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Cronaca

Omicidio di Tommy Onofri: Salvatore Raimondi in semilibertà. Ha scontato 16 anni

Il piccolo Tommaso Onofri fu rapito a marzo 2006 a Parma. Per l’omicidio sta scontando l’ergastolo Mario Alessi. Mamma Paola Pellinghelli: “A noi familiari nessuno sconto sul nostro dolore”

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    Salvatore Raimondi, condannato a 20 anni per il sequestro del piccolo Tommaso Onofri, compiuto il 2 marzo 2006, è ora in regime di semilibertà dopo aver scontato 16 anni e mezzo. Da qualche settimana ha ottenuto la semilibertà, regime che gli consente di uscire dal carcere di Forlì e lavorare come magazziniere in una ditta della città.

    Il primo a confessare

    Raimondi, 45 anni, fu il primo a confessare, il 1° aprile 2006, quando tutta la banda fu arrestata. Tommy, rapito a 18 mesi non ancora compiuti, venne ritrovato senza vita a Parma il 1° aprile. I giudici del tribunale di Parma, al processo, dettero credito alla sua versione dei fatti: fu lui che sfilò il piccolo Tommy dal seggiolone e lasciò un’impronta sul nastro adesivo con cui fu legata tutta la famiglia, ma fu Mario Alessi ad uccidere il bambino.

    Condannato a 20 anni

    Condannato a 20 anni (con rito abbreviato con lo sconto di un terzo della pena) per il sequestro con morte non voluta dell’ostaggio, Raimondi ha rinunciato a chiedere permessi e benefici mentre scontava la condanna. Lo stesso reato è stato contestato ad Antonella Conserva, condannata a 24 anni che sta terminando di scontare a Mantova.

    Mario Alessi sconta l’ergastolo

    Anche lei ha ottenuto la semilibertà ma nei mesi scorsi la Cassazione ha negato la richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali per scontare il residuo di pena. Mario Alessi, 64 anni, l’unico dei tre della banda che agì a Casalbaroncolo condannato per il sequestro e l’omicidio del bambino, sta scontando l’ergastolo.

    Profonda amarezza

    “Non posso provare che una profonda amarezza quando sento parlare di permessi, sconti o semilibertà. Questa non è giustizia, è ingiustizia. Una condanna, soprattutto per reati così gravi, va scontata interamente. Noi familiari, non abbiamo nessuno sconto sul nostro dolore”, ha dichiarato Paola Pellinghelli, la mamma di Tommy.

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      Cronaca

      Incendio in un locale: cosa fare per salvarsi e aiutare gli altri

      In caso di incendio, pochi secondi e scelte sbagliate possono costare caro. Conoscere in anticipo come reagire riduce il rischio di panico e aumenta le possibilità di mettersi in salvo.

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      Incendio in un locale

        Un incendio all’interno di un locale pubblico – discoteca, ristorante, cinema o sala concerti – è una delle emergenze più pericolose. Fiamme, fumo e panico possono trasformare rapidamente una situazione critica in una tragedia. Secondo gli esperti di sicurezza, la maggior parte delle vittime non muore per le fiamme, ma per l’inalazione di fumi tossici e per la calca. Sapere cosa fare, prima e durante un incendio, è quindi fondamentale.

        Prima di tutto: osservare l’ambiente

        La prevenzione inizia ancora prima che accada qualcosa. Quando si entra in un locale è buona abitudine individuare le uscite di sicurezza, verificare se sono libere e segnalate correttamente e notare la presenza di estintori e cartellonistica di emergenza. Può sembrare superfluo, ma in caso di evacuazione il cervello, sotto stress, tende a cercare percorsi già “conosciuti”.

        Se scoppia un incendio: mantenere la calma

        Il primo nemico è il panico. Urlare, spingere o correre senza una direzione precisa aumenta il rischio di cadute e schiacciamenti. Se si avverte odore di bruciato, si vedono fiamme o fumo, bisogna allontanarsi immediatamente seguendo le indicazioni del personale e i percorsi di emergenza, senza tornare indietro per recuperare oggetti personali.

        Il pericolo invisibile: il fumo

        Il fumo caldo e tossico tende a salire, ma riempie rapidamente gli ambienti. Per questo è importante abbassarsi il più possibile, procedendo carponi se necessario, e coprirsi naso e bocca con un fazzoletto o un indumento, meglio se leggermente inumidito. Respirare aria più pulita può fare la differenza nei primi minuti.

        Uscite di sicurezza: usarle correttamente

        Le uscite di emergenza non vanno mai forzate se bloccate dal fumo o dalle fiamme. In caso contrario, vanno utilizzate senza spingere, aiutando bambini, anziani o persone in difficoltà. Ascensori e montacarichi non devono mai essere usati: possono fermarsi o trasformarsi in trappole.

        Se non è possibile uscire

        Qualora le vie di fuga siano impraticabili, occorre chiudersi in un locale il più possibile isolato, sigillando le fessure delle porte con indumenti e segnalando la propria presenza dall’esterno, se possibile. Chiamare immediatamente i soccorsi (112) e fornire indicazioni precise sulla posizione è essenziale.

        Dopo l’evacuazione

        Una volta all’esterno, bisogna allontanarsi dall’edificio, non intralciare i mezzi di soccorso e non rientrare per nessun motivo fino a quando le autorità non dichiarano la fine dell’emergenza. Anche se l’incendio sembra sotto controllo, i rischi strutturali e i fumi residui possono essere ancora molto pericolosi.

        La sicurezza è una responsabilità collettiva

        Conoscere le regole di comportamento in caso di incendio non significa essere pessimisti, ma essere preparati. Nei locali pubblici, dove l’affollamento è elevato, la prevenzione, il rispetto delle norme e la consapevolezza dei presenti possono salvare vite.

        In situazioni di emergenza, l’informazione è il primo strumento di difesa: sapere cosa fare può trasformare una reazione istintiva in una scelta che protegge sé stessi e gli altri.

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          Cronaca

          Signorini al contrattacco sui big tech: gli avvocati scrivono a Facebook, YouTube, Instagram, TikTok e Google

          Nella lettera firmata dagli avvocati Daniela Missaglia e Domenico Aiello, i colossi del web vengono chiamati in causa per la diffusione di chat e immagini private attribuite ad Alfonso Signorini. La richiesta è doppia: cancellare i contenuti e bloccare la circolazione delle puntate del format su YouTube che li ripropongono. Sullo sfondo, l’ipotesi di azioni civili e risarcimenti.

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            È un contrattacco in piena regola, ma non contro un singolo profilo o un singolo canale: questa volta nel mirino finiscono direttamente i “grandi porti” della rete. Gli avvocati di Alfonso Signorini, Daniela Missaglia e Domenico Aiello, hanno inviato una comunicazione formale a Facebook, YouTube, Instagram, TikTok e Google chiedendo non solo di cancellare chat e immagini private del conduttore, definite “di provenienza illecita”, ma anche di bloccare la diffusione delle puntate di un format YouTube che, secondo la ricostruzione legale, conterrebbe materiale e riferimenti legati a un’indagine per revenge porn della Procura di Milano.

            La linea scelta è chiara: non si chiede un semplice intervento “a valle” su singoli post, ma un’azione più ampia di oscuramento e contenimento, con un avvertimento pesantissimo sulle responsabilità potenziali delle piattaforme.

            Una lettera ai colossi: “Avete consentito gravi crimini”
            Nella missiva, i legali descrivono la diffusione online come uno “stillicidio” che starebbe infangando “onorabilità” e “reputazione” del conduttore. E attaccano frontalmente le piattaforme, accusate di aver amplificato gli effetti degli illeciti. La frase riportata è una di quelle che non lasciano spazio a interpretazioni: «Avete consentito gravi crimini e condotto gli effetti di tali illeciti a dimensioni incommensurabili rendendo le conseguenze irreversibili», consentendo l’uso «indiscriminato ed offensivo» dei canali di comunicazione senza il «benché minimo» controllo.

            Il cuore dell’argomento è la natura dei contenuti: conversazioni e immagini attinenti, si legge, alla “sfera privata più intima e personale”, con una conseguenza descritta in modo drastico: la reputazione di Signorini «è irrimediabilmente deturpata dall’illecita, ripetuta, artefatta diffusione di conversazioni ed immagini attinenti la sfera privata più intima e personale».

            Il punto legale: anche se si archivia, i contenuti restano “illegali”
            Il passaggio più interessante, perché sposta l’asse della battaglia dal penale alla responsabilità delle piattaforme, è quello in cui i legali avvertono che anche un’eventuale archiviazione dell’accusa di diffusione illecita di immagini a contenuto sessualmente esplicito non metterebbe automaticamente al riparo i big tech. La tesi è che, a prescindere dall’esito del procedimento, la circolazione di materiale “di provenienza illecita” resterebbe una violazione del diritto alla riservatezza e potrebbe generare profili di responsabilità per la permanenza e la diffusione in rete.

            È qui che la lettera alza il livello: non è più soltanto una richiesta di rimozione, ma un avviso su conseguenze possibili, comprese azioni in sede civile.

            Il bersaglio: stop alle puntate e blocco dei contenuti
            La richiesta non si fermerebbe alla cancellazione di singole immagini o chat. I legali domandano di bloccare la diffusione delle puntate del format che riproporrebbero ricostruzioni e materiali contestati, arrivando a chiedere ai cinque colossi del web di bloccare «tutti i contenuti diffusi» dall’autore delle pubblicazioni al centro della vicenda. Un’azione che, se accolta, avrebbe un impatto immediato sulla circolazione del caso online, perché toglierebbe ossigeno all’ecosistema di rilanci, reaction e “cassa di risonanza” che tiene in vita ogni scandalo digitale.

            Il fronte civile: danni “milionari” e valutazione del pregiudizio
            Nella ricostruzione, gli avvocati starebbero valutando anche la via del giudizio civile per ottenere risarcimenti consistenti, parametrati sulla fama e sul successo professionale di Signorini. Si parla inoltre di una valutazione del “danno reputazionale e biologico” che potrebbe essere stata avviata per quantificare l’impatto complessivo della vicenda, non solo sul piano dell’immagine pubblica ma anche su quello personale e lavorativo.

            La sostanza, tradotta: non si tratta più di inseguire i singoli contenuti uno a uno, ma di chiamare in causa chi li ospita, li indicizza, li monetizza o li lascia circolare.

            Una guerra di piattaforme, più che di gossip
            Questa storia ha un elemento che la distingue dal classico “caso” da cronaca rosa: la scelta di colpire la filiera, non solo l’autore. È la trasformazione del gossip in contenzioso digitale, dove il terreno non è più soltanto la narrazione, ma la permanenza dei contenuti e la responsabilità di chi li veicola. E il messaggio che passa è semplice: la partita, adesso, si gioca nel punto in cui internet smette di essere chiacchiera e diventa infrastruttura.

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              Mondo

              L’anno di Donald Trump: da “mi leccano il culo” alla “Riviera del Medio Oriente”, le frasi che hanno incendiato il 2025

              Secondo mandato alla Casa Bianca, vanto di “sette guerre finite in sette mesi”, Premio Fifa per la Pace accettato con malcelata delusione, affondi contro alleati e avversari, promesse di espulsioni di massa e un Golfo del Messico ribattezzato “Golfo d’America”: il 2025 di Donald Trump è stato un continuo corpo a corpo con il mondo, giocato tra minacce, battute brutali e frasi destinate a restare nella memoria collettiva. Ecco le più clamorose, dal “metteremo fine a quei figli di puttana” rivolto ai narcotrafficanti alla definizione del cambiamento climatico come “la più grande truffa della storia”.

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                Questo è stato l’anno di Donald Trump. Nel 2025 il leader repubblicano è tornato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato e ha rimesso il mondo in assetto di guerra e di teatro allo stesso tempo. Ha spinto un fragile cessate il fuoco a Gaza, ha aperto un canale diretto con Vladimir Putin sul fronte ucraino, ha rivendicato di aver “messo fine a sette guerre in soli sette mesi” all’Assemblea generale dell’Onu. E mentre rivendicava un ruolo da grande pacificatore, inanellava frasi che hanno fatto il giro del pianeta.

                Alla diplomazia delle strette di mano, il presidente ha affiancato quella degli insulti. Davanti ai delegati Onu, si è auto-incoronato risolutore di conflitti tra Armenia e Azerbaigian, India e Pakistan, Kosovo e Serbia: “Nessun presidente o primo ministro lo ha mai fatto prima. L’Onu non ha fatto assolutamente nulla”, ha detto, lasciando esterrefatti i diplomatici in sala. Poco dopo, con un sorriso tirato, ha accettato il Premio Fifa per la Pace, precisando però di aspirare a qualcosa di “un po’ più serio, con medaglia svedese”. Nel suo entourage, raccontano, avrebbe chiesto due volte se il riconoscimento fosse accompagnato da un Nobel “di consolazione”.

                Dazi, insulti e guerre finite (a modo suo)

                Trump resta prima di tutto uno showman della politica. La sua lingua tagliente ha colpito in ogni direzione. Parlando della lotta al narcotraffico nei Caraibi, in piena escalation con il regime di Nicolás Maduro, ha promesso di “mettere fine a quei figli di puttana”, riferendosi ai cartelli della droga che, a suo dire, godono della copertura del presidente venezuelano. Una retorica muscolare accompagnata dall’invio della portaerei Gerald R. Ford, la più grande del mondo, a presidiare l’area.

                Sul fronte migratorio, il registro è stato lo stesso. Il presidente ha definito i somali “spazzatura” e ha sentenziato che “il loro Paese fa schifo”, annunciando la rimozione delle protezioni speciali in vigore dal 1991. “Sono feccia, non li voglio in America”, ha dichiarato mentre chiudeva le porte dell’asilo a cittadini di 19 Paesi, dall’Afghanistan al Venezuela. Un lessico che rompe ogni residuo di linguaggio diplomatico e mostra la cifra di questo secondo mandato: nessun filtro, nessun pudore verbale.

                L’Europa “all’inferno”, la Spagna da espellere dalla Nato

                Neppure gli alleati sono stati risparmiati. All’Onu, rivolto ai leader europei, Trump ha accusato i governi del Vecchio continente di “distruggere i loro Paesi” con l’immigrazione. “I vostri Paesi stanno andando all’inferno”, ha detto, puntando il dito in particolare contro chi, a suo giudizio, avrebbe aperto troppo le frontiere.

                Con la Spagna lo scontro è diventato personale. Infastidito dal rifiuto di Pedro Sánchez di portare la spesa militare al 5 per cento del Pil, il presidente ha suggerito davanti ai partner atlantici che “forse dovreste espellere la Spagna dalla Nato”, accusando Madrid di “fare molto bene a nostre spese”. Da lì la minaccia di ritorsioni economiche: “Vi faremo pagare il doppio”, con l’Unione europea costretta a garantire che avrebbe difeso la Spagna di fronte a eventuali tariffe americane.

                Gaza, il Golfo “d’America” e la “truffa” del clima

                Sul dossier mediorientale, Trump ha alternato ambizioni grandiose e visioni da immobiliarista. Dopo aver rivendicato il cessate il fuoco a Gaza come risultato della propria pressione diplomatica, a febbraio ha spiegato che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo della Striscia a lungo termine, espellendo i palestinesi e trasformandola nella “nuova Riviera del Medio Oriente”. Un video, diffuso sui social e realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, lo mostrava come promotore di un gigantesco progetto turistico affacciato sul Mediterraneo, scatenando un’ondata di critiche.

                La geografia, nelle sue mani, è diventata campo di battaglia simbolico. Una delle prime decisioni del nuovo mandato è stata rinominare il Golfo del Messico in “Golfo d’America”. “È un nome bellissimo ed è appropriato”, ha spiegato, ottenendo subito dopo che Google aggiornasse le sue mappe digitali. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha annunciato un’azione legale contro il colosso tech, trasformando un toponimo in motivo di crisi diplomatica.

                Sul clima, poi, la posizione è rimasta radicale: “Questo cambiamento climatico è, a mio avviso, la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, ha tuonato all’Onu. Le previsioni degli scienziati sarebbero state fatte da “persone stupide” che hanno “costato fortune ai loro Paesi”, impedendo il progresso. Se i governi “non si allontanano da questa truffa verde, i loro Paesi falliranno”, ha avvertito, demolendo in pochi minuti anni di faticoso consenso internazionale sulle politiche ambientali.

                “Mi leccano il culo”: la diplomazia come show permanente

                Ma forse la frase che più di tutte ha sintetizzato il suo approccio è arrivata sul fronte commerciale. Dopo l’annuncio di nuovi dazi che hanno scosso i mercati, Trump ha descritto così il rapporto con i partner: “Questi Paesi ci chiamano, mi leccano il culo, fremono di raggiungere un accordo: ‘per favore, signore, raggiungiamo un accordo, farò qualsiasi cosa, qualsiasi cosa, signore’”. Nessun tentativo di edulcorare i rapporti di forza, nessun riguardo per le forme: la diplomazia come reality, con il presidente al centro della scena.

                Tra tre anni, alla fine del mandato, si capirà se questa miscela di minacce, autocelebrazione e frasi shock avrà davvero ridisegnato gli equilibri globali o se resterà soprattutto una gigantesca, permanente performance. Per ora, una cosa è certa: Donald Trump continua a non lasciare indifferente nessuno.

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