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Dal tuffo di Vannacci allo zaino-presepe: il 2025 politico che non avremmo mai voluto vedere (ma che ci ricorderemo benissimo)

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    Se è vero che ogni anno ha il suo “peggio”, il 2025 ha deciso di complicarci il lavoro: più che una classifica, un catalogo sterminato. Con una costante di fondo: la sensazione che la politica italiana abbia trascorso dodici mesi in equilibrio instabile tra reality show, cabaret involontario e un senso di smarrimento collettivo che neppure il più ottimista dei commentatori riesce a mascherare.

    Si comincia il primo giorno dell’anno, con quello che ormai è diventato un format: il tuffo a mare del generale Roberto Vannacci. Il rito virale, mezzo goliardata mezzo autopromozione permanente, inaugura simbolicamente un 2025 in cui la sobrietà istituzionale resterà, per lo più, un optional.

    Pochi giorni dopo arriva la tv di Stato a dare il tono: a Viva Puccini, programma Rai costruito intorno alla figura di Beatrice Venezi, fa irruzione una imitazione di Corrado Augias che oscilla tra l’omaggio malriuscito e la parodia involontariamente crudele. Nel frattempo, sui social, una card che ritrae il presidente Trump, Giorgia Meloni ed Elon Musk in abiti imperiali da antichi romani sintetizza in un’immagine la deriva mitomane del discorso pubblico: potere, social e nostalgia pop buttati nello stesso frullatore.

    Social, sindaci e compleanni infiniti

    L’ordinario calendario dell’impudicizia procede spedito. A Roma il sindaco Roberto Gualtieri, evidentemente sedotto dal richiamo dei social, imbraccia la chitarra e accompagna prima Boy George e poi gli Stereotipe, in una sorta di parodia folk del Giubileo: più che “città eterna”, sembra la versione municipale di un talent show.

    Nel frattempo il linguaggio politico si adegua al clima generale. Il 2025 consacra l’uso sistematico di “rosiconi” come insulto jolly per qualsiasi critica. “Sfigati” resta in catalogo come variante di retroguardia, ma comunque gettonata. Sullo sfondo, il compleanno a puntate di Matteo Renzi che festeggia i 50 anni come se fossero un tour: feste multiple, comparsate e un interminabile giro di eventi che sembrano la versione birthday del suo eterno ritorno al centro del palco.

    Tra una torta e un selfie, scopriamo che Riccardo “Riccardone” Bossi, figlio del Senatùr, ha beneficiato del reddito di cittadinanza: il sussidio nato per i più fragili che, nella sua fase terminale, diventa simbolo plastico di un’Italia dove le etichette valgono più delle biografie.

    Intanto il premier albanese Edi Rama, tra doni, sorrisi, inchini e complimenti, si sdilinquisce nei confronti di Giorgia Meloni, che chiama “Her Majesty”. Un cortocircuito simbolico che dice molto della nuova grammatica del potere nel Mediterraneo: lusinghe, scenografie, reciproci tornaconti, con la gestione dei migranti sullo sfondo.

    Sul versante istituzionale, il presidente del Senato Ignazio La Russa ritiene doveroso spiegare agli italiani – in video – come ci si comporta a un tavolo di burraco; l’ex sindaca Virginia Raggi, già volto “puro” del Movimento 5 Stelle, approda invece al mondo del glamour come “Speaker” dell’agenzia Celebrity. E siamo ancora a gennaio.

    Papere lessicali, latrati e buchi neri di memoria

    Posto che il concetto stesso di “peggio” è altamente soggettivo – per qualcuno è intrattenimento, per altri sintomo di decadenza – bisogna riconoscere che la materia prima abbonda. E supera, come avrebbe detto Andreotti, “il necessario e il soverchio”.

    Nel 2025 entra di diritto nel cronicario delle brutture l’espressione “presidente del Coniglio” pronunciata in aula da Elly Schlein: scivolone lessicale che pare uscito dalla penna di un copy malandrino. L’episodio viene prontamente seguito dal richiamo al “salto quantico” che la segretaria del Pd invoca per il suo partito: metafora ambiziosa, ma di scarsissimo conforto per un elettorato già parecchio frastornato.

    Sul fronte opposto non si scherza. L’onorevole Augusta Montaruli, sorella d’Italia, sceglie di sottolineare le proprie argomentazioni in tv con una serie di “Bau! Bau! Bau!” indirizzati all’avversario. La scena, al confine tra cabaret e bullismo da cortile, entra immediatamente nel repertorio virale del 2025.

    Ma il Peggio non è sempre ridanciano. Nella stessa cornice temporale, la testimonianza vaga e imbarazzata dell’ex consigliere diplomatico del governo Renzi al processo per l’uccisione di Giulio Regeni ricorda che la zona grigia tra responsabilità politiche, omissioni e memoria selettiva resta uno dei punti più dolorosi della nostra comunità nazionale.

    Borse, tarocchi e campagne mid-luxury

    Il sistema mediatico, stretto tra produzione e consumo, ritrova presto il suo habitat naturale: la rissa glamour. Scoppia la guerra delle borse tra Francesca Pascale e la ministra del Turismo Daniela Santanchè. Al centro del contendere, due preziose bag che Pascale sostiene di aver ricevuto in dono nel 2014 e che, una volta portate a riparare, sarebbero risultate false. Santanchè querela, il racconto dilaga tra social e talk: è l’iper-kitsch che si spalma sul futuro giudiziario, tra accuse di tarocco e nostalgia del Cav.

    Intanto, sullo sfondo delle grandi questioni irrisolte del Paese, nasce un movimento centrista che si chiama Drin Drin; l’influencer napoletana Rita De Crescenzo sfila nei cortei per la pace; il vicedirettore del Dis va in pensione a 51 anni per decreto ad personam della presidente del Consiglio.

    Tra un decreto e un meme, Giorgia Meloni invia a Carlo d’Inghilterra un barattolone di Nutella con biglietto annesso: suggerimento di consumo “dopo essersi messo un comodo pigiama”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dal canto suo, decide di omaggiare il vicepresidente Usa J.D. Vance con una confezione di mozzarelle. Vance, per chiudere il cerchio, si presenta in Vaticano in cerca di una sorta di investitura carolingia. Papa Francesco lo congeda regalando ai figli alcuni ovetti Kinder: diplomazia dolce, ma non troppo.

    Dal balletto di Valditara al teschio di Sechi

    La civiltà dell’immagine, moltiplicata da schermi ovunque, produce visioni che rasentano l’allucinazione. Il ministro Valditara balla in un liceo, in un esperimento di “prossimità” che sembra pensato più per i social che per la scuola. Piero Fassino viene sorpreso mentre si “inguatta” una bottiglietta di Chanel al duty free di Fiumicino.

    Maurizio Gasparri invita Fedez al congresso dei giovani di Forza Italia, e il rapper, che evidentemente si abitua in fretta al nuovo contesto, si fa immortalare – un po’ imbronciato – con una maglia gialla Nesquirt accanto a un Tajani perennemente giulivo.

    A Trento, un leader universitario sfila con una t-shirt “Barbie Brigate Rosse”, sintesi perfetta dell’epoca in cui qualsiasi icona, anche la più tragica, può essere inghiottita dall’estetica del gadget. Matteo Salvini tenta l’ennesimo rilancio del Ponte sullo Stretto, questa volta come infrastruttura “strategica e militare” per ottenere fondi Nato. L’Alleanza, però, non abbocca.

    Alla festa di Libero, Mario Sechi apre declamando un pezzo di Amleto con tanto di teschio in mano. Nel programma Rai assegnato con ostinazione a Pino Insegno, irrompe come ospite l’influencer Ruttovibe, che esegue il Valzer delle candele… a suon di rutti.

    A quel punto, discutere di “cultura della colpa” nordica e “cultura della vergogna” mediterranea appare quasi un esercizio accademico. Il grande tema, semmai, è la progressiva anestesia dello sguardo: lo spettacolo permanente delle stoltezze finisce per esercitare una strana attrazione, normalizzando l’iper-kitsch come rumore di fondo.

    Tra calcio del cuore, campi in Albania e orgoglio di pasta

    Non bastasse, il 2025 riesce a trasformare in farsa anche i buoni sentimenti. Alla Partita del Cuore, un gol in fuorigioco di Elly Schlein diventa metafora pronta all’uso: la rete “irregolare” che riaprirebbe le porte della coalizione a Matteo Renzi.

    Intanto i costosissimi centri per migranti in Albania, presentati come fiore all’occhiello dell’accordo con Rama, si svuotano fino a diventare – nei fatti – una sorta di canile di lusso.

    Nel frattempo spuntano l’orrido monumento pesarese al casco di Valentino Rossi, i buoni benzina e i pacchi di pasta che tornano protagonisti delle campagne elettorali, come se nulla fosse cambiato dagli anni Ottanta.

    La sottosegretaria Matilde Siracusano definisce “orgasmica” la seduta del Parlamento in cui viene approvata la riforma della Giustizia: l’ennesima prova che l’ammiccamento permanente ha ormai colonizzato tutti i registri del discorso pubblico.

    A tenere insieme il tutto, una colata di retorica nazional-sovranista: lo spot delle Ferrovie sugli italiani “popolo d’acciaio” e l’inno Vai, Italia! di Mogol, cantato da Al Bano col panama in testa per promuovere la cucina italiana all’Unesco. Intanto, nel mondo reale, al Festival dell’Unità di Lodi scoppiano risse tra extracomunitari; nel duello Meloni-Schlein si passa da Mascetti di Amici miei a Wanna Marchi nel rimpallo delle citazioni; a Firenze infuria, in notturna, la LeopolDance.

    Presepi nello zaino e salti sul palco

    Il cinema trova la sua coppia simbolo in Giulio Base e Tiziana Rocca, a capo di una casa di produzione che si chiama Agnus Dei, in perfetto equilibrio tra sacro, pop e branding.

    L’estate ci aveva già regalato l’immagine del generale Vannacci immerso in acqua con la testa di un pescione in mano; l’autunno porta in dote il pasticcio dei santi: il ripristino della festività di San Francesco a scapito di Santa Caterina da Siena scatena un gigantesco gioco dell’oca tra calendari, patronati e identità simboliche.

    Nel giro di pochi giorni arriva anche lo scambio di persona: il Nobel Giorgio Parisi inserito per errore in una commissione del ministero della Salute al posto di un omonimo; a Roma, nella Galleria Alberto Sordi, va in scena Orgoglio Pasta, iniziativa gastro-governativa che sembra un incrocio tra televendita e sagra di provincia, con il ministro Lollobrigida in prima fila.

    Sempre a proposito di orgoglio, entra nella storia degli slogan “Vota Tiero e vanne fiero” del consigliere regionale di Fratelli d’Italia Emilio Tiero, finito ai domiciliari. Alla buvette di Montecitorio arriva il gelato in coppetta: il questore Trancassini lo presenta come “un atto di giustizia”, perché al bar dei dipendenti il cono freddo era già disponibile. Giustizia sociale, ma in freezer.

    Il presidente della Lazio Claudio Lotito fa benedire da un sacerdote il campo di allenamento per porre fine alla scia di infortuni; in Campania, alle elezioni, l’ex ministro Gennaro Sangiuliano posa con cappellino rosso “Make Naples Great Again”; nel video finale di campagna, i big del centrodestra si lanciano in una saltellante danza di guerra, il classico “chi non salta…” esibito come rito identitario. Lo sguardo è catturato soprattutto dal balzo ripetuto di Tajani, versione politica di un Orso Yoghi allegro.

    Poi, immancabili, le lacrime di coccodrillo sull’astensione: un italiano su due non vota più, ma il sistema continua a pensare che bastino Nutella, mozzarelle e selfie a colmare il divario.

    A chiudere il cerchio, lui, ancora lui: Roberto Vannacci, che dopo tuffi, pescioni e dirette infinite inaugura lo zaino-presepe. Oggetto perfetto per riassumere un anno in cui sacro e gadget, istituzioni e marketing personale, tragedia e farsa si sono fusi in un’unica, interminabile story.

    Se davvero al Peggio non c’è mai fine, qualche ragione strutturale, più che caratteriale, dovremo pure trovarla. Nel frattempo, non resta che archiviare il 2025 per quello che è stato: un grande, stordente reality nazionale travestito da politica. E augurarsi – con un filo di scaramanzia – che il nuovo anno riesca almeno a sorprenderci… in meglio.

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      Politica

      Silvio Berlusconi, spunta il progetto segreto più incredibile: voleva un musical sulla sua vita. E aveva già scelto il titolo: «Il principe azzurro»

      La rivelazione di Roberto Gasparotti alla vigilia dei 90 anni dalla nascita del Cavaliere: il progetto andò avanti per mesi nel massimo riserbo. Corpo di ballo, attori, musiche, dialoghi cantati e un maxi schermo con le immagini vere della sua vita. «Berlusconi aveva già la scenografia pronta».

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      Silvio Berlusconi

        Se c’è stato un politico italiano che ha sempre avuto una consapevolezza quasi cinematografica della propria immagine, quello è stato Silvio Berlusconi. Ma persino conoscendo il suo rapporto con la televisione, lo spettacolo, la musica e la costruzione della propria immagine pubblica, quello che emerge oggi sembra la trama di un film. O meglio, di un musical. Perché il Cavaliere voleva davvero portare sul palcoscenico la storia della propria vita, dall’imprenditoria alla politica fino ai trionfi del Milan, trasformandola in un gigantesco spettacolo in stile Broadway.

        E aveva già scelto persino il titolo provvisorio: “Il principe azzurro”.

        Non si trattava soltanto di una fantasia raccontata durante una cena o di una delle tante idee lanciate e dimenticate. Il progetto sarebbe andato avanti per mesi e nel massimo segreto, con un giovane attore-autore, un musicista e l’organizzazione di un vero corpo di ballo. Berlusconi aveva inoltre già immaginato la scenografia: mentre sul palco si cantava e si ballava, alle spalle degli interpreti un gigantesco schermo avrebbe mostrato le immagini autentiche della sua vita.

        A raccontare oggi il progetto è Roberto Gasparotti, storico “uomo immagine” del Cavaliere dal 1994 e regista che per oltre vent’anni ne ha curato le principali apparizioni pubbliche. E proprio Gasparotti conserva ancora qualcosa di quel musical mai nato: i fogli con gli appunti e le indicazioni di Berlusconi.

        «Voglio un musical sulla mia vita»: l’ordine era mantenere tutto segreto

        L’idea risalirebbe al periodo tra il 2014 e il 2015. Berlusconi aveva già pensato di raccontarsi attraverso il cinema e aveva registrato un film autobiografico rimasto inedito, con circa sei ore di girato e un incipit che non lasciava molti dubbi sull’impostazione: «Sono Silvio Berlusconi e questa è la mia vita».

        Ma evidentemente il cinema non gli bastava. Nella sua testa prese forma qualcosa di ancora più grande e spettacolare: un musical costruito sulla propria biografia, sul modello dei grandi show americani, nel quale far convivere recitazione, musica, canto, danza e immagini autentiche.

        «Il presidente Berlusconi mi confidò l’intenzione di voler fare un musical sulla sua vita», ha raccontato Gasparotti, spiegando di avere recentemente ritrovato i fogli sui quali aveva annotato le indicazioni ricevute.

        La prima richiesta del Cavaliere fu categorica: nessuno doveva sapere niente. «Mi chiese di lavorare nella massima riservatezza, perché non voleva che tutto “si bruciasse” con una fuga di notizie».

        Ed è probabilmente questo il particolare che rende il retroscena ancora più sorprendente. Per mesi attorno a Berlusconi si lavorò davvero a un progetto che, se fosse arrivato sul palcoscenico, avrebbe inevitabilmente fatto discutere mezza Italia. Eppure non trapelò praticamente nulla.

        Il titolo era già deciso: “Il principe azzurro”

        Anche sul titolo Berlusconi aveva le idee piuttosto chiare. Gasparotti racconta che insieme al “dottore”, come lo chiama nel ricostruire quei mesi, venne individuato un nome provvisorio difficilmente immaginabile per chiunque altro: “Il principe azzurro”.

        In fondo, però, il titolo conteneva molti degli elementi con i quali Berlusconi aveva costruito negli anni la propria rappresentazione pubblica: ottimismo, successo, seduzione, capacità di trasformare la politica in racconto e una propensione allo spettacolo che aveva accompagnato tutta la sua vita, molto prima della discesa in campo.

        Il progetto cominciò quindi a diventare concreto. «Contattai un giovane attore-autore e un musicista. Con il “dottore” scegliemmo come titolo pilota dello show “Il principe azzurro”. Mi organizzai per formare un corpo da ballo», racconta Gasparotti.

        Non era dunque soltanto Berlusconi che immaginava se stesso protagonista di un musical. Qualcuno aveva già cominciato a costruirlo.

        Ballerini, canzoni e un maxi schermo con la vera vita del Cavaliere

        Il particolare più berlusconiano dell’intera storia riguarda probabilmente la scenografia. Anche quella, secondo Gasparotti, era già stata immaginata dal Cavaliere.

        «Berlusconi aveva già la scenografia pronta: mentre si cantava e ballava, su un maxi schermo scorrevano immagini reali della sua vita».

        L’idea era quindi quella di fondere spettacolo e autobiografia. Sul palco attori e ballerini avrebbero raccontato e cantato la storia di Berlusconi, mentre sullo sfondo sarebbe comparso il Berlusconi reale attraverso filmati e fotografie della sua esistenza.

        La materia, del resto, non mancava. L’imprenditore partito dall’edilizia, Milano 2, la nascita della televisione commerciale, Fininvest, l’acquisto del Milan e le vittorie internazionali, la discesa in campo del 1994, Palazzo Chigi, le campagne elettorali, i grandi vertici internazionali e tutto ciò che aveva trasformato la sua vita privata e pubblica in uno dei racconti italiani più discussi degli ultimi decenni.

        Tutto avrebbe dovuto diventare spettacolo. Con tanto di musica e coreografie.

        Gasparotti: «Lavorammo in gran segreto per mesi»

        Gasparotti non era un collaboratore qualsiasi. Era l’uomo che aveva contribuito a costruire alcuni dei momenti televisivi più riconoscibili della storia politica di Berlusconi, a cominciare proprio dal video della discesa in campo del 1994 e dal celebre «L’Italia è il Paese che amo».

        Se Berlusconi voleva trasformare la propria vita in uno spettacolo, dunque, affidare a lui la costruzione visiva del progetto aveva una logica precisa.

        E i lavori andarono avanti molto più di quanto si potrebbe immaginare oggi ascoltando per la prima volta questa storia: «Lavorammo in gran segreto per mesi», rivela Gasparotti.

        Poi accadde qualcosa e il progetto si fermò. «Non se ne fece più nulla», conclude il regista senza trasformare il retroscena in qualcosa che non è. Il musical non arrivò mai sul palco e Il principe azzurro rimase uno dei progetti incompiuti del Cavaliere.

        Anche un film autobiografico di sei ore mai uscito

        Il musical, peraltro, non era l’unico tentativo di Berlusconi di consegnare direttamente il racconto della propria vita alle immagini. Esisteva anche il progetto di un film autobiografico, anch’esso mai distribuito, del quale sarebbero state registrate circa sei ore.

        L’apertura diceva praticamente tutto sull’idea: «Sono Silvio Berlusconi e questa è la mia vita».

        Due progetti differenti, dunque, ma uniti dalla stessa intenzione: non lasciare soltanto agli altri il compito di raccontare Silvio Berlusconi. Nel film sarebbe stato lui a ripercorrere la propria storia; nel musical quella stessa biografia avrebbe assunto la forma di un grande spettacolo, con interpreti, musica, ballerini e le immagini autentiche proiettate sullo sfondo.

        Non sappiamo come sarebbe stato il risultato finale e neppure quanto il progetto fosse arrivato vicino alla realizzazione prima di essere abbandonato. Sappiamo però, attraverso il racconto di Gasparotti, che il lavoro era partito, erano state coinvolte altre persone e per mesi tutto era rimasto segreto.

        “Il principe azzurro”, il grande show di Berlusconi che nessuno ha mai visto

        La storia emerge alla vigilia di quello che sarebbe stato il novantesimo compleanno di Silvio Berlusconi e aggiunge un capitolo curioso alla biografia dell’ex presidente del Consiglio, morto nel giugno 2023.

        Forse non sorprende nemmeno così tanto che l’uomo che aveva cominciato giovanissimo cantando sulle navi da crociera, che amava comporre canzoni, che aveva rivoluzionato la televisione commerciale italiana e trasformato le campagne elettorali in gigantesche macchine di comunicazione avesse immaginato, a un certo punto, di mettere tutta la propria esistenza dentro un musical.

        Sorprende semmai quanto il progetto fosse andato avanti senza che praticamente nessuno ne sapesse nulla.

        C’era il titolo, “Il principe azzurro”. C’erano gli appunti. C’era un attore-autore. C’era un musicista. Si stava organizzando un corpo di ballo. E soprattutto c’era già l’immagine che Berlusconi aveva in testa: il palcoscenico pieno di musica e ballerini e, alle loro spalle, un maxi schermo sul quale sarebbe passata la sua vera vita.

        Poi il sipario non si alzò mai.

        E forse è proprio questo il dettaglio più curioso dell’intera storia: Silvio Berlusconi aveva trascorso una vita intera trasformando politica, impresa, calcio e televisione in spettacolo. Alla fine aveva pensato di trasformare in spettacolo anche Silvio Berlusconi.

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          Politica

          Vannacci, bufera. Matilde Siracusano: «Mi ha spogliata, lo denuncio». E attacca: «Che cosa vile, siamo arrivati troppo in basso»

          La sottosegretaria di Forza Italia reagisce all’immagine manipolata e rilanciata sui social dal leader di Futuro Nazionale: sotto la giacca scompare il top e compare una profonda scollatura. «Non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale». Poi annuncia gli avvocati e stronca l’ipotesi di un’alleanza futura: «Sarebbe un problema serio».

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            «Mi ha spogliata, lo denuncio». Matilde Siracusano non ha nessuna intenzione di lasciar correre dopo la fotografia manipolata e rilanciata sui social da Roberto Vannacci alla vigilia delle elezioni suppletive di Reggio Calabria. Nell’immagine la sottosegretaria di Forza Italia appare seduta a tavola insieme al candidato del centrodestra Fabio Roscioli e a Claudio Lotito, ma qualcuno ha alterato il suo abbigliamento rispetto alla fotografia originale: sotto la giacca il top scompare e lascia il posto a una scollatura molto più profonda.

            La sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, compagna del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, reagisce duramente. Siracusano parla di un gesto «vile», annuncia di avere già coinvolto i propri avvocati e trasforma l’episodio in un caso che va molto oltre una fotografia farlocca pubblicata sui social. L’immagine compare infatti nel pieno di una campagna elettorale e la manipolazione interviene direttamente sul suo corpo e sul modo nel quale appare vestita.

            «Davvero non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale», attacca Siracusano. E sulla decisione di rivolgersi alla magistratura non mostra esitazioni: «Certo. Ne ho già parlato con i miei avvocati».

            Vannacci rilancia la foto modificata: sotto la giacca di Siracusano scompare il top

            Il caso nasce da un post di Vannacci in vista delle elezioni suppletive per la Camera a Reggio Calabria del 27 e 28 settembre. L’ex generale invita i cittadini ad andare a votare e accompagna il messaggio con una fotografia nella quale compaiono Matilde Siracusano, Fabio Roscioli e Claudio Lotito.

            Il problema emerge confrontando quello scatto con l’immagine originale. Qualcuno ha modificato artificialmente l’abbigliamento di Siracusano: nella nuova versione la sottosegretaria mostra una scollatura molto più profonda e non indossa più il top che compare invece nella fotografia autentica. La manipolazione scatena immediatamente una bufera politica e Siracusano spiega che chi ha realizzato il contenuto ha preso lo scatto originale dal suo profilo personale Instagram.

            La sottosegretaria non conosce personalmente Vannacci e racconta di averlo soltanto incrociato indirettamente attraverso le sue apparizioni pubbliche: «No. Per nulla. È capitato forse di incrociarne le gesta o le provocazioni in qualche talk politico. Ma non l’ho mai conosciuto».

            Proprio per questo, racconta, la modifica della fotografia l’ha lasciata inizialmente incredula, prima di provocare una reazione durissima.

            Siracusano furiosa: «Che cosa vile, non pensavo si potesse arrivare così in basso»

            La prima reazione della sottosegretaria non lascia spazio a interpretazioni: «Che cosa vile».

            Siracusano chiarisce anche il significato che attribuisce alla parola: «Ma nel senso più pieno e anche etimologico: cosa povera, che non vale nulla. È assurdo doversi occupare, e nel 2026, di questi mezzucci usati contro gli avversari… Davvero non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale».

            A irritarla particolarmente è il fatto che la manipolazione non riguardi una posizione politica, una dichiarazione o una scelta compiuta nell’esercizio del proprio incarico, ma direttamente il suo corpo. Siracusano lo dice esplicitamente: «Spogliare con un software la compagna del presidente della Regione e trasformarla in uno strumento di propaganda è una cosa che trovo peraltro ridicola, oltre che profondamente grave».

            La sottosegretaria aveva già definito l’episodio un «vero e proprio schifo che va arginato», spiegando di conoscere bene gli attacchi sessisti ma di considerare quanto accaduto qualcosa di diverso proprio per il modo in cui qualcuno ha manipolato una sua fotografia reale e l’ha inserita nella propaganda politica.

            «Sono senza parole. Anzi, qualcuna in siciliano ce l’avrei»

            C’è poi un passaggio nel quale Siracusano lascia capire molto chiaramente quale sarebbe stata la sua reazione se non ricoprisse un incarico istituzionale.

            «Vorrei dire che sono senza parole. In realtà qualche parola ce l’avrei. In siciliano, della mia terra. Molto chiara e netta», racconta. Poi aggiunge: «Ma poiché io rappresento l’istituzione, e ho il dovere di contenere sia l’irritazione sia la pena, per ora diciamo che si muoveranno i miei avvocati. Comunque è un attacco scadente che qualifica pienamente chi lo ha fatto».

            Siracusano ha dunque già coinvolto i legali e annuncia di voler procedere contro Vannacci, sostenendo che la pubblicazione dell’immagine abbia superato il confine della normale polemica politica.

            Alla domanda se intenda denunciarlo risponde senza esitazione: «Certo. Ne ho già parlato con i miei avvocati. Quello che ha fatto è reato. Non si può consentirlo a nessuno, figuriamoci a qualcuno che chiede, anzi minaccia, di andare in Parlamento».

            Questa resta naturalmente la valutazione espressa dalla sottosegretaria. Qualora Siracusano formalizzi la denuncia, spetterà alla magistratura stabilire l’eventuale rilevanza penale della condotta.

            Non è la prima polemica di Vannacci per immagini manipolate

            Il caso Siracusano arriva inoltre a poco più di due mesi da un’altra durissima polemica provocata da contenuti artificiali comparsi sui social di Vannacci. A luglio un video raffigurava l’ex generale nelle vesti di un imperatore romano mentre alcuni avversari politici, tra i quali Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, comparivano legati nell’arena all’interno di una rappresentazione violenta. Il filmato provocò numerose reazioni politiche e anche Giorgia Meloni prese pubblicamente le distanze da quelle immagini.

            Questa volta cambia il meccanismo: non compare una scena completamente immaginaria, ma una fotografia reale nella quale qualcuno ha alterato l’abbigliamento di una sottosegretaria.

            Proprio questo elemento occupa il centro della reazione di Siracusano, che contesta l’uso della propria immagine e del proprio corpo come strumenti per un messaggio politico.

            Tajani e Forza Italia contro Vannacci

            La vicenda provoca una reazione immediata anche dentro Forza Italia. Antonio Tajani esprime solidarietà a Siracusano e definisce l’attacco «volgare e inaccettabile», collegandolo, nella propria valutazione politica, alla mancanza di contenuti di chi lo ha ideato.

            Anche altri esponenti politici intervengono sulla vicenda. Le critiche non riguardano soltanto l’effetto della fotografia, ma il principio che porta con sé: modificare artificialmente il corpo e l’abbigliamento di una persona reale per trasformarne l’immagine in materiale di propaganda.

            Siracusano, dal canto suo, sottolinea di non essere neppure candidata alle suppletive di Reggio Calabria e considera quindi ancora più grave il fatto che qualcuno l’abbia trasformata nel bersaglio visivo della campagna.

            Siracusano chiude anche all’alleanza: «Con Vannacci sarebbe un problema serio»

            Ma la vicenda potrebbe lasciare conseguenze che vanno ben oltre la denuncia annunciata. A Siracusano viene posta anche una domanda tutta politica: che cosa accadrebbe se, in futuro, il centrodestra al quale appartiene Forza Italia decidesse di stringere un’alleanza con Vannacci?

            La risposta è altrettanto netta: «Beh. Sarebbe un problema serio».

            La sottosegretaria precisa immediatamente che il giudizio non nasce soltanto dalla fotografia che la riguarda: «E naturalmente non solo per quest’ultimo, comunque emblematico episodio. Io avevo già espresso, anche prima di questa caduta, tutte le mie perplessità sull’ipotesi di un’alleanza con Vannacci…».

            La fotografia manipolata rischia così di diventare qualcosa di più di un incidente social nel pieno della campagna per le suppletive. Siracusano annuncia un’azione legale e contemporaneamente mette sul tavolo una questione politica destinata a pesare anche in futuro, quella dei rapporti tra il centrodestra e il movimento di Vannacci.

            Il punto di rottura, almeno nelle parole della sottosegretaria, nasce proprio da ciò che compare in quella fotografia: qualcuno ha preso l’immagine reale di una donna, ne ha modificato artificialmente il corpo e l’abbigliamento e l’ha trasformata in uno strumento di comunicazione politica. Siracusano non intende liquidare tutto come una provocazione di cattivo gusto e ha già annunciato di essersi rivolta ai propri legali.

            La battaglia nata sui social potrebbe quindi spostarsi in un’aula giudiziaria, mentre sul piano politico resta aperta una frattura che Siracusano descrive senza ambiguità quando parla della possibilità di ritrovarsi un giorno alleata con Vannacci: «Sarebbe un problema serio».

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              Politica

              Vannacci, altro che Generale: a casa comanda Camelia. Lady Russia, la vodka per Putin e quegli anni «fantastici» a Mosca

              Presidente dell’associazione dei coniugi degli ufficiali stranieri durante gli anni trascorsi in Russia, Camelia avrebbe definito quel periodo «uno dei più fantastici della sua vita». Poi il video con la vodka e il brindisi «a Vladimir». Lei nega di influenzare politicamente il marito, ma una domanda resta inevitabile: quanto pesa Lady Vannacci sulla passionaccia russa del Generale?

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                Roberto Vannacci sarà pure il Generale, ma a casa sua i gradi sembrano distribuirli altrove. Per capire chi occupi davvero il vertice della catena di comando familiare basta ascoltare Camelia Mihailescu, sua moglie, che sull’argomento non ha mai mostrato particolari complessi: la loro, ha spiegato, è una famiglia dalla «cultura matriarcale».

                E considerando che in casa ci sono anche due figlie, al povero Generale non resta che accettare la schiacciante inferiorità numerica.

                La faccenda diventerebbe soltanto un gustoso quadretto familiare se Lady Vannacci non avesse alle spalle una storia personale parecchio più interessante di quella della semplice consorte del politico. Camelia è romena, figlia di un ufficiale, possiede due lauree, parla quattro lingue e ha frequentato per anni ambienti militari e diplomatici. Soprattutto ha vissuto a Mosca insieme al marito, quando Vannacci prestava servizio in Russia, e di quel periodo conserva evidentemente ricordi tutt’altro che traumatici.

                Tanto che, stando a quanto riportato dal Financial Times, avrebbe definito gli anni moscoviti «uno dei periodi più fantastici della sua vita».

                E allora la domanda maliziosa nasce quasi da sola: dietro la passionaccia russa di Roberto Vannacci c’è anche lo zampino del vero Generale di casa?

                Camelia Mihailescu, la vera comandante di casa Vannacci

                La biografia di Camelia è decisamente meno ordinaria di quanto potrebbe suggerire l’etichetta di «moglie di». Nata in Romania e cresciuta in una famiglia legata alle forze armate, prima di trasferirsi in Italia ha lavorato anche nell’ambiente dell’Università Nazionale di Difesa di Bucarest. Le cronache riferiscono inoltre di un’attività in un ufficio legato alla gestione di documenti classificati.

                Quando Vannacci si trovava di stanza a Mosca, poi, Camelia non trascorreva certamente le giornate aspettando che il marito tornasse a casa.

                Era diventata presidente dell’Afasa, Air Force Officers Spouse Association, l’associazione dei coniugi degli ufficiali militari stranieri presenti nella capitale russa, e organizzava iniziative ed eventi culturali. Una posizione che le permetteva inevitabilmente di frequentare quel piccolo mondo nel quale diplomazia, famiglie degli ufficiali e ambienti militari internazionali finivano continuamente per incrociarsi.

                Insomma, mentre il marito faceva il militare, Lady Vannacci costruiva relazioni e conosceva persone. Altro che moglie del Generale relegata tre passi indietro nelle fotografie ufficiali.

                Gli anni «fantastici» a Mosca e il mistero della passione russa

                È proprio il capitolo russo ad aver riacceso adesso la curiosità attorno alla coppia. Vannacci ha assunto negli anni posizioni molto critiche verso le politiche occidentali sulla guerra in Ucraina e favorevoli alla riapertura dei rapporti con Mosca, pur respingendo l’etichetta di filo-putiniano che gli viene attribuita dai suoi avversari.

                Camelia, dal canto suo, nega di aver trasformato il marito in qualcosa che non fosse già. E non esistono elementi che permettano di attribuirle la paternità politica delle sue posizioni.

                Questo, però, non rende meno curioso il rapporto della signora Mihailescu con la Russia, soprattutto dopo la ricostruzione del suo passato moscovita e quella definizione degli anni trascorsi lì come uno dei periodi più belli della propria vita.

                La domanda, quindi, resta inevitabilmente sospesa: quanto della familiarità di Vannacci con il mondo russo appartiene esclusivamente alla sua esperienza professionale e quanto è diventato negli anni anche patrimonio familiare?

                Lady Vannacci stappa la vodka: «Agli amici russi e a Vladimir»

                A rendere tutto infinitamente più divertente ci ha pensato recentemente proprio Camelia.

                Davanti alle polemiche sui rapporti con Mosca e alla definizione del marito come possibile «cavallo di Troia» russo nella politica italiana, Lady Vannacci non ha convocato un avvocato, non ha scritto un comunicato di dodici pagine e soprattutto non si è rifugiata nel silenzio.

                Ha preso una bottiglia di vodka.

                In un video social si è presentata in versione ironicamente russa e ha alzato il bicchiere dedicando il brindisi agli «amici russi», a «Vladimir» e al «cavallo di Troia italiano», evidente riferimento al marito e alle accuse che lo riguardano.

                Una risposta che può piacere oppure no, ma che chiarisce almeno una cosa: Camelia Mihailescu non sembra esattamente una signora intimidita dalle polemiche.

                Due lauree, quattro lingue e un Generale da tenere a bada

                Il personaggio, del resto, è parecchio più strutturato della caricatura di Lady Vannacci. Camelia possiede una formazione universitaria, parla rumeno, italiano, inglese e francese e proviene da un ambiente nel quale uniformi, gerarchie e disciplina facevano parte della quotidianità ben prima che incontrasse Roberto Vannacci.

                I due si conobbero a Bucarest quando il futuro europarlamentare si trovava in Romania per ragioni di servizio e da allora hanno costruito una famiglia con due figlie. Nel frattempo lei ha scelto di dedicarsi soprattutto alla famiglia, ma negli ultimi tempi la sua presenza pubblica è diventata molto più visibile, anche attraverso i social e gli interventi in difesa del marito.

                Ed è proprio qui che Camelia rischia di diventare politicamente interessante. Non perché esistano prove di una regia occulta della signora Mihailescu dietro Futuro Nazionale, ma perché accanto a un leader fortemente personalizzato comincia a emergere una moglie che possiede carattere, storia personale e capacità comunicativa sufficienti per non limitarsi al ruolo decorativo della consorte sorridente.

                Il Generale Vannacci ha trovato qualcuno che non prende ordini

                Camelia sostiene di non dettare la linea politica del marito e non c’è ragione di trasformare una suggestione in una certezza. Ma il quadretto rimane irresistibile.

                Lui è stato comandante degli incursori, generale dell’Esercito, europarlamentare e adesso leader di Futuro Nazionale. Lei è cresciuta con un padre ufficiale, ha lavorato nell’ambiente militare romeno, ha frequentato quello diplomatico internazionale a Mosca, parla quattro lingue e, quando qualcuno insinua che suo marito sia il cavallo di Troia di Putin, stappa la vodka e brinda a Vladimir.

                Poi torna a casa dal Generale.

                Dove, per sua stessa ammissione, vige una cultura matriarcale.

                A questo punto resta soltanto un dubbio: Roberto Vannacci avrà pure comandato reparti militari in mezzo mondo, ma quando varca la porta di casa deve mettersi sull’attenti?

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