Mondo
Cyberbullismo contro Brigitte Macron, il tribunale di Parigi condanna gli imputati: pene fino a sei mesi per insulti
Un tribunale francese ha riconosciuto colpevoli gli autori di una campagna di cyberbullismo contro Brigitte Macron, basata su insulti, allusioni e false accuse legate al genere e alla differenza di età con il presidente. Le pene arrivano fino a sei mesi di carcere, in gran parte con sospensione condizionale.
Arrivano le prime condanne giudiziarie per il cyberbullismo contro Brigitte Macron. Un tribunale di Parigi ha inflitto pene detentive fino a sei mesi agli imputati accusati di aver diffuso e rilanciato online insulti e voci diffamatorie nei confronti della moglie del presidente francese, prendendo di mira il suo genere e la differenza di età con Emmanuel Macron.
La sentenza, pronunciata oggi, chiude un processo molto seguito in Francia, perché tocca uno dei temi più sensibili del dibattito pubblico contemporaneo: l’uso dei social network come strumento di aggressione personale e di delegittimazione, anche ai danni di figure istituzionali. Gli imputati erano accusati di cyberbullismo aggravato per aver alimentato, con post e commenti, una campagna di odio protratta nel tempo.
Le pene decise dal tribunale
Otto imputati sono stati condannati a pene detentive comprese tra quattro e otto mesi con sospensione condizionale. Secondo il giudice presidente, Thierry Donnard, le condotte contestate dimostrano una chiara “intenzione di danneggiare la querelante”, attraverso l’uso di un linguaggio definito “malevolo, degradante e offensivo”. Al centro delle accuse figurano in particolare allusioni e voci infondate sulla presunta pedofilia della first lady, considerate dal tribunale particolarmente gravi per il loro contenuto e per la loro diffusione online.
Una pena detentiva di sei mesi è stata invece inflitta a uno degli imputati in modo più severo, perché assente all’udienza. In questo caso, la mancata comparizione ha inciso sulla decisione del giudice, che ha disposto l’incarcerazione, segnando l’unica condanna non sospesa del procedimento.
Il peso delle parole online
Nelle motivazioni lette in aula, il tribunale ha sottolineato come il cyberbullismo non possa essere considerato una semplice estensione del diritto di critica o di espressione. Quando i messaggi assumono carattere sistematico e offensivo, con l’obiettivo di colpire la dignità e la reputazione di una persona, diventano un reato a tutti gli effetti.
Il caso Brigitte Macron viene letto anche come un precedente importante. Non solo per la notorietà della vittima, ma perché dimostra come la giustizia francese stia cercando di dare risposte concrete a un fenomeno che colpisce sempre più spesso personaggi pubblici, ma anche cittadini comuni, esposti alla violenza verbale amplificata dai social.
Un processo simbolico
Il procedimento giudiziario ha avuto un forte valore simbolico. Le accuse rivolte alla first lady, incentrate sulla sua vita privata e su false insinuazioni, sono state ritenute dal tribunale lesive non solo della persona, ma anche del dibattito pubblico. La sentenza ribadisce che la differenza di età tra i coniugi Macron, spesso usata come pretesto per attacchi personali, non può giustificare campagne di odio o la diffusione di voci diffamatorie.
Durante il processo è emerso come molti degli imputati abbiano agito attraverso piattaforme digitali, sfruttando l’anonimato o la velocità di diffusione dei contenuti per amplificare i messaggi. Un comportamento che, secondo il giudice, non attenua ma anzi aggrava la responsabilità individuale.
Il messaggio della giustizia francese
Con queste condanne, il tribunale di Parigi invia un segnale chiaro: il cyberbullismo è un reato perseguibile e punibile, anche quando prende di mira figure di primo piano della vita politica. La sospensione condizionale della pena per la maggior parte degli imputati non riduce il peso della decisione, che resta una censura netta delle condotte contestate.
Il caso si inserisce in un contesto europeo più ampio, in cui le istituzioni cercano di contrastare l’odio online senza comprimere la libertà di espressione. Una linea sottile, ma che la giustizia francese, in questa occasione, ha tracciato con decisione.
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Mondo
Everest, dopo 30 anni vogliono riportare a casa Green Boots: il mistero del corpo che guidava gli alpinisti
Per anni si è creduto che Green Boots fosse Tsewang Paljor. Ora le autorità indiane indicano un altro nome. Il recupero, a 8.500 metri di quota, sarà una delle operazioni più rischiose mai tentate sull’Everest.
Per quasi trent’anni è stato uno dei simboli più inquietanti dell’Everest. Gli alpinisti lo conoscono come Green Boots, “gli scarponi verdi”, il corpo rannicchiato in una piccola grotta a oltre 8.500 metri di quota che, suo malgrado, è diventato un punto di riferimento per chi tenta la scalata della montagna più alta del mondo. Ora l’India vuole riportarlo a casa.
Secondo quanto riportato dal Guardian, le autorità indiane stanno organizzando una complessa missione nella cosiddetta “zona della morte”, l’area oltre gli 8.000 metri dove la scarsità di ossigeno rende ogni movimento estremamente pericoloso. L’obiettivo è recuperare la salma e fare finalmente chiarezza sulla sua vera identità.
Il mistero: Green Boots non sarebbe chi tutti credevano
Dal 1996 si è sempre ritenuto che Green Boots fosse Tsewang Paljor, uno degli alpinisti indiani morti durante la terribile bufera raccontata anche nel bestseller Aria sottile di Jon Krakauer.
Oggi, però, tutto potrebbe cambiare. Nel bando pubblicato dall’Indo-Tibetan Border Police per organizzare il recupero della salma, il corpo viene identificato come Dorje Morup, compagno di spedizione di Paljor e morto nello stesso giorno.
Una ricostruzione che ha sorpreso anche gli esperti. «È un mistero per me il motivo per cui all’improvviso l’identità sia cambiata. Sono felice che lo stiano riportando giù, ma sarà un compito macabro», ha dichiarato al Guardian l’alpinista Alan Arnette.
Trent’anni nella zona della morte
Raggomitolato nella piccola cavità rocciosa a circa 350 metri dalla vetta, Green Boots è diventato parte della storia dell’Everest. Centinaia di scalatori lo hanno visto durante l’ascesa e molti hanno utilizzato quel punto per orientarsi o riposare per pochi istanti prima dell’ultimo tratto verso la cima.
Il soprannome deriva dagli inconfondibili scarponi verde lime della marca Koflach che indossava al momento della morte. Nel corso degli anni il corpo è stato più volte coperto dalla neve e successivamente riemerso, alimentando il mito di una delle immagini più conosciute dell’alpinismo estremo.
Una missione da 150 mila dollari
Recuperare un corpo a quelle quote è una delle operazioni più difficili e pericolose che esistano. Gli elicotteri non possono operare in sicurezza e tutto dipende dal lavoro degli sherpa.
Il bando richiede una squadra composta da almeno sei sherpa con numerose ascensioni all’attivo e fissa l’obiettivo di riportare la salma a Nuova Delhi entro ottobre. L’operazione potrebbe costare circa 150 mila dollari.
Il peso di un corpo congelato, insieme all’attrezzatura, può arrivare a 200 chili. Gli arti, spesso irrigiditi dal ghiaccio in posizioni innaturali, rendono il recupero ancora più complesso. «Non riusciamo a piegarli», ha spiegato lo sherpa Tshiring Jangbu, raccontando che, nei casi più estremi, si rende necessaria l’amputazione degli arti direttamente sulla montagna.
Oltre alle enormi difficoltà tecniche esiste anche un delicato aspetto culturale. Molti sherpa, di religione buddhista, ritengono che i corpi non debbano essere disturbati. E resta aperto il grande interrogativo etico che accompagna ogni recupero sull’Everest: restituire una salma alla famiglia può rappresentare una forma di chiusura del lutto, ma nessuna operazione dovrebbe mettere in pericolo la vita di altri alpinisti.
Mondo
Venezuela, corsa contro il tempo dopo il doppio sisma killer. Blackout dei telefoni, la Farnesina: «Cittadini che non rispondono»
La costa de La Guaira e Caracas devastate da due spaventosi movimenti tellurici a distanza di pochi secondi. Il capo dell’Unità di Crisi: «Verifiche in corso su molti connazionali». Tajani garantisce il supporto dell’Italia: pronti i voli dell’Aeronautica con i Vigili del Fuoco.
«Sembrava un film horror, un boato terrificante durato quasi due minuti». Le parole dei residenti dei quartieri a ovest di Caracas descrivono l’apocalisse che ha messo in ginocchio il Venezuela. Il Paese è stato squassato da un doppio, violentissimo sisma che ha raso al suolo interi centri abitati, concentrando la sua furia distruttiva sulla capitale e, soprattutto, sulla zona costiera dello Stato de La Guaira. All’alba le immagini sono quelle di uno scenario di guerra: palazzi sventrati, macerie alte come colline e roghi per le strade alimentati dalle condutture del gas spezzate.
Il bilancio ufficiale provvisorio, a meno di 24 ore dal disastro, parla di 188 morti e oltre mille feriti, ma la cifra che sta tenendo il mondo con il fiato sospeso è quella dei dispersi, schizzata drammaticamente a 40mila persone. Tra le macerie si registra già la prima vittima italiana: la Farnesina ha confermato il decesso di un cittadino italo-venezuelano di 56 anni, nato a Caracas ma con legami familiari in Italia, rimasto schiacciato dal crollo del suo condominio a La Guaira.
L’ansia della Farnesina: «Troppi telefoni muti»
I canali diplomatici sono in massima allerta. La vastissima comunità italiana residente nel Paese è isolata a causa del totale collasso delle linee elettriche e telefoniche. «Stiamo registrando moltissime segnalazioni di persone che non rispondono alle chiamate dei parenti – ha spiegato Nicola Minasi, capo dell’Unità di Crisi della Farnesina – e stiamo avviando accertamenti mirati su numerosi connazionali di cui si chiedono verifiche». Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha espresso immediata solidarietà al governo venezuelano, disponendo l’invio immediato di uomini della Protezione Civile e dei Vigili del Fuoco a bordo di velivoli dell’Aeronautica Militare.
La macchina degli aiuti internazionali si è mossa all’istante. L’Unione Europea ha attivato il meccanismo di Protezione Civile, il Fondo Monetario Internazionale ha già stanziato i primi 200 milioni di dollari per l’emergenza e squadre di soccorso speciali stanno partendo da Stati Uniti, Messico e Turchia. Arrivare sul posto, tuttavia, resta un’impresa: l’aeroporto principale è gravemente danneggiato e i ponti di collegamento stradale sono in gran parte crollati. In televisione, la presidente ad interim Delcy Rodriguez, visibilmente scossa, ha proclamato lo stato di emergenza nazionale, ordinando il blocco di scuole e tribunali e precettando ogni singolo medico e infermiere del Paese.
La trappola della faglia e il cemento senza regole
A rendere il terremoto un’autentica ecatombe sono stati due fattori specifici. Il primo è di natura strettamente geologica: non si è trattato di un solo evento, ma di due scosse violentissime (magnitudo 7.1 e 7.5) a pochissimi secondi di distanza l’una dall’altra. Inoltre, l’ipocentro è stato registrato a una profondità ridotta (rispettivamente a venti e dieci chilometri dalla superficie), liberando un’energia distruttiva immane direttamente sotto le fondamenta delle città. Impressionante la testimonianza di un gruppo di pescatori che, al largo della costa, hanno visto prima il mare incresparsi con onde anomale e poi, sulla terraferma, enormi nuvole bianche sollevarsi in sequenza: erano i grattacieli del lungomare che collassavano uno dopo l’altro.
La seconda causa è invece tutta umana. Il Venezuela sorge su una delle faglie più pericolose del pianeta, l’esatto punto di frizione tra la placca dei Caraibi e quella sudamericana, eppure i controlli edilizi negli ultimi decenni sono stati pressoché inesistenti. Mentre la popolazione scava a mani nude per estrarre i sopravvissuti, monta già la rabbia per la totale assenza di criteri antisismici nella pianificazione urbanistica, una carenza strutturale che rischia di trasformare le stime del Servizio Geologico statunitense – che ipotizza nei modelli peggiori fino a 100mila vittime – in una tragica e storica realtà.
Mondo
Trump festeggia la «figlia eccezionale», ma nella foto non c’è Ivanka: la gaffe che fa impazzire i social
Donald Trump celebra una misteriosa «grandissima figlia», ma la donna nella fotografia non è né Ivanka né Tiffany. E sui social si scatena la caccia all’identità della bionda misteriosa.
Nel giorno della Festa del Papà americana, Donald Trump è riuscito ancora una volta a monopolizzare l’attenzione dei social. Stavolta, però, non per un comizio o una dichiarazione politica, ma per una fotografia che ha lasciato molti osservatori decisamente perplessi.
Il presidente degli Stati Uniti ha infatti pubblicato su X un messaggio dal tono affettuoso e celebrativo: «Great daughter. My Honor!!! President DJT», ovvero «Grandissima figlia. Il mio onore!!». Ad accompagnare le parole, però, c’era la fotografia di una donna bionda seduta su un divano che non corrispondeva né a Ivanka Trump né a Tiffany Trump.
La misteriosa bionda e la caccia all’identità
La curiosità è esplosa immediatamente. Chi era quella donna? E soprattutto perché Trump la definiva una figlia?
Nel giro di poche ore gli utenti hanno individuato la protagonista dello scatto. Si tratta di Margo Catsimatidis, moglie del miliardario John Catsimatidis, imprenditore e vecchio amico del presidente americano.
Secondo alcune ricostruzioni, la fotografia potrebbe essere stata scattata a Camp David molti anni fa, forse durante l’amministrazione Clinton.
I dubbi e le battute sui social
Il fatto che Margo Catsimatidis non abbia alcun legame di parentela con Trump ha inevitabilmente alimentato domande e interpretazioni. Alcuni utenti si sono chiesti se il presidente si fosse semplicemente confuso, mentre altri hanno ipotizzato che il riferimento fosse in realtà alla figlia della coppia, Andrea Catsimatidis, oggi presidente del Partito Repubblicano di Manhattan.
Tra i commenti più pungenti è spiccato quello del podcaster canadese Chris LaBossiere, che ha scritto: «Pensa sia Tiffany. L’America ha bisogno di una riunione di famiglia con nonno».
L’ennesimo mistero firmato Trump
Che si sia trattato di una semplice svista, di un errore nella scelta della fotografia o di qualcosa di diverso, resta il fatto che il messaggio del presidente ha generato un piccolo caso mediatico.
Del resto Donald Trump ha spesso trasformato i propri profili social in una fonte inesauribile di sorprese, alimentando discussioni, ironie e interpretazioni. E anche questa volta, più che la frase d’auguri, è stata l’identità della presunta «figlia eccezionale» a conquistare la scena.
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