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Cronaca

Atenei, quanto costano quelli tradizionali e quanto quelli telematici

Una crescita degli atenei privati telematici significa un minor costo complessivo – per la comunità – per ogni studente. Inoltre aiuterebbe a ridurre l’esorbitante prelievo fiscale che grava su imprese, famiglie e lavoratori.

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    Il confronto tra gli atenei tradizionali e quelli telematici in termini di costi per i contribuenti solleva questioni importanti sul finanziamento dell’istruzione superiore in Italia.

    Per lo Stato il costo per singolo studente nelle università telematiche è di 12,5 euro

    Secondo i dati riportati da Aurelio Mustacciuoli di Free Academy, gli studenti delle università statali tradizionali costano allo Stato molto di più rispetto a quelli delle università telematiche. Ogni studente di un’università statale tradizionale costa al contribuente circa 5.701 euro l’anno diversamente dal costo annuo di uno studente delle università private di solo 195 euro. Il divario diventa più evidente quando si considerano gli atenei telematici. In questi casi lo studente grava sullo Stato per soli 12,5 euro all’anno.

    Le telematiche contribuiscono di più alle entrate fiscali

    Le università telematiche contribuiscono comunque alle entrate fiscali dello Stato in maniera maggiore rispetto alle altre. Ad esempio, il gruppo universitario Multiversity, controllato dal fondo CVC Capital Partners, che include atenei come Unipegaso, Mercatorum e San Raffaele Roma, nel 2022 ha versato 43 milioni di euro in imposte dirette.

    Serve maggiore diversificazione

    Ma quindi per lo Stato le università telematiche sarebbero più convenienti rispetto alle altre? E ancora quanto è efficace il sistema attuale di finanziamento dell’istruzione superiore in Italia. Forse sarebbe il caso di promuovere una maggiore presenza di atenei telematici. Una maggiore diversificazione nell’offerta formativa potrebbe da una parte ridurre i costi complessivi per gli studenti e per lo Stato. E soprattutto alleggerire il carico fiscale sulle imprese, sulle famiglie e sui lavoratori.

    Ancora pochi soldi per lo studio

    Anche se l’Italia è tra gli ultimi Paesi europei per numero di laureati (in Europa solo la Romania ha risultati peggiori), il comparto universitario pesa ancora troppo all’interno del bilancio pubblico. Secondo l’ultimo rapporto dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), il Fondo per il finanziamento ordinario delle università è di 9,205 miliardi di euro. Una cifra che copre più dei due terzi delle necessità degli atenei statali. Ma di questa somma, soltanto lo 0,73% (68 milioni di euro) è destinato alle università non statali, sia tradizionali sia telematiche.

    Tipo ateneo a.a. 2022/23 %
    Statale (tradizionale) 1.537.074 studenti 80,5%
    Non statale (tradizionale) 121.269 studenti 6,35%
    Non statale (telematico) 251.017 studenti 13,15%
    Totale 1.909.360 studenti 100%
    Fonte: Mur (Ministero dell’Università e della Ricerca)

    Uno spot per le università Telematiche

    Quindi una crescita degli atenei privati telematici, la cui retta è inferiore al costo che ogni studente comporta per le casse statali, condurrebbe a un minor costo complessivo per ogni studente. E aiuterebbe anche a ridurre l’esorbitante prelievo fiscale che grava sulle imprese, sulle famiglie e sui lavoratori.

    Secondo Mustacciuoli, lo studente tradizionale costa allo Stato 5.701 euro soltanto per l’Ffo, mentre ognuno degli oltre 144 mila studenti di Unipegaso, Mercatorum e San Raffaele Roma (anno accademico 2022-23) porta alle casse statali 331 euro. Cifre che devono far riflettere.

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      Cronaca Nera

      Garlasco, il mistero di Milo Infante: dopo la diretta sparisce un’ora e 40 di “Verità Nascoste”. Che cosa è successo davvero?

      Quasi due ore cancellate dalla versione disponibile su Mediaset Infinity, proprio quelle dedicate al caso più discusso del momento. In studio c’era anche Gennaro Cassese, ex comandante dei carabinieri di Vigevano e oggi indagato. Nessuna spiegazione ufficiale: sui social parte la caccia al perché.

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      Milo Infante

        C’è qualcosa di curioso, e parecchio, accaduto a “Verità Nascoste”, il programma di Milo Infante su Rete 4. Perché la puntata trasmessa in televisione e quella che gli spettatori hanno ritrovato successivamente su Mediaset Infinity non coincidono affatto. E non stiamo parlando di qualche minuto eliminato per esigenze tecniche.

        Manca circa un’ora e quaranta.

        Per giunta non un’ora e quaranta qualsiasi. Dalla versione online è sparito proprio il lungo blocco dedicato al delitto di Garlasco, alle nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi e ai tanti interrogativi tornati prepotentemente al centro della cronaca.

        Un taglio enorme, impossibile da non notare. E infatti qualcuno lo ha notato.

        Milo Infante parla di Garlasco, poi online sparisce tutto

        Durante la diretta televisiva Milo Infante aveva dedicato una parte consistente della trasmissione al caso Poggi, confrontandosi con numerosi ospiti. In studio c’erano Piero Colaprico, Umberto Brindani, Sarah Viola, Monica Leofreddi e Gennaro Cassese.

        Poi la puntata è arrivata sulla piattaforma streaming del gruppo e sorpresa: Garlasco non c’era più.

        Chi non aveva seguito la trasmissione in televisione e pensava di recuperarla successivamente si è trovato davanti una puntata molto più corta, poco più di un’ora, senza il lungo approfondimento che gli spettatori della diretta avevano invece regolarmente visto.

        Ed è qui che una semplice stranezza televisiva comincia ad assumere i contorni di un piccolo giallo.

        Tra gli ospiti c’era anche Gennaro Cassese

        A rendere ancora più interessante la faccenda è la presenza tra gli ospiti di Gennaro Cassese, che all’epoca dell’omicidio di Chiara Poggi comandava la compagnia dei carabinieri di Vigevano.

        Cassese è stato iscritto dalla Procura di Pavia nel registro degli indagati per false informazioni ai pubblici ministeri nell’ambito delle nuove indagini.

        Naturalmente questo dato non dimostra alcun collegamento con la successiva sparizione della parte di trasmissione. Sarebbe scorretto sostenere il contrario senza elementi concreti. Ma è altrettanto evidente che la presenza di uno dei personaggi coinvolti nei nuovi sviluppi dell’inchiesta renda ancora più forte la curiosità intorno a ciò che è accaduto dopo la messa in onda.

        Perché quella parte è stata eliminata?

        Qualcuno ha chiesto di cancellare il blocco su Garlasco?

        Ed eccoci alla domanda che sta inevitabilmente facendo discutere gli spettatori.

        Qualcuno si è lamentato dopo la trasmissione? È arrivata una richiesta di intervento? Qualche affermazione pronunciata durante il dibattito ha creato problemi? Oppure dietro alla sparizione non c’è assolutamente nulla di misterioso e si tratta semplicemente di un errore tecnico?

        Al momento non esiste una spiegazione ufficiale che consenta di scegliere una di queste ipotesi.

        E bisogna fermarsi qui con le certezze.

        Non risulta infatti confermata l’esistenza di diffide, reclami o richieste di cancellazione. Ma proprio l’assenza di una spiegazione rende inevitabile chiedersi perché sia scomparsa una porzione tanto consistente della trasmissione e, soprattutto, perché sia sparito integralmente proprio l’approfondimento su Garlasco.

        Sui social parte la caccia all’ora e 40 scomparsa

        Gli spettatori più attenti hanno cominciato a segnalare la differenza tra quanto visto su Rete 4 e quanto successivamente pubblicato online. E da lì sono partite domande, supposizioni e inevitabili teorie.

        D’altra parte il caso Garlasco sembra ormai possedere una caratteristica singolare: ogni volta che sembra esserci una risposta, compare immediatamente una nuova domanda.

        Questa volta, però, la domanda non riguarda impronte, testimonianze, reperti o verbali d’indagine. Riguarda la televisione.

        Ci sono infatti alcuni punti sui quali non sembra esserci molto da discutere: il blocco dedicato a Garlasco è andato in onda, gli spettatori lo hanno visto e nella versione online non compare.

        Sul resto, almeno per ora, rimane il punto interrogativo.

        Il piccolo paradosso di “Verità Nascoste”

        E alla fine c’è persino un dettaglio involontariamente perfetto.

        Il programma si chiama “Verità Nascoste”. Nella puntata Milo Infante dedica quasi due ore al mistero di Garlasco e, quando la trasmissione arriva online, proprio quelle immagini diventano improvvisamente difficili da ritrovare.

        Sembra quasi una trovata pubblicitaria scritta apposta. Solo che, almeno per quanto se ne sa, non lo è.

        Finché non arriverà una spiegazione, quindi, il nuovo piccolo mistero legato a Garlasco non si trova a Pavia e nemmeno nella villetta di via Pascoli. Si trova dentro una trasmissione televisiva: che cosa è successo in quell’ora e quaranta per farla sparire dalla versione online?

        E soprattutto: chi ha deciso che chi non l’aveva vista in diretta non avrebbe potuto rivederla?

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          Cronaca

          Me contro Te, sito sospeso dopo il ricorso: «Spingono i bambini a comprare». Scoppia il caso, cosa rischiano Luì e Sofì

          L’associazione contesta presunte pratiche commerciali scorrette rivolte soprattutto ai minori, dalla commistione tra contenuti e shop ai cookie e alla verifica dell’età. Il sito parla soltanto di interventi tecnici, mentre Consumerismo ipotizza una scelta cautelativa.

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            Il sito dei Me contro Te improvvisamente non è più accessibile. Al posto di video, contenuti e collegamenti allo shop compare un avviso che informa gli utenti della sospensione temporanea del portale per interventi tecnici. Una circostanza che probabilmente sarebbe passata quasi inosservata se non fosse arrivata appena una settimana dopo il ricorso presentato da Consumerismo No Profit contro Mecontrote Srl al Tribunale civile di Palermo.

            Il collegamento tra i due fatti, al momento, non è dimostrato. La società di Luigi Calagna e Sofia Scalia, Luì e Sofì, parla esclusivamente di manutenzione, aggiornamento e ottimizzazione del sito. Consumerismo, invece, osserva con grande attenzione la coincidenza temporale e il presidente Luigi Gabriele avanza un’ipotesi: «Ipotizziamo una chiusura cautelativa».

            Dietro lo stop al portale si apre così una vicenda molto più ampia, che riguarda il confine tra intrattenimento, pubblicità e commercio quando il pubblico è formato in larga parte da bambini.

            Il sito dei Me contro Te è offline: cosa compare adesso

            Da lunedì sera, 21 settembre, chi prova ad accedere al sito ufficiale dei Me contro Te trova il portale sospeso. La pagina mantiene logo e immagini del duo, ma non consente la normale navigazione.

            Il messaggio spiega: «Gentili utenti, il sito web è temporaneamente sospeso per interventi tecnici di aggiornamento e ottimizzazione. Ci scusiamo per il disagio e stiamo lavorando per rendere nuovamente disponibile il sito nel più breve tempo possibile».

            Una comunicazione che, presa da sola, descrive una normale operazione tecnica. Il momento nel quale arriva, tuttavia, attira inevitabilmente l’attenzione perché il 14 settembre Consumerismo ha depositato un ricorso contro Mecontrote Srl, società con sede a Marsala, davanti alla sezione specializzata in materia di impresa del Tribunale di Palermo.

            L’associazione non considera automaticamente la sospensione una conseguenza della propria iniziativa giudiziaria, ma ritiene plausibile questa possibilità.

            «Raccogliamo con interesse il fatto che da ieri il sito dell’azienda alla quale abbiamo rivolto le nostre contestazioni sia in manutenzione», ha dichiarato Gabriele.

            Cosa contesta Consumerismo ai Me contro Te

            Il vero cuore della vicenda sta proprio nel contenuto del ricorso.

            Consumerismo ha avviato un’azione inibitoria collettiva e chiede al Tribunale di ordinare la cessazione di quelle che l’associazione considera «pratiche commerciali scorrette» rivolte soprattutto ai minori.

            La contestazione riguarda il modo in cui il mondo dei Me contro Te unirebbe intrattenimento e vendita di prodotti. Luì e Sofì hanno costruito negli anni un universo che comprende video, film, libri, spettacoli e un vastissimo merchandising. Proprio la facilità con cui un bambino potrebbe passare dai contenuti dedicati al duo alle pagine commerciali rappresenta uno dei punti sui quali Consumerismo chiede l’intervento del giudice.

            L’associazione sostiene che alcune modalità potrebbero spingere i bambini agli acquisti e contesta, tra le altre cose, una presunta pratica ingannevole per omissione, pubblicità occulta e possibili violazioni delle norme sulla protezione dei dati dei minori.

            Si tratta, è importante precisarlo, delle contestazioni formulate dall’associazione nel ricorso. Il Tribunale dovrà valutarle e stabilire se abbiano fondamento.

            Il nodo dello shop: Consumerismo chiede un filtro d’età

            Tra le richieste formulate al giudice ce n’è una che riguarda direttamente il collegamento tra i contenuti destinati ai bambini e lo shop.

            Consumerismo chiede che Mecontrote Srl rimuova il richiamo diretto al negozio online dall’ambiente rivolto ai minori oppure lo collochi dietro un filtro d’età.

            L’obiettivo dichiarato dall’associazione consiste nel creare una separazione riconoscibile tra ciò che rappresenta intrattenimento e ciò che invece ha una finalità commerciale.

            Ed è proprio questo uno dei temi più delicati quando si parla di creator seguiti dai giovanissimi. Un adulto distingue normalmente un contenuto editoriale da un messaggio promozionale e comprende immediatamente quando un collegamento conduce all’acquisto di un prodotto. Nel caso dei bambini, invece, Consumerismo ritiene necessarie maggiori garanzie proprio per evitare che contenuto e pubblicità possano confondersi.

            Per questo il ricorso chiede anche una separazione evidente tra i contenuti di intrattenimento e quelli che pubblicizzano prodotti in vendita.

            Cookie, dati dei bambini e consenso dei genitori

            Il ricorso non si limita al merchandising.

            Consumerismo solleva anche il problema dei cookie e della protezione dei dati dei minori. L’associazione chiede che il sito presenti un banner attraverso il quale l’utente possa accettare o rifiutare i cookie con la stessa facilità.

            A questo si aggiunge una richiesta ancora più specifica: introdurre strumenti capaci di verificare l’età degli utenti e acquisire il consenso dei genitori quando necessario.

            Il tema diventa particolarmente rilevante proprio per la natura del pubblico dei Me contro Te. Luì e Sofì parlano da anni soprattutto a bambini e famiglie e hanno trasformato il loro successo online in un fenomeno capace di attraversare cinema, editoria, musica, spettacoli dal vivo e merchandising.

            Secondo Consumerismo, proprio questa caratteristica imporrebbe una particolare attenzione nel distinguere la fruizione dei contenuti dalle attività commerciali e nella gestione dei dati degli utenti più piccoli.

            Consumerismo chiede modifiche entro trenta giorni

            L’associazione non punta necessariamente alla chiusura definitiva del portale. Nel ricorso chiede invece che sito e app vengano adeguati entro trenta giorni attraverso una serie di interventi.

            Tra le modifiche richieste figurano quindi il filtro d’età per raggiungere lo shop, la distinzione chiara tra pubblicità e intrattenimento, nuove modalità per i cookie e sistemi di verifica dell’età e del consenso parentale.

            Ed è proprio alla luce di queste richieste che la sospensione del sito assume un significato particolare.

            Se la manutenzione annunciata dai Me contro Te comprendesse anche modifiche agli aspetti contestati da Consumerismo, la coincidenza temporale acquisterebbe evidentemente un altro peso. Al momento, però, non ci sono elementi che permettano di affermarlo e il messaggio pubblicato sul portale non fa alcun riferimento al ricorso.

            Luì e Sofì intanto sono in Africa dopo il matrimonio

            La vicenda arriva in un momento molto particolare anche nella vita privata dei due creator siciliani.

            Luigi Calagna e Sofia Scalia si trovano in Africa, dove stanno trascorrendo un periodo di vacanza dopo il matrimonio celebrato a Milano all’inizio di settembre.

            Mentre Luì e Sofì sono lontani dall’Italia, dunque, intorno alla loro società si apre una questione giudiziaria che potrebbe incidere sulle modalità con cui uno dei brand per bambini più conosciuti del Paese gestisce il proprio ecosistema digitale e commerciale.

            Non significa che le contestazioni di Consumerismo siano già state riconosciute dal Tribunale. Significa però che per la prima volta quelle accuse arriveranno davanti a un giudice.

            Quando si decide: prima udienza il 18 dicembre

            La prossima data da segnare è 18 dicembre 2026, quando il Tribunale di Palermo terrà la prima udienza.

            Fino ad allora bisognerà capire innanzitutto che cosa accadrà al sito. La società assicura che la sospensione è temporanea e che sta lavorando per riportare online il portale «nel più breve tempo possibile».

            Quando il sito tornerà accessibile sarà quindi interessante verificare se apparirà esattamente come prima oppure se presenterà modifiche proprio negli ambiti indicati nel ricorso, a partire dall’accesso allo shop, dalla distinzione dei contenuti commerciali, dai cookie e dai sistemi legati all’età degli utenti.

            Per ora esistono due fatti distinti e una coincidenza temporale impossibile da ignorare: Consumerismo ha presentato il ricorso il 14 settembre e il sito dei Me contro Te è stato sospeso il 21 settembre. L’associazione ipotizza una «chiusura cautelativa», mentre il messaggio ufficiale parla esclusivamente di interventi tecnici.

            Sarà il ritorno online del portale, probabilmente, a fornire il primo indizio per capire se si sia trattato davvero di una normale manutenzione oppure se Luì e Sofì abbiano deciso di mettere mano al loro sito proprio mentre le modalità commerciali rivolte al pubblico più giovane finiscono davanti al Tribunale di Palermo.

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              Cronaca

              Fabrizio Corona, ecco perché Mediaset gli chiede 160 milioni: «Accuse costruite sul nulla, agisce fuori da ogni regola»

              Nelle carte depositate al Tribunale di Milano emerge la linea di Mediaset, dei Berlusconi e dei volti tv contro l’ex re dei paparazzi: al centro non c’è soltanto una puntata di Falsissimo, ma quello che i ricorrenti descrivono come un metodo continuato tra social, locali e spettacoli.

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                La notizia non è più che Fabrizio Corona dovrà affrontare una maxi causa civile da 160 milioni di euro promossa da Mediaset e da alcuni dei suoi volti più conosciuti. Quella battaglia legale è già cominciata da mesi. La novità, adesso, sta nelle motivazioni con cui i ricorrenti spiegano perché ritengono che l’ex agente fotografico abbia provocato danni reputazionali e patrimoniali di dimensioni enormi.

                Nella memoria presentata in vista della prima udienza del 20 ottobre 2026, davanti alla giudice Stefania Novelli del Tribunale civile di Milano, gli avvocati di Mediaset, Pier Silvio e Marina Berlusconi, Maria De Filippi, Silvia Toffanin, Gerry Scotti, Ilary Blasi e Samira Lui mettono nero su bianco la loro linea. E il cuore della contestazione sta in una frase durissima: secondo i loro legali, Corona «si pone deliberatamente al di fuori» di qualsiasi contesto regolamentato e tenta di operare senza sottostare ad alcuna regola «etica e deontologica».

                Non conta dunque soltanto ciò che Corona avrebbe detto. I ricorrenti contestano anche il modo con cui l’ex re dei paparazzi costruisce e diffonde i suoi contenuti, sfruttando secondo la loro ricostruzione i nuovi strumenti di comunicazione e i relativi vuoti normativi.

                «Accuse e insinuazioni costruite sul nulla»: cosa contestano a Corona

                Il punto di partenza resta la puntata di Falsissimo del 26 gennaio 2026, durante la quale Corona ha rivolto una serie di accuse a Mediaset, alla famiglia Berlusconi e ad alcuni dei personaggi televisivi più popolari dell’azienda.

                È proprio il contenuto di quella puntata a rappresentare uno dei pilastri della causa. Secondo la memoria, la ricostruzione proposta successivamente dalla difesa di Corona offrirebbe infatti un quadro molto diverso da ciò che milioni di persone hanno potuto ascoltare.

                I legali parlano esplicitamente di un «resoconto edulcorato» che «non ha nulla a che fare, ma proprio nulla, con le affermazioni gravemente lesive realmente propalate nel corso della puntata».

                L’accusa diventa ancora più pesante nel passaggio successivo. Secondo i ricorrenti, Corona avrebbe spacciato «per verità assoluta accuse e insinuazioni gravemente diffamatorie, costruite sul nulla».

                Ed è questo uno degli elementi centrali sui quali ruoterà inevitabilmente il confronto giudiziario: non soltanto il contenuto delle singole affermazioni, ma il modo in cui Corona le avrebbe formulate, trasformando secondo i suoi avversari giudiziari accuse e insinuazioni in fatti presentati al pubblico come certi.

                Naturalmente sarà il Tribunale a stabilire se le contestazioni trovino fondamento e se le dichiarazioni abbiano effettivamente prodotto i danni lamentati dai ricorrenti.

                Non soltanto Falsissimo: la «campagna denigratoria» sarebbe continuata

                La memoria, però, non concentra l’attenzione soltanto sulla puntata del 26 gennaio. Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più interessanti delle nuove carte.

                Secondo i legali, infatti, Corona avrebbe continuato anche successivamente a rivolgere le stesse accuse contro Mediaset e i suoi personaggi. Le carte citano social network, apparizioni televisive, locali e spettacoli, sostenendo che l’ex agente fotografico abbia proseguito la propria offensiva pubblica con «lo stesso accanimento, la stessa violenza verbale, la stessa prepotenza».

                Compare anche il riferimento a un tour teatrale, nel quale Corona avrebbe continuato quella che i ricorrenti definiscono una «campagna denigratoria nei confronti di Mediaset e dei suoi volti più noti».

                La contestazione assume così una dimensione molto più ampia rispetto a una singola trasmissione online. I ricorrenti descrivono infatti una condotta continuativa, capace di spostarsi da una piattaforma all’altra e di raggiungere pubblici differenti.

                Ed è anche attraverso questa ricostruzione che cercano di spiegare la portata dei danni che sostengono di avere subito.

                «Corona agisce fuori da ogni regola»: il nodo dei social e dei vuoti normativi

                Nelle carte compare poi un passaggio destinato a far discutere perché riguarda direttamente il modello comunicativo costruito negli ultimi anni dall’ex agente fotografico.

                Secondo gli avvocati Andrea Di Porto, Giulia Bongiorno, Salvatore Pino e Aldo Baldaccini, Corona «si pone deliberatamente al di fuori di qualsivoglia contesto regolamentato» e sfrutterebbe «i vuoti normativi connessi ai nuovi mezzi di comunicazione» per tentare di operare senza sottostare alle regole etiche e deontologiche.

                Il punto è importante perché Falsissimo utilizza strumenti e piattaforme capaci di raggiungere un pubblico enorme senza appartenere al sistema tradizionale dell’informazione professionale.

                La questione che emerge dalle carte va quindi oltre il semplice scontro tra Corona e Mediaset: fino a dove può spingersi chi produce contenuti attraverso social e piattaforme digitali quando affronta vicende che coinvolgono reputazione, vita privata e accuse rivolte a persone riconoscibili?

                La risposta giuridica arriverà naturalmente dal processo. La posizione dei ricorrenti, invece, appare già chiarissima: utilizzare strumenti di comunicazione nuovi non permetterebbe di sottrarsi alle responsabilità derivanti da ciò che si racconta al pubblico.

                Mediaset: «Continua con lo stesso accanimento e la stessa violenza verbale»

                La memoria insiste soprattutto sulla continuità del comportamento contestato. Secondo i ricorrenti, Corona non avrebbe modificato la propria condotta dopo l’avvio dello scontro giudiziario.

                Al contrario, avrebbe continuato «fuori da qui, sui social, in televisione e nei locali» a diffondere «le medesime invettive, accuse e insinuazioni».

                Questo passaggio aiuta a comprendere perché la battaglia abbia raggiunto dimensioni tanto grandi. Mediaset e gli altri ricorrenti non descrivono un singolo contenuto che ritengono diffamatorio, ma una campagna che, secondo la loro tesi, Corona avrebbe alimentato nel tempo e attraverso mezzi differenti.

                Sarà proprio questa ricostruzione a finire sotto la lente del Tribunale: i giudici dovranno valutare le singole dichiarazioni, il loro contesto, la loro diffusione e gli eventuali effetti sulla reputazione e sugli interessi economici dei soggetti coinvolti.

                Corona contrattacca: «Pressioni per impedirmi di lavorare»

                Corona, però, non resta fermo a incassare le accuse. Nella causa, insieme ai suoi legali, ha introdotto il tema della presunta «concorrenza sleale», contestando in particolare le diffide inviate ai gestori dei locali che avevano programmato spettacoli e serate con la sua partecipazione.

                Secondo la sua ricostruzione, quelle iniziative avrebbero esercitato «pressioni indebite sugli organizzatori» con l’obiettivo di isolarlo professionalmente e impedirgli di lavorare. Corona sostiene inoltre che queste pressioni avrebbero provocato la cancellazione di numerosi impegni.

                La controparte respinge completamente questa interpretazione.

                I legali dei ricorrenti sostengono infatti che tra Corona e Mediaset non esista neppure un ipotizzabile «rapporto di concorrenzialità» e considerano quindi infondata la contestazione sulla concorrenza sleale.

                Quanto alle diffide inviate a teatri, discoteche e altri locali, le definiscono iniziative lecite e necessarie per evitare che Corona ripetesse comportamenti già contestati.

                Le due versioni, dunque, non potrebbero essere più lontane: Corona sostiene che quelle iniziative abbiano cercato di tagliarlo fuori dal mercato degli spettacoli e delle serate; Mediaset e gli altri ricorrenti affermano invece di avere semplicemente tutelato i propri diritti e la propria reputazione.

                Nella maxi causa entra anche Atena, la società che gestisce Corona

                C’è poi un altro elemento che allarga ulteriormente il perimetro della controversia. I ricorrenti hanno chiamato in giudizio anche Atena, la società che gestisce l’immagine, la comunicazione e i contenuti di Fabrizio Corona.

                Secondo la loro ricostruzione, Atena avrebbe contribuito alla diffusione dei messaggi al centro della causa e dovrebbe quindi rispondere insieme a Corona degli eventuali danni.

                Il passaggio porta inevitabilmente l’attenzione sull’intera macchina che ruota attorno a Falsissimo. La causa non riguarda più soltanto le parole pronunciate davanti a una telecamera, ma investe anche la produzione, la gestione e la distribuzione di contenuti capaci di raggiungere rapidamente un pubblico vastissimo attraverso le piattaforme digitali.

                Ed è proprio questa capacità di amplificazione a rappresentare uno degli elementi più delicati dello scontro.

                Perché Mediaset e i volti tv chiedono 160 milioni di euro

                Rimane naturalmente la cifra che ha trasformato immediatamente il procedimento in una delle cause civili più clamorose degli ultimi anni nel mondo dello spettacolo italiano: 160 milioni di euro.

                Con questa richiesta, Mediaset e i singoli personaggi coinvolti puntano a ottenere il risarcimento dei danni reputazionali e patrimoniali che sostengono di avere subito. La cifra, è bene ricordarlo, rappresenta una richiesta dei ricorrenti e non un risarcimento già stabilito dal Tribunale.

                Spetterà infatti al giudice verificare innanzitutto le responsabilità contestate e, soltanto in caso di accoglimento delle domande, determinare l’esistenza e l’entità degli eventuali danni.

                Mediaset ha inoltre indicato una destinazione particolare per il denaro che potrebbe ottenere dalla causa: il gruppo intende utilizzare l’eventuale risarcimento per creare un fondo destinato a coprire le spese legali delle vittime di stalking, dei reati che rientrano nel cosiddetto Codice Rosso e dei fenomeni di cyberbullismo.

                Corona contro Mediaset: il vero scontro adesso è sul «metodo Falsissimo»

                La prima udienza del 20 ottobre aprirà formalmente il confronto davanti al Tribunale civile di Milano, ma le nuove carte permettono già di capire su quale terreno si combatterà una parte importante della battaglia.

                Corona rivendica la propria libertà di espressione e accusa i suoi avversari di avere esercitato pressioni capaci di danneggiare la sua attività professionale. Dall’altra parte, Mediaset, i Berlusconi e gli altri ricorrenti sostengono che l’ex agente fotografico abbia trasformato accuse e insinuazioni prive di fondamento in verità offerte al pubblico, continuando poi a rilanciarle attraverso social, televisione, locali e spettacoli dal vivo.

                Ed è proprio questa la vera novità che emerge dalla memoria: i 160 milioni non rappresentano soltanto la risposta a una puntata di Falsissimo. I ricorrenti contestano quello che descrivono come un vero e proprio metodo Corona, capace di utilizzare la potenza dei nuovi mezzi di comunicazione per moltiplicare la diffusione delle accuse.

                Il Tribunale dovrà ora stabilire se quella condotta abbia violato la legge, quali responsabilità possano eventualmente attribuirsi a Corona e alla società che ne gestisce i contenuti e, soprattutto, se i danni indicati dai ricorrenti trovino riscontro nei fatti.

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