Cronaca
INCHIESTA SUL CALCIO (3° parte) Il lato oscuro della Curva Nord: i retroscena dell’omicidio di Antonio Bellocco
Dalle carte dell’inchiesta sugli ultras emerge un retroscena inquietante: il tentato omicidio tra i vertici della Curva Nord dell’Inter e la morte di Antonio Bellocco, rampollo di ‘ndrangheta e capo ultras. Una storia di potere, denaro e vendette che scuote gli equilibri del tifo milanese e svela legami profondi con la criminalità organizzata.
Tra le carte dell’inchiesta che ha portato in prigione 19 capi ultras di Milan e Inter, emerge un nuovo capitolo che getta luce su un omicidio efferato, specchio di un mondo dove potere, denaro e violenza si intrecciano con il tifo organizzato. Si tratta dell’assassinio di Antonio Bellocco, capo ultras e rampollo di una potente famiglia ‘ndranghetista, ucciso lo scorso 4 settembre in un regolamento di conti. L’ordinanza, accompagnata da una nota integrativa, rivela i dettagli di una vicenda che non si limita solo alla faida interna alla Curva Nord dell’Inter, ma che si estende fino ai vertici della criminalità organizzata calabrese.
Il contesto: il mondo degli ultras e i legami con la ‘ndrangheta
Il mondo degli ultras è spesso un microcosmo che riflette dinamiche sociali, economiche e criminali molto più complesse di quanto si possa immaginare. La Curva Nord dell’Inter, così come quella del Milan, è un territorio dove si intrecciano passione calcistica, controllo del territorio e interessi economici. A fare da collante tra questi elementi, troppo spesso, è la violenza. Quando si parla di Curva Nord, non si fa riferimento solo a un gruppo di tifosi organizzati: si entra in un ambiente che vede coinvolti criminali di spessore, in particolare legati a cosche mafiose e ‘ndranghetiste, che vedono nello stadio un luogo ideale per esercitare potere e controllo.
Antonio Bellocco era uno di questi uomini. A capo di una famiglia mafiosa di spicco, con una lunga tradizione criminale alle spalle, Bellocco era riuscito a inserirsi nel direttivo della Curva Nord dell’Inter dopo la morte di Vittorio Boiocchi, storico leader ultras assassinato nel 2022. Il suo arrivo aveva rimescolato gli equilibri di potere all’interno della curva, portando con sé i metodi della ‘ndrangheta: intimidazione, violenza e una gestione ferrea degli affari legati al merchandising e al tifo.
L’ordinanza che svela il piano: denaro e potere dietro l’omicidio
Una delle chiavi per comprendere l’omicidio di Antonio Bellocco è la gestione del merchandising della curva, una vera e propria miniera d’oro per chi ne detiene il controllo. Tra le carte dell’inchiesta emerge una nota integrativa all’ordinanza di arresto, che svela i dettagli di un piano omicida orchestrato con precisione. Tutto comincia il 27 luglio scorso, durante una riunione decisiva tenutasi nel garage di Bellocco, a Pioltello, in provincia di Milano. Alla riunione partecipano figure di spicco del mondo ultras, tra cui Andrea Beretta, capo della Curva Nord, e Marco Ferdico, altro nome influente del gruppo. È in quel momento che Beretta comprende che c’è un piano per ucciderlo.
Il rancore che Bellocco nutriva nei confronti di Beretta era legato alla gestione del negozio di merchandising della curva, “We Are Milano”, un’attività che generava profitti significativi. Secondo Bellocco e Ferdico, Beretta stava trattenendo una parte dei proventi senza condividerli con gli altri membri del triumvirato che controllava la curva. Una delle proposte discusse durante la riunione del 27 luglio era l’apertura di un nuovo punto vendita, questa volta in via Casoretto, a Milano, un progetto che avrebbe garantito nuovi flussi di denaro.
La nota dell’ordinanza rivela però che, a seguito della morte di Bellocco, quel progetto fu rapidamente cancellato. Ferdico inviò un messaggio chiaro: “La proposta stipulata nei giorni scorsi… firmata… relativamente al negozio… alla locazione del negozio di via Casoretto… vi comunico che ci troviamo costretti a dover annullare con decorrenza immediata la proposta… poiché uno dei soci è venuto a mancare… che doveva stipulare il contratto… tragicamente scomparso… vengono a mancare i presupposti per l’inizio di una nuova attività”.
Le minacce e il piano omicida: Beretta nel mirino
Andrea Beretta non era nuovo a situazioni di pericolo. In diverse occasioni, il capo ultras dell’Inter era stato vittima di tentativi di omicidio falliti, sempre legati al controllo economico della curva e alla gestione del merchandising. Durante l’interrogatorio, Beretta ha raccontato di essere stato convocato, tra giugno e luglio, a casa di Bellocco, dove venne sottoposto a minacce concrete. In particolare, due emissari della famiglia Bellocco – uno dei quali presentato come un latitante – lo avevano avvertito direttamente, intimandogli di cedere il controllo del negozio e degli introiti della Curva Nord.
Nelle settimane successive alla riunione del 27 luglio, la situazione si era fatta sempre più tesa. Beretta sapeva di essere in pericolo, ma non immaginava che la violenza sarebbe esplosa con tale rapidità. Il 4 settembre, infatti, accade l’irreparabile: durante un violento scontro a Cernusco sul Naviglio, è Beretta a colpire mortalmente Bellocco con due coltellate alla gola. La faida, che sembrava dover culminare con la morte di Beretta, si era ribaltata in modo tragico e inaspettato.
Chi era Antonio Bellocco: un boss in ascesa
Per comprendere la portata dell’omicidio di Antonio Bellocco, è necessario fare un passo indietro e analizzare il profilo del boss. Bellocco, 36 anni, era un esponente di spicco della ‘ndrangheta, figlio di Giulio Bellocco, storico boss calabrese condannato per associazione mafiosa e detenuto al 41 bis. La famiglia Bellocco ha da sempre esercitato un controllo capillare sul territorio di San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro, e Antonio era destinato a seguire le orme paterne. Il suo arrivo in Lombardia, a fine 2022, coincise con un periodo di grande trasformazione per la Curva Nord dell’Inter. La morte di Vittorio Boiocchi, ucciso a colpi di pistola nel 2022, aveva lasciato un vuoto di potere che Bellocco non tardò a riempire.
Il legame tra la criminalità organizzata e il mondo ultras non è un mistero, ma l’ingresso di Bellocco nella Curva Nord segnò un passo ulteriore. Il boss portò con sé i metodi della ‘ndrangheta, imponendo il controllo sulle attività economiche legate al tifo, in particolare il merchandising, e ridisegnando gli equilibri all’interno del gruppo. Bellocco era un leader temuto e rispettato, capace di imporsi con la forza e l’intimidazione, ma anche abile nel tessere alleanze strategiche all’interno del mondo ultras.
La guerra per il potere: Beretta e il destino della Curva Nord
Dall’altro lato della barricata c’è Andrea Beretta, 49 anni, capo ultras dell’Inter e figura controversa. Beretta non è nuovo a episodi di violenza. La sua carriera nel mondo ultras è stata segnata da scontri fisici, arresti e condanne. Già condannato per aver aggredito un ambulante napoletano nel 2022, Beretta ha accumulato una serie di Daspo e denunce per la sua condotta violenta. Tuttavia, la sua leadership nella Curva Nord è rimasta salda, soprattutto dopo la morte di Boiocchi.
Beretta è stato descritto dagli inquirenti come una figura centrale nella gestione economica della curva, e il suo controllo sul merchandising era una delle principali fonti di attrito con Bellocco. Le intercettazioni raccolte dagli investigatori mostrano un uomo disposto a tutto pur di mantenere il potere e difendere i propri interessi. “A me tutte ste cose qua: la mentalità non me ne frega un cazzo, la mia vita gira intorno al guadagno”, dice Beretta in una conversazione intercettata con Renato Bosetti, un altro leader degli ultras.
La morte di Bellocco apre ora nuovi scenari di violenza all’interno della Curva Nord. Con la scomparsa del boss, i fragili equilibri di potere che tenevano insieme il gruppo rischiano di crollare definitivamente, aprendo la strada a nuovi conflitti per il controllo delle attività economiche e del potere all’interno del mondo ultras.
INSTAGRAM.COM/LACITYMAG
Cronaca
Audio rubati a Raoul Bova, chiuse le indagini: Federico Monzino accusato di tentata estorsione, Corona multato dal Garante per la privacy
Federico Monzino rischia il processo per tentata estorsione dopo il caso dei vocali scambiati tra Bova e Martina Ceretti. L’attore non cedette alle presunte pressioni e denunciò tutto. Il Garante ha già multato Fabrizio Corona per la pubblicazione del materiale.
La Procura di Roma ha chiuso le indagini su Federico Monzino, imprenditore e pr accusato di tentata estorsione ai danni di Raoul Bova. L’inchiesta riguarda i messaggi vocali e le conversazioni private che l’attore aveva scambiato via chat con la modella Martina Ceretti e che successivamente sono diventati pubblici senza il consenso di Bova.
La vicenda, esplosa durante l’estate, ha provocato una fortissima esposizione mediatica dell’attore. Bova, però, aveva scelto fin dall’inizio la strada giudiziaria, presentando una denuncia e consegnando agli investigatori gli elementi utili a ricostruire come quelle conversazioni fossero uscite dalla sfera privata.
Ora l’avviso di conclusione delle indagini porta il procedimento verso una nuova fase. L’accusa contestata a Monzino resta quella di tentata estorsione.
Il messaggio ricevuto da Raoul Bova e la denuncia
Secondo la ricostruzione degli investigatori, Bova avrebbe ricevuto sul proprio telefono un messaggio proveniente da un numero sconosciuto. Chi scriveva gli avrebbe fatto capire di avere a disposizione il materiale privato e avrebbe prospettato la possibilità di diffonderlo con conseguenze sulla sua reputazione.
L’attore non avrebbe accettato le richieste e si sarebbe rivolto immediatamente alle autorità, facendo partire l’indagine che ha portato gli inquirenti a concentrarsi sulla provenienza degli audio e sul percorso seguito dal materiale prima della sua pubblicazione.
La chiusura delle indagini non equivale naturalmente a una condanna. Monzino potrà esercitare i propri diritti difensivi e presentare memorie o chiedere di essere interrogato prima delle successive decisioni della Procura.
L’avvocato di Bova, David Leggi, ha commentato duramente gli sviluppi dell’inchiesta: «Le indagini svolte dalla Procura hanno consentito di fare luce su uno degli episodi più squallidi di sciacallaggio mediatico da parte di coloro, indagati e non, che per denaro e vanità non esitano a travolgere chiunque abbiano di fronte».
Il legale ha quindi ribadito la scelta compiuta dall’attore: «La vicenda di Raoul testimonia che è giusto denunciare alle Istituzioni e non piegarsi a ricatti di sorta».
Gli audio di Bova finiscono a Falsissimo
Quegli stessi vocali sono poi arrivati al pubblico attraverso Falsissimo, il format di Fabrizio Corona. La diffusione delle conversazioni aveva trasformato una vicenda privata in uno dei casi di gossip più discussi dell’estate, con estratti degli audio rapidamente rilanciati anche sui social.
Il punto giudiziario, però, riguarda proprio la natura privata di quel materiale e le modalità attraverso le quali sarebbe stato ottenuto e successivamente utilizzato.
Sul caso è già intervenuto anche il Garante per la Protezione dei Dati Personali, che ha concluso la propria istruttoria sulla pubblicazione delle chat e dei messaggi vocali.
L’Autorità ha ritenuto illecita la diffusione del materiale e ha sanzionato Fabrizio Corona con una multa da 4.950 euro. Nella determinazione dell’importo il Garante ha tenuto conto anche della situazione economica risultante per l’anno preso in considerazione.
Corona multato per la diffusione delle conversazioni private
Il provvedimento del Garante costituisce un capitolo distinto dall’inchiesta penale che coinvolge Monzino. Le due vicende ruotano però attorno allo stesso materiale: le conversazioni e i vocali privati di Raoul Bova.
Da una parte la Procura cerca di ricostruire ciò che sarebbe accaduto prima della pubblicazione e valuta la presunta tentata estorsione denunciata dall’attore. Dall’altra il Garante ha esaminato la successiva diffusione dei contenuti e ha già adottato il proprio provvedimento nei confronti di Corona.
La vicenda pone inoltre un problema che va oltre i protagonisti del caso: il confine tra interesse pubblico, diritto di cronaca e tutela della vita privata. La notorietà di una persona non rende automaticamente pubbliche le sue conversazioni personali e la pubblicazione di materiale privato deve rispettare i limiti previsti dalla legge.
Ora Federico Monzino rischia la richiesta di processo
Con l’avviso di conclusione delle indagini, la Procura di Roma ha completato questa fase dell’inchiesta. Adesso la difesa di Monzino potrà accedere agli atti e utilizzare gli strumenti previsti dalla legge per contestare la ricostruzione dell’accusa.
Successivamente i magistrati dovranno decidere se chiedere il rinvio a giudizio oppure assumere altre determinazioni sulla posizione dell’indagato.
Per Raoul Bova arriva intanto un primo risultato della scelta compiuta quando ricevette quei messaggi: non trattare privatamente con chi sosteneva di possedere il materiale e rivolgersi agli investigatori.
L’inchiesta dovrà stabilire eventuali responsabilità penali. Ma il caso dei vocali, dopo mesi di indiscrezioni e polemiche, è ormai entrato definitivamente nelle aule giudiziarie.
Cronaca Nera
Giallo della ricina a Pietracatella, il padre di Antonella Di Ielsi sul genero: «Non gli credo, ma non posso dire che sia coinvolto»
Il padre di Antonella ha chiesto direttamente a Gianni Di Vita se abbia avuto un ruolo nella morte della moglie e della figlia. L’ex sindaco ha negato, ma il suocero conserva i suoi dubbi. Intanto gli investigatori aspettano dalla Germania nuovi risultati degli accertamenti sulla ricina.
«Gli ho chiesto se fosse coinvolto e mi ha detto di no». Poi la domanda inevitabile: gli crede? La risposta di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella, restituisce tutta l’incertezza che ancora circonda il giallo della ricina di Pietracatella: «Non ci credo e neanche lo posso affermare».
Da una parte ci sono dunque i dubbi di un padre che ha perso la figlia e la nipote. Dall’altra, almeno allo stato attuale dell’inchiesta, non emergono elementi che consentano di attribuire pubblicamente responsabilità a Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara. Nel mezzo prosegue un’indagine che potrebbe entrare in una fase decisiva quando arriveranno dalla Germania i risultati degli accertamenti del Robert Koch Institut di Berlino.
Il padre di Antonella: «Gli ho chiesto se fosse coinvolto»
Salvatore Di Ielsi racconta di avere affrontato direttamente il genero. Una domanda senza giri di parole: hai qualcosa a che fare con quello che è successo? Di Vita gli ha risposto di no. Ma quella risposta non ha cancellato gli interrogativi del suocero.
Quando gli hanno chiesto se credesse alla versione del genero, Di Ielsi ha risposto: «Non ci credo e neanche lo posso affermare».
Una distinzione fondamentale. Il padre di Antonella manifesta apertamente i propri dubbi, ma riconosce allo stesso tempo di non avere elementi per trasformarli in un’accusa. E sulla ricerca della verità mantiene una posizione altrettanto netta: se gli investigatori individueranno un responsabile, dovrà «scontare in base alle leggi e senza trucchi» quanto deciderà la giustizia.
Il matrimonio di Antonella e l’ipotesi della separazione
Gli investigatori cercano di fare chiarezza anche sulla situazione matrimoniale tra Antonella Di Ielsi e Gianni Di Vita. Secondo alcune ricostruzioni, la donna pensava da tempo a una separazione. Il padre sostiene però che Antonella non gli avesse mai confidato direttamente questa intenzione.
«Non me ne ha parlato mai, ma in base a come si dice era da tempo che ne parlava e ci pensava», ha spiegato.
Gli inquirenti stanno approfondendo anche alcuni rapporti personali della donna. Nel corso dell’inchiesta è emersa l’ipotesi di presunte discussioni tra Antonella e un’altra donna che gli investigatori hanno ascoltato più volte. Salvatore Di Ielsi, però, respinge questa ricostruzione: «Non è vero».
Ricina, il mistero sulla morte di Antonella e Sara
Il cuore dell’inchiesta resta la ricina, la potentissima tossina al centro della morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita. Gli investigatori cercano di ricostruire il percorso del veleno: come sia arrivato fino alle due vittime, in quale modo lo abbiano assunto e soprattutto se qualcuno abbia provocato volontariamente la loro morte.
Gli inquirenti hanno concentrato gli accertamenti su persone, oggetti, alimenti e ambienti collegati alla famiglia e stanno incrociando i risultati delle autopsie e delle analisi tossicologiche con le testimonianze raccolte durante l’inchiesta.
Uno dei punti cruciali riguarda proprio il contatto con la tossina: chi è entrato in contatto con la ricina e quando?
Secondo quanto emerso finora, Gianni Di Vita e l’altra figlia Alice non avrebbero sviluppato anticorpi contro la tossina. Gli specialisti dovranno però interpretare anche questo elemento insieme agli altri risultati scientifici.
Gli esami di Berlino possono cambiare l’inchiesta
Per questo gli investigatori aspettano con particolare attenzione le analisi del Robert Koch Institut di Berlino, centro tedesco specializzato nello studio e nel controllo delle malattie e degli agenti biologici.
Quando riceverà le relazioni, la procuratrice di Larino Elvira Antonelli potrà confrontarle con il materiale raccolto durante mesi di indagini: autopsie, analisi tossicologiche, reperti sequestrati e dichiarazioni delle persone ascoltate.
Gli accertamenti tedeschi potrebbero non consegnare immediatamente agli investigatori il nome di un eventuale responsabile, ma potrebbero restringere il campo delle ipotesi e permettere alla Procura di verificare le ricostruzioni formulate finora.
La domanda centrale resta la stessa che accompagna il caso dall’inizio: come hanno assunto la ricina Antonella e Sara?
La Procura potrebbe iscrivere i primi indagati
L’inchiesta potrebbe quindi avvicinarsi a un passaggio delicato. Finora gli investigatori hanno raccolto soprattutto elementi scientifici e testimonianze attorno alle due morti. Se i nuovi risultati consolideranno una delle ipotesi investigative, la Procura potrà valutare l’iscrizione di una o più persone nel registro degli indagati.
Un eventuale atto di questo tipo garantirebbe agli interessati la possibilità di partecipare agli accertamenti attraverso i propri difensori e consulenti e, naturalmente, non equivarrebbe a una dichiarazione di colpevolezza.
Per ora rimangono le domande. E rimane soprattutto la frase di Salvatore Di Ielsi, sospesa sul confine tra il dubbio personale e ciò che gli investigatori possono dimostrare. Ha guardato il genero e gli ha chiesto direttamente se fosse coinvolto. Gianni Di Vita gli ha risposto di no. Salvatore non gli crede, ma sa di non poterlo accusare. Adesso gli inquirenti aspettano che la scienza fornisca nuove risposte.
Cronaca Nera
Garlasco, gli «assi» di Alberto Stasi per riaprire il processo: Dna, orario del delitto e sangue sulla bicicletta. La data chiave
I consulenti di Alberto Stasi lavorano su genetica, residui alimentari nello stomaco di Chiara Poggi e sangue trovato sui pedali della bicicletta. Il 28 settembre scadono i nuovi accertamenti disposti dalla Procura su Andrea Sempio.
La partita giudiziaria sul delitto di Garlasco potrebbe entrare nelle prossime settimane in una fase decisiva. Da una parte la Procura di Pavia, impegnata negli ultimi approfondimenti su Andrea Sempio, dall’altra la difesa di Alberto Stasi, che prepara le carte per chiedere la revisione della condanna definitiva a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi.
La data cerchiata in rosso è quella del 28 settembre 2026, termine fissato per il supplemento di indagini disposto dalla Procura. Ma difficilmente quel giorno rappresenterà la conclusione della vicenda: gli inquirenti potranno procedere sulla strada dell’azione penale oppure chiedere un’ulteriore proroga.
Intanto gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis lavorano alla possibile revisione del processo Stasi. E le nuove mosse sembrano puntare soprattutto su elementi capaci di mettere in discussione alcuni punti della ricostruzione che portò alla condanna.
Garlasco, la difesa di Stasi lavora sul Dna
Uno dei fronti principali è quello genetico. Il consulente Ugo Ricci, che lavora insieme a Pasquale Linarello, ha confermato che l’attività è proseguita per tutta l’estate.
«Non posso entrare nel dettaglio ma stiamo studiando su diversi fronti in ambito genetico», ha spiegato Ricci all’AGI.
Secondo quanto emerso nelle ultime ore, i consulenti avrebbero già completato un nuovo elaborato sul Dna, mentre altri approfondimenti riguarderebbero le intercettazioni del 2017 e le impronte di suola rinvenute nella villetta di via Pascoli. La strategia potrebbe essere quella di individuare elementi nuovi capaci di escludere Stasi dalla scena del delitto indipendentemente dalla posizione giudiziaria di Sempio.
È un passaggio fondamentale: una revisione della condanna deve poggiare su elementi in grado di incidere sul verdetto definitivo e la difesa di Stasi sembra intenzionata a costruire un dossier autonomo rispetto all’esito dell’inchiesta su Sempio.
L’orario della morte di Chiara Poggi e la tesi di laurea
Tra gli elementi potenzialmente più importanti c’è la finestra temporale dell’omicidio.
L’attenzione torna sui residui alimentari trovati nello stomaco di Chiara Poggi. Una loro rivalutazione potrebbe contribuire a spostare in avanti l’orario della morte rispetto alla ricostruzione utilizzata nel processo.
La questione è tutt’altro che secondaria. Se l’omicidio fosse avvenuto più tardi, la nuova collocazione temporale dovrebbe essere confrontata con i dati relativi all’attività svolta quella mattina da Stasi al computer, mentre lavorava alla propria tesi di laurea.
È uno dei temi affrontati anche dal medico legale Cristina Cattaneo e potrebbe diventare uno degli «assi» della futura istanza di revisione.
Il sangue sui pedali della bicicletta
C’è poi un altro elemento destinato a tornare al centro della battaglia: il sangue trovato sui pedali della bicicletta.
La difesa potrebbe puntare sulla non riconducibilità di quella traccia a Stasi, inserendola in una rilettura complessiva degli indizi utilizzati per collocare l’allora fidanzato di Chiara sulla scena del crimine.
Genetica, orario della morte e bicicletta diventerebbero così parti di un’unica strategia: dimostrare che alcuni elementi sui quali si è costruita la condanna possono essere oggi interpretati diversamente alla luce dei nuovi approfondimenti.
Andrea Sempio, gli ultimi accertamenti della Procura
Parallelamente continua il lavoro sull’unico indagato nella nuova inchiesta, Andrea Sempio.
Tra gli approfondimenti disposti dalla Procura c’è quello affidato a Cristina Cattaneo sulla misura del piede di Sempio e sulla possibile compatibilità con l’impronta lasciata da una scarpa con suola a pallini trovata nella villetta.
Il genetista Carlo Previderè sta invece lavorando sul materiale genetico recuperato dai margini ungueali di Chiara Poggi e sulla sua compatibilità con Sempio.
Resta inoltre la consulenza affidata allo psichiatra Roberto Catanesi, chiamato a valutare l’eventuale presenza di condizioni patologiche capaci di incidere sulla capacità di intendere e di volere all’epoca dei fatti e l’eventuale pericolosità sociale. Sempio ha però rifiutato l’incontro richiesto dal consulente. La difesa sostiene che una simile valutazione dovrebbe eventualmente avvenire nel contraddittorio tra le parti davanti a un giudice.
Perché il 28 settembre può cambiare lo scenario
Il 28 settembre rappresenta dunque uno snodo, ma non necessariamente il giorno della svolta.
Se la Procura procederà dopo il deposito delle nuove consulenze, la difesa di Sempio potrà presentare ulteriore documentazione e chiedere l’interrogatorio dell’indagato. È inoltre possibile un nuovo allungamento dei tempi investigativi.
Anche la difesa di Stasi potrebbe attendere che le carte dell’inchiesta pavese siano completamente scoperte prima di presentare l’istanza di revisione alla magistratura competente di Brescia.
Nel frattempo la Procura generale di Milano sta valutando l’iniziativa del procuratore Fabio Napoleone sulla revisione della condanna di Stasi e potrebbe anch’essa attendere gli sviluppi dell’inchiesta su Sempio prima di assumere una posizione definitiva.
A diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, dunque, il caso continua a muoversi contemporaneamente su più tavoli giudiziari. E questa volta il nodo non riguarda soltanto l’eventuale responsabilità di Andrea Sempio: riguarda anche la possibilità che la sentenza definitiva contro Alberto Stasi venga rimessa in discussione.
-
Gossip2 anni faElisabetta Canalis, che Sex bomb! è suo il primo topless del 2024 (GALLERY SENZA CENSURA!)
-
Sex and La City2 anni faDick Rating: che voto mi dai se te lo posto?
-
Cronaca Nera2 anni faBossetti è innocente? Ecco tutti i lati deboli dell’accusa
-
Speciale Grande Fratello2 anni faHelena Prestes, chi è la concorrente vip del Grande Fratello? Età, carriera, vita privata e curiosità
-
Gossip2 anni faLa De Filippi beccata con lui: la strana coppia a cavallo si rilassa in vacanza
-
Video2 anni faVideo scandalo a Temptation Island Spagna: lei fa sesso con un tentatore, lui impazzisce in diretta
-
Speciale Olimpiadi 20242 anni faFact checking su Imane Khelif, la pugile al centro delle polemiche. Davvero è trans?
-
Speciale Grande Fratello2 anni faShaila del Grande Fratello: balzi da “Gatta” nei programmi Mediaset
