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Cessate il fuoco in Libano: domani Biden e Macron annunceranno la tregua tra Israele e Hezbollah

L’intesa prevede un ritiro reciproco delle forze militari e un periodo di calma di 60 giorni. Domani la riunione decisiva del gabinetto israeliano.

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    Secondo un’indiscrezione riportata dal quotidiano saudita Asharq Al-Awsat, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il presidente francese Emmanuel Macron annunceranno domani mattina un cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah in Libano, della durata di 60 giorni. L’accordo, frutto di intense mediazioni internazionali, potrebbe rappresentare una svolta cruciale nella crisi mediorientale.

    I dettagli dell’accordo

    Il piano prevede, secondo le fonti, il ritiro verificabile di Hezbollah dalla zona compresa tra la Linea Blu e il fiume Litani, un’area contesa che ha visto numerosi scontri nelle ultime settimane. In cambio, le forze israeliane si ritireranno dai territori occupati durante la recente invasione terrestre nel sud del Libano.

    Fonti israeliane citate dal Times of Israel confermano che il testo dell’intesa è stato finalizzato oggi e che il gabinetto di sicurezza israeliano si riunirà domani pomeriggio per approvarlo. L’incontro, previsto per le 17.30 ora locale (16.30 in Italia), potrebbe segnare l’ufficializzazione del cessate il fuoco, salvo imprevisti dell’ultimo minuto.

    Mediazione internazionale e speranze di pace

    L’accordo, descritto da alcuni osservatori come storico, vede il coinvolgimento diretto di Washington e Parigi, con Biden e Macron pronti a presentarlo come un passo avanti verso la stabilità nella regione. La tregua temporanea di 60 giorni permetterà, secondo gli analisti, di creare uno spazio per ulteriori negoziati, evitando l’escalation del conflitto.

    La decisione arriva in un momento critico per il Libano, già provato da una crisi economica e sociale senza precedenti, e potrebbe rappresentare un’opportunità per alleviare la tensione lungo il confine.

    Riunioni decisive e aspettative

    Secondo Channel 12, qualcosa di “drastico” dovrebbe accadere per far naufragare l’accordo nelle prossime ore. Tuttavia, il consenso tra le parti appare solido, e la giornata di domani potrebbe segnare l’inizio di una tregua tanto attesa.

    Mentre il mondo attende l’annuncio ufficiale, le diplomazie internazionali lavorano per garantire che questo fragile accordo possa reggere, offrendo uno spiraglio di speranza in una regione martoriata da decenni di conflitti.

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      Mondo

      Pussy Riot, la confessione choc di Rita Flores: «Ero una spia dell’Fsb, minacciavano di uccidere mia madre»

      Rita Flores racconta al Guardian di essere stata reclutata con ricatti e minacce contro la sua famiglia: «Avevo troppa paura». Poi la richiesta più inquietante: attirare Pyotr Verzilov in Serbia, dove secondo il suo racconto l’Fsb progettava di rapirlo e ucciderlo.

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      pussy riot

        Una Pussy Riot trasformata in spia dell’Fsb e costretta a tradire proprio gli amici e gli attivisti con i quali combatteva il regime russo. Sembra la trama di un thriller sulla Mosca di Vladimir Putin, invece è quanto racconta Rita Flores, nome d’arte della 29enne Margarita Konovalova, nella sua prima intervista dopo essere riuscita a fuggire dalla Russia alla fine di agosto.

        Flores ha raccontato al Guardian di aver collaborato per circa tre anni con i servizi segreti russi dopo essere stata reclutata sotto minaccia nel febbraio 2023. Una vicenda che la donna aveva già cominciato a rendere pubblica dopo la fuga e della quale ora ha fornito nuovi dettagli. Il quotidiano britannico specifica di non essere stato in grado di verificare autonomamente ogni elemento del suo racconto, ricordando tuttavia i numerosi casi di infiltrazione dell’Fsb negli ambienti dell’opposizione russa.

        «Uccideremo tua madre»: così Rita Flores sarebbe diventata una spia

        Flores faceva parte dell’ambiente delle Pussy Riot dal 2020 ed era già stata arrestata diverse volte per le sue performance di protesta. Dopo l’invasione dell’Ucraina, racconta, la pressione nei suoi confronti sarebbe aumentata fino alla perquisizione della sua abitazione nel febbraio 2023.

        Alla fine dell’operazione due uomini in borghese sarebbero rimasti nell’appartamento presentandosi come agenti dell’Fsb. Le avrebbero prospettato un procedimento penale per un post pubblicato su Instagram nel quale denunciava le uccisioni di civili in Ucraina, aggiungendo una minaccia molto più difficile da ignorare: se non avesse collaborato, avrebbero potuto uccidere sua madre.

        «Ho creduto che potessero fare tutto quello che dicevano», ha raccontato Flores. Da quel momento sarebbero cominciati gli incontri con i due agenti, soprannominati da lei Ivan e “la Giacca”. Il primo interpretava il ruolo dell’uomo comprensivo, il secondo quello del duro, in una versione molto poco cinematografica del vecchio giochetto del poliziotto buono e del poliziotto cattivo.

        «Ti rieducheremo e diventerai una moglie obbediente»

        Anche Ivan, però, secondo Flores sapeva perfettamente come ricordarle chi comandava. Le avrebbe ripetuto che, se fosse fuggita all’estero, l’Fsb l’avrebbe trovata e uccisa, mentre sua madre avrebbe potuto fare la stessa fine senza che nessuno riuscisse a dimostrare nulla.

        Poi arrivava la promessa della “rieducazione”: l’Fsb, le avrebbe detto l’agente, l’avrebbe trasformata fino a farle amare la Russia, desiderare dei figli e diventare «una moglie obbediente».

        Flores sostiene di essere stata incaricata di raccogliere informazioni sugli artisti e sugli attivisti dell’opposizione che frequentava. Per limitare i danni, racconta di aver addirittura provocato volontariamente litigi con alcuni di loro, cercando di allontanarli affinché smettessero di confidarle informazioni che avrebbe poi dovuto riferire ai suoi controllori.

        Il piano per rapire e uccidere Pyotr Verzilov

        La storia diventa ancora più pesante quando entra in scena Pyotr Verzilov, attivista un tempo vicino alle Pussy Riot, trasferitosi in Ucraina e arruolatosi contro la Russia.

        Secondo Flores, nel maggio scorso i suoi referenti dell’Fsb avrebbero cominciato a chiederle informazioni su di lui, compreso il suo indirizzo in Ucraina. Poi sarebbe arrivata la missione definitiva: sfruttare la vecchia amicizia con Verzilov per convincerlo a incontrarla in Serbia.

        Ad aspettarlo, secondo quanto gli stessi agenti avrebbero spiegato a Flores, ci sarebbe stata una squadra incaricata di rapirlo e ucciderlo. In quel periodo Ivan avrebbe iniziato a versarle 50mila rubli al mese per la collaborazione legata al caso Verzilov.

        Flores sostiene di essere riuscita a sottrarsi all’operazione e, con l’aiuto dell’avvocato Dmitry Zakhvatov, a organizzare segretamente la fuga dalla Russia.

        La fuga e la confessione: «Per la prima volta mi sento tranquilla»

        Ora che è fuori dal Paese, Rita Flores ha deciso di raccontare pubblicamente la propria storia e di contattare alcune delle persone sulle quali aveva fornito informazioni per spiegare quello che era accaduto.

        La sua confessione ha inevitabilmente diviso anche l’opposizione russa in esilio: c’è chi ne ha lodato il coraggio e chi si domanda perché abbia continuato a collaborare con l’Fsb per quasi tre anni. Maria Alyokhina, altra figura storica delle Pussy Riot, ha sottolineato che nessuno sarebbe finito in carcere o sarebbe morto a causa delle informazioni fornite da Flores.

        Lei, invece, sostiene che casi come il suo siano tutt’altro che eccezionali e parla dell’arruolamento di informatori negli ambienti dell’opposizione come di «un fenomeno di massa».

        Dopo tre anni trascorsi, secondo il suo racconto, con la paura che una parola sbagliata potesse mettere in pericolo lei o sua madre, adesso Flores dice di provare finalmente una sensazione che sembrava aver dimenticato: «Per la prima volta da anni mi sento tranquilla».

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          Mondo

          Naomi Campbell, l’ombra di Jeffrey Epstein sulla Venere Nera: il suo nome compare 278 volte negli Epstein Files

          aomi Campbell invitava Epstein ai suoi party e frequentava le sue proprietà, compresa Little Saint James. Il suo nome figura nei registri del “Lolita Express” e persino in una lista di persone che potevano inviargli libri, lettere e cartoline quando era in carcere dopo la condanna del 2008.

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            Una volta può essere una coincidenza, dieci una frequentazione, 278 cominciano a essere parecchie. È questo il numero di volte in cui il nome di Naomi Campbell compare negli Epstein Files, la gigantesca massa di documenti che continua a riportare alla luce relazioni, amicizie e frequentazioni costruite negli anni intorno a Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo morto in carcere a New York nel 2019.

            E per la Venere Nera, una delle donne più celebri e fotografate del pianeta, le carte raccontano una vicinanza che non si limita a qualche fotografia scattata durante una festa del jet set. Ci sono email, inviti, incontri nelle proprietà del finanziere e il nome della modella nei registri di volo del famigerato “Lolita Express”, l’aereo privato utilizzato da Epstein e dai suoi ospiti per gli spostamenti.

            Naomi ha sempre sostenuto di non avere conosciuto la realtà criminale che si nascondeva dietro la vita dorata del milionario. Ma la quantità dei contatti che emerge dai documenti appena pubblicati riaccende inevitabilmente i riflettori su un rapporto che attraversò per anni quel mondo di feste, miliardari, modelle, uomini potentissimi e celebrità nel quale Epstein si muoveva con impressionante facilità.

            Naomi Campbell ed Epstein, gli inviti alle feste e gli incontri nelle sue case

            Dalle email emerge un rapporto nel quale gli inviti viaggiavano in entrambe le direzioni. Campbell avrebbe invitato Epstein ad alcuni dei propri party e il finanziere ricambiava aprendole le porte delle sue proprietà, compresa la casa di New York.

            Ma tra i luoghi frequentati dalla top model compare anche quello che, dopo lo scandalo, sarebbe diventato il simbolo più inquietante dell’universo Epstein: Little Saint James, l’isola privata nei Caraibi sulla quale il finanziere portava ospiti e dove, secondo le ricostruzioni giudiziarie, conduceva anche alcune delle sue giovani vittime.

            La presenza di Campbell nelle proprietà o sugli aerei di Epstein non dimostra naturalmente che conoscesse i crimini commessi dal finanziere. Racconta però quanto i loro mondi fossero entrati in contatto e quanto Epstein fosse riuscito a costruirsi una posizione apparentemente normalissima nel cuore del jet set internazionale.

            Ed è proprio questo uno degli aspetti più impressionanti dell’intera vicenda: per anni il finanziere non si muoveva ai margini della società che contava, ma esattamente al centro.

            Il nome della Venere Nera nei registri del “Lolita Express”

            Poi ci sono gli aerei. Il nome di Naomi Campbell compare nei registri di volo legati a Epstein, altro elemento destinato inevitabilmente a riaccendere l’attenzione sulla loro frequentazione.

            Il jet privato del finanziere sarebbe diventato tristemente celebre con il soprannome di “Lolita Express”, ma all’epoca rappresentava soprattutto uno dei mezzi attraverso i quali Epstein trasportava amici e ospiti tra le sue diverse proprietà.

            Campbell apparteneva a quel mondo nel quale la presenza del finanziere sembrava perfettamente normale. Epstein frequentava feste, conosceva celebrità e uomini d’affari, coltivava rapporti con personaggi potentissimi e si presentava come un miliardario capace di aprire qualsiasi porta.

            Naomi, dal canto suo, era al vertice assoluto della moda mondiale e si muoveva nello stesso universo internazionale. Due mondi che finirono per incrociarsi molte volte. Almeno 278, se si conta semplicemente quante volte il suo nome compare nei file.

            Quel nome nella lista dei contatti mentre Epstein era in carcere

            Ma tra le carte c’è un particolare ancora più curioso, perché porta la frequentazione oltre la stagione delle feste e degli inviti mondani.

            Il nome di Naomi Campbell compare infatti anche in una lista di persone che avrebbero potuto recapitare a Epstein libri, lettere e cartoline mentre il finanziere si trovava in carcere in Florida, dopo la condanna del 2008.

            Ed è soprattutto la data a rendere questo dettaglio significativo nel racconto pubblico della loro relazione. Nel 2008 Epstein aveva già affrontato un procedimento giudiziario per reati sessuali e la sua immagine non era più semplicemente quella del ricchissimo uomo d’affari circondato da celebrità.

            Campbell ha sempre ribadito di non avere saputo ciò che Epstein faceva alle ragazze che cadevano nella sua rete e, quando lo scandalo è esploso in tutta la sua enormità, ha preso pubblicamente le distanze dal finanziere e dai suoi crimini.

            Le nuove carte, però, mostrano quanto quella conoscenza fosse inserita nella sua vita mondana e quanto fosse durata nel tempo.

            Da Briatore a Ghislaine Maxwell, il jet set intorno alla Venere Nera

            Le immagini di quegli anni restituiscono perfettamente l’ambiente nel quale tutto questo avveniva. Naomi Campbell era una delle regine incontrastate del jet set, fidanzata per anni con Flavio Briatore, fotografata alle feste più esclusive e in contatto con personaggi provenienti dalla moda, dalla finanza, dallo spettacolo e dalla politica.

            Nello stesso circuito si muoveva Ghislaine Maxwell, la donna che sarebbe stata successivamente condannata per il ruolo avuto nel reclutamento delle vittime di Epstein e che compare in diverse fotografie insieme alla top model.

            Era proprio questa rete di relazioni a costituire una delle grandi assicurazioni sociali del finanziere: essere circondato continuamente da personaggi famosi contribuiva a costruire intorno a lui un’aura di rispettabilità e potere che rendeva molto più difficile immaginare ciò che accadeva lontano dai flash.

            Oggi quelle fotografie hanno inevitabilmente un significato diverso.

            Naomi ha sempre detto: «Non sapevo nulla»

            La posizione di Naomi Campbell è rimasta negli anni molto chiara: conosceva Epstein, ma non conosceva i suoi crimini. Essere comparsa alle sue feste, avere viaggiato sui suoi aerei o essere stata ospite nelle sue proprietà non significa aver partecipato o essere stata a conoscenza delle attività criminali del finanziere.

            Ma gli Epstein Files continuano a funzionare come una gigantesca macchina del tempo capace di riportare alla superficie rapporti che molti protagonisti del jet set mondiale avrebbero probabilmente preferito lasciare sepolti negli album fotografici degli anni Novanta e Duemila.

            E questa volta la macchina del tempo si è fermata davanti alla Venere Nera.

            Perché 278 citazioni, gli inviti reciproci, il nome nei registri di volo, gli incontri nelle proprietà di Epstein e quella lista relativa ai contatti durante la detenzione raccontano almeno una cosa con chiarezza: Jeffrey Epstein non era una comparsa occasionale nella sterminata rubrica mondana di Naomi Campbell.

            Era una persona che conosceva e frequentava.

            E oggi, sull’immagine scintillante di una delle modelle più famose della storia, torna ad allungarsi l’ombra più nera del jet set internazionale: quella di Jeffrey Epstein.

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              Mondo

              Louis Vuitton batte la catena Molly Tea sul logo ma perde la Cina: causa da un milione e mezzo di dollari e vendite in picchiata

              Il tribunale di Suzhou condanna Molly Tea a pagare 10,3 milioni di yuan a Louis Vuitton per violazione del marchio. Tra accuse di appropriazione culturale legate alla dinastia Tang e la rabbia dei social, la vittoria legale si trasforma in un grave boomerang reputazionale ed economico

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              Louis Vuitton batte la catena Molly Tea sul logo ma perde la Cina: causa da un milione e mezzo di dollari e vendite in picchiata

                Una grande Maison del lusso e una piccola catena locale di bevande possono trovarsi al centro di uno scontro giudiziario per un semplice fiore. È quanto accaduto tra Louis Vuitton e il marchio cinese Molly Tea, finito a processo per violazione del marchio a causa di un monogramma ritenuto troppo simile all’iconico simbolo a quattro petali del colosso francese. A luglio la magistratura ha dato ragione alla casa di moda: il Tribunale Intermedio del Popolo della città orientale di Suzhou ha stabilito la violazione del monogramma registrato. La sentenza ha condannato la catena di tè a versare alla Maison 10,3 milioni di yuan, pari a circa 1,5 milioni di dollari.

                La difesa sul fiore antico della dinastia Tang e il ricorso in appello

                La dirigenza di Molly Tea ha già annunciato l’intenzione di presentare ricorso in appello. La linea difensiva del marchio locale ha puntato sul fatto che il motivo grafico del fiore a quattro petali, che contraddistingue la casa di moda da 130 anni, tragga origine da motivi tradizionali risalenti all’antica Cina, in particolare al baoxianghua della dinastia Tang. L’azienda cinese ha così accusato il colosso francese di essersi appropriato di un elemento ornamentale appartenente a un’altra cultura e a un’altra storia. La pronuncia giudiziaria ha sollevato un nodo ben più ampio della singola controversia, evidenziando una lacuna normativa nella tutela dei simboli storici del patrimonio cinese.

                La reazione dei social cinesi e l’accusa di disparità

                L’esito del processo ha generato un’ampia cassa di risonanza in Cina, dove cresce il malcontento dei cittadini di fronte a quella che viene percepita come un’appropriazione indebita di un simbolo nazionale da parte di un marchio estero. L’opinione pubblica ha accolto con severità la sanzione inflitta a una realtà locale con soli 15 mila follower su Instagram, ritenendo l’azione legale sproporzionata nei confronti di un soggetto che non rappresenta un diretto concorrente commerciale.

                Impatto sulla reputazione del brand e crollo delle vendite

                Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, i report sul verdetto hanno totalizzato circa 400 milioni di visualizzazioni su Weibo, mentre l’hashtag nato in sostegno a Molly Tea ha superato i 30 milioni di contenuti. La bufera mediatica sta generando una complessa crisi di reputazione in uno dei mercati più strategici per il settore del lusso. L’impatto si riflette già sui ricavi. Come spiegato a Fanpage.it dal Reputation Manager Andrea Barchiesi in merito alle dinamiche del fashion: «Una crisi è probabilistica: non dipende dalla questione in sé, ma dipende molto dalla percezione della questione stessa».

                I riscontri sul campo mostrano un chiaro rallentamento. Le analisi di JL Warren Capital evidenziano come le vendite in Cina siano scese di circa il 30% a luglio e tra il 20% e il 25% ad agosto, in concomitanza con il Qixi Festival, il celebre San Valentino cinese. Pur trattandosi di stime basate sull’osservazione delle boutique, i dati delineano una contrazione della domanda in un mercato che, secondo le rilevazioni di Ubs, incide per circa il 30% sulle vendite complessive del gruppo Lvmh.

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