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Il tentato furto del Millennium Star: la più grande rapina mai pianificata in Gran Bretagna

Una storia di piani meticolosi, sorveglianza, frode e un fallimento epico che ha visto sfumare 500 milioni di euro in pochi istanti. Il furto perfetto, che non fu mai compiuto.

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    Il 7 novembre 2000, una banda di sette ladri tentò di realizzare il colpo del secolo: rubare il Millennium Star, un diamante da 203,04 carati esposto al Millennium Dome di Londra. Se il piano fosse riuscito, sarebbe stata la più grande rapina nella storia del Regno Unito. Bottino?500 milioni di euro. L’operazione, pianificata nei minimi dettagli, prevedeva l’uso di una ruspa per sfondare la struttura, granate fumogene per confondere la sicurezza e una fuga via motoscafo lungo il Tamigi. Ma la polizia, già informata, aveva sostituito i diamanti con copie false e seguito la banda per settimane. Il colpo fallì, portando all’arresto immediato di tutti i membri coinvolti.

    Millennium Star un diamante da mezzo miliardo

    Il Millennium Dome (oggi The O2) ospitava una mostra con i diamanti della De Beers, tra cui il Millennium Star, una delle gemme più perfette al mondo, trovata negli anni ’90 nello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). Oltre al Millennium Star, la collezione includeva diamanti blu di inestimabile valore, per un totale di 350 milioni di sterline. Il capo della sicurezza della De Beers, però, aveva notato una criticità. Il Dome era una struttura vulnerabile, tanto da essere descritto come “una tenda con un pavimento di cemento”.
    Per proteggere i gioielli, fu costruito un caveau esagonale, con pareti di quasi un metro di spessore, rinforzate con barre di metallo. Inoltre, furono installati sistemi di sorveglianza avanzati, tra cui telecamere e vetri antiproiettile. Ma per la banda di ladri, nulla di tutto questo era sufficiente a fermare il colpo.

    La banda e l’operazione Mago

    Il piano fu orchestrato da Ray Betson e Lee Wenham, con l’aiuto di Terry Millman, Bob Adams, Aldo Ciarrocchi e William Cockram. Wenham, figlio di un ladro e contrabbandiere di sigarette, fornì la sua fattoria come base operativa. Ma la polizia, insospettita da un tentato furto in un portavalori nel Kent a luglio 2000, iniziò a sorvegliare il gruppo. Dopo settimane di osservazione, la Squadra Mobile avviò l’Operazione Mago per fermare il colpo prima che fosse compiuto. Nel frattempo, la De Beers decise di sostituire i diamanti veri con copie false e spostare l’originale a Tokyo.

    Il giorno del colpo

    Il 7 novembre, alle 9 del mattino, la banda fece irruzione nel Millennium Dome. Ciarrocchi lanciò granate fumogene per confondere le guardie. Adams e Cockram entrarono nel caveau per rubare i diamanti. Una ruspa fu utilizzata per sfondare la struttura. Un motoscafo era pronto per la fuga lungo il Tamigi. Ma la polizia intervenne in pochi secondi, bloccando i ladri sul posto. Arresti simultanei furono eseguiti anche alla fattoria di Wenham, dove fu fermato anche suo padre.

    Il processo e le condanne

    Il processo si aprì il 8 novembre 2001, un anno dopo il tentato furto. Terry Millman morì di cancro prima della sentenza. Gli altri membri cercarono di dichiararsi colpevoli di furto, anziché di rapina, per ottenere pene più leggere.
    Ray Betson fu condannato a 12 anni, ma una volta scarcerato tentò un’altra rapina e ricevette altri 13 anni.
    Lee Wenham, colpevole anche di un altro furto nel Kent, ricevette 9 anni, ma ne scontò solo 4 per buona condotta.
    Aldo Ciarrocchi, noto come “il tecnico”, fu condannato a 15 anni, ma dopo la scarcerazione iniziò una nuova vita da imprenditore. Nel 2006, il Millennium Star fu venduto a un acquirente anonimo. L’intera vicenda è oggi ricostruita nel documentario NetflixThe Diamond Heist”, prodotto da Guy Ritchie, che racconta il colpo più spettacolare mai tentato nella storia della Gran Bretagna.

    Che fine ha fatto Aldo Ciarrocchi?

    Tra i membri della banda, Aldo Ciarrocchi, soprannominato “il tecnico”, è stato l’unico a ricostruirsi una vita lontana dal crimine. Nato a Londra da padre italiano e madre britannica, aveva 29 anni al tempo della rapina ed era il più giovane del gruppo. Il suo ruolo era lanciare granate fumogene per distrarre la sicurezza, mentre gli altri cercavano di sfondare la vetrina del Millennium Star.

    Dopo aver scontato la sua pena, ha avviato un’attività di bonifica ambientale nel sud di Londra con la moglie, Elisabeth Kirsh, un’ex modella statunitense che aveva conosciuto mentre era in prigione. Oggi vive in una casa da un milione di sterline, ha due figlie e un’attività di successo. Nel magazzino della sua azienda sono stati persino girati film, tra cui Come ti ammazzo il bodyguard con Samuel L. Jackson e Ryan Reynolds.

    Ciarrocchi ha voltato definitivamente pagina, rifiutando qualsiasi partecipazione a documentari sul colpo al Dome. “Non volevo apparire sullo schermo raccontando il mio grande errore“, ha dichiarato. Ricordando il furto, ha ammesso: “Abbiamo fatto una cosa stupida. La polizia era ben informata, ci stavamo imbarcando in una missione suicida, solo che non lo sapevamo“.

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      Mondo

      Bill e Hillary Clinton in vacanza a Panarea tra selfie, shopping e look improbabili: i pantaloni dell’ex presidente fanno discutere

      Bill e Hillary Clinton sono stati avvistati a Panarea durante la loro vacanza in Italia. Passeggiata tra i vicoli, acquisti nei negozi del centro e molti selfie con turisti e residenti. Ma a rubare la scena è stato anche il look dell’ex presidente, tra pantaloni cortissimi e camicia da villeggiatura estrema.

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        Bill e Hillary Clinton si godono l’Italia, e questa volta la tappa scelta è Panarea. L’ex presidente degli Stati Uniti e l’ex segretaria di Stato sono stati avvistati tra i vicoli dell’isola, in una giornata di relax tra passeggiate, shopping e incontri con turisti e residenti.

        La coppia non si è sottratta all’affetto dei curiosi. In tanti li hanno fermati per una foto, e i Clinton si sono concessi con sorrisi, saluti e selfie. Una scena quasi irreale: due protagonisti assoluti della politica americana a spasso per il centro di Panarea come normali vacanzieri, anche se con un codazzo inevitabile di sguardi e telefoni alzati.

        Bill e Hillary Clinton tra i vicoli di Panarea

        La vacanza italiana dei Clinton prosegue dunque alle Eolie, meta amatissima da vip, imprenditori e volti internazionali. Panarea, con i suoi vicoli bianchi, le boutique e il mare da cartolina, si conferma una delle destinazioni più frequentate dell’estate.

        Bill e Hillary hanno passeggiato nel centro dell’isola, fermandosi in alcuni negozi e salutando le persone incontrate lungo il percorso. Nessun protocollo rigido, almeno in apparenza, ma una giornata vissuta con il passo lento di chi si concede una pausa lontano dalle tensioni della politica americana.

        Il look di Bill Clinton ruba la scena

        A giudicare dalle immagini, però, a farsi notare non è stata solo la presenza della coppia. Anche il look di Bill Clinton ha avuto il suo momento di gloria involontaria. Pantaloni dalla lunghezza coraggiosa, camicia da vacanza senza troppi ripensamenti e un insieme che sembrava gridare: lo stilista personale è stato arrestato ieri a Miami.

        Mancavano solo le pantofole da camera, poi il quadro sarebbe stato completo. Del resto Clinton, a 79 anni, sembra ormai interessato soprattutto alla comodità. E forse fa anche bene: dopo una vita passata tra Casa Bianca, scandali, campagne elettorali e vertici internazionali, almeno in vacanza uno avrà pure il diritto di vestirsi come gli pare.

        Selfie e shopping nell’estate italiana

        La presenza dei Clinton ha naturalmente attirato l’attenzione di turisti e residenti. Diversi passanti hanno chiesto una foto ricordo e la coppia si è lasciata immortalare senza troppi problemi, trasformando la passeggiata in un piccolo evento mondano.

        Tra un acquisto e un selfie, Bill e Hillary hanno confermato ancora una volta il loro legame con l’Italia, scelta spesso da star internazionali e personalità politiche per le vacanze estive. Panarea, dal canto suo, ringrazia: quando arrivano due Clinton insieme, anche una semplice passeggiata diventa notizia.

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          Mondo

          Everest, dopo 30 anni vogliono riportare a casa Green Boots: il mistero del corpo che guidava gli alpinisti

          Per anni si è creduto che Green Boots fosse Tsewang Paljor. Ora le autorità indiane indicano un altro nome. Il recupero, a 8.500 metri di quota, sarà una delle operazioni più rischiose mai tentate sull’Everest.

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            Per quasi trent’anni è stato uno dei simboli più inquietanti dell’Everest. Gli alpinisti lo conoscono come Green Boots, “gli scarponi verdi”, il corpo rannicchiato in una piccola grotta a oltre 8.500 metri di quota che, suo malgrado, è diventato un punto di riferimento per chi tenta la scalata della montagna più alta del mondo. Ora l’India vuole riportarlo a casa.

            Secondo quanto riportato dal Guardian, le autorità indiane stanno organizzando una complessa missione nella cosiddetta “zona della morte”, l’area oltre gli 8.000 metri dove la scarsità di ossigeno rende ogni movimento estremamente pericoloso. L’obiettivo è recuperare la salma e fare finalmente chiarezza sulla sua vera identità.

            Il mistero: Green Boots non sarebbe chi tutti credevano

            Dal 1996 si è sempre ritenuto che Green Boots fosse Tsewang Paljor, uno degli alpinisti indiani morti durante la terribile bufera raccontata anche nel bestseller Aria sottile di Jon Krakauer.

            Oggi, però, tutto potrebbe cambiare. Nel bando pubblicato dall’Indo-Tibetan Border Police per organizzare il recupero della salma, il corpo viene identificato come Dorje Morup, compagno di spedizione di Paljor e morto nello stesso giorno.

            Una ricostruzione che ha sorpreso anche gli esperti. «È un mistero per me il motivo per cui all’improvviso l’identità sia cambiata. Sono felice che lo stiano riportando giù, ma sarà un compito macabro», ha dichiarato al Guardian l’alpinista Alan Arnette.

            Trent’anni nella zona della morte

            Raggomitolato nella piccola cavità rocciosa a circa 350 metri dalla vetta, Green Boots è diventato parte della storia dell’Everest. Centinaia di scalatori lo hanno visto durante l’ascesa e molti hanno utilizzato quel punto per orientarsi o riposare per pochi istanti prima dell’ultimo tratto verso la cima.

            Il soprannome deriva dagli inconfondibili scarponi verde lime della marca Koflach che indossava al momento della morte. Nel corso degli anni il corpo è stato più volte coperto dalla neve e successivamente riemerso, alimentando il mito di una delle immagini più conosciute dell’alpinismo estremo.

            Una missione da 150 mila dollari

            Recuperare un corpo a quelle quote è una delle operazioni più difficili e pericolose che esistano. Gli elicotteri non possono operare in sicurezza e tutto dipende dal lavoro degli sherpa.

            Il bando richiede una squadra composta da almeno sei sherpa con numerose ascensioni all’attivo e fissa l’obiettivo di riportare la salma a Nuova Delhi entro ottobre. L’operazione potrebbe costare circa 150 mila dollari.

            Il peso di un corpo congelato, insieme all’attrezzatura, può arrivare a 200 chili. Gli arti, spesso irrigiditi dal ghiaccio in posizioni innaturali, rendono il recupero ancora più complesso. «Non riusciamo a piegarli», ha spiegato lo sherpa Tshiring Jangbu, raccontando che, nei casi più estremi, si rende necessaria l’amputazione degli arti direttamente sulla montagna.

            Oltre alle enormi difficoltà tecniche esiste anche un delicato aspetto culturale. Molti sherpa, di religione buddhista, ritengono che i corpi non debbano essere disturbati. E resta aperto il grande interrogativo etico che accompagna ogni recupero sull’Everest: restituire una salma alla famiglia può rappresentare una forma di chiusura del lutto, ma nessuna operazione dovrebbe mettere in pericolo la vita di altri alpinisti.

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              Mondo

              Venezuela, corsa contro il tempo dopo il doppio sisma killer. Blackout dei telefoni, la Farnesina: «Cittadini che non rispondono»

              La costa de La Guaira e Caracas devastate da due spaventosi movimenti tellurici a distanza di pochi secondi. Il capo dell’Unità di Crisi: «Verifiche in corso su molti connazionali». Tajani garantisce il supporto dell’Italia: pronti i voli dell’Aeronautica con i Vigili del Fuoco.

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              Venezuela, corsa contro il tempo dopo il doppio sisma killer. Blackout dei telefoni, la Farnesina: «Cittadini che non rispondono»

                «Sembrava un film horror, un boato terrificante durato quasi due minuti». Le parole dei residenti dei quartieri a ovest di Caracas descrivono l’apocalisse che ha messo in ginocchio il Venezuela. Il Paese è stato squassato da un doppio, violentissimo sisma che ha raso al suolo interi centri abitati, concentrando la sua furia distruttiva sulla capitale e, soprattutto, sulla zona costiera dello Stato de La Guaira. All’alba le immagini sono quelle di uno scenario di guerra: palazzi sventrati, macerie alte come colline e roghi per le strade alimentati dalle condutture del gas spezzate.

                Il bilancio ufficiale provvisorio, a meno di 24 ore dal disastro, parla di 188 morti e oltre mille feriti, ma la cifra che sta tenendo il mondo con il fiato sospeso è quella dei dispersi, schizzata drammaticamente a 40mila persone. Tra le macerie si registra già la prima vittima italiana: la Farnesina ha confermato il decesso di un cittadino italo-venezuelano di 56 anni, nato a Caracas ma con legami familiari in Italia, rimasto schiacciato dal crollo del suo condominio a La Guaira.

                L’ansia della Farnesina: «Troppi telefoni muti»

                I canali diplomatici sono in massima allerta. La vastissima comunità italiana residente nel Paese è isolata a causa del totale collasso delle linee elettriche e telefoniche. «Stiamo registrando moltissime segnalazioni di persone che non rispondono alle chiamate dei parenti – ha spiegato Nicola Minasi, capo dell’Unità di Crisi della Farnesina – e stiamo avviando accertamenti mirati su numerosi connazionali di cui si chiedono verifiche». Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso immediata solidarietà al governo venezuelano, disponendo l’invio immediato di uomini della Protezione Civile e dei Vigili del Fuoco a bordo di velivoli dell’Aeronautica Militare.

                La macchina degli aiuti internazionali si è mossa all’istante. L’Unione Europea ha attivato il meccanismo di Protezione Civile, il Fondo Monetario Internazionale ha già stanziato i primi 200 milioni di dollari per l’emergenza e squadre di soccorso speciali stanno partendo da Stati Uniti, Messico e Turchia. Arrivare sul posto, tuttavia, resta un’impresa: l’aeroporto principale è gravemente danneggiato e i ponti di collegamento stradale sono in gran parte crollati. In televisione, la presidente ad interim Delcy Rodriguez, visibilmente scossa, ha proclamato lo stato di emergenza nazionale, ordinando il blocco di scuole e tribunali e precettando ogni singolo medico e infermiere del Paese.

                La trappola della faglia e il cemento senza regole

                A rendere il terremoto un’autentica ecatombe sono stati due fattori specifici. Il primo è di natura strettamente geologica: non si è trattato di un solo evento, ma di due scosse violentissime (magnitudo 7.1 e 7.5) a pochissimi secondi di distanza l’una dall’altra. Inoltre, l’ipocentro è stato registrato a una profondità ridotta (rispettivamente a venti e dieci chilometri dalla superficie), liberando un’energia distruttiva immane direttamente sotto le fondamenta delle città. Impressionante la testimonianza di un gruppo di pescatori che, al largo della costa, hanno visto prima il mare incresparsi con onde anomale e poi, sulla terraferma, enormi nuvole bianche sollevarsi in sequenza: erano i grattacieli del lungomare che collassavano uno dopo l’altro.

                La seconda causa è invece tutta umana. Il Venezuela sorge su una delle faglie più pericolose del pianeta, l’esatto punto di frizione tra la placca dei Caraibi e quella sudamericana, eppure i controlli edilizi negli ultimi decenni sono stati pressoché inesistenti. Mentre la popolazione scava a mani nude per estrarre i sopravvissuti, monta già la rabbia per la totale assenza di criteri antisismici nella pianificazione urbanistica, una carenza strutturale che rischia di trasformare le stime del Servizio Geologico statunitense – che ipotizza nei modelli peggiori fino a 100mila vittime – in una tragica e storica realtà.

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