Cronaca
Allarme esame della patente: meno di un guidatore su quattro passerebbe la teoria!
La simulazione condotta da AutoScout24 ed Egaf Edizioni su un campione di automobilisti italiani ha evidenziato alcuni dati interessanti riguardanti il superamento dell’esame teorico della patente di guida
La simulazione condotta da AutoScout24 ed Egaf Edizioni su un campione di automobilisti italiani ha evidenziato alcuni dati interessanti riguardanti il superamento dell’esame teorico della patente di guida.
Tutti bocciati o quasi
I risultati della simulazione sono drammatici. Solo il 22,3% dei partecipanti ha commesso al massimo 2 errori su 20 domande, mentre la media complessiva di risposte sbagliate si è attestata a 5 su 20, corrispondente a un quarto del totale. Le percentuali di successo variano tra regione e regione. Il Molise registra solo il 6,9% di ammessi. Al primo posto il Lazio con il 31,7%. L’Emilia-Romagna si posiziona al secondo posto con il 28%.
Più in generale il tasso di promozione dell’esame teorico vero e proprio, come riporta il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, nel 2023, è stato del 60,1%, in calo rispetto al 70,2% del 2020.
Patente a rischio
Gli argomenti che tendono a creare più difficoltà tra i candidati includono le spie dell’auto, la segnaletica stradale, le fermate dei mezzi pubblici, gli incroci e le rotonde. Per questo la ricerca sottolinea l’importanza di mantenere aggiornate le conoscenze sul codice della strada anche dopo aver conseguito la patente, dato il costante cambiamento delle normative negli anni.
Questi dati mettono in luce l’importanza della preparazione costante e dell’aggiornamento sulle norme della circolazione stradale per garantire una guida sicura e responsabile.
È vero altresì che i quiz ministeriali per la patente B coprono una vasta gamma di argomenti, ben 25, che spaziano dalle regole della segnaletica stradale ai comportamenti da tenere in varie situazioni durante la guida.
Cosa tenere a mente quando ci si prepara per l’esame
È fondamentale essere preparati su tutti gli argomenti trattati nei quiz ministeriali, che includono segnaletica stradale, norme di precedenza, modalità di sorpasso, distanza di sicurezza e molto altro. Alcune domande possono contenere divieti assoluti o avverbi di tempo come “sempre” o “mai”, che possono confondere se non letti attentamente. Anche le negazioni possono essere ingannevoli se non si presta sufficiente attenzione.
Tranelli e interpretazioni errate
Le precedenze negli incroci complessi, le norme sulla sosta e fermata, il comportamento dopo un incidente e in caso di veicolo in avaria sono tra gli argomenti che richiedono particolare attenzione, poiché sono frequentemente oggetto di domande.
È importante infine dedicare del tempo alla revisione di tutte le normative riguardanti le patenti, le assicurazioni e le sanzioni, anche se possono sembrare complicati. Una conoscenza solida di queste materie può fare la differenza durante l’esame. Prepararsi diligentemente su tutti questi aspetti può aumentare notevolmente le probabilità di superare con successo l’esame teorico della patente di guida.
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Cronaca Nera
Garlasco, perché tanta furia contro Chiara? Altri cinque colpi quando non poteva più reagire: il nodo dell’«overkilling»
Il consulente della difesa di Stasi sostiene che alcune porzioni della traccia reagiscano come gli schizzi ematici presenti sulla parete. Intanto emerge ciò che Civardi avrebbe detto a Sempio durante l’interrogatorio: quattro o cinque colpi sarebbero arrivati quando Chiara non riusciva più a reagire.
A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, una vecchia impronta sulla parete della villetta di via Pascoli torna a pesare come un macigno sulla nuova inchiesta di Garlasco. È la famosa impronta 33, quella che gli investigatori notarono già nel 2007 vicino alle scale e sulla quale adesso nuove analisi avrebbero individuato zone con una risposta cromatica analoga a quella degli schizzi di sangue presenti poco più sotto.
Se le verifiche confermassero la natura ematica di quelle porzioni e soprattutto consentissero di attribuire con sufficiente affidabilità l’impronta a una persona, il significato di quella traccia potrebbe cambiare completamente.
Ed è proprio mentre sulla scena del crimine torna ad accendersi questo scontro che emerge un altro particolare dell’interrogatorio di Andrea Sempio dello scorso maggio. Il procuratore aggiunto Andrea Civardi avrebbe descritto al 38enne l’«overkilling» di Chiara, soffermandosi su quattro o cinque colpi che, secondo le valutazioni medico-legali, l’assassino avrebbe inferto quando la ragazza non riusciva ormai più a reagire in maniera coordinata.
Due fronti diversi che finiscono così per convergere sullo stesso punto: che cosa accadde realmente negli ultimi istanti di vita di Chiara e quali tracce lasciò il suo assassino dentro quella casa?
L’impronta 33 e quelle possibili tracce di sangue
A riportare l’attenzione sulla numero 33 è Oscar Ghizzoni, consulente della difesa di Alberto Stasi. Ghizzoni riferisce di avere sottoposto la traccia a nuove analisi attraverso tre differenti metodi di studio dello spettro del colore, confrontando poi i risultati.
Secondo il consulente, alcune porzioni dell’impronta mostrerebbero una risposta cromatica analoga a quella degli schizzi ematici presenti sulla stessa parete. Ghizzoni ritiene quindi che all’interno della traccia possano esserci residui di sangue.
Non significa ancora che la questione sia chiusa. L’interpretazione scientifica resta contestata e la genetista Marina Baldi ha ricordato le particolari condizioni della parete e la presenza di numerose altre tracce prima del trattamento con ninidrina.
Ma la numero 33 ha una storia particolare.
Quell’impronta insospettì gli investigatori fin dal primo giorno
Gli inquirenti notarono infatti quella traccia già nelle ore successive all’omicidio. L’allora pm Rosa Muscio arrivò a chiedere ad Alberto Stasi se, entrando nella villetta, avesse appoggiato la mano proprio su quella parete.
Gli investigatori, dunque, avevano preso in considerazione fin dall’inizio la possibilità che quell’impronta avesse un collegamento con la dinamica del delitto.
Ghizzoni sottolinea inoltre una differenza rispetto alle altre tracce presenti nella zona: alcune sembrerebbero prodotte da contatti rapidi o strisciati, compatibili con qualcuno che utilizza la parete semplicemente per appoggiarsi mentre percorre le scale. La 33 avrebbe invece caratteristiche differenti.
Ed è qui che la questione diventa potenzialmente esplosiva. Se quella fosse davvero un’impronta lasciata durante l’omicidio, stabilire a chi appartiene diventerebbe decisivo.
L’«overkilling» di Chiara entra nella strategia della Procura
Parallelamente la Procura concentra l’attenzione sulla violenza dell’aggressione. Durante l’interrogatorio dello scorso maggio Civardi avrebbe descritto direttamente a Sempio la dinamica dell’omicidio e l’accanimento subito da Chiara.
Secondo le valutazioni attribuite alla medico legale Cristina Cattaneo, quattro o cinque colpi sarebbero arrivati quando la ragazza aveva ormai perso la capacità di reagire in maniera coordinata.
È qui che entra in gioco il concetto di overkilling, utilizzato in medicina legale e criminologia per descrivere un’aggressione nella quale l’autore continua a esercitare violenza oltre quanto necessario per provocare la morte.
L’avvocato Fabrizio Gallo ritiene che questa impostazione possa avere anche conseguenze giuridiche: qualora la Procura mantenesse la ricostruzione, il tema potrebbe collegarsi alla contestazione dell’aggravante della crudeltà.
Sempio ascoltava e continuava a masticare
C’è poi un particolare dell’interrogatorio destinato inevitabilmente a colpire l’attenzione. Mentre Civardi gli descriveva la violenza esercitata su Chiara, Sempio avrebbe continuato a masticare una caramella o una gomma.
Un’immagine forte, ma che da sola non permette alcuna conclusione sul piano investigativo o psicologico. Marina Baldi, che ha avuto modo di conoscere Sempio, ha fornito infatti una lettura completamente diversa del suo atteggiamento: non lo avrebbe visto freddo o indifferente, bensì estremamente teso.
Sempio, inoltre, continua a dichiararsi innocente e negli ultimi mesi ha ascoltato più volte ricostruzioni dettagliate delle lesioni riportate da Chiara.
Il dato realmente importante per l’inchiesta resta quindi altrove: nelle prove.
E ancora una volta quelle prove riportano tutti dentro la villetta di via Pascoli, davanti a quella scala e a quella parete che sembravano avere già raccontato tutto nel 2007 e che invece, quasi vent’anni dopo, potrebbero avere ancora qualcosa da dire.
Cronaca
Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia, spunta la foto del bacio: «Tra noi affetto, e molto». Ma dietro quello scatto c’è un’altra storia
Il presunto bacio citato nelle conversazioni di Valter Lavitola esiste almeno sotto forma di fotografia. Ranucci: «L’ho recuperata dalla chat, è una fake». Boccia nega la relazione fisica, ma racconta un rapporto molto confidenziale: «Lui è il mio Superman».
Una fotografia, un presunto bacio, una chat privata, Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia. Se mancava qualcosa per trasformare definitivamente una vicenda già complicatissima in una storia da feuilleton, adesso c’è anche quello.
Perché la famosa foto del bacio di cui si parlava nelle conversazioni tra Valter Lavitola e Natalia Potenza non è soltanto un’immagine raccontata da qualcuno. Ranucci dice di averla recuperata dalla chat.
Il giornalista nega però che quel bacio sia mai avvenuto e sostiene che l’immagine sia stata realizzata artificialmente. Boccia va ancora oltre e racconta quella che, secondo lei, sarebbe l’origine dello scatto: una delle finte prime pagine satiriche che i due si divertivano a creare e scambiarsi privatamente.
Insomma, il bacio sarebbe falso. Ma la confidenza tra i due, a sentire Boccia, decisamente vera.
Ranucci recupera la foto dalla chat: «È una fake»
A far esplodere tutto è stato il racconto attribuito a Natalia Potenza, ex compagna di Lavitola. Secondo quanto riferito agli inquirenti, Lavitola avrebbe parlato di una fotografia nella quale Ranucci e Boccia apparivano mentre si baciavano.
Ranucci ha reagito immediatamente e senza usare il fioretto. Ha spiegato di aver recuperato dalla chat proprio la fotografia alla quale facevano riferimento le indiscrezioni e l’ha definita falsa, sostenendo che fosse stata realizzata attraverso l’intelligenza artificiale.
Il particolare più curioso, però, arriva dalla stessa Boccia.
Boccia: «Tra me e Sigfrido c’è stato affetto. E molto»
Maria Rosaria Boccia nega categoricamente di aver mai baciato Ranucci e sostiene che quella fotografia abbia un’origine molto meno romantica di quanto qualcuno abbia immaginato.
Secondo il suo racconto, lei e Ranucci si divertivano a creare finte prime pagine satiriche e a scambiarsele privatamente. L’immagine del bacio sarebbe nata proprio all’interno di questo gioco.
Nessun incontro clandestino, dunque, e nessun bacio rubato. Almeno secondo i diretti interessati.
Boccia, però, non descrive affatto il rapporto con Ranucci come una semplice conoscenza professionale. «Tra me e Sigfrido c’è stato affetto. E molto», ha raccontato, precisando immediatamente che non ci sarebbe mai stata una relazione fisica.
E già questo basterebbe per alimentare il gossip.
Ma c’è dell’altro.
«Lui è il mio Superman»
Boccia sta infatti raccontando il rapporto con il giornalista anche in un libro dal titolo piuttosto eloquente, Guai a chi lo tocca. Io, Sigfrido e le tempeste. E nella ricostruzione del loro legame non nasconde la propria stima nei confronti dell’ex conduttore di Report, arrivando a definirlo il suo «Superman».
Il rapporto sarebbe nato nel 2024, quando Boccia era al centro del caso che coinvolse l’allora ministro Gennaro Sangiuliano. Da quel momento tra lei e Ranucci sarebbe cresciuta una confidenza che adesso l’imprenditrice racconta apertamente, pur continuando a tracciare una linea precisa: affetto sì, relazione sentimentale e fisica no.
Ed è proprio questa zona grigia ad aver trasformato la foto in benzina sul fuoco.
Dal presunto bacio alle carte dell’inchiesta Lavitola
A rendere la storia ancora più singolare è il percorso attraverso il quale quella fotografia è diventata pubblica. Non attraverso un post, una paparazzata o una rivista di gossip, ma all’interno della vicenda giudiziaria che coinvolge Lavitola.
Secondo il racconto di Potenza, a maggio Lavitola avrebbe fatto riferimento alla foto sostenendo che mostrasse Ranucci mentre baciava Boccia. Da lì la storia è uscita dalle chat ed è arrivata sulle pagine dei giornali.
Boccia ha reagito annunciando attraverso il proprio avvocato iniziative legali e negando che tra lei e Ranucci ci siano mai stati incontri privati della natura suggerita dalle indiscrezioni. Il suo legale ha precisato che negli ultimi due anni i due si sarebbero incontrati sempre in presenza di altre persone.
Il bacio sarebbe falso, la confidenza invece no
Alla fine il paradosso è tutto qui. La fotografia che sembrava destinata a dimostrare qualcosa viene smentita proprio dalle due persone che ritrae, ma finisce contemporaneamente per portare alla luce un rapporto molto più confidenziale di quanto il pubblico conoscesse.
Ranucci dice di aver recuperato lo scatto dalla chat e lo considera artificiale. Boccia racconta che quelle immagini facevano parte di un gioco privato tra loro, nega qualsiasi relazione fisica ma ammette senza esitazioni che tra lei e Sigfrido ci sia stato molto affetto.
Il bacio, dunque, secondo entrambi non c’è mai stato.
Ma dietro quella foto c’era davvero una storia. Soltanto diversa da quella che tutti avevano immaginato.
Mondo
Pussy Riot, la confessione choc di Rita Flores: «Ero una spia dell’Fsb, minacciavano di uccidere mia madre»
Rita Flores racconta al Guardian di essere stata reclutata con ricatti e minacce contro la sua famiglia: «Avevo troppa paura». Poi la richiesta più inquietante: attirare Pyotr Verzilov in Serbia, dove secondo il suo racconto l’Fsb progettava di rapirlo e ucciderlo.
Una Pussy Riot trasformata in spia dell’Fsb e costretta a tradire proprio gli amici e gli attivisti con i quali combatteva il regime russo. Sembra la trama di un thriller sulla Mosca di Vladimir Putin, invece è quanto racconta Rita Flores, nome d’arte della 29enne Margarita Konovalova, nella sua prima intervista dopo essere riuscita a fuggire dalla Russia alla fine di agosto.
Flores ha raccontato al Guardian di aver collaborato per circa tre anni con i servizi segreti russi dopo essere stata reclutata sotto minaccia nel febbraio 2023. Una vicenda che la donna aveva già cominciato a rendere pubblica dopo la fuga e della quale ora ha fornito nuovi dettagli. Il quotidiano britannico specifica di non essere stato in grado di verificare autonomamente ogni elemento del suo racconto, ricordando tuttavia i numerosi casi di infiltrazione dell’Fsb negli ambienti dell’opposizione russa.
«Uccideremo tua madre»: così Rita Flores sarebbe diventata una spia
Flores faceva parte dell’ambiente delle Pussy Riot dal 2020 ed era già stata arrestata diverse volte per le sue performance di protesta. Dopo l’invasione dell’Ucraina, racconta, la pressione nei suoi confronti sarebbe aumentata fino alla perquisizione della sua abitazione nel febbraio 2023.
Alla fine dell’operazione due uomini in borghese sarebbero rimasti nell’appartamento presentandosi come agenti dell’Fsb. Le avrebbero prospettato un procedimento penale per un post pubblicato su Instagram nel quale denunciava le uccisioni di civili in Ucraina, aggiungendo una minaccia molto più difficile da ignorare: se non avesse collaborato, avrebbero potuto uccidere sua madre.
«Ho creduto che potessero fare tutto quello che dicevano», ha raccontato Flores. Da quel momento sarebbero cominciati gli incontri con i due agenti, soprannominati da lei Ivan e “la Giacca”. Il primo interpretava il ruolo dell’uomo comprensivo, il secondo quello del duro, in una versione molto poco cinematografica del vecchio giochetto del poliziotto buono e del poliziotto cattivo.
«Ti rieducheremo e diventerai una moglie obbediente»
Anche Ivan, però, secondo Flores sapeva perfettamente come ricordarle chi comandava. Le avrebbe ripetuto che, se fosse fuggita all’estero, l’Fsb l’avrebbe trovata e uccisa, mentre sua madre avrebbe potuto fare la stessa fine senza che nessuno riuscisse a dimostrare nulla.
Poi arrivava la promessa della “rieducazione”: l’Fsb, le avrebbe detto l’agente, l’avrebbe trasformata fino a farle amare la Russia, desiderare dei figli e diventare «una moglie obbediente».
Flores sostiene di essere stata incaricata di raccogliere informazioni sugli artisti e sugli attivisti dell’opposizione che frequentava. Per limitare i danni, racconta di aver addirittura provocato volontariamente litigi con alcuni di loro, cercando di allontanarli affinché smettessero di confidarle informazioni che avrebbe poi dovuto riferire ai suoi controllori.
Il piano per rapire e uccidere Pyotr Verzilov
La storia diventa ancora più pesante quando entra in scena Pyotr Verzilov, attivista un tempo vicino alle Pussy Riot, trasferitosi in Ucraina e arruolatosi contro la Russia.
Secondo Flores, nel maggio scorso i suoi referenti dell’Fsb avrebbero cominciato a chiederle informazioni su di lui, compreso il suo indirizzo in Ucraina. Poi sarebbe arrivata la missione definitiva: sfruttare la vecchia amicizia con Verzilov per convincerlo a incontrarla in Serbia.
Ad aspettarlo, secondo quanto gli stessi agenti avrebbero spiegato a Flores, ci sarebbe stata una squadra incaricata di rapirlo e ucciderlo. In quel periodo Ivan avrebbe iniziato a versarle 50mila rubli al mese per la collaborazione legata al caso Verzilov.
Flores sostiene di essere riuscita a sottrarsi all’operazione e, con l’aiuto dell’avvocato Dmitry Zakhvatov, a organizzare segretamente la fuga dalla Russia.
La fuga e la confessione: «Per la prima volta mi sento tranquilla»
Ora che è fuori dal Paese, Rita Flores ha deciso di raccontare pubblicamente la propria storia e di contattare alcune delle persone sulle quali aveva fornito informazioni per spiegare quello che era accaduto.
La sua confessione ha inevitabilmente diviso anche l’opposizione russa in esilio: c’è chi ne ha lodato il coraggio e chi si domanda perché abbia continuato a collaborare con l’Fsb per quasi tre anni. Maria Alyokhina, altra figura storica delle Pussy Riot, ha sottolineato che nessuno sarebbe finito in carcere o sarebbe morto a causa delle informazioni fornite da Flores.
Lei, invece, sostiene che casi come il suo siano tutt’altro che eccezionali e parla dell’arruolamento di informatori negli ambienti dell’opposizione come di «un fenomeno di massa».
Dopo tre anni trascorsi, secondo il suo racconto, con la paura che una parola sbagliata potesse mettere in pericolo lei o sua madre, adesso Flores dice di provare finalmente una sensazione che sembrava aver dimenticato: «Per la prima volta da anni mi sento tranquilla».
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