Cronaca
Piogge torrenziali in Spagna, decine di morti e devastazione: in 8 ore l’acqua di un anno
L’acqua piovuta in queste ore sulla Spagna ha creato devastazione e purtroppo alcune decine di vittime. In campo anche l’esercito per fronteggiare l’emergenza.
Lo chiamano “Dana”, forse con l’intento – come capita in questi frangenti – di renderlo psicologicamente meno drammatico. Ma per la Spagna questo evento si è trasformato in un incubo che, stamattina, ha infierito nella zona Sud Est con una pesantissima alluvione. Decine fra morti e dispersi e danni ingentissimi, in un conteggio che purtroppo è destinato ad aggravarsi. In otto ore è caduta la pioggia di un anno.
Un disatro annunciato
Il nome della depressione è l’acronimo di “Depresion Aislada en Niveles Altos”, un fenomeno meteorologico che si verifica spesso al largo della Spagna, in Atlantico e nel Mediterraneo. Una potente massa d’aria che entra nel cuore del Mediterraneo e, di fatto, si isola nel flusso principale creando una depressione con effetti da ciclone. Già ieri una fortissima perturbazione aveva causato gravi danni e inondazioni nella zona di Maiorca, sempre a causa di Dana.
Gli esperti spiegano
«Questo vortice in quota è quel che rimane della bassa pressione che nella scorsa settimana ha scatenato eventi alluvionali in Italia e che si è – al momento almeno – isolata tra Spagna e Nord Africa per l’aumento della pressione sul resto d’Europa. Eventi, in un contesto climatico stravolto dal surriscaldamento globale, sempre più frequenti anche nel Mediterraneo» spiegano i meteorologi.
Le immagini che arrivano rimandano all’uragano Katrina
Le immagini che arrivano da Valencia ricordano il disastro dell’uragano Katrina che, nel 2005 sconvolse gli Stati Uniti del Sud. Immagini di automobili letteralmente spazzate via dall’acqua, dopo che le inondazioni precedute da forti piogge hanno causato lo straripamento del fiume nella città di Alora, vicino Malaga.
In campo anche l’esercito
Per fronteggiare la situazione, si sta predisponendo l’immediato invio di oltre mille soldati dell’Unità Militare di Emergenza nelle zone colpite, come annunciato dalla ministra della Difesa Margarita Robles. Sono stati impiegati anche elicotteri per trarre in salvo alcuni residenti dalle loro case allagate. Le operazioni di salvataggio sono attualmente in corso e proseguiranno nelle prossime ore. Il sistema depressionario sta imperversando sulle stesse zone ormai da molti giorni, incastratoda un campo di alta pressione che lo ha isolato tra Spagna e Marocco.
INSTAGRAM.COM/LACITYMAG
Cronaca
Signorini al contrattacco sui big tech: gli avvocati scrivono a Facebook, YouTube, Instagram, TikTok e Google
Nella lettera firmata dagli avvocati Daniela Missaglia e Domenico Aiello, i colossi del web vengono chiamati in causa per la diffusione di chat e immagini private attribuite ad Alfonso Signorini. La richiesta è doppia: cancellare i contenuti e bloccare la circolazione delle puntate del format su YouTube che li ripropongono. Sullo sfondo, l’ipotesi di azioni civili e risarcimenti.
È un contrattacco in piena regola, ma non contro un singolo profilo o un singolo canale: questa volta nel mirino finiscono direttamente i “grandi porti” della rete. Gli avvocati di Alfonso Signorini, Daniela Missaglia e Domenico Aiello, hanno inviato una comunicazione formale a Facebook, YouTube, Instagram, TikTok e Google chiedendo non solo di cancellare chat e immagini private del conduttore, definite “di provenienza illecita”, ma anche di bloccare la diffusione delle puntate di un format YouTube che, secondo la ricostruzione legale, conterrebbe materiale e riferimenti legati a un’indagine per revenge porn della Procura di Milano.
La linea scelta è chiara: non si chiede un semplice intervento “a valle” su singoli post, ma un’azione più ampia di oscuramento e contenimento, con un avvertimento pesantissimo sulle responsabilità potenziali delle piattaforme.
Una lettera ai colossi: “Avete consentito gravi crimini”
Nella missiva, i legali descrivono la diffusione online come uno “stillicidio” che starebbe infangando “onorabilità” e “reputazione” del conduttore. E attaccano frontalmente le piattaforme, accusate di aver amplificato gli effetti degli illeciti. La frase riportata è una di quelle che non lasciano spazio a interpretazioni: «Avete consentito gravi crimini e condotto gli effetti di tali illeciti a dimensioni incommensurabili rendendo le conseguenze irreversibili», consentendo l’uso «indiscriminato ed offensivo» dei canali di comunicazione senza il «benché minimo» controllo.
Il cuore dell’argomento è la natura dei contenuti: conversazioni e immagini attinenti, si legge, alla “sfera privata più intima e personale”, con una conseguenza descritta in modo drastico: la reputazione di Signorini «è irrimediabilmente deturpata dall’illecita, ripetuta, artefatta diffusione di conversazioni ed immagini attinenti la sfera privata più intima e personale».
Il punto legale: anche se si archivia, i contenuti restano “illegali”
Il passaggio più interessante, perché sposta l’asse della battaglia dal penale alla responsabilità delle piattaforme, è quello in cui i legali avvertono che anche un’eventuale archiviazione dell’accusa di diffusione illecita di immagini a contenuto sessualmente esplicito non metterebbe automaticamente al riparo i big tech. La tesi è che, a prescindere dall’esito del procedimento, la circolazione di materiale “di provenienza illecita” resterebbe una violazione del diritto alla riservatezza e potrebbe generare profili di responsabilità per la permanenza e la diffusione in rete.
È qui che la lettera alza il livello: non è più soltanto una richiesta di rimozione, ma un avviso su conseguenze possibili, comprese azioni in sede civile.
Il bersaglio: stop alle puntate e blocco dei contenuti
La richiesta non si fermerebbe alla cancellazione di singole immagini o chat. I legali domandano di bloccare la diffusione delle puntate del format che riproporrebbero ricostruzioni e materiali contestati, arrivando a chiedere ai cinque colossi del web di bloccare «tutti i contenuti diffusi» dall’autore delle pubblicazioni al centro della vicenda. Un’azione che, se accolta, avrebbe un impatto immediato sulla circolazione del caso online, perché toglierebbe ossigeno all’ecosistema di rilanci, reaction e “cassa di risonanza” che tiene in vita ogni scandalo digitale.
Il fronte civile: danni “milionari” e valutazione del pregiudizio
Nella ricostruzione, gli avvocati starebbero valutando anche la via del giudizio civile per ottenere risarcimenti consistenti, parametrati sulla fama e sul successo professionale di Signorini. Si parla inoltre di una valutazione del “danno reputazionale e biologico” che potrebbe essere stata avviata per quantificare l’impatto complessivo della vicenda, non solo sul piano dell’immagine pubblica ma anche su quello personale e lavorativo.
La sostanza, tradotta: non si tratta più di inseguire i singoli contenuti uno a uno, ma di chiamare in causa chi li ospita, li indicizza, li monetizza o li lascia circolare.
Una guerra di piattaforme, più che di gossip
Questa storia ha un elemento che la distingue dal classico “caso” da cronaca rosa: la scelta di colpire la filiera, non solo l’autore. È la trasformazione del gossip in contenzioso digitale, dove il terreno non è più soltanto la narrazione, ma la permanenza dei contenuti e la responsabilità di chi li veicola. E il messaggio che passa è semplice: la partita, adesso, si gioca nel punto in cui internet smette di essere chiacchiera e diventa infrastruttura.
Mondo
L’anno di Donald Trump: da “mi leccano il culo” alla “Riviera del Medio Oriente”, le frasi che hanno incendiato il 2025
Secondo mandato alla Casa Bianca, vanto di “sette guerre finite in sette mesi”, Premio Fifa per la Pace accettato con malcelata delusione, affondi contro alleati e avversari, promesse di espulsioni di massa e un Golfo del Messico ribattezzato “Golfo d’America”: il 2025 di Donald Trump è stato un continuo corpo a corpo con il mondo, giocato tra minacce, battute brutali e frasi destinate a restare nella memoria collettiva. Ecco le più clamorose, dal “metteremo fine a quei figli di puttana” rivolto ai narcotrafficanti alla definizione del cambiamento climatico come “la più grande truffa della storia”.
Questo è stato l’anno di Donald Trump. Nel 2025 il leader repubblicano è tornato alla Casa Bianca per il suo secondo mandato e ha rimesso il mondo in assetto di guerra e di teatro allo stesso tempo. Ha spinto un fragile cessate il fuoco a Gaza, ha aperto un canale diretto con Vladimir Putin sul fronte ucraino, ha rivendicato di aver “messo fine a sette guerre in soli sette mesi” all’Assemblea generale dell’Onu. E mentre rivendicava un ruolo da grande pacificatore, inanellava frasi che hanno fatto il giro del pianeta.
Alla diplomazia delle strette di mano, il presidente ha affiancato quella degli insulti. Davanti ai delegati Onu, si è auto-incoronato risolutore di conflitti tra Armenia e Azerbaigian, India e Pakistan, Kosovo e Serbia: “Nessun presidente o primo ministro lo ha mai fatto prima. L’Onu non ha fatto assolutamente nulla”, ha detto, lasciando esterrefatti i diplomatici in sala. Poco dopo, con un sorriso tirato, ha accettato il Premio Fifa per la Pace, precisando però di aspirare a qualcosa di “un po’ più serio, con medaglia svedese”. Nel suo entourage, raccontano, avrebbe chiesto due volte se il riconoscimento fosse accompagnato da un Nobel “di consolazione”.
Dazi, insulti e guerre finite (a modo suo)
Trump resta prima di tutto uno showman della politica. La sua lingua tagliente ha colpito in ogni direzione. Parlando della lotta al narcotraffico nei Caraibi, in piena escalation con il regime di Nicolás Maduro, ha promesso di “mettere fine a quei figli di puttana”, riferendosi ai cartelli della droga che, a suo dire, godono della copertura del presidente venezuelano. Una retorica muscolare accompagnata dall’invio della portaerei Gerald R. Ford, la più grande del mondo, a presidiare l’area.
Sul fronte migratorio, il registro è stato lo stesso. Il presidente ha definito i somali “spazzatura” e ha sentenziato che “il loro Paese fa schifo”, annunciando la rimozione delle protezioni speciali in vigore dal 1991. “Sono feccia, non li voglio in America”, ha dichiarato mentre chiudeva le porte dell’asilo a cittadini di 19 Paesi, dall’Afghanistan al Venezuela. Un lessico che rompe ogni residuo di linguaggio diplomatico e mostra la cifra di questo secondo mandato: nessun filtro, nessun pudore verbale.
L’Europa “all’inferno”, la Spagna da espellere dalla Nato
Neppure gli alleati sono stati risparmiati. All’Onu, rivolto ai leader europei, Trump ha accusato i governi del Vecchio continente di “distruggere i loro Paesi” con l’immigrazione. “I vostri Paesi stanno andando all’inferno”, ha detto, puntando il dito in particolare contro chi, a suo giudizio, avrebbe aperto troppo le frontiere.
Con la Spagna lo scontro è diventato personale. Infastidito dal rifiuto di Pedro Sánchez di portare la spesa militare al 5 per cento del Pil, il presidente ha suggerito davanti ai partner atlantici che “forse dovreste espellere la Spagna dalla Nato”, accusando Madrid di “fare molto bene a nostre spese”. Da lì la minaccia di ritorsioni economiche: “Vi faremo pagare il doppio”, con l’Unione europea costretta a garantire che avrebbe difeso la Spagna di fronte a eventuali tariffe americane.
Gaza, il Golfo “d’America” e la “truffa” del clima
Sul dossier mediorientale, Trump ha alternato ambizioni grandiose e visioni da immobiliarista. Dopo aver rivendicato il cessate il fuoco a Gaza come risultato della propria pressione diplomatica, a febbraio ha spiegato che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo della Striscia a lungo termine, espellendo i palestinesi e trasformandola nella “nuova Riviera del Medio Oriente”. Un video, diffuso sui social e realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, lo mostrava come promotore di un gigantesco progetto turistico affacciato sul Mediterraneo, scatenando un’ondata di critiche.
La geografia, nelle sue mani, è diventata campo di battaglia simbolico. Una delle prime decisioni del nuovo mandato è stata rinominare il Golfo del Messico in “Golfo d’America”. “È un nome bellissimo ed è appropriato”, ha spiegato, ottenendo subito dopo che Google aggiornasse le sue mappe digitali. La presidente messicana Claudia Sheinbaum ha annunciato un’azione legale contro il colosso tech, trasformando un toponimo in motivo di crisi diplomatica.
Sul clima, poi, la posizione è rimasta radicale: “Questo cambiamento climatico è, a mio avviso, la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, ha tuonato all’Onu. Le previsioni degli scienziati sarebbero state fatte da “persone stupide” che hanno “costato fortune ai loro Paesi”, impedendo il progresso. Se i governi “non si allontanano da questa truffa verde, i loro Paesi falliranno”, ha avvertito, demolendo in pochi minuti anni di faticoso consenso internazionale sulle politiche ambientali.
“Mi leccano il culo”: la diplomazia come show permanente
Ma forse la frase che più di tutte ha sintetizzato il suo approccio è arrivata sul fronte commerciale. Dopo l’annuncio di nuovi dazi che hanno scosso i mercati, Trump ha descritto così il rapporto con i partner: “Questi Paesi ci chiamano, mi leccano il culo, fremono di raggiungere un accordo: ‘per favore, signore, raggiungiamo un accordo, farò qualsiasi cosa, qualsiasi cosa, signore’”. Nessun tentativo di edulcorare i rapporti di forza, nessun riguardo per le forme: la diplomazia come reality, con il presidente al centro della scena.
Tra tre anni, alla fine del mandato, si capirà se questa miscela di minacce, autocelebrazione e frasi shock avrà davvero ridisegnato gli equilibri globali o se resterà soprattutto una gigantesca, permanente performance. Per ora, una cosa è certa: Donald Trump continua a non lasciare indifferente nessuno.
Politica
Dal tuffo di Vannacci allo zaino-presepe: il 2025 politico che non avremmo mai voluto vedere (ma che ci ricorderemo benissimo)
Se è vero che ogni anno ha il suo “peggio”, il 2025 ha deciso di complicarci il lavoro: più che una classifica, un catalogo sterminato. Con una costante di fondo: la sensazione che la politica italiana abbia trascorso dodici mesi in equilibrio instabile tra reality show, cabaret involontario e un senso di smarrimento collettivo che neppure il più ottimista dei commentatori riesce a mascherare.
Si comincia il primo giorno dell’anno, con quello che ormai è diventato un format: il tuffo a mare del generale Roberto Vannacci. Il rito virale, mezzo goliardata mezzo autopromozione permanente, inaugura simbolicamente un 2025 in cui la sobrietà istituzionale resterà, per lo più, un optional.
Pochi giorni dopo arriva la tv di Stato a dare il tono: a Viva Puccini, programma Rai costruito intorno alla figura di Beatrice Venezi, fa irruzione una imitazione di Corrado Augias che oscilla tra l’omaggio malriuscito e la parodia involontariamente crudele. Nel frattempo, sui social, una card che ritrae il presidente Trump, Giorgia Meloni ed Elon Musk in abiti imperiali da antichi romani sintetizza in un’immagine la deriva mitomane del discorso pubblico: potere, social e nostalgia pop buttati nello stesso frullatore.
Social, sindaci e compleanni infiniti
L’ordinario calendario dell’impudicizia procede spedito. A Roma il sindaco Roberto Gualtieri, evidentemente sedotto dal richiamo dei social, imbraccia la chitarra e accompagna prima Boy George e poi gli Stereotipe, in una sorta di parodia folk del Giubileo: più che “città eterna”, sembra la versione municipale di un talent show.
Nel frattempo il linguaggio politico si adegua al clima generale. Il 2025 consacra l’uso sistematico di “rosiconi” come insulto jolly per qualsiasi critica. “Sfigati” resta in catalogo come variante di retroguardia, ma comunque gettonata. Sullo sfondo, il compleanno a puntate di Matteo Renzi che festeggia i 50 anni come se fossero un tour: feste multiple, comparsate e un interminabile giro di eventi che sembrano la versione birthday del suo eterno ritorno al centro del palco.
Tra una torta e un selfie, scopriamo che Riccardo “Riccardone” Bossi, figlio del Senatùr, ha beneficiato del reddito di cittadinanza: il sussidio nato per i più fragili che, nella sua fase terminale, diventa simbolo plastico di un’Italia dove le etichette valgono più delle biografie.
Intanto il premier albanese Edi Rama, tra doni, sorrisi, inchini e complimenti, si sdilinquisce nei confronti di Giorgia Meloni, che chiama “Her Majesty”. Un cortocircuito simbolico che dice molto della nuova grammatica del potere nel Mediterraneo: lusinghe, scenografie, reciproci tornaconti, con la gestione dei migranti sullo sfondo.
Sul versante istituzionale, il presidente del Senato Ignazio La Russa ritiene doveroso spiegare agli italiani – in video – come ci si comporta a un tavolo di burraco; l’ex sindaca Virginia Raggi, già volto “puro” del Movimento 5 Stelle, approda invece al mondo del glamour come “Speaker” dell’agenzia Celebrity. E siamo ancora a gennaio.
Papere lessicali, latrati e buchi neri di memoria
Posto che il concetto stesso di “peggio” è altamente soggettivo – per qualcuno è intrattenimento, per altri sintomo di decadenza – bisogna riconoscere che la materia prima abbonda. E supera, come avrebbe detto Andreotti, “il necessario e il soverchio”.
Nel 2025 entra di diritto nel cronicario delle brutture l’espressione “presidente del Coniglio” pronunciata in aula da Elly Schlein: scivolone lessicale che pare uscito dalla penna di un copy malandrino. L’episodio viene prontamente seguito dal richiamo al “salto quantico” che la segretaria del Pd invoca per il suo partito: metafora ambiziosa, ma di scarsissimo conforto per un elettorato già parecchio frastornato.
Sul fronte opposto non si scherza. L’onorevole Augusta Montaruli, sorella d’Italia, sceglie di sottolineare le proprie argomentazioni in tv con una serie di “Bau! Bau! Bau!” indirizzati all’avversario. La scena, al confine tra cabaret e bullismo da cortile, entra immediatamente nel repertorio virale del 2025.
Ma il Peggio non è sempre ridanciano. Nella stessa cornice temporale, la testimonianza vaga e imbarazzata dell’ex consigliere diplomatico del governo Renzi al processo per l’uccisione di Giulio Regeni ricorda che la zona grigia tra responsabilità politiche, omissioni e memoria selettiva resta uno dei punti più dolorosi della nostra comunità nazionale.
Borse, tarocchi e campagne mid-luxury
Il sistema mediatico, stretto tra produzione e consumo, ritrova presto il suo habitat naturale: la rissa glamour. Scoppia la guerra delle borse tra Francesca Pascale e la ministra del Turismo Daniela Santanchè. Al centro del contendere, due preziose bag che Pascale sostiene di aver ricevuto in dono nel 2014 e che, una volta portate a riparare, sarebbero risultate false. Santanchè querela, il racconto dilaga tra social e talk: è l’iper-kitsch che si spalma sul futuro giudiziario, tra accuse di tarocco e nostalgia del Cav.
Intanto, sullo sfondo delle grandi questioni irrisolte del Paese, nasce un movimento centrista che si chiama Drin Drin; l’influencer napoletana Rita De Crescenzo sfila nei cortei per la pace; il vicedirettore del Dis va in pensione a 51 anni per decreto ad personam della presidente del Consiglio.
Tra un decreto e un meme, Giorgia Meloni invia a Carlo d’Inghilterra un barattolone di Nutella con biglietto annesso: suggerimento di consumo “dopo essersi messo un comodo pigiama”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dal canto suo, decide di omaggiare il vicepresidente Usa J.D. Vance con una confezione di mozzarelle. Vance, per chiudere il cerchio, si presenta in Vaticano in cerca di una sorta di investitura carolingia. Papa Francesco lo congeda regalando ai figli alcuni ovetti Kinder: diplomazia dolce, ma non troppo.
Dal balletto di Valditara al teschio di Sechi
La civiltà dell’immagine, moltiplicata da schermi ovunque, produce visioni che rasentano l’allucinazione. Il ministro Valditara balla in un liceo, in un esperimento di “prossimità” che sembra pensato più per i social che per la scuola. Piero Fassino viene sorpreso mentre si “inguatta” una bottiglietta di Chanel al duty free di Fiumicino.
Maurizio Gasparri invita Fedez al congresso dei giovani di Forza Italia, e il rapper, che evidentemente si abitua in fretta al nuovo contesto, si fa immortalare – un po’ imbronciato – con una maglia gialla Nesquirt accanto a un Tajani perennemente giulivo.
A Trento, un leader universitario sfila con una t-shirt “Barbie Brigate Rosse”, sintesi perfetta dell’epoca in cui qualsiasi icona, anche la più tragica, può essere inghiottita dall’estetica del gadget. Matteo Salvini tenta l’ennesimo rilancio del Ponte sullo Stretto, questa volta come infrastruttura “strategica e militare” per ottenere fondi Nato. L’Alleanza, però, non abbocca.
Alla festa di Libero, Mario Sechi apre declamando un pezzo di Amleto con tanto di teschio in mano. Nel programma Rai assegnato con ostinazione a Pino Insegno, irrompe come ospite l’influencer Ruttovibe, che esegue il Valzer delle candele… a suon di rutti.
A quel punto, discutere di “cultura della colpa” nordica e “cultura della vergogna” mediterranea appare quasi un esercizio accademico. Il grande tema, semmai, è la progressiva anestesia dello sguardo: lo spettacolo permanente delle stoltezze finisce per esercitare una strana attrazione, normalizzando l’iper-kitsch come rumore di fondo.
Tra calcio del cuore, campi in Albania e orgoglio di pasta
Non bastasse, il 2025 riesce a trasformare in farsa anche i buoni sentimenti. Alla Partita del Cuore, un gol in fuorigioco di Elly Schlein diventa metafora pronta all’uso: la rete “irregolare” che riaprirebbe le porte della coalizione a Matteo Renzi.
Intanto i costosissimi centri per migranti in Albania, presentati come fiore all’occhiello dell’accordo con Rama, si svuotano fino a diventare – nei fatti – una sorta di canile di lusso.
Nel frattempo spuntano l’orrido monumento pesarese al casco di Valentino Rossi, i buoni benzina e i pacchi di pasta che tornano protagonisti delle campagne elettorali, come se nulla fosse cambiato dagli anni Ottanta.
La sottosegretaria Matilde Siracusano definisce “orgasmica” la seduta del Parlamento in cui viene approvata la riforma della Giustizia: l’ennesima prova che l’ammiccamento permanente ha ormai colonizzato tutti i registri del discorso pubblico.
A tenere insieme il tutto, una colata di retorica nazional-sovranista: lo spot delle Ferrovie sugli italiani “popolo d’acciaio” e l’inno Vai, Italia! di Mogol, cantato da Al Bano col panama in testa per promuovere la cucina italiana all’Unesco. Intanto, nel mondo reale, al Festival dell’Unità di Lodi scoppiano risse tra extracomunitari; nel duello Meloni-Schlein si passa da Mascetti di Amici miei a Wanna Marchi nel rimpallo delle citazioni; a Firenze infuria, in notturna, la LeopolDance.
Presepi nello zaino e salti sul palco
Il cinema trova la sua coppia simbolo in Giulio Base e Tiziana Rocca, a capo di una casa di produzione che si chiama Agnus Dei, in perfetto equilibrio tra sacro, pop e branding.
L’estate ci aveva già regalato l’immagine del generale Vannacci immerso in acqua con la testa di un pescione in mano; l’autunno porta in dote il pasticcio dei santi: il ripristino della festività di San Francesco a scapito di Santa Caterina da Siena scatena un gigantesco gioco dell’oca tra calendari, patronati e identità simboliche.
Nel giro di pochi giorni arriva anche lo scambio di persona: il Nobel Giorgio Parisi inserito per errore in una commissione del ministero della Salute al posto di un omonimo; a Roma, nella Galleria Alberto Sordi, va in scena Orgoglio Pasta, iniziativa gastro-governativa che sembra un incrocio tra televendita e sagra di provincia, con il ministro Lollobrigida in prima fila.
Sempre a proposito di orgoglio, entra nella storia degli slogan “Vota Tiero e vanne fiero” del consigliere regionale di Fratelli d’Italia Emilio Tiero, finito ai domiciliari. Alla buvette di Montecitorio arriva il gelato in coppetta: il questore Trancassini lo presenta come “un atto di giustizia”, perché al bar dei dipendenti il cono freddo era già disponibile. Giustizia sociale, ma in freezer.
Il presidente della Lazio Claudio Lotito fa benedire da un sacerdote il campo di allenamento per porre fine alla scia di infortuni; in Campania, alle elezioni, l’ex ministro Gennaro Sangiuliano posa con cappellino rosso “Make Naples Great Again”; nel video finale di campagna, i big del centrodestra si lanciano in una saltellante danza di guerra, il classico “chi non salta…” esibito come rito identitario. Lo sguardo è catturato soprattutto dal balzo ripetuto di Tajani, versione politica di un Orso Yoghi allegro.
Poi, immancabili, le lacrime di coccodrillo sull’astensione: un italiano su due non vota più, ma il sistema continua a pensare che bastino Nutella, mozzarelle e selfie a colmare il divario.
A chiudere il cerchio, lui, ancora lui: Roberto Vannacci, che dopo tuffi, pescioni e dirette infinite inaugura lo zaino-presepe. Oggetto perfetto per riassumere un anno in cui sacro e gadget, istituzioni e marketing personale, tragedia e farsa si sono fusi in un’unica, interminabile story.
Se davvero al Peggio non c’è mai fine, qualche ragione strutturale, più che caratteriale, dovremo pure trovarla. Nel frattempo, non resta che archiviare il 2025 per quello che è stato: un grande, stordente reality nazionale travestito da politica. E augurarsi – con un filo di scaramanzia – che il nuovo anno riesca almeno a sorprenderci… in meglio.
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