Cucina
Il cuoco dei tre Papi: «Ratzinger amava la Sacher, Wojtyła le zuppe. E Francesco? I suoi sorrisi e la millefoglie»
Il veneto Sergio Dussin ha cucinato per Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Ora sogna di servire anche il prossimo Pontefice.
Nel cuore del Veneto, a Romano d’Ezzelino, tra i profumi degli asparagi bianchi e delle trote del Brenta, vive Sergio Dussin, un uomo che può vantare un primato raro: essere stato lo chef personale di ben tre Pontefici. Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco hanno tutti assaggiato i suoi piatti, gustato le sue ricette, condiviso con lui momenti privati e solenni della loro vita in Vaticano.
«Se avessi il grande onore di essere riconfermato — racconta con un sorriso —, sarei il primo nella storia moderna a servire quattro Papi. Bisogna tornare al Medioevo per trovare due cuochi che abbiano seguito tre Pontefici diversi». Dussin, 67 anni, anima dei ristoranti “Al Pioppeto” di Romano d’Ezzelino e “Villa Razzolini Loredan” di Asolo, è un testimone privilegiato della vita a tavola dei Papi.
Tutto iniziò il 6 maggio 2002, quando venne convocato in Vaticano per cucinare in occasione del giuramento annuale delle Guardie Svizzere Pontificie. «Avevo stabilito alcuni contatti durante il Giubileo del 2000», ricorda, «e mi chiamarono per preparare il pranzo del giuramento, una cerimonia solenne che commemora il sacrificio delle Guardie Svizzere durante il Sacco di Roma. Fu un grande onore, e a conquistare tutti fu l’asparago bianco di Bassano, un prodotto della mia terra. Da lì, tutto ha avuto inizio».
Il primo Pontefice che ebbe l’onore di servire fu Giovanni Paolo II, in un periodo molto delicato per la salute del Santo Padre. «Negli ultimi tre anni del suo pontificato — racconta Dussin — preparavo per lui piatti semplici, adatti alla sua condizione: zuppe leggere, brodi nutrienti e frullati. Aveva bisogno di pietanze che fossero al tempo stesso confortanti e facilmente digeribili. Ricordo il suo sguardo grato, anche quando le forze sembravano venir meno».
Con Benedetto XVI, invece, il rapporto si fece diverso, più articolato, più legato ai sapori della tradizione. «Ratzinger amava la buona cucina», confida Dussin. «Apprezzava particolarmente i piatti veneti: riso con asparagi bianchi, broccoli di Bassano, carni bianche come la basaninaa e, durante la Quaresima, preferiva pesce, soprattutto trote del Brenta o seppie in umido». Niente funghi, però, e pochissimo vino. «A tavola beveva solo acqua naturale e, ogni tanto, una spremuta d’arancia. Durante i pranzi ufficiali, come dolce, gli servivo un bicchiere di moscato fiori d’arancio dei Colli Euganei, un vino leggero da sei gradi appena».
Ma il vero amore gastronomico di Benedetto XVI era per i dolci. «Amava la Sacher, quella vera, con la glassa spessa e il cuore morbido di albicocca. Gli preparavo anche millefoglie in monoporzione, gelati con fragole fresche d’estate e crostate di frutta nei pranzi ufficiali. Ho continuato a cucinare per lui anche dopo la sua rinuncia, quando si è ritirato nella quiete dei Giardini Vaticani».
Poi è arrivato Francesco, il Papa venuto dalla fine del mondo, e con lui una nuova sfida. «Con Francesco — racconta lo chef — l’approccio è stato ancora più semplice e familiare. Amava la cucina italiana, si affidava ai miei piatti con fiducia e curiosità. Gli servivo ravioli ripieni di asparagi bianchi, carni rosse come la basaninaa — tagliata, costata, brasato — che gradiva molto, nonostante la sua patria, l’Argentina, sia la terra della carne per eccellenza».
Francesco apprezzava le verdure: broccoli, carciofi, radicchio di Treviso, patate, asparagi. A tavola beveva poca acqua, gasata naturale, e poco vino. «Aveva un rapporto molto sobrio con il cibo», spiega Dussin, «semplice e genuino. Come dessert gli servivo spesso la millefoglie con crema Chantilly e scaglie di cioccolato, la meringata, le crostate. Ma più di tutto amava avere al centro del tavolo un vassoio con frutta fresca da assaporare durante il pasto, senza formalità».
Oltre ai pranzi privati, Dussin ha avuto il compito di organizzare anche i banchetti ufficiali per capi di Stato, ambasciatori e reali. «Quando si servono ospiti internazionali bisogna tener conto di tutto — spiega —: per esempio piatti kosher per gli ebrei, cucina senza maiale e senza alcol per gli ospiti musulmani. Io proponevo una bozza di menu, poi veniva adattata secondo le esigenze di ciascun commensale».
Ma i ricordi più intensi Dussin li conserva dei pranzi con i poveri, voluti da Papa Francesco. «Nel 2022, durante uno di questi incontri con millecinquecento persone, gli portai una grande torta millefoglie con scaglie di cioccolato. Lui la tagliò con un sorriso, tra gli applausi e la commozione generale. Era un pranzo vero, di famiglia, dove il Papa voleva sedersi accanto ai più semplici, scambiare parole, donare un sorriso».
Un sorriso che Dussin custodisce ancora oggi come il più prezioso degli ingredienti della sua lunga, straordinaria avventura ai fornelli della storia.
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Cucina
Spaghetti con spinaci, pinoli e pecorino: la ricetta facile e cremosa che trasforma pochi ingredienti in un primo piatto irresistibile
La pasta è sempre stata una sorta di tela su cui dipingere i colori e i sapori della cucina italiana. Una delle varianti più apprezzate è con le verdure, un piatto che celebra la freschezza e la semplicità degli ingredienti, arricchiti dalla croccantezza dei pinoli tostati.
Bastano una manciata di spinaci, qualche pinolo e del buon pecorino per trasformare un semplice piatto di spaghetti in una piccola sorpresa gastronomica. È una ricetta che conquista per il contrasto tra la delicatezza delle verdure, la croccantezza della frutta secca e il carattere deciso del formaggio. Economica, veloce e perfetta per un pranzo improvvisato, ha anche un altro vantaggio: si presta a infinite interpretazioni senza perdere la sua semplicità.
Spaghetti con spinaci, pinoli e pecorino: la ricetta
4 persone
25 minuti
Facile
Ingredienti
- 350 g di spaghetti
- 250 g di spinaci freschi puliti
- 3 cucchiai di pinoli
- 1 spicchio d’aglio in camicia
- 8-10 olive verdi denocciolate
- 50 g circa di pecorino grattugiato
- Olio extravergine d’oliva
- Sale e pepe nero
Preparazione passo dopo passo
1. Preparate gli spinaci. Scaldate un filo d’olio in padella con l’aglio in camicia. Aggiungete gli spinaci, salate leggermente, pepate e coprite. Lasciateli appassire per circa 8-10 minuti, finché l’acqua di vegetazione sarà quasi evaporata.
2. Tostate i pinoli. In un padellino senza condimento fateli dorare per un paio di minuti, mescolando spesso. Toglieteli subito dal fuoco per evitare che brucino.
3. Cuocete gli spaghetti. Lessateli in acqua poco salata e scolateli al dente, conservando una tazza dell’acqua di cottura.
4. Mantecate la pasta. Trasferite gli spaghetti nella padella con gli spinaci, aggiungete le olive tagliate a rondelle e poca acqua di cottura. Saltate per un minuto, spegnete il fuoco e incorporate il pecorino, mescolando fino a ottenere un condimento cremoso.
5. Completate il piatto. Distribuite i pinoli tostati, una macinata di pepe e altro pecorino a piacere. Servite immediatamente.
Cinque varianti per non mangiarli mai allo stesso modo
La ricetta originale è già gustosa, ma basta cambiare un ingrediente per ottenere un piatto completamente diverso.
- Con ricotta e limone: aggiungete due cucchiai di ricotta e scorza di limone grattugiata per una versione più delicata.
- Con pomodorini: unite una decina di pomodorini saltati in padella per dare colore e una nota fresca.
- Con acciughe: sciogliete due filetti d’acciuga nell’olio insieme all’aglio, riducendo il sale.
- Con noci e gorgonzola: sostituite pinoli e pecorino con noci spezzettate e poco gorgonzola, per un risultato più intenso.
- In versione vegana: eliminate il pecorino e completate con lievito alimentare in scaglie oppure mandorle tritate e tostate.
Il trucco per renderli davvero cremosi
Il segreto è non lasciare asciugare troppo il condimento. Un mestolino d’acqua della pasta, ricca di amido, aiuta a legare olio, verdure e pecorino senza aggiungere panna. Il formaggio va incorporato a fuoco spento, così da evitare che formi grumi.
Per un risultato ancora più profumato, aggiungete qualche fogliolina di basilico fresco prima di servire. E se avanzano degli spaghetti, il giorno dopo possono diventare una gustosa frittata di pasta.
Cucina
Tu come la mangi la pizza? Bollente, appena sfornata e rigorosamente con le mani! Ma attento agli errori a tavola che fanno infuriare tutti
In pizzeria, esistono alcune regole non scritte per evitare situazioni imbarazzanti e godersi al meglio l’esperienza. Ci sarebbero alcuni errori da evitare per non farsela andare di traverso.
La pizza mette tutti d’accordo. Almeno finché non ci si siede a tavola. Perché tra chi pretende di cambiare metà degli ingredienti, chi vuole assaggiare ogni pizza e chi aspetta che venga servita tutta la compagnia prima di toccare il proprio piatto, anche una tranquilla serata in pizzeria può diventare una prova di pazienza. Esiste un piccolo galateo non scritto che sarebbe meglio conoscere, soprattutto se non volete ritrovarvi a mangiare da soli la prossima volta.
Sempre la solita pizza Margherita? Un po’ di coraggio!
Ordinare sempre la stessa è rassicurante, ma significa rinunciare a scoprire nuovi sapori. Le proposte della casa, gli ingredienti stagionali e le specialità del pizzaiolo meritano almeno una possibilità. Naturalmente nessuno vi obbliga a tradire la vostra preferita, ma ogni tanto cambiare può riservare sorprese.
Il pizzaiolo non è un mago
Togliere un ingrediente o chiederne uno in più è perfettamente legittimo. Trasformare una pizza del menù in una ricetta completamente diversa, invece, rischia di mettere alla prova la pazienza della cucina. Se avete bisogno di dodici modifiche, forse quella pizza non fa per voi.
Aspettare tutti o mangiare la pizza calda?
Ecco il dilemma che divide le tavolate. La buona educazione suggerisce di aspettare gli altri, ma se si raffredda perde rapidamente parte del suo fascino. Se il servizio avviene a distanza di qualche minuto, iniziare dopo un cenno degli amici è assolutamente ragionevole. Eviterete anche l’interminabile teatrino del «Mangia pure, altrimenti si raffredda».
«Mi fai assaggiare la tua pizza?» La domanda che nessuno vuole sentire
Condividere è bello, ma chiedere un pezzo della pizza altrui quando tutti hanno appena cominciato a mangiare può essere fastidioso. Peggio ancora appropriarsi di un cornicione abbandonato senza chiedere il permesso. Se volete provare più gusti, organizzatevi prima e ordinate pizze da dividere.
Lasciare mezza pizza nel piatto? Meglio evitare
Ordinare più di quanto si riesca a mangiare significa sprecare cibo. Se avete poco appetito, valutatene una più piccola o dividetene una con qualcuno. E se ne avanza, chiedete di portarla a casa: il giorno dopo può essere ancora buonissima.
Birra, vino e posate: davvero esistono regole?
La birra è l’abbinamento classico, ma non è obbligatorio. Anche un vino rosso leggero o un bianco fresco possono accompagnare benissimo una pizza, a seconda del condimento.
Quanto alle posate, nessuno dovrebbe scandalizzarsi se preferite usare le mani. La pizza è uno dei pochi piatti che concedono questa libertà. L’importante è evitare di trasformare la cena in una gara a chi ha le abitudini più corrette.
E se la vostra arriva per ultima, resistete alla tentazione di fissare quelle degli altri. Soprattutto, non chiedete di assaggiare prima ancora che abbiano preso il primo boccone.
Cucina
Morzello, il piatto povero che fa impazzire la Calabria: la ricetta originale del Morzeddhu piccante da gustare nella pitta
Questo piatto tipico di Catanzaro è una zuppa piccante a base di interiora di vitello, pomodoro e peperoncino, solitamente servita con il “pitta”, un tipo di pane circolare. È un piatto forte e calorico, perfetto per le giornate fredde.
Il Morzello, chiamato anche Morzeddhu, è uno dei piatti più caratteristici della tradizione calabrese. A Catanzaro è molto più di una specialità gastronomica: è un simbolo di identità popolare, nato dall’ingegno di chi riusciva a trasformare le parti meno pregiate del vitello in una pietanza ricca di sapore. Interiora, pomodoro e peperoncino diventano protagonisti di una lunga cottura, fino a ottenere uno stufato intenso e piccante, da mangiare rigorosamente con la pitta, il tipico pane locale.
Morzello, la storia del piatto simbolo di Catanzaro
Le origini del Morzello affondano nella cucina di recupero, quando nulla dell’animale macellato veniva sprecato. Polmone, cuore e trippa erano ingredienti economici, che attraverso una lenta preparazione diventavano un pasto sostanzioso per contadini e lavoratori.
La tradizione vuole che venisse consumato anche nelle prime ore del mattino, infilato nella pitta tagliata e riempita con il sugo. Ancora oggi questo abbinamento rappresenta il modo più autentico di gustarlo.
La ricetta tradizionale del Morzello calabrese
4 persone
Circa 3 ore
Ingredienti
- 400 g di trippa di vitello pulita
- 300 g di polmone di vitello
- 200 g di cuore di vitello
- 700 g di passata di pomodoro
- 2 cucchiai di concentrato di pomodoro
- 1 cipolla, 2 foglie di alloro
- Peperoncino calabrese, origano, olio extravergine d’oliva e sale
- 4 pitte calabresi
Come preparare il Morzello passo dopo passo
- Preparare le interiora. Lavare accuratamente cuore e polmone, tagliarli a piccoli pezzi e sbollentarli. Tagliare anche la trippa, preferibilmente già pulita e precotta.
- Preparare il soffritto. Rosolare la cipolla tritata nell’olio, aggiungere le interiora e lasciarle insaporire per alcuni minuti.
- Cuocere lentamente. Unire passata, concentrato, alloro, origano e peperoncino. Aggiungere poca acqua calda e cuocere a fuoco basso per circa due ore, o finché tutte le interiora risultano tenere.
- Servire nella pitta. Regolare di sale, tagliare il pane e riempirlo generosamente con Morzello e sugo caldo.
Il segreto del vero Morzeddhu
Il Morzello deve risultare morbido, succoso e decisamente piccante. La cottura lenta permette alle interiora di assorbire il pomodoro e gli aromi, mentre la pitta raccoglie il sugo senza disperderne il sapore.
Esistono varianti con ingredienti e proporzioni differenti, ma la versione con interiora di vitello rimane quella più legata alla tradizione catanzarese. Un piatto nato dalla necessità che oggi racconta, meglio di tante ricette elaborate, la storia gastronomica della Calabria.
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