Cronaca
Il lato oscuro dei Labubu: i peluche per cui facciamo la fila nascono tra straordinari illegali, contratti in nero e lavoratori minorenni
I pupazzi cinesi diventati un fenomeno globale valgono miliardi, ma dietro il successo si nasconde una fabbrica dove si lavora oltre i limiti di legge. L’inchiesta di una Ong accende i riflettori sul prezzo umano del giocattolo più desiderato.
Fuori dai negozi, in mezzo mondo, migliaia di persone fanno la fila per ore. Scattano foto, postano video, si contendono l’ultimo modello come fosse un oggetto di culto. I Labubu, piccoli peluche ghignanti nati dall’universo creativo di Pop Mart, sono diventati una delle esportazioni culturali più potenti della Cina contemporanea. Teneri, inquietanti, irresistibili. Eppure, mentre il mercato li trasforma in icone e il fatturato vola, qualcosa scricchiola lungo la filiera che li produce.
Secondo un’inchiesta condotta dalla Ong China Labor Watch e rilanciata dal The Guardian, i Labubu nascerebbero in un contesto di sfruttamento sistematico. Non in un laboratorio artigianale, ma in una fabbrica della provincia di Jiangxi, nel sud-est della Cina, dove le regole sul lavoro esisterebbero solo sulla carta.
I Labubu fanno parte della linea “The Monsters”, che nella sola prima metà del 2025 ha generato circa 600 milioni di euro di vendite per Pop Mart, colosso quotato alla Borsa di Hong Kong. L’amministratore delegato Wang Ning ha dichiarato che l’azienda è sulla strada giusta per raggiungere i 2,5 miliardi di euro di fatturato entro fine anno. Numeri da multinazionale del desiderio. Ma dietro quei numeri, secondo l’indagine, c’è una realtà molto meno scintillante.
Gli investigatori di China Labor Watch hanno passato tre mesi nel 2025 a monitorare uno dei fornitori di Pop Mart, la Shunjia Toys, nella contea di Xinfeng. Una fabbrica che impiega oltre 4.500 persone e che, in quel periodo, lavorava quasi esclusivamente alla produzione dei Labubu. Più di 50 dipendenti sono stati intervistati, tra cui tre minorenni. Tutti raccontano la stessa storia.
Contratti firmati in bianco, senza indicazione della durata, della mansione, dello stipendio o dei contributi previdenziali. Formazione sulla sicurezza praticamente inesistente. Ragazzi di 16 e 17 anni impiegati in catena di montaggio come adulti, senza le tutele speciali che la legge cinese prevede per i giovani lavoratori. Tecnicamente l’assunzione tra i 16 e i 18 anni è legale, ma solo a condizioni precise: niente lavori faticosi o pericolosi, carichi ridotti, obiettivi differenziati. Niente di tutto questo, stando al rapporto, veniva rispettato.
«I lavoratori minorenni spesso non capivano nemmeno cosa stessero firmando», scrive l’Ong. «Non avevano un’idea chiara del loro status giuridico quando veniva loro chiesto di sottoscrivere i contratti». Quei contratti, peraltro, erano spesso fogli vuoti, da riempire in un secondo momento dall’azienda. Una pratica che annulla qualsiasi tutela e lascia il lavoratore completamente esposto.
Il ritmo produttivo è il vero cuore della denuncia. Per soddisfare una domanda globale in crescita costante, i team di produzione – composti da 25 o 30 persone – sarebbero stati obbligati ad assemblare almeno 4.000 Labubu al giorno. Una corsa contro il tempo che si traduce in turni interminabili. La legge cinese fissa il limite massimo di straordinari a 36 ore al mese. Ma secondo China Labor Watch molti dipendenti superavano regolarmente le 100 ore mensili di lavoro extra. Più del triplo. Mese dopo mese.
La Shunjia Toys dichiara una capacità produttiva di 12 milioni di giocattoli l’anno, con piani di espansione fino a 33 milioni entro la fine del 2025. Una goccia, se confrontata con la produzione complessiva dei Labubu: Pop Mart ha ammesso che nel 2024 si arrivava a circa 30 milioni di unità al mese. Un flusso industriale continuo, che non può permettersi rallentamenti, né scioperi, né coscienza.
Il paradosso è evidente. I Labubu sono diventati simboli di stile, oggetti da collezione, accessori di status. Celebrità e influencer li esibiscono come segni di appartenenza culturale. Ma il loro successo poggia su una catena invisibile, dove ogni sorriso cucito sul muso del peluche corrisponde a ore di lavoro non pagate, a diritti compressi, a adolescenti trattati come ingranaggi.
Pop Mart, come molte multinazionali, ha sempre dichiarato di avere codici etici e controlli sui fornitori. Ma l’indagine di China Labor Watch suggerisce che questi controlli, se esistono, non hanno impedito violazioni sistematiche. Ed è qui che la questione smette di essere “cinese” e diventa globale. Perché i Labubu non sono venduti solo in Cina: sono sugli scaffali d’Europa, America, Asia. E noi li compriamo, li desideriamo, li difendiamo come fenomeno pop.
Il giocattolo del momento, insomma, racconta molto più di quanto sembri. Racconta un’economia che corre più veloce delle leggi, una moda che divora chi la produce, un sistema in cui lo sfruttamento viene anestetizzato dal packaging carino. E racconta anche una responsabilità diffusa, che non riguarda solo chi produce, ma anche chi consuma senza voler sapere.
I Labubu continueranno a vendere, probabilmente ancora di più nel 2026. Le file davanti ai negozi non diminuiranno. Ma dopo questa inchiesta, una cosa è chiara: quei peluche non sono solo mostriciattoli da collezione. Sono il simbolo perfetto di un capitalismo che sorride mentre stringe la gola a chi lavora. E che chiede a tutti noi di guardare dall’altra parte.
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Cronaca
Paolo Belli sotto choc dopo l’incidente in bici: è morto Alessandro Magnani, il 41enne investito nel Reggiano
Alessandro Magnani, 41 anni, è morto all’ospedale Maggiore di Parma dopo il violento impatto. Paolo Belli, ferito in modo lieve, è sotto choc. La Polizia locale indaga sulla dinamica e valuta tutte le ipotesi.
È morto dopo circa un giorno di agonia Alessandro Magnani, il 41enne investito lunedì 13 luglio da una bicicletta condotta da Paolo Belli nelle campagne della Bassa Reggiana, tra Correggio e Campagnola Emilia. L’uomo era stato trasportato in condizioni gravissime all’ospedale Maggiore di Parma, dove era ricoverato nel reparto di Rianimazione. Nel pomeriggio di martedì 14 luglio è stato dichiarato il decesso.
Il cantante e conduttore televisivo, coinvolto nell’incidente, ha riportato soltanto lievi conseguenze fisiche, ma è apparso profondamente provato dall’accaduto.
La dinamica dell’incidente è ancora al vaglio
L’incidente è avvenuto poco dopo mezzogiorno nella zona di Cognento. Secondo una prima ricostruzione, Alessandro Magnani stava tornando verso la propria automobile dopo aver svolto un incarico per una società di servizi impegnata nella consegna di comunicazioni relative a lavori sulla rete elettrica.
Mentre percorreva la strada a piedi sarebbe stato urtato dalla bicicletta guidata da Paolo Belli, noto appassionato di ciclismo. Dopo il violento impatto il 41enne è caduto a terra riportando gravissime lesioni.
Sul posto sono intervenuti gli operatori del 118 con ambulanza, automedica ed elisoccorso, che hanno disposto il trasferimento urgente all’ospedale Maggiore di Parma.
Paolo Belli: lievi ferite ma un forte stato di choc
Anche Paolo Belli è rimasto coinvolto nello scontro. Il cantante è stato accompagnato al pronto soccorso dell’ospedale di Guastalla, dove gli sono stati riscontrati soltanto lievi traumi fisici. Le sue condizioni, tuttavia, sono apparse segnate soprattutto dal forte stato di choc.
Secondo quanto riportato da Il Resto del Carlino, l’artista avrebbe chiesto ripetutamente aggiornamenti sulle condizioni del 41enne durante le ore successive all’incidente.
Le indagini e il cordoglio della comunità
La Polizia locale sta proseguendo gli accertamenti per ricostruire con precisione la dinamica dell’incidente. Gli investigatori stanno valutando ogni possibile scenario. Tra le ipotesi al vaglio vi sono le conseguenze del trauma riportato nella caduta, ma anche l’eventualità che Alessandro Magnani possa essere stato colto da un malore immediatamente prima dell’impatto.
La notizia della morte del 41enne ha suscitato profondo cordoglio nella comunità locale. Magnani era conosciuto non solo per il suo lavoro, ma anche per la passione sportiva: allenava una squadra di pallavolo ed era un grande tifoso del Napoli.
Cronaca Nera
Fabrizio Corona patteggia per la bancarotta della Fenice: pena convertita in sanzione pecuniaria, versati 40 mila euro
I giudici hanno approvato il patteggiamento a dieci mesi, convertiti in una pena pecuniaria. Corona aveva già risarcito l’Agenzia delle Entrate con circa 40 mila euro. Per la madre Gabriella Privitera la
Fabrizio Corona ha patteggiato una pena pecuniaria nel processo che lo vedeva imputato per bancarotta fraudolenta nell’ambito del fallimento della Fenice Srl, una delle società riconducibili all’ex agente fotografico. L’accordo, già raggiunto tra la Procura di Milano e la difesa, è stato accolto dai giudici della Seconda Sezione penale del Tribunale di Milano, presieduta da Nicola Clivio.
Il procedimento riguardava in particolare la storica abitazione di Corona in via De Cristoforis, a pochi passi da corso Como, immobile che secondo l’accusa avrebbe avuto un valore di circa 2,5 milioni di euro.
L’accusa sulla casa di via De Cristoforis
Secondo le indagini coordinate dal pubblico ministero Luigi Luzi, l’immobile sarebbe stato intestato fittiziamente a un collaboratore di Corona e, in questo modo, sottratto al patrimonio della Fenice Srl, successivamente dichiarata fallita.
Proprio questa operazione è stata al centro dell’inchiesta per bancarotta fraudolenta, sfociata nell’accordo di patteggiamento raggiunto dall’imputato.
Dieci mesi convertiti in pena pecuniaria
La proposta formulata dal difensore Ivano Chiesa, con il consenso della Procura, prevedeva una pena di dieci mesi di reclusione, successivamente convertita in una sanzione pecuniaria.
Prima della definizione del procedimento, Fabrizio Corona aveva già versato circa 40 mila euro a titolo di risarcimento nei confronti dell’Agenzia delle Entrate. La pena è stata inoltre concordata in continuazione con una precedente condanna definitiva relativa al fallimento di un’altra società riconducibile all’ex fotografo dei vip.
La posizione della madre Gabriella Privitera
Nel processo è imputata anche Gabriella Privitera, madre di Fabrizio Corona, difesa dall’avvocata Cristina Morrone.
Nel rito abbreviato, lo stesso pubblico ministero ha chiesto la sua assoluzione, ritenendo che fosse inconsapevole del ruolo di amministratrice della società intestata al figlio. La decisione del Tribunale nei suoi confronti è attesa il 15 settembre.
Cronaca Nera
Delitto di Garlasco, nessun “Cattaneo bis” sul piede di Sempio: Galassi smonta le ricostruzioni e spiega cosa potrebbe accadere davvero
Secondo il professor Francesco Maria Galassi, è più plausibile che Cristina Cattaneo venga chiamata a valutare la solidità metodologica della controconsulenza della difesa. Un passaggio tecnico che, se confermato, potrebbe rafforzare il fascicolo della Procura di Pavia.
L’ultima indiscrezione sull’inchiesta per l’omicidio di Chiara Poggi ha scatenato una raffica di commenti sui social. C’è chi sostiene che la Procura di Pavia avrebbe deciso di affidare nuovamente all’antropologa forense Cristina Cattaneo l’incarico di misurare il piede di Andrea Sempio, oggi indagato, per verificarne la compatibilità con le impronte repertate nella villetta di Garlasco. Da qui le battute sulla presunta incertezza degli inquirenti e su un’indagine che, a quasi vent’anni dai fatti, sarebbe ancora ferma alle misurazioni antropometriche.
Al momento, però, non esistono conferme ufficiali che parlino di una nuova rilevazione del piede di Sempio. E, soprattutto, diversi elementi inducono a ritenere che l’eventuale incarico avrebbe un significato molto diverso.
Galassi: «L’unica vera novità riguarda la verifica della controconsulenza»
Tra chi invita alla prudenza c’è il professor Francesco Maria Galassi, paleopatologo e docente universitario, che segue da tempo gli aspetti scientifici del caso. Secondo Galassi, l’ipotesi di una nuova misurazione appare poco credibile.
«Non credo proprio possa esserci una nuova consulenza assegnata alla professoressa Cattaneo per rimisurare Sempio, non c’è alcuna evidenza di ciò. Io credo che si tratti di quel famoso controllo metodologico imposto dalla Procura sulle consulenze alle consulenze. Mi fa sorridere che si pensi che qualcuno possa aver detto “hai sbagliato a misurare, rimisura”: siamo proprio nella fantascienza con un’interpretazione così».
Galassi individua quello che, a suo giudizio, rappresenterebbe «l’unico vero elemento di novità»: «Sarà la Cattaneo a valutare la controconsulenza che la difesa di Sempio aveva presentato separatamente dalla relazione del proprio medico legale. Peraltro, la stessa difesa ha sempre definito corrette le misure effettuate dalla Cattaneo. Se sono corrette, perché dovrebbe rimisurare? Ritengo le sia stato semplicemente chiesto di verificare se quella relazione calzaturiera abbia un solido fondamento scientifico e una metodologia robusta».
Un passaggio tecnico che potrebbe rafforzare il fascicolo
Se questa ricostruzione trovasse conferma, non si tratterebbe di un passo indietro della Procura, ma di una normale verifica tecnico-scientifica sulle osservazioni formulate dalla difesa. Una procedura utile a valutare la tenuta metodologica delle diverse consulenze prima della conclusione delle indagini.
Un’altra ipotesi, non incompatibile con la precedente, è che gli inquirenti intendano consolidare ulteriormente il quadro probatorio in vista delle prossime decisioni processuali. In questo scenario, il riesame della controconsulenza servirebbe a rispondere in modo puntuale alle obiezioni difensive, riducendo possibili margini di contestazione nelle fasi successive del procedimento.
La questione resta tutta scientifica
Uno dei punti centrali del confronto riguarda la compatibilità tra il piede di Andrea Sempio e la misura della scarpa individuata attraverso le impronte repertate sulla scena del delitto. La difesa sostiene che le dimensioni attuali del piede renderebbero incompatibile quella ricostruzione; la Procura ritiene invece che i rilievi antropometrici effettuati e l’evoluzione fisica intervenuta in quasi vent’anni consentano di mantenere aperta l’ipotesi di compatibilità.
La questione resta quindi strettamente tecnica e dovrà essere affrontata sulla base di dati scientifici e valutazioni specialistiche. Per questo, in assenza di comunicazioni ufficiali, parlare di una nuova misurazione del piede di Sempio o interpretarla come un segnale di debolezza dell’accusa rischia di andare oltre gli elementi oggi disponibili.
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