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L’hip-hop in orbita: chissà che penserà E.T. dei nostri gusti musicali…

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    The Rain (Supa Dupa Fly) di Missy Elliott ha viaggiato alla velocità della luce, percorrendo l’incredibile distanza di 254 milioni di chilometri tra la Terra e Venere grazie alle antenne del Deep Space Network. Si tratta infatti della canzone che la Nasa ha trasmesso nello spazio profondo. Prima volta per una traccia hip-hop e seconda canzone in assoluto lanciata nello spazio, dopo Across the Universe dei Beatles nel 2008. Chissà cosa avranno pensato E.T. e compagni… soprattutto sul drastico cambio di genere adottato!

    Un utilizzo fuori dal comune del DSN

    Anche nel caso dei Fab Four erano state usate le antenne del Deep Space Network, il più grande servizio di telecomunicazioni del programma Space Communications and Navigation targato Nasa. I suoi apparati vengono solitamente impiegati per tracciare i veicoli spaziali in missione, inviare comandi e ricevere dati scientifici, anche se ogni tanto vengono fatte delle eccezioni. Proprio come è accaduto lo scorso 12 luglio, quando il Jet Propulsion Laboratory della Nasa ha fatto partire la trasmissione della canzone di Missy Elliott.

    La musica di Missy Elliott, perfetta per lo spazio

    “Sia l’esplorazione spaziale che l’arte di Missy Elliott riguardano il superamento dei confini”, ha dichiarato Brittany Brown, direttrice della divisione digitale e tecnologica dell’ufficio delle comunicazioni presso il quartier generale della Nasa a Washington. La scelta dell’artista non è stata certo casuale: “Missy ha una comprovata esperienza nell’infondere una narrazione incentrata sullo spazio e immagini futuristiche nei suoi video musicali, quindi l’opportunità di collaborare a qualcosa fuori da questo mondo è davvero appropriata”.

    14 minuti per arrivare a Venere

    La canzone ha viaggiato per circa 254 milioni di chilometri dalla Terra a Venere. Il segnale, trasmesso in radiofrequenza alla velocità della luce, ha impiegato quasi 14 minuti per raggiungere Venere. La trasmissione è stata effettuata dall’antenna parabolica Deep Space Station 13, larga 34 metri e situata presso il Goldstone Deep Space Communications Complex vicino a Barstow, in California. Chissà se qualche alieno l’ha captata e, nel caso, cos’avrà pensato…

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      Mondo

      L’anno di Donald Trump: da “mi leccano il culo” alla “Riviera del Medio Oriente”, le frasi che hanno incendiato il 2025

      Secondo mandato alla Casa Bianca, vanto di “sette guerre finite in sette mesi”, Premio Fifa per la Pace accettato con malcelata delusione, affondi contro alleati e avversari, promesse di espulsioni di massa e un Golfo del Messico ribattezzato “Golfo d’America”: il 2025 di Donald Trump è stato un continuo corpo a corpo con il mondo, giocato tra minacce, battute brutali e frasi destinate a restare nella memoria collettiva. Ecco le più clamorose, dal “metteremo fine a quei figli di puttana” rivolto ai narcotrafficanti alla definizione del cambiamento climatico come “la più grande truffa della storia”.

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        Questo è stato l’anno di Donald Trump. Nel 2025 il leader repubblicano è tornato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato e ha rimesso il mondo in assetto di guerra e di teatro allo stesso tempo. Ha spinto un fragile cessate il fuoco a Gaza, ha aperto un canale diretto con Vladimir Putin sul fronte ucraino, ha rivendicato di aver “messo fine a sette guerre in soli sette mesi” all’Assemblea generale dell’Onu. E mentre rivendicava un ruolo da grande pacificatore, inanellava frasi che hanno fatto il giro del pianeta.

        Alla diplomazia delle strette di mano, il presidente ha affiancato quella degli insulti. Davanti ai delegati Onu, si è auto-incoronato risolutore di conflitti tra Armenia e Azerbaigian, India e Pakistan, Kosovo e Serbia: “Nessun presidente o primo ministro lo ha mai fatto prima. L’Onu non ha fatto assolutamente nulla”, ha detto, lasciando esterrefatti i diplomatici in sala. Poco dopo, con un sorriso tirato, ha accettato il Premio Fifa per la Pace, precisando però di aspirare a qualcosa di “un po’ più serio, con medaglia svedese”. Nel suo entourage, raccontano, avrebbe chiesto due volte se il riconoscimento fosse accompagnato da un Nobel “di consolazione”.

        Dazi, insulti e guerre finite (a modo suo)

        Trump resta prima di tutto uno showman della politica. La sua lingua tagliente ha colpito in ogni direzione. Parlando della lotta al narcotraffico nei Caraibi, in piena escalation con il regime di Nicolás Maduro, ha promesso di “mettere fine a quei figli di puttana”, riferendosi ai cartelli della droga che, a suo dire, godono della copertura del presidente venezuelano. Una retorica muscolare accompagnata dall’invio della portaerei Gerald R. Ford, la più grande del mondo, a presidiare l’area.

        Sul fronte migratorio, il registro è stato lo stesso. Il presidente ha definito i somali “spazzatura” e ha sentenziato che “il loro Paese fa schifo”, annunciando la rimozione delle protezioni speciali in vigore dal 1991. “Sono feccia, non li voglio in America”, ha dichiarato mentre chiudeva le porte dell’asilo a cittadini di 19 Paesi, dall’Afghanistan al Venezuela. Un lessico che rompe ogni residuo di linguaggio diplomatico e mostra la cifra di questo secondo mandato: nessun filtro, nessun pudore verbale.

        L’Europa “all’inferno”, la Spagna da espellere dalla Nato

        Neppure gli alleati sono stati risparmiati. All’Onu, rivolto ai leader europei, Trump ha accusato i governi del Vecchio continente di “distruggere i loro Paesi” con l’immigrazione. “I vostri Paesi stanno andando all’inferno”, ha detto, puntando il dito in particolare contro chi, a suo giudizio, avrebbe aperto troppo le frontiere.

        Con la Spagna lo scontro è diventato personale. Infastidito dal rifiuto di Pedro Sánchez di portare la spesa militare al 5 per cento del Pil, il presidente ha suggerito davanti ai partner atlantici che “forse dovreste espellere la Spagna dalla Nato”, accusando Madrid di “fare molto bene a nostre spese”. Da lì la minaccia di ritorsioni economiche: “Vi faremo pagare il doppio”, con l’Unione europea costretta a garantire che avrebbe difeso la Spagna di fronte a eventuali tariffe americane.

        Gaza, il Golfo “d’America” e la “truffa” del clima

        Sul dossier mediorientale, Trump ha alternato ambizioni grandiose e visioni da immobiliarista. Dopo aver rivendicato il cessate il fuoco a Gaza come risultato della propria pressione diplomatica, a febbraio ha spiegato che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo della Striscia a lungo termine, espellendo i palestinesi e trasformandola nella “nuova Riviera del Medio Oriente”. Un video, diffuso sui social e realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, lo mostrava come promotore di un gigantesco progetto turistico affacciato sul Mediterraneo, scatenando un’ondata di critiche.

        La geografia, nelle sue mani, è diventata campo di battaglia simbolico. Una delle prime decisioni del nuovo mandato è stata rinominare il Golfo del Messico in “Golfo d’America”. “È un nome bellissimo ed è appropriato”, ha spiegato, ottenendo subito dopo che Google aggiornasse le sue mappe digitali. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha annunciato un’azione legale contro il colosso tech, trasformando un toponimo in motivo di crisi diplomatica.

        Sul clima, poi, la posizione è rimasta radicale: “Questo cambiamento climatico è, a mio avviso, la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, ha tuonato all’Onu. Le previsioni degli scienziati sarebbero state fatte da “persone stupide” che hanno “costato fortune ai loro Paesi”, impedendo il progresso. Se i governi “non si allontanano da questa truffa verde, i loro Paesi falliranno”, ha avvertito, demolendo in pochi minuti anni di faticoso consenso internazionale sulle politiche ambientali.

        “Mi leccano il culo”: la diplomazia come show permanente

        Ma forse la frase che più di tutte ha sintetizzato il suo approccio è arrivata sul fronte commerciale. Dopo l’annuncio di nuovi dazi che hanno scosso i mercati, Trump ha descritto così il rapporto con i partner: “Questi Paesi ci chiamano, mi leccano il culo, fremono di raggiungere un accordo: ‘per favore, signore, raggiungiamo un accordo, farò qualsiasi cosa, qualsiasi cosa, signore’”. Nessun tentativo di edulcorare i rapporti di forza, nessun riguardo per le forme: la diplomazia come reality, con il presidente al centro della scena.

        Tra tre anni, alla fine del mandato, si capirà se questa miscela di minacce, autocelebrazione e frasi shock avrà davvero ridisegnato gli equilibri globali o se resterà soprattutto una gigantesca, permanente performance. Per ora, una cosa è certa: Donald Trump continua a non lasciare indifferente nessuno.

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          Mondo

          La Cina di Xi tra missili su Taiwan e diplomazia nel Golfo: così Pechino vuole diventare il “pacificatore” del 2026

          Tra forum sulla politica estera, accordi regionali e un atteso faccia a faccia con Donald Trump, la Cina si muove su due fronti solo apparentemente opposti: mostra i muscoli nello Stretto di Taiwan e intanto si accredita come mediatrice nel Sud-est asiatico e, soprattutto, nel cuore infuocato del Medio Oriente. Il 2026 potrebbe essere l’anno in cui Xi Jinping tenta il salto di qualità: da superpotenza assertiva a “stabilizzatore” del nuovo ordine multipolare, pur senza arretrare di un millimetro sulle proprie “linee rosse”.

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            In chiusura del 2025 la Cina si muove su due binari che sembrano contraddirsi ma in realtà rispondono alla stessa logica: consolidare il potere di Pechino sullo scacchiere globale. Da una parte, i missili sparati intorno a Taiwan e le esercitazioni che simulano l’accerchiamento dell’isola. Dall’altra, una frenetica attività diplomatica che abbraccia il Sud-est asiatico, il Golfo e il conflitto in Medio Oriente. Una strategia a doppio registro, militare e politico, con cui Xi Jinping prova a presentarsi nel 2026 come “pacificatore mondiale” – ma alle sue condizioni.

            Taiwan, la linea rossa che Xi non intende discutere

            Al forum sulla politica estera di Pechino, il ministro degli Esteri Wang Yi ha messo le carte in tavola. Alla Casa Bianca chiede una relazione “stabile e pragmatica”, ma avverte che ci sono frontiere invalicabili: la prima è Taiwan. Le manovre intorno all’isola, minimizzate da Donald Trump come semplici esercitazioni di routine, sono invece il promemoria più concreto di quelle linee rosse.

            Il messaggio è duplice. Agli Stati Uniti Pechino ricorda che ogni dialogo strategico passa dal riconoscimento della “una sola Cina”. A Taipei, invece, arriva il segnale che nessun sostegno occidentale potrà cancellare le rivendicazioni cinesi. Muscoli mostrati sul mare, tavoli aperti sul fronte diplomatico: è l’equilibrismo con cui Xi entra nel 2026.

            Dal Mekong a Gaza: Pechino si candida a mediatore

            Mentre le navi militari incrociano nello Stretto, la diplomazia del Dragone lavora per cambiare la percezione della Cina nella sua periferia. Pechino rivendica un ruolo chiave nell’intesa tra Thailandia e Cambogia raggiunta nello Yunnan, dopo settimane di scontri e oltre cento morti lungo il confine. Un accordo regionale che viene presentato come prova della nuova funzione cinese di “stabilizzatore” del Sud-est asiatico.

            Ancora più ambizioso è il progetto in Medio Oriente. Dopo anni di prudenza, la Cina intensifica visite, colloqui, iniziative legate alla sicurezza. Il tour di Wang Yi tra Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Giordania, a metà dicembre, è il segnale di un cambio di passo: non solo contratti e infrastrutture, ma anche un ruolo più visibile sui dossier caldi, a partire dalla questione palestinese. Pechino appoggia la soluzione dei due Stati e il principio dei “palestinesi che governano la Palestina”, cercando di accreditarsi come voce diversa da quella statunitense, soprattutto agli occhi del cosiddetto Sud globale.

            Il Golfo, nuovo crocevia della sfida con Washington

            Al centro di questa mappa diplomatica c’è il Golfo, tornato snodo cruciale per energia, finanza, tecnologia e rotte commerciali verso Africa e Asia. Per la Cina, gli Emirati rappresentano un laboratorio di cooperazione su innovazione, finanza digitale e intelligenza artificiale. L’Arabia Saudita è il partner politico ed economico chiave: il rapporto tra Mohammed bin Salman e Donald Trump, da un lato, e il progressivo avvicinamento a Pechino dall’altro, rendono Riad un terreno delicatissimo nella competizione tra le due grandi potenze.

            La Giordania, con la sua enorme popolazione di rifugiati palestinesi e il ruolo di cerniera tra Israele, Cisgiordania e Siria, è invece la porta d’accesso a un conflitto – quello di Gaza – in cui la Cina cerca spazio di manovra senza esporsi troppo. Più Pechino si propone come garante di stabilità, più aumenta però la sua esposizione ai rischi di una regione dove tregue e cessate il fuoco possono crollare in poche ore.

            Europa, Brics e nuovo ordine multipolare

            Lo sguardo di Xi non si ferma a Est e a Sud. Verso l’Europa, i rapporti restano appesantiti da tensioni commerciali, dazi incrociati e sospetti su sicurezza e tecnologia. Il 2026 potrebbe essere un anno di freddo disgelo, ma nessuno a Pechino sembra disposto a sacrificare l’obiettivo di lungo periodo: consolidare la Cina come punto di riferimento del Sud globale, in asse con i Paesi Brics e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.

            Dall’Asia all’Africa, passando per il Golfo e fino al Vecchio Continente, il disegno è chiaro: presentarsi come alternativa credibile agli Stati Uniti, capace di parlare ai Paesi che si sentono marginalizzati dall’ordine liberale nato dopo la Guerra fredda. Le esercitazioni su Taiwan e i dialoghi sul Medio Oriente non sono quindi mosse scollegate, ma tasselli di una stessa partita.

            Il 2026 dirà se Xi Jinping riuscirà a imporsi come “pacificatore” in un mondo sempre più frammentato, o se la sua diplomazia muscolare finirà per alimentare nuove faglie di conflitto proprio mentre cerca di ricomporle.

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              Mondo

              Esteri, le notizie che ci ricorderemo del 2025: Trump domina la scena mondiale, tra guerre dei dazi, Ucraina e Medio Oriente

              Il giuramento del presidente Usa, la guerra dei dazi, lo scontro con Zelensky, l’attacco di Israele all’Iran, il confronto con Putin, la Global Sumud Flotilla, le condanne eccellenti, l’elezione di Mamdani a New York e l’intelligenza artificiale proclamata “persona dell’anno”: ecco cosa resterà del 2025 nei libri di storia.

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                Il 2025 è stato un anno che ha cambiato profondamente gli equilibri globali. Con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio, gli Stati Uniti hanno imboccato una nuova traiettoria politica e geopolitica. Nel suo discorso inaugurale il presidente ha promesso “l’età dell’oro”, annunciato la fine del Green New Deal, l’emergenza al confine con il Messico e perfino l’obiettivo di “piantare la bandiera su Marte”. Da lì, gli equilibri internazionali hanno iniziato a muoversi a grande velocità.

                La guerra dei dazi e lo scontro con Zelensky
                Il 1° febbraio è iniziata la nuova guerra commerciale. Trump ha imposto dazi del 25% su Messico e Canada e del 10% sulla Cina, coinvolgendo poi anche l’Unione Europea. Misure giustificate con la lotta al fentanyl e alla criminalità legata ai cartelli. A fine febbraio è esploso anche uno dei momenti simbolo dell’anno: lo scontro televisivo con Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale. Trump ha accusato l’Ucraina di non voler davvero la pace, parlando di “Paese in grossi guai”, in un faccia a faccia dai toni durissimi che ha mostrato il cambio di approccio Usa nei confronti del conflitto.

                Il blackout in Spagna e il disastro Air India
                Il 28 aprile quasi tutta la penisola iberica è rimasta al buio per dieci ore: blackout, trasporti in tilt, ospedali in emergenza, vittime e feriti. Il 12 giugno, un’altra tragedia ha scosso il mondo: il volo Air India AI171, decollato da Ahmedabad e diretto a Londra, è precipitato cinque minuti dopo il decollo. 242 persone a bordo, una sola sopravvissuta, decine di feriti nello studentato colpito dall’impatto.

                Il Medio Oriente e la Global Sumud Flotilla
                Sempre il 12 giugno Israele ha attaccato l’Iran, colpendo siti nucleari e basi militari. Dodici giorni di guerra, con gli Stati Uniti coinvolti direttamente dal nono giorno. In autunno, un’altra pagina destinata a restare nella memoria: la Global Sumud Flotilla, con quaranta imbarcazioni partite dall’Europa per rompere il blocco davanti a Gaza. La nave è stata fermata tra l’1 e il 2 ottobre, gli attivisti arrestati e poi rimpatriati, tra loro anche quaranta italiani. Il 13 ottobre, uno dei pochi spiragli di speranza: lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi concordato nel quadro del piano promosso da Trump.

                Putin, le condanne eccellenti e New York che cambia volto
                Il 15 agosto Trump ha incontrato Vladimir Putin in Alaska. Un confronto definito “10 su 10” dal leader del Cremlino, tra guerra in Ucraina, petrolio e rapporti commerciali, senza però risultati immediatamente risolutivi. L’anno ha visto anche due condanne storiche: Jair Bolsonaro, 27 anni e tre mesi per il tentato golpe del 2022, e Nicolas Sarkozy, entrato in carcere a ottobre per i finanziamenti illeciti legati alla Libia di Gheddafi. A novembre, invece, New York ha cambiato pelle: Zohran Mamdani è stato eletto sindaco, primo musulmano alla guida della metropoli, destinato a entrare in carica dal 1° gennaio 2026.

                Il trionfo dell’intelligenza artificiale
                L’11 dicembre il Time ha scelto la sua “persona dell’anno”. E non è un singolo volto, ma una rivoluzione: gli “architetti dell’AI”. Da Elon Musk a Mark Zuckerberg, da Lisa Su a Jensen Huang, fino a Sam Altman. Un riconoscimento che sancisce la centralità dell’intelligenza artificiale nella geopolitica, nell’economia, nella cultura. In un anno di guerre, crisi e tensioni, la tecnologia è stata l’unico vero, indiscusso vincitore.

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