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Cronaca

Il grido di pace di Sergio Mattarella e il pensiero per Cecilia Sala: il discorso di fine anno che parla all’Italia

Il discorso di fine anno del presidente ha ricordato le sfide, ma anche le possibilità, invitando a guardare al futuro con responsabilità e impegno. Un messaggio che parla a tutti, dentro e fuori i confini italiani.

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    «Mai come adesso la pace grida la sua urgenza». Con queste parole, Sergio Mattarella ha aperto il suo discorso di fine anno, invitando l’Italia e il mondo intero a riflettere sulla drammaticità dei conflitti e sulla necessità di un cambiamento profondo. Il presidente della Repubblica ha toccato numerosi temi cruciali, spaziando dalla guerra in Ucraina alla crisi della sanità pubblica italiana, passando per la violenza contro le donne e il disagio giovanile.

    L’appello alla pace e le tragedie globali

    Mattarella ha aperto il suo intervento con immagini forti e dolorose: una neonata morta assiderata a Gaza, bombardamenti in Ucraina che lasciano milioni al gelo, e gli ostaggi israeliani nelle mani di Hamas. «La pace non significa sottomettersi alla prepotenza, ma al contrario, costruire un mondo basato sul rispetto dei diritti umani, della libertà e della dignità di ogni popolo», ha sottolineato il capo dello Stato.

    Il pensiero per Cecilia Sala

    Tra i momenti più toccanti del discorso, il presidente ha rivolto un pensiero alla giornalista Cecilia Sala, incarcerata in Iran dal 19 dicembre. «Le siamo vicini, in attesa di rivederla al più presto in Italia», ha detto Mattarella, ricordando il valore della libera informazione e il sacrificio di chi rischia la vita per documentare le guerre e le ingiustizie.

    Le sfide italiane: sanità e giovani

    Anche l’Italia è al centro delle riflessioni del presidente, che ha evidenziato luci e ombre. Da un lato, i dati sull’occupazione e l’export crescono, ma persistono sacche di precarietà e salari bassi. Dall’altro, la sanità pubblica vive una crisi profonda, con liste d’attesa insostenibili e sempre più persone costrette a rinunciare alle cure per motivi economici.

    Mattarella ha poi messo in guardia dai modelli di violenza che si diffondono tra i giovani, spesso amplificati dal web. Ha invitato le istituzioni ad ascoltare il loro disagio e a offrire risposte concrete per costruire un futuro migliore.

    La violenza contro le donne

    Non poteva mancare un richiamo alla lotta contro la violenza di genere. Mattarella ha ricordato Giulia Cecchettin e tante altre donne vittime della barbarie, augurandosi che il 2025 sia l’anno in cui si possa parlare delle donne come protagoniste della società, e non come vittime.

    Il patriottismo degli immigrati e l’anniversario della Liberazione

    Mattarella ha offerto una riflessione sul concetto di patriottismo, riconoscendo l’importante contributo di chi, pur non essendo nato in Italia, ne abbraccia i valori e ne arricchisce la comunità. Ha poi concluso con uno sguardo al 2025, che segnerà l’ottantesimo anniversario della Liberazione: «Un richiamo a liberarsi da tutto ciò che ostacola la libertà, la democrazia, la dignità e la giustizia».

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      Cronaca Nera

      Garlasco, Milo Infante esplode contro Bruzzone e Stefania Cappa: «Ho affrontato persone più pericolose di loro. Portatemi in tribunale»

      È guerra aperta dopo la denuncia annunciata dalla legale di Stefania Cappa e le parole della criminologa. Il conduttore non arretra: «La vivo come un’intimidazione, come a dire: hai parlato troppo». Poi l’affondo durissimo contro l’ex amica: «Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».

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        Attorno al delitto di Garlasco ormai infuria una seconda guerra, parallela alla nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. Denunce, querele, documenti riservati, audio, accuse reciproche e minacce di azioni legali hanno trascinato giornalisti, avvocati e criminologi dentro uno scontro che diventa ogni giorno più feroce. Adesso Milo Infante alza ulteriormente il livello e risponde senza diplomazia a Stefania Cappa e Roberta Bruzzone.

        Il conduttore ha replicato frontalmente alla denuncia per ricettazione presentata da Stefania Cappa dopo la diffusione televisiva di un atto giudiziario e alle parole di Roberta Bruzzone, che ha annunciato di voler valutare iniziative legali contro di lui. Infante non cerca una tregua e pronuncia una frase destinata inevitabilmente a incendiare ancora di più la battaglia: «Sono stato minacciato da persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».

        Non solo. Il giornalista parla apertamente di «intimidazione», rivendica il proprio lavoro e sfida chi minaccia di trascinarlo davanti a un giudice a passare dalle parole ai fatti. Nel mirino finisce soprattutto Bruzzone, con la quale fino a poco tempo fa vantava un rapporto professionale e personale strettissimo.

        Infante contro Stefania Cappa: «La vivo come un’intimidazione»

        Il primo fronte riguarda Stefania Cappa, cugina di Chiara Poggi. La vicenda nasce da un atto giudiziario del quale Infante ha mostrato il contenuto durante la trasmissione. Secondo la legale di Cappa, Valeria Francesca Mettica, quel documento non rappresentava un semplice esposto, ma una denuncia-querela relativa a indagini ancora pendenti. Da qui l’iniziativa giudiziaria nei confronti del conduttore per ricettazione.

        Infante ha reagito immediatamente e con toni durissimi: «Fa un po’ effetto che un avvocato contesti a un giornalista un reato molto grave e infamante, che non appartiene alla professione giornalistica».

        Poi ha spiegato ancora più chiaramente come interpreta l’iniziativa: «Vivo questa denuncia come una intimidazione, come a dire: hai parlato troppo».

        Il giornalista contesta soprattutto il tipo di reato che Cappa gli attribuisce e difende la natura giornalistica del proprio lavoro: «La ricettazione non è un reato da contestare ai giornalisti. Ai giornalisti puoi contestare la diffamazione, ma deve essere provata».

        Infante esprime naturalmente la propria posizione difensiva. La denuncia apre un fronte giudiziario sul quale toccherà alla magistratura valutare fatti, documenti e contestazioni.

        Mediaset gli offre tutela, Infante risponde: «Me ne assumo tutta la responsabilità»

        Nella battaglia il conduttore può contare anche sull’appoggio della propria azienda. Infante ha raccontato il colloquio con Mauro Crippa, direttore generale dell’Informazione Mediaset: «Mi ha detto: Milo, non ti preoccupare perché Mediaset c’è, ti tuteleremo con ogni mezzo e in ogni dove».

        Infante, però, ha scelto di affrontare personalmente le conseguenze dell’iniziativa giudiziaria e ha risposto: «Sollevo questa azienda da ogni responsabilità. Mi assumo tutta la responsabilità che i giudici dovessero attribuirmi».

        Il conduttore, dunque, non arretra e non lascia all’azienda il peso della battaglia. Anzi, trasforma la denuncia in una questione personale e professionale, rivendicando apertamente ciò che ha fatto durante la trasmissione.

        Successivamente ha anche scelto chi lo accompagnerà sul terreno giudiziario: sua moglie Sara Venturi, avvocata penalista. «Mi sembra giusto che sia una battaglia di famiglia», ha spiegato Infante, annunciando inoltre di essersi messo a disposizione della Procura di Milano.

        Bruzzone contro Infante, l’amicizia finisce malissimo: «Portami in tribunale»

        Se il confronto con Stefania Cappa nasce attorno a un atto giudiziario, quello con Roberta Bruzzone contiene un ingrediente ulteriore: la fine clamorosa di un rapporto che per anni aveva unito il conduttore e la criminologa.

        Bruzzone frequentava abitualmente i programmi di Infante e tra i due esisteva una forte vicinanza professionale. Negli ultimi mesi, però, le differenti posizioni sulle nuove vicende di Garlasco hanno scavato un solco sempre più profondo, fino a trasformare il dissenso in uno scontro pubblico.

        La criminologa ha annunciato di voler valutare iniziative giudiziarie dopo alcune dichiarazioni del conduttore, sostenendo di poter documentare la propria versione dei fatti.

        Infante ha risposto alzando ulteriormente il tiro: «Mi hanno minacciato persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».

        Poi ha lanciato direttamente la sfida: «Se ogni volta che la narrazione non è quella che richiedete c’è il “vediamoci in tribunale”, però vediamoci in tribunale. Non è che si può andare in giro ogni due o tre a dire “ti porto in tribunale, ci vediamo in tribunale”. Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».

        A questo punto della vecchia sintonia rimane ben poco. Il caso Garlasco ha trasformato due persone che per anni hanno condiviso studi televisivi, ricostruzioni e dibattiti in protagonisti di una battaglia che potrebbe davvero proseguire davanti ai giudici.

        De Rensis entra nella guerra: «A volte in tribunale sei stato chiamato»

        Dentro una vicenda già esplosiva entra anche Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, che ascolta la sfida lanciata da Infante e piazza una battuta dal significato piuttosto chiaro: «A volte uno può entrare in tribunale pensando di esserci andato, invece è stato chiamato».

        De Rensis compare direttamente anche nell’altro fronte della vicenda. Nell’atto di Stefania Cappa trovano spazio il legale, Alessandro De Giuseppe e l’ex maresciallo dei carabinieri Francesco Marchetto, in relazione all’ipotesi sostenuta nell’esposto di una presunta «regia mediatica» che avrebbe alimentato l’esposizione della famiglia Cappa e sostenuto la tesi dell’innocenza di Alberto Stasi. De Rensis ha respinto pubblicamente gli addebiti.

        Sarà la magistratura a valutare le accuse contenute negli atti e le repliche delle persone coinvolte. Un punto, però, va tenuto fermo: Stefania Cappa non risulta indagata per l’omicidio della cugina Chiara Poggi, nonostante il suo nome abbia occupato uno spazio enorme nel racconto mediatico degli ultimi mesi.

        Garlasco, ormai volano denunce e querele tra i protagonisti della tv

        Il risultato è un caso nel caso. Sul piano giudiziario resta l’omicidio di Chiara Poggi, per il quale Alberto Stasi ha ricevuto una condanna definitiva, mentre la nuova inchiesta della Procura di Pavia ha aperto un altro fronte investigativo.

        Parallelamente, però, giornalisti, criminologi, avvocati e persone coinvolte a vario titolo nella vicenda hanno cominciato a combattersi attraverso denunce, querele, dichiarazioni televisive e annunci di azioni legali. La questione non riguarda più soltanto chi sostiene una determinata ricostruzione del delitto, ma anche chi abbia diffuso determinati documenti, chi abbia pronunciato certe frasi e chi possa dimostrare la propria versione davanti a un giudice.

        Ed è qui che la frase di Infante fotografa meglio di ogni altra il livello raggiunto dalla battaglia: «Sono stato minacciato da persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».

        Subito dopo arriva la frase che chiude definitivamente qualsiasi possibilità di interpretare il confronto come una semplice schermaglia televisiva: «Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».

        Dopo anni di programmi condivisi, interviste e rapporti personali, il nuovo terremoto di Garlasco ha aperto così un’altra frattura. Questa volta non riguarda direttamente le prove raccolte nella villetta di via Pascoli, ma chi racconta il caso, chi contesta quel racconto e chi adesso promette di portare lo scontro dalla televisione direttamente nelle aule di giustizia.

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          Cronaca Nera

          Ricina a Pietracatella, clamorosa frenata sul giallo? Doveva arrivare un nome, invece la Procura ordina 60 giorni di nuovi esami

          Computer e dieci pen-drive tornano al centro dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Gli specialisti cercheranno eventuali ricerche sulla ricina, chat, messaggi, documenti, fotografie e metadati utili a ricostruire persino le posizioni geografiche. E il dettaglio dei sessanta giorni cambia ancora i tempi del caso.

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          Giallo della ricina a Pietracatella, l'indagine ad una svolta: pronte le prime iscrizioni di indagati tra verbali e test di laboratorio

            Sembrava che il giallo della ricina di Pietracatella fosse ormai arrivato al passaggio che tutti aspettavano: l’iscrizione di almeno un nome nel registro degli indagati per la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate dopo il Natale 2025. Dopo mesi di audizioni, accertamenti scientifici, verifiche sui rapporti personali e ricostruzioni delle ultime ore trascorse dalle due donne, la sensazione era che il cerchio investigativo si stesse stringendo. Invece arriva una mossa della Procura di Larino che riapre inevitabilmente le domande sullo stato dell’inchiesta.

            Gli inquirenti hanno disposto un nuovo accertamento tecnico irripetibile sui dispositivi informatici sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento e agli specialisti hanno affidato un incarico molto ampio. Dovranno cercare eventuali ricerche sulla ricina, analizzare chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note e documenti e scandagliare persino i metadati che potrebbero fornire indicazioni sulle geolocalizzazioni. Un lavoro per il quale sono stati concessi sessanta giorni.

            È davvero una retromarcia? Il provvedimento, da solo, non permette di dirlo. Dimostra però qualcosa di altrettanto significativo: la Procura vuole ancora risposte prima di considerare completo il quadro investigativo e alcune di queste risposte potrebbero trovarsi nella memoria digitale dei dispositivi sequestrati.

            Ricina, si aspettava un indagato ma la Procura torna a scavare nei computer

            L’operazione inizierà il 28 settembre nella Questura di Campobasso, dove gli specialisti della Terza Divisione STAI della Direzione centrale anticrimine lavoreranno sul materiale sequestrato il 31 luglio nella casa della famiglia. Si tratta di un computer desktop Lenovo ThinkCentre e di dieci pen-drive, una quantità considerevole di dati che potrebbe contenere prevalentemente materiale legato all’attività professionale di Gianni Di Vita, commercialista, ma all’interno della quale gli investigatori vogliono cercare qualsiasi elemento collegabile alla tragedia.

            Il primo passaggio consisterà nella realizzazione delle copie forensi dei supporti, in modo da preservare gli originali, seguito dalla creazione di una copia indicizzata sulla quale effettuare le ricerche. Gli specialisti dovranno ricostruire la storia informatica dei dispositivi dalla prima accensione fino all’ultimo utilizzo e verificare se esistano dati pertinenti all’inchiesta.

            La scelta dell’accertamento tecnico irripetibile permette inoltre alle parti interessate di partecipare attraverso avvocati e consulenti, garantendo il contraddittorio durante le operazioni. Ma a rendere particolarmente interessante questo nuovo capitolo non è soltanto la procedura scelta: sono soprattutto le domande formulate dalla Procura.

            Qualcuno aveva cercato informazioni sulla ricina prima delle morti?

            Uno dei quesiti porta direttamente al cuore del mistero. Gli specialisti dovranno verificare se nei dispositivi esistano tracce di navigazione internet relative alla ricina, prestando particolare attenzione a eventuali ricerche riconducibili a Sara Di Vita o alla madre Antonella Di Ielsi.

            La domanda è pesante perché tocca uno dei punti ancora fondamentali dell’inchiesta: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e attraverso quale alimento, bevanda o altro veicolo è stata assunta dalle vittime?

            Gli investigatori vogliono verificare se le due donne avessero cercato autonomamente informazioni sulla sostanza, ma anche se all’interno dei dispositivi esistano elementi utili a ricostruire un eventuale approvvigionamento. L’accertamento potrebbe contribuire anche alla valutazione delle diverse ipotesi sulla natura dell’avvelenamento, compresa quella accidentale, che gli investigatori devono verificare o escludere sulla base degli elementi raccolti.

            La ricerca digitale sarà però molto più vasta. Gli specialisti passeranno al setaccio chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note, diari digitali e documenti, cercando anche eventuali annotazioni sugli alimenti consumati dalle vittime nei giorni precedenti all’intossicazione.

            Particolare attenzione verrà dedicata inoltre ai documenti relativi a patologie, disturbi o condizioni fisiche accusati da Antonella e Sara tra il 24 e il 28 dicembre 2025, una finestra temporale cruciale per ricostruire la progressione dell’avvelenamento e capire quando possano essere comparsi i primi sintomi.

            Il dettaglio delle geolocalizzazioni: dove si trovavano nelle ore decisive?

            Tra i quesiti affidati agli specialisti ce n’è uno che potrebbe rivelarsi particolarmente importante: la ricerca di metadati capaci di fornire informazioni sulla posizione geografica.

            Fotografie, documenti e altri file possono conservare informazioni che l’utente normalmente non vede, ma che possono indicare quando un contenuto è stato creato o modificato e, in determinate circostanze, anche dove si trovava il dispositivo. Per gli investigatori significa avere una possibilità ulteriore di ricostruire spostamenti e presenze nei giorni cruciali.

            Se gli accertamenti dovessero consolidare l’ipotesi di un avvelenamento volontario, diventerebbe infatti essenziale stabilire chi avesse accesso all’abitazione, chi vi fosse presente e quali fossero gli spostamenti delle persone coinvolte nelle ore ritenute decisive. I metadati potrebbero quindi essere incrociati con gli altri elementi già raccolti e fornire conferme o smentite alle ricostruzioni effettuate fino a oggi.

            È anche per questo che il nuovo accertamento appare molto più ampio di una semplice ricerca della parola «ricina» dentro un computer. Gli investigatori vogliono ricostruire comunicazioni, ricerche, documenti, movimenti e rapporti che ruotavano attorno alla famiglia nel periodo immediatamente precedente alla tragedia.

            Retromarcia oppure stanno cercando gli ultimi tasselli prima della svolta?

            Parlare oggi di una vera retromarcia investigativa sarebbe prematuro. Il nuovo accertamento non cancella quanto raccolto nei mesi precedenti e non dimostra che la Procura abbia abbandonato eventuali ipotesi maturate durante l’indagine. Certifica però che il quadro probatorio necessita ancora di approfondimenti e che gli inquirenti considerano la componente digitale sufficientemente importante da disporre un accertamento tecnico irripetibile.

            Rimane inoltre un’altra domanda destinata a pesare qualora gli elementi raccolti dovessero portare a escludere definitivamente un’intossicazione accidentale: chi avrebbe materialmente introdotto o somministrato la ricina e avrebbe agito da solo oppure altre persone avrebbero saputo qualcosa?

            È in questa prospettiva che chat, contatti, messaggi, fotografie, ricerche internet e dati di localizzazione potrebbero diventare particolarmente importanti. Non necessariamente perché contengano una prova diretta, ma perché potrebbero consentire agli investigatori di verificare relazioni, presenze e comunicazioni nei momenti cruciali.

            Alle operazioni potranno assistere i legali delle parti e i rispettivi consulenti. Tra le persone offese figura anche Alice Di Vita, la figlia sopravvissuta alla tragedia, insieme al padre e ai familiari delle vittime.

            Sessanta giorni di esami: il giallo della ricina si allunga ancora

            C’è infine un numero che pesa sull’inchiesta: sessanta giorni. È il tempo concesso agli specialisti per completare il lavoro e consegnare le proprie conclusioni. Questo non impedisce naturalmente alla Procura di proseguire parallelamente con altre attività investigative, ma significa che uno degli accertamenti ritenuti importanti potrà protrarsi ancora per settimane.

            Ed è proprio questo a modificare la percezione di un’inchiesta che sembrava avvicinarsi rapidamente a una svolta. Dopo mesi di interrogatori, analisi tossicologiche, sopralluoghi, confronti e verifiche sui rapporti personali della famiglia, gli investigatori tornano a scavare nel luogo nel quale una parte della vita di ciascuno di noi rimane conservata anche quando crediamo di averla cancellata: la memoria digitale.

            La domanda fondamentale, dunque, resta ancora aperta: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e chi sapeva della sua presenza?

            Per cercare la risposta gli specialisti proveranno a recuperare praticamente tutto ciò che i dispositivi possono raccontare, dalle ricerche online alle conversazioni, dagli alimenti annotati durante le feste di Natale alle fotografie, fino a quei metadati invisibili all’utente comune che potrebbero permettere di stabilire dove si trovava un dispositivo quando un determinato contenuto è stato creato o modificato.

            Se dentro quel computer o in una delle dieci pen-drive esiste ancora un frammento capace di spiegare che cosa accadde tra Natale e la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, adesso gli investigatori proveranno a trovarlo.

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              Cronaca Nera

              Garlasco trasformato in pubblicità per vendere brioche: battute su Chiara Poggi, Stasi e Sempio. Ma davvero siamo arrivati a questo?

              Un conto è l’umorismo nero degli utenti, un altro è costruire una comunicazione commerciale attorno a un omicidio vero. Perché Chiara Poggi non era il personaggio di una serie crime e il 13 agosto non è una gag: è il giorno in cui una ragazza di 26 anni venne assassinata nella propria casa.

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                Pensavamo di averle viste tutte. Evidentemente peccavamo di ottimismo. Perché dopo mesi nei quali il delitto di Garlasco è stato trasformato in una specie di reality nazionale permanente, con investigatori improvvisati, complottisti da divano, criminologi nati su TikTok durante la pausa pranzo e orde di commentatori che ormai parlano di DNA, impronte papillari e BPA come se avessero trascorso vent’anni nei laboratori della Scientifica, mancava ancora qualcosa: usare l’omicidio di Chiara Poggi per vendere brioche.

                Adesso abbiamo anche quello.

                A Garlasco, La Casa della Brioche ha costruito una parte della propria comunicazione social giocando con nomi, circostanze e tormentoni legati all’omicidio avvenuto il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli. Non stiamo parlando di una battuta uscita male, pubblicata una sera e magari cancellata la mattina successiva dopo essersi accorti dell’enormità. I video sono diversi e seguono uno schema piuttosto preciso: si prende Garlasco, si prende un elemento del delitto, lo si trasforma in un gancio e, quando l’utente è stato catturato, gli si mostra la brioche.

                Il risultato social, almeno numericamente, c’è: l’account TikTok, attivo dal 2022, ha raccolto circa 18mila follower e un milione di like. Complimenti all’algoritmo. Sul resto, forse, qualche domanda sarebbe il caso di farsela.

                Perché Chiara Poggi non è un format, non è una mascotte e soprattutto non è morta per aiutare qualcuno a vendere dolci quasi vent’anni dopo.

                «Che Cappa di caldo»: quando il delitto diventa il gancio per il prodotto

                Il livello della trovata si comprende abbastanza bene da uno dei video: «Ma che Cappa di caldo fa a Garlasco? Rinfrescati con la nostra frutta realistica». «Cappa», naturalmente, richiama il cognome delle cugine di Chiara, Paola e Stefania Cappa. Una finezza.

                In un altro contenuto compare: «Anche tu stai studiando per gli esami? È l’ora di concedersi una pausa», riferimento che, dentro una comunicazione costruita attorno a Garlasco, rimanda immediatamente alla tesi di Alberto Stasi e agli accertamenti sul computer che hanno avuto un ruolo fondamentale nella ricostruzione di quella mattina.

                Poi c’è il finto notiziario: «Oggi abbiamo nuovi sviluppi da Garlasco. La novità è questa: la brioche gigante».

                Capito il meccanismo? Per qualche secondo si lascia immaginare all’utente che sia accaduto qualcosa nel caso che da mesi occupa giornali, televisioni e social, quindi arriva la sorpresa: tranquilli, nessuna novità investigativa, dobbiamo vendervi un dolce.

                Ma si riesce a fare persino meglio. In un altro video si sente: «È agosto, siamo a Garlasco e come vedete non c’è un’anima. Ma una cosa è certa: la Casa della Brioche è aperta fino al 15 agosto».

                Agosto. Garlasco. Ferragosto.

                Chiara Poggi venne assassinata il 13 agosto 2007.

                Probabilmente qualcuno avrà trovato l’idea irresistibile. Qualcun altro potrebbe semplicemente domandarsi se esista ancora una differenza tra essere bravi a comunicare ed essere disposti a utilizzare qualsiasi cosa pur di racimolare qualche visualizzazione.

                Stasi, Sempio e Poggi ridotti a giochi di parole

                Una volta aperta la porta, naturalmente, entra tutto. «Qui a Garlasco abbiamo un caso ancora aperto, nessuno riesce a decidere qual è la brioche più buona», recita un altro contenuto.

                Il «caso aperto» serve quindi a scegliere il dolce. E il pubblico, come spesso accade sui social, capisce immediatamente il gioco e comincia a partecipare.

                Così arriva il piccolo capolavoro linguistico: «Siete da prendere da e-sempio, ogni volta che vedo le vostre brioche vado in e-stasi, ma p-oggi siete aperti?».

                Andrea Sempio. Alberto Stasi. Chiara Poggi.

                Tre cognomi, tre giochi di parole, tre occasioni per farsi una risata. Con una differenza che evidentemente nell’euforia da engagement rischia di diventare un dettaglio: una delle tre persone citate è una ragazza assassinata a 26 anni.

                Il 13 agosto qualcuno scrive addirittura: «Oggi è il 13 agosto e ho pensato a voi e alla buon’anima di Chiara Poggi». Altrove c’è chi domanda: «C’è un parcheggio per stare un po’ da solo a parlare in auto?», mentre un altro commentatore scherza: «Aspetto il mio avvocato che torna dalle ferie e vengo ad assaggiare le vostre delizie».

                Il risultato è impressionante soprattutto per la rapidità con cui la tragedia reale scompare. Rimangono soltanto i personaggi, le frasi, i tormentoni, le allusioni. Garlasco diventa un universo narrativo e Chiara Poggi rischia di trasformarsi in una comparsa del “caso Garlasco”.

                Peccato che senza il suo assassinio non esisterebbe nessun «caso Garlasco».

                «Alberto è venuto a trovarci»: e compare anche Massimo Lovati

                La macchina prosegue. In un altro contenuto compare la frase «Alberto è venuto a trovarci, e non è l’unico: anche Paola, Rosa, Omar…». Formalmente Alberto può essere chiunque, naturalmente. Ma se da mesi costruisci contenuti disseminati di riferimenti al delitto più famoso avvenuto nella tua città, non serve esattamente Sherlock Holmes per capire quale associazione si voglia provocare nella testa di chi guarda.

                E nei contenuti del locale compare persino Massimo Lovati, ex avvocato di Andrea Sempio, fotografato insieme al giovane protagonista dei video.

                A quel punto la domanda non riguarda più nemmeno la capacità di creare engagement, che appare evidente. Riguarda piuttosto quanto in basso si sia disposti a scavare per ottenerlo.

                Perché il principio, portato alle sue conseguenze, è meravigliosamente semplice: se Garlasco tira, usiamo Garlasco; se Stasi tira, giochiamo con Stasi; se Sempio tira, giochiamo con Sempio; se il 13 agosto tira, usiamo anche quello. E se nel mezzo c’è una giovane donna massacrata nella propria abitazione, pazienza: l’importante è che l’utente non faccia swipe prima di vedere la brioche.

                Il problema non è l’umorismo nero: è trasformare un omicidio in marketing

                Sarebbe troppo semplice indignarsi genericamente perché «non si scherza sulla morte». Sui social si scherza praticamente su tutto e l’umorismo nero esiste da molto prima di TikTok. Può essere intelligente, feroce, persino liberatorio. E ciascuno stabilisce da sé ciò che considera divertente o disgustoso.

                Qui, però, c’è qualcosa di diverso. Qui il delitto diventa uno strumento commerciale.

                Non siamo davanti al ragazzino che pubblica un meme discutibile dal proprio telefono. Siamo davanti a contenuti che promuovono un’attività, mostrano prodotti e utilizzano il richiamo di uno dei casi di cronaca nera più seguiti d’Italia per catturare pubblico.

                Il percorso è elementare: Chiara Poggi porta attenzione, l’attenzione porta visualizzazioni, le visualizzazioni portano persone sul profilo e quelle persone possono diventare clienti.

                Sarà anche marketing. Di sicuro è un marketing che riesce nella non facile impresa di far rimpiangere i volantini nella cassetta della posta.

                L’algoritmo ha fame. Ma non è obbligatorio dargli da mangiare qualsiasi cosa

                Il caso racconta qualcosa che va molto oltre una pasticceria di Garlasco. La cronaca nera sui social sta subendo una trasformazione impressionante: le persone reali diventano personaggi, le prove diventano tormentoni, gli avvocati diventano meme e gli omicidi diventano format.

                È successo con altri delitti, da Yara Gambirasio a Giulia Cecchettin, con meme e montaggi dedicati persino agli uomini condannati per averle uccise. Il meccanismo dell’algoritmo è brutale ma semplicissimo: ciò che genera reazioni viene premiato, ciò che viene premiato viene replicato e ciò che viene replicato perde progressivamente il proprio significato originario.

                Ma l’algoritmo non possiede buon gusto, pietà, pudore o memoria. Le persone, in teoria, sì.

                Ed è forse questo il particolare più sgradevole dell’intera faccenda. A forza di parlare del «caso Garlasco», ci si può dimenticare che all’origine non c’è un podcast, una serie Netflix o una sceneggiatura scritta particolarmente bene. C’è Chiara Poggi, una ragazza di 26 anni che la mattina del 13 agosto 2007 era nella propria casa e che da quella casa non è più uscita viva.

                Trasformare Sempio in «e-sempio» sarà una battuta. Trasformare Stasi in «e-stasi» sarà un’altra battuta. Giocare con «Cappa», «Poggi», il «caso ancora aperto» e persino con agosto farà probabilmente salire le visualizzazioni.

                Poi, alla fine del video, arriva la brioche.

                E forse la cosa davvero indigesta è proprio quella.

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