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Cronaca

Papa Francesco contro i ricchi e i giganti del web: “Pagate più tasse e date una mano ai più poveri”

Durante un incontro con i Movimenti popolari in Vaticano, Papa Francesco ha lanciato un appello per una redistribuzione più equa della ricchezza, invitando i miliardari a contribuire di più per il bene comune. Tra i suoi bersagli, anche le grandi aziende del web e le star del calcio, accusate di alimentare fenomeni come la ludopatia.

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    Papa Francesco non ci gira intorno e, ancora una volta, alza la voce contro i potenti della Terra. “Dovrebbero esserci più tasse per i milionari, davvero!” ha tuonato Bergoglio durante un incontro con i Movimenti popolari in Vaticano. Una frase che non lascia spazio a dubbi e che chiama in causa direttamente i più ricchi del pianeta, chiedendo loro di fare la loro parte per una giustizia sociale sempre più necessaria.

    Più tasse ai più ricchi

    “Dicono che dovrebbero esserci più tasse per i milionari. E io dico: davvero! È necessario che chi ha di più apra il proprio cuore e condivida i beni che possiede”, ha spiegato il Papa. Non un semplice invito alla beneficenza, ma un vero e proprio appello a un cambiamento strutturale, in cui i privilegiati del mondo siano chiamati a contribuire attivamente per alleviare le sofferenze di chi non ce la fa più.

    Bergoglio non le manda a dire

    “Il Diavolo entra sempre dalle tasche”, ha detto Bergoglio, citando un antico detto spagnolo. E se la ricchezza si accumula nelle mani di pochi, mentre il resto della popolazione arranca, il risultato è inevitabile: “Se la gente non ha un salario adeguato, la logica dello scarto si farà strada, con la violenza della desolazione e con la guerra di tutti contro tutti”. Un richiamo forte e chiaro a chi, nelle stanze del potere economico, preferisce chiudere gli occhi di fronte alla sofferenza.

    Nel mirino anche i giganti del web

    Non solo i Paperoni, ma anche i giganti del web sono nel mirino di Papa Francesco. Il pontefice ha esortato le grandi piattaforme digitali e i colossi dell’Intelligenza artificiale a “lasciar da parte l’arroganza di essere al di sopra della legge” e a comportarsi in maniera responsabile, specialmente in merito ai contenuti che circolano sulle loro reti. “Siate rispettosi e responsabili riguardo a ciò che circola grazie alle piattaforme”, ha detto, mettendo in guardia contro il rischio di favorire fenomeni devastanti come la pedopornografia e la ludopatia.

    Un accenno particolare è stato poi dedicato al mondo del calcio e, in particolare, ai suoi volti più noti che prestano il loro volto alle campagne pubblicitarie delle scommesse online. “Questo tocca le tasche dei più bisognosi, alimenta la dipendenza, distrugge persone e famiglie intere”, ha denunciato il Papa.

    Un discorso che ha sicuramente fatto sobbalzare più di una poltrona, anche in Vaticano. Non è infatti la prima volta che Bergoglio si scaglia contro le disparità economiche, ma questa volta ha voluto rincarare la dose, raccontando anche un aneddoto personale: “Qualche confratello mi ha rimproverato, dicendomi che dovrei essere meno duro coi ricchi. Ma io rispondo: Gesù lo è stato ancora di più”.

    Parole forti, che lasciano poco spazio all’interpretazione e che sono destinate a suscitare reazioni contrastanti. Mentre i media e gli esperti si interrogano su quanto questo appello influirà sui prossimi scenari economici e politici, una cosa è certa: Papa Francesco non ha intenzione di tirarsi indietro nella sua battaglia per un mondo più giusto e solidale, in cui le disuguaglianze siano ridotte e la ricchezza sia realmente al servizio di tutti.

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      Mistero

      Gli Ufo? Fanno perdere anche i capelli, parola di Pentagono: i dossier segreti su alopecia, radiazioni e oggetti a 700 all’ora

      Tre persone sane, dopo un misterioso «evento aerospaziale anomalo», avrebbero accusato febbre, eritemi, emicrania, disturbi intestinali, sensibilità alla luce e persino alopecia. È soltanto uno dei casi contenuti nei documenti americani sugli Uap: sfere incandescenti, oggetti capaci di cambiare direzione e programmi militari che studiavano antigravità, motori a curvatura e cunicoli spazio-temporali.

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      ufo e capelli

        Se un giorno vedrete qualcosa di strano svolazzare sopra casa, prima di cercare il telefonino per fotografarlo potreste controllare di avere ancora tutti i capelli. Perché tra i documenti sugli Ufo finiti negli archivi del Pentagono c’è anche una storia che sembra uscita da una puntata particolarmente fantasiosa di X-Files: tre persone perfettamente sane avrebbero avuto problemi fisici dopo un misterioso «evento aerospaziale anomalo» e tra i sintomi registrati compare persino l’alopecia.

        Detto in maniera molto meno scientifica: avrebbero perso i capelli.

        E non soltanto quelli. I tre avrebbero accusato per circa 72 ore eritemi, febbre, emicranie, diarrea, intorpidimento ed estrema sensibilità alla luce, mentre uno dei soggetti avrebbe mostrato anche sintomi compatibili con una patologia legata all’esposizione a radiazioni.

        No, il Pentagono non sta dicendo che gli extraterrestri rendono calvi. E soprattutto nessuno dei documenti dimostra che gli oggetti osservati avessero origine aliena. Ma la storia esiste davvero negli archivi prodotti nell’ambito dei programmi americani dedicati ai fenomeni aerospaziali anomali e oggi diventa ancora più curiosa mentre gli Stati Uniti continuano a rendere pubblici documenti e filmati sugli Uap, gli Unidentified Anomalous Phenomena, la sigla che ha sostituito progressivamente il vecchio e molto più affascinante «Ufo».

        L’AARO, l’ufficio del Dipartimento della Difesa che si occupa di questi fenomeni, pubblica infatti materiale declassificato e precisa che i casi classificati come irrisolti sono semplicemente quelli per i quali il governo non dispone di elementi sufficienti per stabilire definitivamente che cosa sia stato osservato. «Non identificato», insomma, continua a non significare «extraterrestre».

        Tre uomini incontrano qualcosa di misterioso. Poi iniziano i sintomi

        È il dossier medico a contenere la parte più sorprendente della storia.

        Il documento nacque nell’ambito dell’Advanced Aerospace Weapon System Application Program, meglio conosciuto come AAWSAP, un programma avviato nel 2008 che si occupava di tecnologie aerospaziali avanzatissime e di scenari che ancora oggi sembrano appartenere più alla fantascienza che alla vita quotidiana.

        Tra i concetti studiati comparivano infatti wormhole, antigravità, manipolazione dello spazio-tempo, vuoto quantistico e propulsione a curvatura. Il fatto che fossero oggetto di studio non significa, naturalmente, che il Pentagono possedesse astronavi capaci di attraversare un cunicolo spazio-temporale: lo stesso apparato americano ha sempre invitato a non interpretare questi lavori teorici come una prova della reale esistenza o disponibilità di simili tecnologie.

        Dentro quella gigantesca esplorazione scientifica finì però anche un rapporto decisamente più inquietante, dedicato alle possibili lesioni subite da esseri umani dopo l’esposizione a sistemi aerospaziali anomali.

        Il documento prendeva in considerazione il caso di tre persone descritte come precedentemente sane e attive che avrebbero vissuto un evento aerospaziale anomalo. Erano ingegneri specializzati in antenne e, secondo il rapporto, i problemi manifestati successivamente non risultavano facilmente riconducibili alla loro normale attività professionale.

        Nelle 72 ore successive sarebbero comparsi arrossamenti cutanei, febbre, forti mal di testa, diarrea, intorpidimento, fotosensibilità e alopecia.

        Ed è qui che la faccenda smette definitivamente di sembrare la trama di una normale giornata d’ufficio.

        Alopecia, sangue alterato e sintomi da radiazioni

        Uno dei tre casi avrebbe presentato conseguenze ancora più serie. Nel documento compaiono riferimenti a segni associati a una malattia da radiazioni, anomalie del sangue e trasformazioni cellulari considerate preoccupanti.

        Il rapporto, però, non stabilisce quale sia stata la sorgente dell’eventuale esposizione e questo rappresenta il particolare fondamentale per leggere correttamente la storia. Non esiste la prova che un’astronave extraterrestre abbia irradiato tre esseri umani, né il documento consente di compiere un simile salto logico.

        Gli autori ritenevano tuttavia che esistessero abbastanza episodi e dati medici da giustificare ulteriori studi sulla possibilità che determinati sistemi aerospaziali avanzati potessero produrre effetti fisici sugli osservatori.

        Ed ecco quindi nascere il titolo che nessun parrucchiere vorrebbe mai leggere: gli Ufo potrebbero persino far cadere i capelli.

        Con un gigantesco asterisco, naturalmente. Perché non sappiamo che cosa fosse l’oggetto, non sappiamo esattamente quale esposizione abbia prodotto quei sintomi e soprattutto non sappiamo affatto se ci fossero extraterrestri da qualche parte nelle vicinanze.

        Il programma segreto che studiava persino i motori a curvatura

        La parte più cinematografica dei documenti riguarda proprio l’AAWSAP. Il programma disponeva inizialmente di circa 10 milioni di dollari e produsse decine di documenti di ricerca dedicati a tecnologie che gli Stati Uniti immaginavano potessero assumere rilevanza nei decenni successivi.

        Non si parlava soltanto di aerei più veloci o nuovi sistemi di propulsione. Gli studiosi si spinsero verso concetti come antigravità, wormhole e manipolazione dello spazio-tempo.

        In pratica, mentre il resto del mondo cercava di capire quale smartphone comprare, qualcuno pagato dal governo americano ragionava seriamente su come piegare lo spazio-tempo.

        Ancora una volta, però, bisogna separare il fascino della materia dalle prove disponibili. Studiare teoricamente una tecnologia non significa averla costruita e tanto meno aver scoperto che qualcun altro, magari arrivato da un altro sistema solare, la possieda già.

        Il Pentagono continua infatti a mantenere una posizione estremamente prudente. Anche nell’attuale programma di trasparenza sugli Uap, l’amministrazione americana chiarisce che i materiali irrisolti sono tali perché mancano dati sufficienti per arrivare a una determinazione definitiva sulla natura dei fenomeni osservati.

        E poi ci sono gli oggetti che corrono a velocità impressionanti

        Se i capelli che cadono rappresentano il dettaglio più irresistibile, i filmati militari sono probabilmente la parte più spettacolare.

        Tra il materiale reso disponibile figurano infatti riprese effettuate attraverso sensori militari e rapporti relativi a oggetti che gli osservatori non sono riusciti immediatamente a identificare. In uno dei casi ufficialmente pubblicati, un rapporto descrive un Uap dalla forma «a diamante» che avrebbe viaggiato a circa 434 nodi, oltre 800 chilometri orari, risultando rilevabile attraverso un sensore a infrarossi a onde corte. In un altro episodio, il rapporto di missione descrive un oggetto capace di effettuare apparenti cambi di direzione di 90 gradi mentre si muoveva a circa 80 miglia orarie.

        L’AARO, tuttavia, accompagna queste immagini con una precisazione importante: le descrizioni servono a raccontare ciò che compare nei sensori e non costituiscono automaticamente una conclusione sulla natura o sul significato dell’oggetto ripreso.

        È una differenza enorme. Una telecamera militare può registrare qualcosa di non identificato senza che quel qualcosa provenga da Alpha Centauri.

        Sfere luminose, triangoli nel cielo e oggetti silenziosi

        Nei dossier americani ricorrono inoltre descrizioni di sfere luminose, oggetti che sembrano muoversi in formazione e luci osservate da personale militare o governativo.

        Alcuni testimoni hanno raccontato di sfere arancioni capaci di apparire e scomparire, altri di oggetti luminosi che sembravano disporsi secondo configurazioni geometriche. A rendere questi racconti inevitabilmente suggestivi contribuisce la provenienza delle testimonianze: in diversi casi non arrivano dal vicino convinto di avere E.T. nell’orto, ma da personale abituato a lavorare con velivoli, radar e sistemi di osservazione.

        Questo, però, non trasforma automaticamente una testimonianza qualificata in una prova extraterrestre.

        La stessa storia degli avvistamenti militari è piena di casi inizialmente misteriosi che, una volta raccolti abbastanza dati, hanno trovato spiegazioni molto più terrestri: palloni, droni, uccelli, satelliti, fenomeni atmosferici o effetti prodotti dai sistemi ottici e dai sensori.

        Il fascino nasce proprio da ciò che resta dopo questa scrematura.

        Quindi gli alieni esistono? Il Pentagono non lo sta dicendo

        Ed è qui che bisogna fermare per un momento l’Enterprise.

        La pubblicazione dei documenti non equivale alla conferma dell’esistenza di extraterrestri, né l’AARO sostiene che i fenomeni rimasti irrisolti abbiano necessariamente un’origine non umana. Al contrario, l’ufficio americano spiega esplicitamente che un caso può restare senza soluzione semplicemente perché le informazioni disponibili sono insufficienti.

        Questo non rende meno affascinante il materiale.

        Perché una cosa è dire che qualcuno, una sera, ha visto una luce strana sopra il proprio giardino. Un’altra è scoprire che apparati militari statunitensi hanno raccolto per anni video, testimonianze e rapporti su fenomeni che in alcuni casi non sono riusciti a identificare e che Washington continua a declassificare e mettere a disposizione del pubblico. L’archivio ufficiale AARO raccoglie ormai materiale storico, documenti informativi e immagini provenienti direttamente da strutture militari americane.

        E in mezzo a sfere incandescenti, oggetti velocissimi, antigravità e cunicoli spazio-temporali rimane quella storia irresistibile dei tre uomini che, dopo avere avuto a che fare con qualcosa di anomalo, cominciarono ad accusare febbre, eritemi, fotosensibilità e perdita di capelli.

        Perciò niente panico: non abbiamo scoperto che E.T. sia il responsabile della calvizie maschile e nessuno deve ancora aggiungere «incontro ravvicinato del terzo tipo» all’elenco delle cause dell’alopecia. Ma se una notte una sfera arancione dovesse fermarsi sopra il balcone, per sicurezza, oltre al telefonino per riprenderla, forse vale la pena tenere a portata di mano anche un cappello.

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          Cronaca Nera

          Yara, il giallo dei cinque test sul giubbetto: «Segnali compatibili con liquido seminale». La difesa di Bossetti: perché furono dati per negativi?

          Le immagini ad alta risoluzione dei reperti riaccendono il caso Gambirasio. Il genetista Marzio Capra contesta la classificazione degli esami effettuati all’epoca: «Un biologo forense con quegli esiti in mano doveva segnare tutto come positivo o rimettersi subito ai vetrini». Ora la difesa vuole nuove analisi.

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            Cinque test sul giubbetto di Yara Gambirasio che all’epoca finirono nei verbali come negativi. Oggi, secondo i consulenti della difesa di Massimo Bossetti, le immagini ad alta risoluzione mostrerebbero invece reazioni compatibili con la possibile presenza di liquido seminale. Un altro segnale, più debole, comparirebbe anche sulla felpa della tredicenne. È il nuovo fronte che riaccende uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi decenni e che potrebbe riportare in laboratorio alcuni reperti dell’inchiesta sull’omicidio della ragazzina di Brembate di Sopra.

            A quasi sedici anni dalla sua scomparsa e dopo la condanna definitiva all’ergastolo di Massimo Bossetti, i suoi difensori concentrano l’attenzione sugli indumenti che Yara indossava al momento della morte. Anche Le Iene stanno lavorando sugli elementi indicati dai consulenti del carpentiere di Mapello.

            Serve però una distinzione fondamentale. La difesa propone una nuova interpretazione di vecchi accertamenti, non un risultato scientifico già acquisito. Quegli elementi, allo stato attuale, non modificano la sentenza definitiva. Ma la domanda posta dagli avvocati e dal genetista Marzio Capra pesa: se quei test mostravano reazioni meritevoli di approfondimento, perché gli investigatori li considerarono negativi?

            Cinque test sul giubbetto: da qui nasce il nuovo caso

            La svolta risale al 7 febbraio 2025, quando gli avvocati di Bossetti hanno ottenuto l’accesso ai reperti dopo una lunghissima battaglia giudiziaria. La difesa e i suoi consulenti hanno così potuto osservare anche fotografie ad altissima risoluzione degli accertamenti compiuti sugli indumenti di Yara.

            Ed è proprio dall’esame di quelle immagini che nasce la nuova contestazione.

            Secondo l’avvocato Claudio Salvagni e il genetista Marzio Capra, cinque test immunologici effettuati sul giubbetto presenterebbero reazioni cromatiche potenzialmente compatibili con la presenza di liquido seminale. Eppure, nei verbali dell’epoca, quei test risultano negativi.

            Capra contesta apertamente quella valutazione: «Un biologo forense con quegli esiti in mano doveva segnare tutto come positivo o rimettersi subito ai vetrini per capire meglio».

            La questione non riguarderebbe soltanto il giubbetto. I consulenti avrebbero individuato anche sulla felpa di Yara un segnale analogo, sebbene più debole. La difesa chiede quindi di tornare su quei reperti e di esaminarli con tecnologie e metodologie oggi disponibili.

            Se quelle tracce esistono davvero, a chi appartengono?

            È la domanda inevitabile, ma anche quella che richiede maggiore prudenza. Una reazione a un test immunologico non significa automaticamente aver trovato il Dna di una persona diversa da quelle già entrate nell’inchiesta.

            Gli esperti dovrebbero innanzitutto confermare la presenza di materiale biologico e determinarne la natura. Poi dovrebbero capire se, a distanza di tanti anni, quel materiale consenta ancora di ricavare un profilo genetico attendibile.

            C’è inoltre un altro elemento da considerare. Il corpo di Yara rimase per circa tre mesi all’aperto, esposto a pioggia, neve, gelo, umidità e terreno. Condizioni estreme che possono avere inciso sulla conservazione delle eventuali tracce.

            Soltanto un nuovo esame potrebbe quindi chiarire che cosa mostrino realmente quei reperti. Se gli esperti trovassero materiale biologico ancora utilizzabile, potrebbero tentare di ricavarne un Dna e successivamente cercare di identificarlo. Ed è proprio questo il passaggio sul quale punta la difesa di Bossetti.

            Il Dna di Ignoto 1 che portò a Bossetti

            La questione assume un peso particolare perché il Dna rappresenta il cuore dell’intera indagine sull’omicidio di Yara.

            Gli investigatori individuarono sugli indumenti della tredicenne il profilo genetico attribuito a Ignoto 1. Da quel momento partì una gigantesca ricerca genealogica che condusse prima a Giuseppe Guerinoni e poi a Massimo Bossetti, suo figlio biologico.

            La prova genetica ebbe un ruolo centrale nell’impianto accusatorio che i giudici hanno poi valutato nei diversi gradi di giudizio. Bossetti ha sempre negato di avere conosciuto Yara e continua a dichiararsi innocente. La giustizia lo ha però condannato in via definitiva all’ergastolo.

            I rilievi della difesa, dunque, non cancellano quanto stabilito dai giudici e non provano che le analisi originarie contenessero errori. Aprono però un interrogativo preciso: sugli indumenti di Yara esistevano altre tracce biologiche che meritavano ulteriori approfondimenti?

            «Perché li considerarono negativi?»

            È su questo interrogativo che Salvagni e Capra costruiscono la nuova battaglia. Oggi la difesa non possiede un nuovo profilo genetico capace di indicare un’altra persona. Chiede invece di riesaminare i reperti per capire che cosa registrarono realmente quei test e se le tecniche attuali possano fornire informazioni che allora non emersero.

            La differenza è fondamentale. Nessuno ha appena scoperto un misterioso Dna sul giubbetto di Yara. La difesa contesta l’interpretazione di alcuni vecchi accertamenti e chiede nuove verifiche scientifiche.

            Se gli esami non confermassero la presenza di materiale biologico, questo nuovo fronte perderebbe gran parte del suo peso. Se invece individuassero materiale ancora analizzabile, gli esperti potrebbero tentare di identificarlo. A quel punto il caso entrerebbe in una fase completamente diversa.

            Dopo Garlasco, Le Iene accendono i riflettori sul caso Yara

            A dare ulteriore risonanza alla vicenda c’è l’interesse delle Iene. Dopo le nuove indagini sul delitto di Garlasco, il programma ha acceso i riflettori anche sul caso Gambirasio e sui reperti che la difesa di Bossetti ha potuto esaminare.

            I due casi hanno storie processuali, prove e protagonisti completamente differenti e non possono essere sovrapposti. Esiste però un punto di contatto: in entrambi tornano al centro dell’attenzione reperti e accertamenti scientifici compiuti molti anni fa.

            Nel caso Yara la strada appare particolarmente complessa. Bossetti sconta una condanna definitiva all’ergastolo e qualsiasi futura richiesta di revisione dovrà poggiare su elementi nuovi e giudiziariamente rilevanti.

            Bossetti resta all’ergastolo, la difesa punta sui reperti

            Massimo Bossetti resta dunque in carcere per l’omicidio di Yara Gambirasio e nulla di quanto emerso finora cambia la sua posizione giudiziaria. I suoi avvocati, però, non intendono fermarsi e guardano agli indumenti della tredicenne come a uno dei possibili terreni per cercare nuovi elementi.

            La partita passa adesso dalla scienza. Servono nuovi accertamenti per stabilire se quelle reazioni indichino davvero materiale biologico e se ne sia rimasto abbastanza per tentare ulteriori analisi. Solo allora si potrà capire il peso effettivo di ciò che la difesa sostiene di avere individuato.

            Per questo la domanda decisiva, almeno per ora, non riguarda l’identità di chi potrebbe avere lasciato quelle presunte tracce. Prima bisogna dimostrare che esistano e che abbiano un significato forense. Resta però l’interrogativo dal quale Salvagni e Capra vogliono ripartire: se cinque test sul giubbetto mostrarono davvero le reazioni che oggi compaiono nelle immagini, perché gli investigatori li considerarono negativi?

            Da quella risposta potrebbe partire il prossimo capitolo del caso Yara.

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              Cronaca Nera

              Garlasco, è arrivato il giorno che può cambiare tutto: scade il tempo per Sempio, ma sul caso Stasi esplode un nuovo giallo

              La data cerchiata in rosso è arrivata. Mentre la Procura di Pavia deve decidere la prossima mossa nell’indagine su Andrea Sempio, arriva la clamorosa frenata sulla revisione della condanna di Alberto Stasi: «A noi non risulta», sbotta Pino Rinaldi.

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              Delitto di Garlasco, Alberto Stasi lascia il carcere: affidato ai servizi sociali dopo oltre dieci anni

                Il 28 settembre è arrivato. Da settimane è la data cerchiata in rosso nel calendario del nuovo caso Garlasco, quella attorno alla quale si concentrano indiscrezioni, attese e interrogativi sull’inchiesta che ha riportato Andrea Sempio al centro dell’omicidio di Chiara Poggi. Ma proprio mentre il conto alla rovescia arriva a zero, sulla vicenda irrompe un altro colpo di scena che riguarda Alberto Stasi e la possibile revisione della sua condanna definitiva.

                Lo scenario sembrava abbastanza chiaro: da una parte la Procura di Pavia al lavoro sull’indagine Sempio, dall’altra la Procura generale di Milano impegnata a studiare gli elementi emersi negli ultimi mesi per valutare un’eventuale iniziativa sul processo Stasi. Adesso, però, qualcosa sembra essersi inceppato.

                La Procura generale milanese, secondo quanto emerso negli ultimi giorni, non avrebbe intenzione di muoversi autonomamente per chiedere la revisione e attenderebbe invece un’iniziativa dei difensori di Stasi, Giada Bocellari e Antonio De Rensis. Una svolta che ha sorpreso anche Pino Rinaldi, che in diretta a Ignoto X ha reagito con poche parole destinate inevitabilmente a riaccendere il caso: «A noi non ci risulta». E subito dopo: «Qui lo dico e qui lo nego».

                Il 28 settembre è arrivato: che cosa può succedere a Sempio

                È però sul fronte di Andrea Sempio che oggi si concentra inevitabilmente l’attenzione. Il 28 settembre rappresenta una scadenza importante nell’inchiesta della Procura di Pavia, ma non bisogna immaginarlo come un interruttore capace di accendere o spegnere improvvisamente il caso.

                Gli inquirenti devono decidere come procedere dopo mesi di accertamenti che hanno riportato sotto la lente elementi vecchi e nuovi del delitto di via Pascoli. Tra questi ci sono il Dna trovato sulle unghie di Chiara, gli accertamenti antropometrici su Sempio, la discussa impronta a pallini rilevata nella villetta e la consulenza affidata allo psichiatra Roberto Catanesi, che aveva chiesto di incontrare personalmente l’indagato ricevendo il suo rifiuto.

                Secondo la ricostruzione accusatoria della Procura, Sempio avrebbe colpito Chiara almeno dodici volte con un oggetto contundente. Gli inquirenti ipotizzano inoltre un movente collegato a un presunto approccio sessuale respinto dalla ragazza e hanno approfondito anche l’ipotesi dell’esistenza di un video intimo che ritraeva Chiara con Stasi. Sono contestazioni della Procura ancora tutte da sottoporre al vaglio giudiziario: Sempio è indagato e non esiste nei suoi confronti alcuna sentenza di colpevolezza.

                Ma proprio adesso scoppia il giallo sulla revisione di Stasi

                Mentre Pavia arriva a questo passaggio cruciale, sul binario parallelo di Alberto Stasi si registra invece una brusca frenata.

                La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni aveva cominciato già a maggio a studiare gli atti del processo, compresa una relazione di circa cento pagine predisposta dai magistrati pavesi. Nei mesi successivi si era quindi fatta strada la possibilità che fosse proprio la Procura generale a valutare un’iniziativa per la revisione della condanna.

                Ora lo scenario appare diverso.

                L’ufficio milanese non intenderebbe promuovere direttamente la revisione e la prima mossa dovrebbe arrivare dalla difesa del condannato. Sarebbero dunque Bocellari e De Rensis a dover eventualmente bussare alla porta della Corte d’Appello di Brescia, depositando una richiesta costruita sugli elementi emersi dalle nuove indagini.

                Non significa che la revisione sia stata bocciata o che quella strada sia improvvisamente chiusa. Significa però che è cambiato chi dovrebbe fare la prima mossa, ed è proprio questo particolare a rendere ancora più enigmatico quanto sta accadendo.

                «A noi non risulta»: la reazione che riapre il caso

                La sorpresa è esplosa pubblicamente quando Pino Rinaldi ha letto la nota relativa alla posizione della Procura generale e ha reagito in diretta.

                «A noi non ci risulta», ha detto il giornalista, aggiungendo immediatamente: «Qui lo dico e qui lo nego».

                Parole che non dimostrano naturalmente l’esistenza di una decisione diversa, ma fotografano bene la confusione che si è creata attorno alla partita della revisione. Per mesi si è guardato alla Procura generale come a uno dei possibili motori di una riapertura del processo Stasi; adesso la palla sembra invece tornare improvvisamente nelle mani dei suoi avvocati.

                E la domanda diventa inevitabile: perché, dopo mesi trascorsi a studiare le carte e dopo l’acquisizione dei nuovi elementi, la Procura generale non intenderebbe prendere direttamente l’iniziativa?

                Stasi e Sempio, due partite diverse sullo stesso omicidio

                È il punto più delicato dell’intera vicenda. Alberto Stasi resta il condannato definitivo per l’omicidio di Chiara Poggi, mentre Andrea Sempio è indagato nella nuova inchiesta aperta dalla Procura di Pavia. Le due vicende possono incontrarsi sugli elementi investigativi, ma dal punto di vista giudiziario seguono strade differenti.

                Qualunque sviluppo dell’indagine su Sempio non cancella automaticamente la condanna di Stasi. Per rimettere in discussione quella sentenza serve il percorso previsto per la revisione, con una richiesta che dovrà essere esaminata dalla magistratura competente.

                Ed è proprio questo a rendere il 28 settembre ancora più carico di tensione. Da una parte c’è Pavia, chiamata a scegliere come proseguire nell’inchiesta Sempio; dall’altra c’è la partita di Stasi, sulla quale la mossa che molti immaginavano potesse arrivare dalla Procura generale sembra improvvisamente allontanarsi.

                A quasi vent’anni dall’assassinio di Chiara Poggi, dunque, Garlasco arriva a una delle giornate più attese con più domande di quante ne avesse alla vigilia. Il calendario ha finito il suo conto alla rovescia, ma la storia giudiziaria del delitto di via Pascoli sembra tutt’altro che vicina alla parola fine.

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