l’ex dirigente juventino, presentandolo come l’ultimo vero uomo di calcio capace di controllare i procuratori invece di subirli. “Luciano Moggi era semplicemente un ferroviere, ma un ferroviere che conosceva bene il calcio”, dice.
Poi arriva la provocazione più forte: secondo Corona, Moggi avrebbe pagato per tutti nella vecchia Calciopoli. “170 mila intercettazioni e non in una sola di queste si parla di un illecito sportivo o di un arbitro pagato. Zero”.
Nel suo racconto, dopo la caduta di Moggi il vero potere sarebbe passato ai procuratori sportivi.
Le parole di Vincenzo Raiola
La parte centrale della puntata ruota attorno alle dichiarazioni di Vincenzo Raiola, cugino di Mino Raiola e procuratore di Gianluigi Donnarumma.
Corona lo introduce come una fonte interna pronta a raccontare il sistema. La frase che apre il suo intervento pesa moltissimo: “Volevo, diciamo, tra virgolette autodinunciarmi”.
Da lì partono accuse molto pesanti contro il mondo dei procuratori e dei direttori sportivi italiani. “Tutte le altre società, ormai i direttori sportivi sono coinvolti in affari con altri procuratori”, sostiene Raiola. Poi aggiunge: “Oggi il giocatore che va avanti è il giocatore che gestisce quel procuratore lì, è quello che paga la mazzetta al direttore”.
Corona rilancia subito quelle parole parlando di “sistema di corruzione”.
I soldi alle famiglie dei giovani calciatori
Raiola sostiene anche che molti procuratori paghino indirettamente le famiglie dei giovani talenti. “Noi procuratori paghiamo i giocatori, paghiamo la famiglia sotto forma di agenzie di comunicazione, di diritti di immagine, di agenzie immobiliari”, dice nel video.
Poi aggiunge: “Compriamo auto, macchine, gioielli eccetera per prenderci il giocatore”.
Secondo Raiola, alcuni agenti investirebbero centinaia di migliaia di euro sui ragazzi già da adolescenti. Corona usa queste dichiarazioni per sostenere che il calcio moderno abbia trasformato i giovani in prodotti economici prima ancora che in atleti.
Da Lucci a Riso: i procuratori nel mirino
Nel corso della puntata Corona e Raiola citano numerosi procuratori e dirigenti sportivi. Tra i nomi più ricorrenti ci sono Alessandro Lucci, Beppe Riso, Federico Pastorello, Giuseppe Giuffrida e Busardò.
Corona collega questi nomi a diverse operazioni di mercato che considera sospette, citando club come Juventus, Roma, Milan, Fiorentina e Monza.
Nel video compaiono anche Moise Kean, Jonathan David, Tammy Abraham, Matías Soulé, Davide Frattesi e Carlos Augusto.
Corona lascia intendere che dietro alcune operazioni possano esistere interessi economici condivisi tra procuratori e dirigenti, ma nel video non mostra prove giudiziarie definitive delle accuse formulate.
Il ritorno del calcio scommesse
Una parte importante della puntata torna sul filone del calcio scommesse. Corona cita Sandro Tonali, Nicolò Fagioli e Nicolò Zaniolo sostenendo che le sanzioni siano state troppo leggere.
“Giocatori che sarebbero stati dovuti essere radiati dal calcio”, dice.
Corona riprende vecchi audio e ricostruzioni già emerse nei mesi scorsi, parlando di debiti, puntate clandestine e rapporti con ambienti criminali.
Escort, nightlife e il paragone con il calcio del passato
Nella parte finale il video scivola nel territorio del gossip e della provocazione più estrema. Corona attacca diversi calciatori moderni accusandoli di vivere tra escort, locali, serate private e social network.
Corona fa i nomi di Theo Hernandez, Rafael Leão, Dušan Vlahović, Riccardo Calafiori e Gianluca Scamacca. Ovviamente senza prove.
“Stanno tutto il giorno a giocare alla PlayStation, pensano a come organizzarsi le serate”, dice Corona, contrapponendo questa generazione ai campioni del passato e alla Nazionale del 2006.
Il simbolo opposto resta Diego Armando Maradona. “Poteva fare anche le 9 del mattino a pippare cocaina tutto il giorno, ma era un uomo, era un campione”, afferma.
Le cautele sulle accuse contenute nel video
Va detto però che il video mescola fatti reali, opinioni personali, accuse molto pesanti, ricostruzioni non verificate, toni da intrattenimento, provocazione, gossip e linguaggio volutamente estremo.
Molte delle accuse restano affermazioni di Corona o dei suoi interlocutori e non risultano supportate, nel video, da sentenze o prove giudiziarie definitive.
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Cronaca Nera
Garlasco, i mostri nascosti nei diari di Sempio: stupri, donne aggredite, cadaveri e decapitazioni. Ora li studia lo psichiatra
Andrea Sempio ha rifiutato di incontrare lo psichiatra Roberto Catanesi, incaricato dalla Procura di Pavia. Il consulente deve quindi lavorare soprattutto sul materiale sequestrato: anni di agende, appunti, soliloqui e navigazioni internet. Scritti inquietanti che non dimostrano naturalmente un omicidio, ma che ora devono essere interpretati scientificamente per capire se rivelino eventuali condizioni patologiche e quale rapporto possano avere con i fatti contestati.
Garlasco, i mostri nascosti nei diari di Sempio. È difficile trovare un’altra parola davanti ad alcune delle creature che popolano i sogni, i pensieri e le ricerche consegnate per anni da Andrea Sempio alle sue agende e al web. Mostri che, attenzione, possono appartenere soltanto all’immaginario di un uomo e non provano affatto che quell’uomo abbia commesso un delitto. Ma sono proprio quelle pagine, insieme ai soliloqui registrati durante le indagini e all’altro materiale raccolto dagli investigatori, che oggi sono finite sul tavolo del professor Roberto Catanesi, lo psichiatra incaricato dalla Procura di Pavia di cercare di capire che cosa raccontino della personalità dell’indagato per l’omicidio di Chiara Poggi.
E dentro quelle carte c’è un universo oscuro. Sempio racconta sogni nei quali accoltella delle persone. In un altro compare una ragazza bionda che usa un taser contro di lui: Sempio reagisce, le salta addosso e, secondo la sintesi contenuta negli atti, «le apre la faccia». In un altro ancora, secondo quanto riportato dalla Rai sulla documentazione investigativa, sogna di violentare un’amica. Parallelamente, le navigazioni internet esaminate dagli investigatori mostrerebbero interessi che spaziano dal satanismo agli assassini, dai predatori sessuali alla violenza sulle donne, fino ai cadaveri, alle decapitazioni, agli esami autoptici e ai fenomeni cadaverici.
I sogni violenti di Sempio: «Accoltella delle persone» e aggredisce una donna
È probabilmente il capitolo più impressionante delle Moleskine sequestrate. Sempio aveva l’abitudine di scrivere molto e affidava alla carta non soltanto ciò che gli accadeva, ma anche riflessioni, paure, frustrazioni e sogni. I carabinieri hanno trovato decine di agende, bloc-notes e fogli, una massa di materiale che permette di osservare per anni una parte del suo mondo interiore.
Alcuni sogni assumono una forma esplicitamente violenta. Nell’informativa viene riassunto quello nel quale «sogna che accoltella delle persone». Poi c’è la donna bionda: lei lo colpisce con un taser, lui reagisce, le si avventa contro e le apre la faccia. La Rai riferisce inoltre di un sogno nel quale Sempio aggredisce sessualmente una sua amica.
È necessario fermarsi esattamente qui con le interpretazioni. Sognare un omicidio o un’aggressione non rende assassini, così come mettere per iscritto una fantasia violenta non dimostra di averla realizzata. Il significato psicopatologico di quel materiale, ammesso che ne abbia uno, è precisamente ciò che deve stabilire uno specialista e non ciò che può decidere chi legge qualche frase estrapolata da un diario.
Ma quelle frasi esistono. E oggi sono entrate nell’indagine.
«Autolesionismo, commesso cose brutte. Paura. Poca esperienza sessuale. Dolore»
C’è poi un passaggio molto diverso, forse persino più interessante perché Sempio sembra tentare una sorta di autoritratto. Tra il 2018 e il 2019 scrive di avere attraversato esperienze che gli altri non avrebbero mai vissuto. Poi mette in fila alcuni elementi della propria biografia: famiglia non benestante, pochi amici, difficoltà di integrazione, insicurezza. E arrivano quattro parole particolarmente pesanti: «autolesionismo, commesso cose brutte». Seguono paura, scarsa esperienza sessuale e dolore.
Che cosa siano quelle «cose brutte», però, quelle pagine rese pubbliche non lo spiegano. Sarebbe scorretto trasformare una frase indeterminata in una confessione o collegarla automaticamente all’omicidio di Chiara Poggi. Sempio stesso ha sempre respinto questa lettura e sostiene che i suoi diari raccolgano soprattutto i momenti negativi della propria vita, proprio perché utilizzava la scrittura come sfogo. In un’intervista ha spiegato che, quando stava bene, semplicemente faceva altro e che selezionare soltanto quelle pagine significa mostrare un unico lato della sua personalità.
In un’altra annotazione del 2021, però, compare ancora un’espressione che ha attirato l’attenzione degli investigatori. Sempio scrive di sapersi difendere perché avrebbe «visto, subito e fatto cose», aggiungendo con rabbia che gli altri avrebbero dovuto provare a vivere anche soltanto metà di ciò che aveva vissuto lui.
Satanismo, predatori sessuali, cadaveri e decapitazioni
I diari non sono l’unico materiale esaminato. C’è anche ciò che Sempio cercava online.
L’informativa investigativa, riportata da diverse fonti, parla di numerose navigazioni che mostrerebbero interesse per satanismo, omicidi, assassini, predatori sessuali, violenza sulle donne, cadaveri e decapitazioni. Nell’elenco compaiono persino esame autoptico e fenomeni cadaverici. Agli atti risultano inoltre fotografie e ricerche a sfondo sessuale collegate ad amiche.
Tra il materiale analizzato compare anche un «test del serial killer», insieme a messaggi, post, pagine di diario e scritti sullo stupro. È questo complesso documentale, già passato attraverso l’analisi del Racis dei carabinieri, che assume ora una nuova importanza nella consulenza psichiatrica disposta dalla Procura.
Ancora una volta, però, la distinzione è fondamentale: interessarsi a omicidi, autopsie, satanismo o serial killer non equivale a commetterli. Altrimenti bisognerebbe probabilmente sottoporre a indagine mezza popolazione di lettori di thriller. La questione per gli specialisti è capire se, considerate insieme e inserite nella storia personale di Sempio, quelle tracce abbiano oppure no un significato clinico.
Garlasco, Sempio e il buco nei diari: la sua vita prima del 2017 quasi scompare
C’è infine un particolare meno spettacolare ma forse ancora più curioso. I manoscritti acquisiti dagli investigatori coprono sostanzialmente il periodo dal 2018 al 2025, poco prima della perquisizione del maggio 2025.
Secondo l’informativa, nonostante la forte propensione di Sempio ad annotare pensieri e riflessioni, la sua vita precedente al 2017 risulta invece quasi completamente assente dalla documentazione esaminata. I carabinieri descrivono il 2017 quasi come una barriera oltre la quale il racconto autobiografico diventa rarefatto.
Ed è una coincidenza temporale inevitabilmente destinata ad attirare l’attenzione: proprio nel 2017 Sempio entrò per la prima volta direttamente nel nuovo capitolo giudiziario legato al delitto di Garlasco. Ma anche in questo caso un’assenza documentale non dimostra che qualcosa sia stato volontariamente cancellato.
Nelle agende successive, invece, l’inchiesta compare. Sempio annota gli sviluppi giudiziari che riguardano Garlasco e Alberto Stasi: «Molta ansia – 2 archiviazioni», «Stasi ha chiesto la riapertura», «mamma in panico per la cosa di Stasi», fino agli appunti sul ricorso in Cassazione.
Perché lo psichiatra sta studiando proprio queste pagine
È qui che la vicenda diventa attuale. La Procura ha affidato la consulenza al professor Roberto Catanesi, docente di psicopatologia forense dell’Università di Bari, chiedendogli di verificare l’eventuale presenza di condizioni patologiche capaci di incidere sulla capacità di intendere e di volere, l’esistenza di disturbi o alterazioni significative, il loro eventuale rapporto con i fatti contestati e la possibile pericolosità sociale.
Sempio, però, ha rifiutato di sottoporsi personalmente all’esame dello psichiatra. La difesa contesta la scelta e la tempistica della Procura e sostiene che prima debbano venire l’accertamento dei fatti e le prove. Catanesi deve quindi procedere senza un colloquio clinico diretto, lavorando sugli scritti, sui documenti e sui soliloqui disponibili.
Ed è proprio questo a trasformare quelle vecchie Moleskine in qualcosa di molto più importante di una raccolta di pensieri privati.
Per anni Andrea Sempio vi ha lasciato paure, frustrazioni, sessualità, rabbia, sogni e fantasie che probabilmente non immaginava sarebbero mai usciti da quelle pagine. Oggi uno psichiatra forense deve attraversare quel materiale cercando di distinguere ciò che può appartenere alla normale parte oscura dell’immaginazione umana da ciò che potrebbe eventualmente assumere un significato clinico.
La domanda giudiziaria, però, rimane un’altra e non può essere sostituita da nessuna analisi della personalità: Andrea Sempio ha ucciso Chiara Poggi a Garlasco?
Su questo dovranno parlare le prove. I mostri dei suoi diari, per quanto inquietanti, da soli non possono rispondere.
Cronaca Nera
Pietracatella, la verità può essere nascosta nel computer di Di Vita: cosa cercano gli investigatori tra chat, ricina e segreti familiar
Dalle ricerche su internet alle chat, dai pasti consumati prima dell’avvelenamento ai rapporti familiari: la Procura vuole ricostruire l’intera memoria digitale dei dispositivi
Nel giallo di Pietracatella potrebbe essere una memoria digitale a custodire qualche frammento decisivo della verità sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, vittime dell’avvelenamento da ricina nel dicembre scorso. Gli specialisti del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato stanno per passare al setaccio un computer e dieci pen drive che gli investigatori hanno sequestrato a Gianni Di Vita il 31 luglio. E questa volta non cercheranno soltanto file o documenti: proveranno a ricostruire rapporti, abitudini, conversazioni, ricerche online e ogni traccia capace di raccontare che cosa accadde nella famiglia prima della cena del 23 dicembre.
La procuratrice di Larino Elvira Antonelli ha affidato agli esperti dello Sco l’estrazione dei dati contenuti nei dispositivi. Le operazioni inizieranno alle 10 di lunedì 28 settembre negli uffici della Questura di Campobasso. Si tratta di un accertamento tecnico irripetibile e le parti potranno seguirlo attraverso i rispettivi legali e consulenti.
Gli investigatori avevano trovato il materiale nello studio di Gianni Di Vita, dove lavorava anche la moglie Antonella. Gli specialisti avranno davanti una quantità potenzialmente enorme di informazioni perché la Procura ha scelto un arco temporale amplissimo: dalla prima accensione dei dispositivi fino al loro ultimo utilizzo.
Cosa cercano nel computer e nelle dieci pen drive
È il contenuto dell’incarico affidato agli specialisti a rendere particolarmente delicato questo nuovo passaggio dell’inchiesta. La Procura vuole individuare eventuali dati relativi a rapporti, relazioni e legami collegabili a navigazioni internet finalizzate a procurarsi ricina da parte delle due vittime, Sara e Antonella.
Gli investigatori cercano però anche molto altro. Gli specialisti dovranno recuperare elementi capaci di ricostruire i rapporti delle due donne con familiari, parenti e amici, oltre alle loro abitudini quotidiane. Passeranno al setaccio chat, fotografie, registrazioni vocali, note, cronologie di navigazione, indirizzi email, account social e dati relativi alle posizioni memorizzate dai dispositivi.
Potrebbero assumere importanza persino eventuali annotazioni sugli alimenti consumati nei giorni precedenti all’avvelenamento, così come pagine di diario, lettere, documenti o riferimenti a patologie delle due vittime che gli inquirenti ancora non conoscevano.
Gli investigatori proveranno così a ricostruire, pezzo dopo pezzo, la vita digitale della famiglia prima che tutto precipitasse.
La domanda sulla ricina
Il punto più delicato resta inevitabilmente il veleno. Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita morirono dopo l’esposizione alla ricina, una sostanza estremamente tossica, e la Procura indaga per duplice omicidio volontario aggravato dall’utilizzo del mezzo venefico.
Gli accertamenti digitali potrebbero chiarire se i dispositivi conservino tracce di ricerche sulla sostanza, sul modo di procurarsela o su altri elementi collegabili all’avvelenamento. Proprio per questo la Procura non ha circoscritto l’esame alle settimane immediatamente precedenti alle morti, ma ha chiesto agli specialisti di scandagliare l’intera vita dei supporti informatici.
Gli esperti avranno inizialmente sessanta giorni per completare il lavoro, anche se la Procura potrà concedere una proroga qualora la mole dei dati richiedesse più tempo.
Gli interrogatori e le persone ascoltate
Parallelamente agli accertamenti tecnici prosegue il lavoro sulle testimonianze. Il 21 settembre gli investigatori hanno ascoltato in Questura il fratello di Antonella e sua moglie, rimasti per alcune ore negli uffici della Squadra Mobile. Nel pomeriggio hanno sentito anche due amici di Sara, un ragazzo e una ragazza accompagnati dalle rispettive madri.
Gli inquirenti hanno convocato altre persone informate sui fatti e cercano di ricostruire non soltanto le ultime ore delle due vittime, ma anche la rete di relazioni che circondava la famiglia.
Il 22 settembre gli investigatori hanno inoltre tenuto in Questura un vertice operativo per fare il punto sull’inchiesta e stabilire i successivi passi investigativi.
I reperti analizzati in Germania
La partita non si gioca soltanto sul terreno digitale. Restano fondamentali gli accertamenti scientifici sui reperti che gli specialisti hanno raccolto nell’abitazione di Pietracatella durante il lungo sopralluogo.
Nella casa gli esperti hanno effettuato 131 prelievi. Le analisi condotte in Germania avrebbero fornito indicazioni che hanno rafforzato la pista dell’omicidio. Gli investigatori attendono gli esiti completi degli accertamenti per l’inizio di ottobre, anche se i tecnici potrebbero chiedere più tempo per concludere il lavoro.
La domanda centrale resta la stessa: come è arrivata la ricina nella casa e attraverso quale veicolo Antonella e Sara l’hanno assunta?
La cena del 23 dicembre e il particolare di Gianni Di Vita
Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’intossicazione risalirebbe alla cena del 23 dicembre, quando Gianni Di Vita si trovava a tavola insieme alla moglie e alla figlia. L’uomo ha riferito di avere accusato a sua volta disturbi gastrointestinali, ma i successivi accertamenti non hanno rilevato ricina nel suo organismo.
Antonella e Sara, invece, morirono.
Ora computer e pen drive potrebbero raccontare qualcosa che finora è rimasto nascosto: conversazioni, ricerche, spostamenti, rapporti o semplici dettagli quotidiani capaci di acquistare un significato completamente diverso alla luce di ciò che accadde quella sera.
Per questo il 28 settembre potrebbe segnare un altro passaggio importante nell’inchiesta di Pietracatella. Gli investigatori cominceranno a interrogare non una persona, ma la memoria digitale che quella famiglia ha lasciato dietro di sé prima che la ricina entrasse nella sua storia.
Storie vere
Vive da 25 anni sulle navi da crociera, ma ora sulla terraferma non riesce più a camminare dritto: «Barcollo continuamente»
Lavora poche ore al giorno e trascorre gran parte della sua esistenza a bordo delle navi. Quando torna a terra, però, racconta di sentirsi completamente fuori posto: «Sono così abituato alle navi che mi sento più a mio agio in mare».
Mario Salcedo ha fatto quello che molti sognano durante una settimana di vacanza: non scendere più dalla nave. Quello che per gli altri rappresenta un viaggio, per lui è diventato casa, ufficio e quotidianità.
Da circa 25 anni Salcedo trascorre infatti gran parte della propria vita sulle navi da crociera, lavorando da remoto per alcune ore al giorno e dedicando il resto del tempo ai servizi e alle attività disponibili a bordo.
Una scelta estrema, che gli ha regalato uno stile di vita decisamente fuori dall’ordinario ma che, secondo il suo racconto, avrebbe prodotto anche una conseguenza inattesa. Dopo tanti anni trascorsi sul mare, è la terraferma a sembrargli instabile.
«Sulla terraferma barcollo e non riesco a camminare dritto»
Salcedo ha raccontato in maniera molto efficace ciò che gli accade quando abbandona le navi: «Ho perso le gambe sulla terraferma. Barcollo così tanto che non riesco a camminare in linea retta. Sono così abituato a stare sulle navi che mi sento più a mio agio che sulla terraferma».
Una sensazione che ricorda quella associata al cosiddetto Mal de Débarquement, abbreviato in MdDS, espressione francese traducibile come “malattia da sbarco”.
Si tratta di un disturbo neurologico caratterizzato dalla persistente percezione di movimento anche quando il corpo si trova su una superficie stabile. In altre parole, la nave si è fermata, ma il cervello continua ad avvertire qualcosa di simile al suo dondolio.
Cos’è il Mal de Débarquement
La sensazione temporanea di continuare a oscillare dopo essere scesi da una nave può capitare a molte persone e generalmente scompare rapidamente. Il Mal de Débarquement propriamente detto è invece una condizione più complessa e persistente.
Tra i sintomi caratteristici possono comparire la sensazione di ondeggiamento, oscillazione o instabilità e difficoltà nell’equilibrio. Possono inoltre associarsi stanchezza, problemi di concentrazione e altri disturbi.
Il meccanismo preciso della MdDS non è ancora completamente chiarito. Una delle ipotesi riguarda il modo in cui il cervello si adatta a un movimento prolungato e successivamente torna a interpretare una situazione nella quale quel movimento non esiste più.
Ed è proprio qui che la storia di Salcedo diventa particolarmente curiosa: dopo aver trascorso una parte enorme della propria vita sulle navi, per lui la condizione abituale non sembra più essere la terraferma, ma il mare.
Una vita intera trasformata in una crociera
La scelta di Salcedo non nasce da un’impossibilità di vivere normalmente a terra. È stato lui a trasformare volontariamente le crociere nel proprio stile di vita.
Il lavoro da remoto gli permette di dedicare soltanto una parte della giornata all’attività professionale, mentre il resto del tempo può trascorrerlo utilizzando ristoranti, piscine, palestre e gli altri servizi disponibili sulle navi.
Una quotidianità che per molti potrebbe sembrare una vacanza infinita, ma che comporta inevitabilmente anche una profonda modifica delle abitudini. Nel suo caso persino la percezione di quale sia il terreno più “naturale” sul quale muoversi sembra essersi capovolta.
Quando è la terraferma a sembrare in movimento
Non esiste una soluzione unica valida per chi soffre di Mal de Débarquement. Quando la sensazione di oscillazione persiste, è necessario rivolgersi a un medico, che può valutare i sintomi ed escludere altre possibili cause.
A seconda dei casi possono essere presi in considerazione percorsi specialistici e trattamenti mirati, ma è importante evitare diagnosi fai-da-te: avere per qualche ora la sensazione di essere ancora su una barca dopo una traversata non significa necessariamente soffrire della sindrome.
Per Mario Salcedo, comunque, il problema sembra avere assunto una forma quasi paradossale. Dopo una vita trascorsa volontariamente in crociera, non è più il mare a farlo barcollare.
È la terraferma.
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