Mondo
L’anno di Donald Trump: da “mi leccano il culo” alla “Riviera del Medio Oriente”, le frasi che hanno incendiato il 2025
Secondo mandato alla Casa Bianca, vanto di “sette guerre finite in sette mesi”, Premio Fifa per la Pace accettato con malcelata delusione, affondi contro alleati e avversari, promesse di espulsioni di massa e un Golfo del Messico ribattezzato “Golfo d’America”: il 2025 di Donald Trump è stato un continuo corpo a corpo con il mondo, giocato tra minacce, battute brutali e frasi destinate a restare nella memoria collettiva. Ecco le più clamorose, dal “metteremo fine a quei figli di puttana” rivolto ai narcotrafficanti alla definizione del cambiamento climatico come “la più grande truffa della storia”.
Questo è stato l’anno di Donald Trump. Nel 2025 il leader repubblicano è tornato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato e ha rimesso il mondo in assetto di guerra e di teatro allo stesso tempo. Ha spinto un fragile cessate il fuoco a Gaza, ha aperto un canale diretto con Vladimir Putin sul fronte ucraino, ha rivendicato di aver “messo fine a sette guerre in soli sette mesi” all’Assemblea generale dell’Onu. E mentre rivendicava un ruolo da grande pacificatore, inanellava frasi che hanno fatto il giro del pianeta.
Alla diplomazia delle strette di mano, il presidente ha affiancato quella degli insulti. Davanti ai delegati Onu, si è auto-incoronato risolutore di conflitti tra Armenia e Azerbaigian, India e Pakistan, Kosovo e Serbia: “Nessun presidente o primo ministro lo ha mai fatto prima. L’Onu non ha fatto assolutamente nulla”, ha detto, lasciando esterrefatti i diplomatici in sala. Poco dopo, con un sorriso tirato, ha accettato il Premio Fifa per la Pace, precisando però di aspirare a qualcosa di “un po’ più serio, con medaglia svedese”. Nel suo entourage, raccontano, avrebbe chiesto due volte se il riconoscimento fosse accompagnato da un Nobel “di consolazione”.
Dazi, insulti e guerre finite (a modo suo)
Trump resta prima di tutto uno showman della politica. La sua lingua tagliente ha colpito in ogni direzione. Parlando della lotta al narcotraffico nei Caraibi, in piena escalation con il regime di Nicolás Maduro, ha promesso di “mettere fine a quei figli di puttana”, riferendosi ai cartelli della droga che, a suo dire, godono della copertura del presidente venezuelano. Una retorica muscolare accompagnata dall’invio della portaerei Gerald R. Ford, la più grande del mondo, a presidiare l’area.
Sul fronte migratorio, il registro è stato lo stesso. Il presidente ha definito i somali “spazzatura” e ha sentenziato che “il loro Paese fa schifo”, annunciando la rimozione delle protezioni speciali in vigore dal 1991. “Sono feccia, non li voglio in America”, ha dichiarato mentre chiudeva le porte dell’asilo a cittadini di 19 Paesi, dall’Afghanistan al Venezuela. Un lessico che rompe ogni residuo di linguaggio diplomatico e mostra la cifra di questo secondo mandato: nessun filtro, nessun pudore verbale.
L’Europa “all’inferno”, la Spagna da espellere dalla Nato
Neppure gli alleati sono stati risparmiati. All’Onu, rivolto ai leader europei, Trump ha accusato i governi del Vecchio continente di “distruggere i loro Paesi” con l’immigrazione. “I vostri Paesi stanno andando all’inferno”, ha detto, puntando il dito in particolare contro chi, a suo giudizio, avrebbe aperto troppo le frontiere.
Con la Spagna lo scontro è diventato personale. Infastidito dal rifiuto di Pedro Sánchez di portare la spesa militare al 5 per cento del Pil, il presidente ha suggerito davanti ai partner atlantici che “forse dovreste espellere la Spagna dalla Nato”, accusando Madrid di “fare molto bene a nostre spese”. Da lì la minaccia di ritorsioni economiche: “Vi faremo pagare il doppio”, con l’Unione europea costretta a garantire che avrebbe difeso la Spagna di fronte a eventuali tariffe americane.
Gaza, il Golfo “d’America” e la “truffa” del clima
Sul dossier mediorientale, Trump ha alternato ambizioni grandiose e visioni da immobiliarista. Dopo aver rivendicato il cessate il fuoco a Gaza come risultato della propria pressione diplomatica, a febbraio ha spiegato che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo della Striscia a lungo termine, espellendo i palestinesi e trasformandola nella “nuova Riviera del Medio Oriente”. Un video, diffuso sui social e realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, lo mostrava come promotore di un gigantesco progetto turistico affacciato sul Mediterraneo, scatenando un’ondata di critiche.
La geografia, nelle sue mani, è diventata campo di battaglia simbolico. Una delle prime decisioni del nuovo mandato è stata rinominare il Golfo del Messico in “Golfo d’America”. “È un nome bellissimo ed è appropriato”, ha spiegato, ottenendo subito dopo che Google aggiornasse le sue mappe digitali. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha annunciato un’azione legale contro il colosso tech, trasformando un toponimo in motivo di crisi diplomatica.
Sul clima, poi, la posizione è rimasta radicale: “Questo cambiamento climatico è, a mio avviso, la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, ha tuonato all’Onu. Le previsioni degli scienziati sarebbero state fatte da “persone stupide” che hanno “costato fortune ai loro Paesi”, impedendo il progresso. Se i governi “non si allontanano da questa truffa verde, i loro Paesi falliranno”, ha avvertito, demolendo in pochi minuti anni di faticoso consenso internazionale sulle politiche ambientali.
“Mi leccano il culo”: la diplomazia come show permanente
Ma forse la frase che più di tutte ha sintetizzato il suo approccio è arrivata sul fronte commerciale. Dopo l’annuncio di nuovi dazi che hanno scosso i mercati, Trump ha descritto così il rapporto con i partner: “Questi Paesi ci chiamano, mi leccano il culo, fremono di raggiungere un accordo: ‘per favore, signore, raggiungiamo un accordo, farò qualsiasi cosa, qualsiasi cosa, signore’”. Nessun tentativo di edulcorare i rapporti di forza, nessun riguardo per le forme: la diplomazia come reality, con il presidente al centro della scena.
Tra tre anni, alla fine del mandato, si capirà se questa miscela di minacce, autocelebrazione e frasi shock avrà davvero ridisegnato gli equilibri globali o se resterà soprattutto una gigantesca, permanente performance. Per ora, una cosa è certa: Donald Trump continua a non lasciare indifferente nessuno.
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Mondo
Elon Musk: «Sono un alieno, viaggio nel tempo e sono un vampiro di 5.000 anni». E qualcuno comincia quasi a credergli
Alieno, viaggiatore nel tempo e vampiro millenario: Elon Musk si diverte a costruire il proprio personaggio su X. E quando qualcuno osserva che nessuno lo ha mai visto insieme a un faraone predinastico, il gioco diventa irresistibile.
Se vi siete mai chiesti quando dorma Elon Musk, sappiate che una risposta finalmente esiste. Il problema è che arriva direttamente da lui e non chiarisce esattamente la situazione: «Sono un alieno viaggiatore nel tempo e un vampiro di 5.000 anni».
La battuta risale al 24 novembre ed è tornata a circolare sui social, dove il proprietario di X non ha mai fatto molto per apparire come una persona perfettamente normale. Tutto nasce dalla curiosità di un utente, stupito dalla capacità di Musk di pubblicare messaggi anche nel cuore della notte. Invece di rispondere banalmente di dormire poco, avere orari impossibili o vivere praticamente attaccato allo smartphone, il miliardario ha preferito regalare ai suoi follower una spiegazione decisamente più interessante.
In fondo, se hai cinquemila anni, arrivi da un altro pianeta e puoi anche viaggiare nel tempo, otto ore di sonno diventano probabilmente un dettaglio trascurabile.
«Sono un alieno, un vampiro e viaggio nel tempo»
Musk scherza da anni sulle teorie più strampalate che lo riguardano e sembra divertirsi particolarmente quando qualcuno mette in dubbio la sua appartenenza alla specie umana. La faccenda ha prodotto anche una delle osservazioni più surreali apparse tra i suoi follower: «Pensandoci bene, non abbiamo mai visto Elon Musk e un faraone del periodo predinastico nella stessa stanza, giusto?».
Prova scientificamente non proprio inattaccabile, ma sufficiente per continuare il gioco.
D’altra parte, il tema degli extraterrestri accompagna da tempo il patron di SpaceX. Già nel 2017, quando qualcuno gli domandò se fosse un alieno, Musk evitò accuratamente la risposta più rassicurante e se ne uscì con un enigmatico «forse».
Da allora ha continuato a scherzarci sopra, mescolando battute, provocazioni e quella vera ossessione per lo spazio che ha trasformato SpaceX in uno dei cardini della sua immagine pubblica.
Musk e gli alieni: «Mai visto uno verde con le antenne»
Quando il discorso diventa leggermente più serio, però, Musk sostiene di non avere mai trovato prove dell’esistenza di extraterrestri sulla Terra. Durante un evento politico in Pennsylvania aveva giocato persino sul doppio significato inglese di «illegal aliens», espressione usata negli Stati Uniti per indicare gli immigrati irregolari.
Musk aveva spiegato di averne visti parecchi di quel tipo, salvo aggiungere di non averne mai incontrato uno verde e con le antenne.
Dietro le battute rimane comunque una convinzione che il miliardario ripete da anni: l’umanità deve trasformarsi in una specie multiplanetaria. Marte occupa inevitabilmente il centro di questo progetto e Starship, il gigantesco sistema di lancio sviluppato da SpaceX, rappresenta lo strumento con il quale Musk immagina di portare un giorno esseri umani sul Pianeta Rosso.
Le sue previsioni sui tempi sono cambiate diverse volte e si sono spesso rivelate molto più ottimistiche della realtà, ma l’obiettivo dichiarato non è cambiato: creare insediamenti umani fuori dalla Terra e garantire, nella visione di Musk, una possibilità di sopravvivenza alla civiltà anche in caso di una catastrofe planetaria.
L’uomo che vuole trasformare gli umani in alieni
Ed è qui che la battuta del vampiro cinquemillenario diventa quasi coerente con il personaggio. Musk non sostiene seriamente di essere extraterrestre, naturalmente, ma da anni racconta un futuro nel quale gli alieni potremmo diventare noi.
Se l’uomo raggiungesse Marte e riuscisse un giorno a vivere stabilmente su altri pianeti, sarebbe infatti l’umanità a trasformarsi nella civiltà proveniente da un altro mondo vista dalla prospettiva di eventuali forme di vita extraterrestri.
Una prospettiva che Musk ama accompagnare con dichiarazioni molto meno apocalittiche di quanto si potrebbe pensare. L’esplorazione dello spazio, secondo lui, non dovrebbe servire soltanto a garantire la sopravvivenza della specie, ma anche a restituire agli esseri umani qualcosa per cui valga la pena guardare al futuro con entusiasmo.
Ma Elon Musk dorme oppure no?
Resta quindi irrisolta la domanda dalla quale era partito tutto: come fa Elon Musk a essere online a qualsiasi ora del giorno e della notte?
Le possibilità, a questo punto, sono tre. Dorme pochissimo, ha semplicemente orari incompatibili con quelli del resto dell’umanità oppure dobbiamo prendere in considerazione la spiegazione fornita direttamente dall’interessato.
In quest’ultimo caso avremmo risolto parecchi misteri contemporaneamente: Musk avrebbe 5.000 anni, arriverebbe dallo spazio, potrebbe spostarsi avanti e indietro nel tempo e, essendo un vampiro, avrebbe qualche comprensibile difficoltà con la luce del giorno.
Rimane soltanto un problema.
Nessuno lo ha ancora visto trasformarsi in pipistrello.
Ma, conoscendo Elon Musk, probabilmente è solo questione di aspettare il prossimo post su X.
Mondo
Il padre di Papa Leone XIV, eroe del D-Day: Louis Marius Prevost tra lo sbarco in Normandia e la fede
Louis Marius Prevost, padre di Papa Leone XIV, prese parte allo sbarco in Normandia il 6 giugno 1944 come ufficiale della Marina degli Stati Uniti. Stimato per disciplina e dedizione, partecipò anche all’Operazione Dragoon nel sud della Francia, prima di rientrare in patria e dedicarsi alla scuola e alla comunità religiosa. Una vita segnata da senso del dovere e fede, eredità che il figlio ha portato fino al soglio pontificio.
Il destino della famiglia Prevost si intreccia con la Storia. Louis Marius Prevost, padre di Papa Leone XIV, classe 1920, fu uno degli ufficiali della Marina statunitense impegnati nello sbarco in Normandia, il 6 giugno 1944. A rivelarlo sono i documenti conservati al National Archives and Records Administration di St. Louis, Missouri, che raccontano la parabola di un giovane americano arruolato con il programma di addestramento accelerato V-7.
Il 24 novembre 1943 ottenne il grado di guardiamarina della Riserva Navale, e poco dopo partì per l’Europa. Imbarcato sulla USS LST-286, una nave da sbarco in grado di trasportare uomini, mezzi e carri armati, partecipò al D-Day, uno degli eventi che segnarono la fine della morsa nazifascista. Nel 1944 prese parte anche all’Operazione Dragoon, lo sbarco nel sud della Francia.
I fascicoli ufficiali riportano come i suoi superiori ne apprezzassero le capacità organizzative, lo spirito di abnegazione e il senso del dovere. Qualità che gli valsero la promozione a tenente di vascello. Dopo quindici mesi di missione oltreoceano, Prevost fece ritorno negli Stati Uniti, dove scelse di dedicarsi all’educazione e alla vita comunitaria: divenne preside scolastico e catechista, continuando a trasmettere i valori di disciplina e servizio.
Il 25 gennaio 1949 sposò Mildred Agnes Martinez, dalla quale ebbe tre figli. Proprio il terzogenito, Robert Francis, sarebbe diventato, esattamente ottant’anni dopo la fine della guerra in Europa, Papa Leone XIV.
Una coincidenza simbolica, che lega la forza silenziosa di un padre soldato alla missione spirituale di un figlio chiamato a guidare la Chiesa cattolica.
Mondo
Pussy Riot, la confessione choc di Rita Flores: «Ero una spia dell’Fsb, minacciavano di uccidere mia madre»
Rita Flores racconta al Guardian di essere stata reclutata con ricatti e minacce contro la sua famiglia: «Avevo troppa paura». Poi la richiesta più inquietante: attirare Pyotr Verzilov in Serbia, dove secondo il suo racconto l’Fsb progettava di rapirlo e ucciderlo.
Una Pussy Riot trasformata in spia dell’Fsb e costretta a tradire proprio gli amici e gli attivisti con i quali combatteva il regime russo. Sembra la trama di un thriller sulla Mosca di Vladimir Putin, invece è quanto racconta Rita Flores, nome d’arte della 29enne Margarita Konovalova, nella sua prima intervista dopo essere riuscita a fuggire dalla Russia alla fine di agosto.
Flores ha raccontato al Guardian di aver collaborato per circa tre anni con i servizi segreti russi dopo essere stata reclutata sotto minaccia nel febbraio 2023. Una vicenda che la donna aveva già cominciato a rendere pubblica dopo la fuga e della quale ora ha fornito nuovi dettagli. Il quotidiano britannico specifica di non essere stato in grado di verificare autonomamente ogni elemento del suo racconto, ricordando tuttavia i numerosi casi di infiltrazione dell’Fsb negli ambienti dell’opposizione russa.
«Uccideremo tua madre»: così Rita Flores sarebbe diventata una spia
Flores faceva parte dell’ambiente delle Pussy Riot dal 2020 ed era già stata arrestata diverse volte per le sue performance di protesta. Dopo l’invasione dell’Ucraina, racconta, la pressione nei suoi confronti sarebbe aumentata fino alla perquisizione della sua abitazione nel febbraio 2023.
Alla fine dell’operazione due uomini in borghese sarebbero rimasti nell’appartamento presentandosi come agenti dell’Fsb. Le avrebbero prospettato un procedimento penale per un post pubblicato su Instagram nel quale denunciava le uccisioni di civili in Ucraina, aggiungendo una minaccia molto più difficile da ignorare: se non avesse collaborato, avrebbero potuto uccidere sua madre.
«Ho creduto che potessero fare tutto quello che dicevano», ha raccontato Flores. Da quel momento sarebbero cominciati gli incontri con i due agenti, soprannominati da lei Ivan e “la Giacca”. Il primo interpretava il ruolo dell’uomo comprensivo, il secondo quello del duro, in una versione molto poco cinematografica del vecchio giochetto del poliziotto buono e del poliziotto cattivo.
«Ti rieducheremo e diventerai una moglie obbediente»
Anche Ivan, però, secondo Flores sapeva perfettamente come ricordarle chi comandava. Le avrebbe ripetuto che, se fosse fuggita all’estero, l’Fsb l’avrebbe trovata e uccisa, mentre sua madre avrebbe potuto fare la stessa fine senza che nessuno riuscisse a dimostrare nulla.
Poi arrivava la promessa della “rieducazione”: l’Fsb, le avrebbe detto l’agente, l’avrebbe trasformata fino a farle amare la Russia, desiderare dei figli e diventare «una moglie obbediente».
Flores sostiene di essere stata incaricata di raccogliere informazioni sugli artisti e sugli attivisti dell’opposizione che frequentava. Per limitare i danni, racconta di aver addirittura provocato volontariamente litigi con alcuni di loro, cercando di allontanarli affinché smettessero di confidarle informazioni che avrebbe poi dovuto riferire ai suoi controllori.
Il piano per rapire e uccidere Pyotr Verzilov
La storia diventa ancora più pesante quando entra in scena Pyotr Verzilov, attivista un tempo vicino alle Pussy Riot, trasferitosi in Ucraina e arruolatosi contro la Russia.
Secondo Flores, nel maggio scorso i suoi referenti dell’Fsb avrebbero cominciato a chiederle informazioni su di lui, compreso il suo indirizzo in Ucraina. Poi sarebbe arrivata la missione definitiva: sfruttare la vecchia amicizia con Verzilov per convincerlo a incontrarla in Serbia.
Ad aspettarlo, secondo quanto gli stessi agenti avrebbero spiegato a Flores, ci sarebbe stata una squadra incaricata di rapirlo e ucciderlo. In quel periodo Ivan avrebbe iniziato a versarle 50mila rubli al mese per la collaborazione legata al caso Verzilov.
Flores sostiene di essere riuscita a sottrarsi all’operazione e, con l’aiuto dell’avvocato Dmitry Zakhvatov, a organizzare segretamente la fuga dalla Russia.
La fuga e la confessione: «Per la prima volta mi sento tranquilla»
Ora che è fuori dal Paese, Rita Flores ha deciso di raccontare pubblicamente la propria storia e di contattare alcune delle persone sulle quali aveva fornito informazioni per spiegare quello che era accaduto.
La sua confessione ha inevitabilmente diviso anche l’opposizione russa in esilio: c’è chi ne ha lodato il coraggio e chi si domanda perché abbia continuato a collaborare con l’Fsb per quasi tre anni. Maria Alyokhina, altra figura storica delle Pussy Riot, ha sottolineato che nessuno sarebbe finito in carcere o sarebbe morto a causa delle informazioni fornite da Flores.
Lei, invece, sostiene che casi come il suo siano tutt’altro che eccezionali e parla dell’arruolamento di informatori negli ambienti dell’opposizione come di «un fenomeno di massa».
Dopo tre anni trascorsi, secondo il suo racconto, con la paura che una parola sbagliata potesse mettere in pericolo lei o sua madre, adesso Flores dice di provare finalmente una sensazione che sembrava aver dimenticato: «Per la prima volta da anni mi sento tranquilla».
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