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Cronaca

Sacra Corona Unita usa TikTok per diffamare i pentiti del clan

La Sacra Corona Unita pubblica su TikTok una pagina contro i collaboratori di giustizia brindisini, con volti, nomi, cognomi e offese rivolte alle loro famiglie.

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    La Sacra Corona Unita ha fatto il suo ingresso su TikTok, suscitando allarme per una pagina dedicata a diffamare i collaboratori di giustizia di Brindisi. Il profilo, rimosso ma riapparso rapidamente, pubblica volti, nomi, e cognomi dei pentiti, accompagnati da offese e minacce rivolte anche alle famiglie. Erano stati diffusi anche stralci di verbali e inviti alla violenza, il tutto con colonna sonora neomelodica inneggiante alla criminalità. Il profilo in poco tempo aveva raggiunto circa 1.600 follower e 2.500 “mi piace”.

    Usare i social per diffondere omertà e violenza

    Libera Puglia ha denunciato questo come un segnale della pericolosa e rinnovata presenza mafiosa nel sud della regione. La pagina pubblicava una cinquantina di video con immagini di collaboratori di giustizia, dagli storici ai più recenti. Gli episodi di omicidi, sparatorie e minacce, anche a magistrati e forze dell’ordine, testimoniano la crescente influenza della Sacra Corona Unita, che sfrutta sempre più i social per diffondere violenza e omertà.

    Le continue infiltrazioni destabilizzano settori della società

    Nel caso specifico, due magistrati antimafia, la gip Maria Francesca Mariano e la pm Carmen Ruggiero, hanno subito minacce di morte e tentativi di aggressione dopo l’inchiesta “The Wolf”. Libera sottolinea che la sola repressione non basta per sradicare la Sacra Corona Unita, richiedendo un approfondimento del fenomeno mafioso, delle sue infiltrazioni sociali ed economiche e del consenso che la mafia continua a ottenere in alcuni settori della società.

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      Politica

      Silvio Berlusconi, spunta il progetto segreto più incredibile: voleva un musical sulla sua vita. E aveva già scelto il titolo: «Il principe azzurro»

      La rivelazione di Roberto Gasparotti alla vigilia dei 90 anni dalla nascita del Cavaliere: il progetto andò avanti per mesi nel massimo riserbo. Corpo di ballo, attori, musiche, dialoghi cantati e un maxi schermo con le immagini vere della sua vita. «Berlusconi aveva già la scenografia pronta».

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      Silvio Berlusconi

        Se c’è stato un politico italiano che ha sempre avuto una consapevolezza quasi cinematografica della propria immagine, quello è stato Silvio Berlusconi. Ma persino conoscendo il suo rapporto con la televisione, lo spettacolo, la musica e la costruzione della propria immagine pubblica, quello che emerge oggi sembra la trama di un film. O meglio, di un musical. Perché il Cavaliere voleva davvero portare sul palcoscenico la storia della propria vita, dall’imprenditoria alla politica fino ai trionfi del Milan, trasformandola in un gigantesco spettacolo in stile Broadway.

        E aveva già scelto persino il titolo provvisorio: “Il principe azzurro”.

        Non si trattava soltanto di una fantasia raccontata durante una cena o di una delle tante idee lanciate e dimenticate. Il progetto sarebbe andato avanti per mesi e nel massimo segreto, con un giovane attore-autore, un musicista e l’organizzazione di un vero corpo di ballo. Berlusconi aveva inoltre già immaginato la scenografia: mentre sul palco si cantava e si ballava, alle spalle degli interpreti un gigantesco schermo avrebbe mostrato le immagini autentiche della sua vita.

        A raccontare oggi il progetto è Roberto Gasparotti, storico “uomo immagine” del Cavaliere dal 1994 e regista che per oltre vent’anni ne ha curato le principali apparizioni pubbliche. E proprio Gasparotti conserva ancora qualcosa di quel musical mai nato: i fogli con gli appunti e le indicazioni di Berlusconi.

        «Voglio un musical sulla mia vita»: l’ordine era mantenere tutto segreto

        L’idea risalirebbe al periodo tra il 2014 e il 2015. Berlusconi aveva già pensato di raccontarsi attraverso il cinema e aveva registrato un film autobiografico rimasto inedito, con circa sei ore di girato e un incipit che non lasciava molti dubbi sull’impostazione: «Sono Silvio Berlusconi e questa è la mia vita».

        Ma evidentemente il cinema non gli bastava. Nella sua testa prese forma qualcosa di ancora più grande e spettacolare: un musical costruito sulla propria biografia, sul modello dei grandi show americani, nel quale far convivere recitazione, musica, canto, danza e immagini autentiche.

        «Il presidente Berlusconi mi confidò l’intenzione di voler fare un musical sulla sua vita», ha raccontato Gasparotti, spiegando di avere recentemente ritrovato i fogli sui quali aveva annotato le indicazioni ricevute.

        La prima richiesta del Cavaliere fu categorica: nessuno doveva sapere niente. «Mi chiese di lavorare nella massima riservatezza, perché non voleva che tutto “si bruciasse” con una fuga di notizie».

        Ed è probabilmente questo il particolare che rende il retroscena ancora più sorprendente. Per mesi attorno a Berlusconi si lavorò davvero a un progetto che, se fosse arrivato sul palcoscenico, avrebbe inevitabilmente fatto discutere mezza Italia. Eppure non trapelò praticamente nulla.

        Il titolo era già deciso: “Il principe azzurro”

        Anche sul titolo Berlusconi aveva le idee piuttosto chiare. Gasparotti racconta che insieme al “dottore”, come lo chiama nel ricostruire quei mesi, venne individuato un nome provvisorio difficilmente immaginabile per chiunque altro: “Il principe azzurro”.

        In fondo, però, il titolo conteneva molti degli elementi con i quali Berlusconi aveva costruito negli anni la propria rappresentazione pubblica: ottimismo, successo, seduzione, capacità di trasformare la politica in racconto e una propensione allo spettacolo che aveva accompagnato tutta la sua vita, molto prima della discesa in campo.

        Il progetto cominciò quindi a diventare concreto. «Contattai un giovane attore-autore e un musicista. Con il “dottore” scegliemmo come titolo pilota dello show “Il principe azzurro”. Mi organizzai per formare un corpo da ballo», racconta Gasparotti.

        Non era dunque soltanto Berlusconi che immaginava se stesso protagonista di un musical. Qualcuno aveva già cominciato a costruirlo.

        Ballerini, canzoni e un maxi schermo con la vera vita del Cavaliere

        Il particolare più berlusconiano dell’intera storia riguarda probabilmente la scenografia. Anche quella, secondo Gasparotti, era già stata immaginata dal Cavaliere.

        «Berlusconi aveva già la scenografia pronta: mentre si cantava e ballava, su un maxi schermo scorrevano immagini reali della sua vita».

        L’idea era quindi quella di fondere spettacolo e autobiografia. Sul palco attori e ballerini avrebbero raccontato e cantato la storia di Berlusconi, mentre sullo sfondo sarebbe comparso il Berlusconi reale attraverso filmati e fotografie della sua esistenza.

        La materia, del resto, non mancava. L’imprenditore partito dall’edilizia, Milano 2, la nascita della televisione commerciale, Fininvest, l’acquisto del Milan e le vittorie internazionali, la discesa in campo del 1994, Palazzo Chigi, le campagne elettorali, i grandi vertici internazionali e tutto ciò che aveva trasformato la sua vita privata e pubblica in uno dei racconti italiani più discussi degli ultimi decenni.

        Tutto avrebbe dovuto diventare spettacolo. Con tanto di musica e coreografie.

        Gasparotti: «Lavorammo in gran segreto per mesi»

        Gasparotti non era un collaboratore qualsiasi. Era l’uomo che aveva contribuito a costruire alcuni dei momenti televisivi più riconoscibili della storia politica di Berlusconi, a cominciare proprio dal video della discesa in campo del 1994 e dal celebre «L’Italia è il Paese che amo».

        Se Berlusconi voleva trasformare la propria vita in uno spettacolo, dunque, affidare a lui la costruzione visiva del progetto aveva una logica precisa.

        E i lavori andarono avanti molto più di quanto si potrebbe immaginare oggi ascoltando per la prima volta questa storia: «Lavorammo in gran segreto per mesi», rivela Gasparotti.

        Poi accadde qualcosa e il progetto si fermò. «Non se ne fece più nulla», conclude il regista senza trasformare il retroscena in qualcosa che non è. Il musical non arrivò mai sul palco e Il principe azzurro rimase uno dei progetti incompiuti del Cavaliere.

        Anche un film autobiografico di sei ore mai uscito

        Il musical, peraltro, non era l’unico tentativo di Berlusconi di consegnare direttamente il racconto della propria vita alle immagini. Esisteva anche il progetto di un film autobiografico, anch’esso mai distribuito, del quale sarebbero state registrate circa sei ore.

        L’apertura diceva praticamente tutto sull’idea: «Sono Silvio Berlusconi e questa è la mia vita».

        Due progetti differenti, dunque, ma uniti dalla stessa intenzione: non lasciare soltanto agli altri il compito di raccontare Silvio Berlusconi. Nel film sarebbe stato lui a ripercorrere la propria storia; nel musical quella stessa biografia avrebbe assunto la forma di un grande spettacolo, con interpreti, musica, ballerini e le immagini autentiche proiettate sullo sfondo.

        Non sappiamo come sarebbe stato il risultato finale e neppure quanto il progetto fosse arrivato vicino alla realizzazione prima di essere abbandonato. Sappiamo però, attraverso il racconto di Gasparotti, che il lavoro era partito, erano state coinvolte altre persone e per mesi tutto era rimasto segreto.

        “Il principe azzurro”, il grande show di Berlusconi che nessuno ha mai visto

        La storia emerge alla vigilia di quello che sarebbe stato il novantesimo compleanno di Silvio Berlusconi e aggiunge un capitolo curioso alla biografia dell’ex presidente del Consiglio, morto nel giugno 2023.

        Forse non sorprende nemmeno così tanto che l’uomo che aveva cominciato giovanissimo cantando sulle navi da crociera, che amava comporre canzoni, che aveva rivoluzionato la televisione commerciale italiana e trasformato le campagne elettorali in gigantesche macchine di comunicazione avesse immaginato, a un certo punto, di mettere tutta la propria esistenza dentro un musical.

        Sorprende semmai quanto il progetto fosse andato avanti senza che praticamente nessuno ne sapesse nulla.

        C’era il titolo, “Il principe azzurro”. C’erano gli appunti. C’era un attore-autore. C’era un musicista. Si stava organizzando un corpo di ballo. E soprattutto c’era già l’immagine che Berlusconi aveva in testa: il palcoscenico pieno di musica e ballerini e, alle loro spalle, un maxi schermo sul quale sarebbe passata la sua vera vita.

        Poi il sipario non si alzò mai.

        E forse è proprio questo il dettaglio più curioso dell’intera storia: Silvio Berlusconi aveva trascorso una vita intera trasformando politica, impresa, calcio e televisione in spettacolo. Alla fine aveva pensato di trasformare in spettacolo anche Silvio Berlusconi.

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          Politica

          Vannacci, bufera. Matilde Siracusano: «Mi ha spogliata, lo denuncio». E attacca: «Che cosa vile, siamo arrivati troppo in basso»

          La sottosegretaria di Forza Italia reagisce all’immagine manipolata e rilanciata sui social dal leader di Futuro Nazionale: sotto la giacca scompare il top e compare una profonda scollatura. «Non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale». Poi annuncia gli avvocati e stronca l’ipotesi di un’alleanza futura: «Sarebbe un problema serio».

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            «Mi ha spogliata, lo denuncio». Matilde Siracusano non ha nessuna intenzione di lasciar correre dopo la fotografia manipolata e rilanciata sui social da Roberto Vannacci alla vigilia delle elezioni suppletive di Reggio Calabria. Nell’immagine la sottosegretaria di Forza Italia appare seduta a tavola insieme al candidato del centrodestra Fabio Roscioli e a Claudio Lotito, ma qualcuno ha alterato il suo abbigliamento rispetto alla fotografia originale: sotto la giacca il top scompare e lascia il posto a una scollatura molto più profonda.

            La sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, compagna del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, reagisce duramente. Siracusano parla di un gesto «vile», annuncia di avere già coinvolto i propri avvocati e trasforma l’episodio in un caso che va molto oltre una fotografia farlocca pubblicata sui social. L’immagine compare infatti nel pieno di una campagna elettorale e la manipolazione interviene direttamente sul suo corpo e sul modo nel quale appare vestita.

            «Davvero non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale», attacca Siracusano. E sulla decisione di rivolgersi alla magistratura non mostra esitazioni: «Certo. Ne ho già parlato con i miei avvocati».

            Vannacci rilancia la foto modificata: sotto la giacca di Siracusano scompare il top

            Il caso nasce da un post di Vannacci in vista delle elezioni suppletive per la Camera a Reggio Calabria del 27 e 28 settembre. L’ex generale invita i cittadini ad andare a votare e accompagna il messaggio con una fotografia nella quale compaiono Matilde Siracusano, Fabio Roscioli e Claudio Lotito.

            Il problema emerge confrontando quello scatto con l’immagine originale. Qualcuno ha modificato artificialmente l’abbigliamento di Siracusano: nella nuova versione la sottosegretaria mostra una scollatura molto più profonda e non indossa più il top che compare invece nella fotografia autentica. La manipolazione scatena immediatamente una bufera politica e Siracusano spiega che chi ha realizzato il contenuto ha preso lo scatto originale dal suo profilo personale Instagram.

            La sottosegretaria non conosce personalmente Vannacci e racconta di averlo soltanto incrociato indirettamente attraverso le sue apparizioni pubbliche: «No. Per nulla. È capitato forse di incrociarne le gesta o le provocazioni in qualche talk politico. Ma non l’ho mai conosciuto».

            Proprio per questo, racconta, la modifica della fotografia l’ha lasciata inizialmente incredula, prima di provocare una reazione durissima.

            Siracusano furiosa: «Che cosa vile, non pensavo si potesse arrivare così in basso»

            La prima reazione della sottosegretaria non lascia spazio a interpretazioni: «Che cosa vile».

            Siracusano chiarisce anche il significato che attribuisce alla parola: «Ma nel senso più pieno e anche etimologico: cosa povera, che non vale nulla. È assurdo doversi occupare, e nel 2026, di questi mezzucci usati contro gli avversari… Davvero non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale».

            A irritarla particolarmente è il fatto che la manipolazione non riguardi una posizione politica, una dichiarazione o una scelta compiuta nell’esercizio del proprio incarico, ma direttamente il suo corpo. Siracusano lo dice esplicitamente: «Spogliare con un software la compagna del presidente della Regione e trasformarla in uno strumento di propaganda è una cosa che trovo peraltro ridicola, oltre che profondamente grave».

            La sottosegretaria aveva già definito l’episodio un «vero e proprio schifo che va arginato», spiegando di conoscere bene gli attacchi sessisti ma di considerare quanto accaduto qualcosa di diverso proprio per il modo in cui qualcuno ha manipolato una sua fotografia reale e l’ha inserita nella propaganda politica.

            «Sono senza parole. Anzi, qualcuna in siciliano ce l’avrei»

            C’è poi un passaggio nel quale Siracusano lascia capire molto chiaramente quale sarebbe stata la sua reazione se non ricoprisse un incarico istituzionale.

            «Vorrei dire che sono senza parole. In realtà qualche parola ce l’avrei. In siciliano, della mia terra. Molto chiara e netta», racconta. Poi aggiunge: «Ma poiché io rappresento l’istituzione, e ho il dovere di contenere sia l’irritazione sia la pena, per ora diciamo che si muoveranno i miei avvocati. Comunque è un attacco scadente che qualifica pienamente chi lo ha fatto».

            Siracusano ha dunque già coinvolto i legali e annuncia di voler procedere contro Vannacci, sostenendo che la pubblicazione dell’immagine abbia superato il confine della normale polemica politica.

            Alla domanda se intenda denunciarlo risponde senza esitazione: «Certo. Ne ho già parlato con i miei avvocati. Quello che ha fatto è reato. Non si può consentirlo a nessuno, figuriamoci a qualcuno che chiede, anzi minaccia, di andare in Parlamento».

            Questa resta naturalmente la valutazione espressa dalla sottosegretaria. Qualora Siracusano formalizzi la denuncia, spetterà alla magistratura stabilire l’eventuale rilevanza penale della condotta.

            Non è la prima polemica di Vannacci per immagini manipolate

            Il caso Siracusano arriva inoltre a poco più di due mesi da un’altra durissima polemica provocata da contenuti artificiali comparsi sui social di Vannacci. A luglio un video raffigurava l’ex generale nelle vesti di un imperatore romano mentre alcuni avversari politici, tra i quali Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, comparivano legati nell’arena all’interno di una rappresentazione violenta. Il filmato provocò numerose reazioni politiche e anche Giorgia Meloni prese pubblicamente le distanze da quelle immagini.

            Questa volta cambia il meccanismo: non compare una scena completamente immaginaria, ma una fotografia reale nella quale qualcuno ha alterato l’abbigliamento di una sottosegretaria.

            Proprio questo elemento occupa il centro della reazione di Siracusano, che contesta l’uso della propria immagine e del proprio corpo come strumenti per un messaggio politico.

            Tajani e Forza Italia contro Vannacci

            La vicenda provoca una reazione immediata anche dentro Forza Italia. Antonio Tajani esprime solidarietà a Siracusano e definisce l’attacco «volgare e inaccettabile», collegandolo, nella propria valutazione politica, alla mancanza di contenuti di chi lo ha ideato.

            Anche altri esponenti politici intervengono sulla vicenda. Le critiche non riguardano soltanto l’effetto della fotografia, ma il principio che porta con sé: modificare artificialmente il corpo e l’abbigliamento di una persona reale per trasformarne l’immagine in materiale di propaganda.

            Siracusano, dal canto suo, sottolinea di non essere neppure candidata alle suppletive di Reggio Calabria e considera quindi ancora più grave il fatto che qualcuno l’abbia trasformata nel bersaglio visivo della campagna.

            Siracusano chiude anche all’alleanza: «Con Vannacci sarebbe un problema serio»

            Ma la vicenda potrebbe lasciare conseguenze che vanno ben oltre la denuncia annunciata. A Siracusano viene posta anche una domanda tutta politica: che cosa accadrebbe se, in futuro, il centrodestra al quale appartiene Forza Italia decidesse di stringere un’alleanza con Vannacci?

            La risposta è altrettanto netta: «Beh. Sarebbe un problema serio».

            La sottosegretaria precisa immediatamente che il giudizio non nasce soltanto dalla fotografia che la riguarda: «E naturalmente non solo per quest’ultimo, comunque emblematico episodio. Io avevo già espresso, anche prima di questa caduta, tutte le mie perplessità sull’ipotesi di un’alleanza con Vannacci…».

            La fotografia manipolata rischia così di diventare qualcosa di più di un incidente social nel pieno della campagna per le suppletive. Siracusano annuncia un’azione legale e contemporaneamente mette sul tavolo una questione politica destinata a pesare anche in futuro, quella dei rapporti tra il centrodestra e il movimento di Vannacci.

            Il punto di rottura, almeno nelle parole della sottosegretaria, nasce proprio da ciò che compare in quella fotografia: qualcuno ha preso l’immagine reale di una donna, ne ha modificato artificialmente il corpo e l’abbigliamento e l’ha trasformata in uno strumento di comunicazione politica. Siracusano non intende liquidare tutto come una provocazione di cattivo gusto e ha già annunciato di essersi rivolta ai propri legali.

            La battaglia nata sui social potrebbe quindi spostarsi in un’aula giudiziaria, mentre sul piano politico resta aperta una frattura che Siracusano descrive senza ambiguità quando parla della possibilità di ritrovarsi un giorno alleata con Vannacci: «Sarebbe un problema serio».

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              Cronaca Nera

              Garlasco, Milo Infante esplode contro Bruzzone e Stefania Cappa: «Ho affrontato persone più pericolose di loro. Portatemi in tribunale»

              È guerra aperta dopo la denuncia annunciata dalla legale di Stefania Cappa e le parole della criminologa. Il conduttore non arretra: «La vivo come un’intimidazione, come a dire: hai parlato troppo». Poi l’affondo durissimo contro l’ex amica: «Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».

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                Attorno al delitto di Garlasco ormai infuria una seconda guerra, parallela alla nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. Denunce, querele, documenti riservati, audio, accuse reciproche e minacce di azioni legali hanno trascinato giornalisti, avvocati e criminologi dentro uno scontro che diventa ogni giorno più feroce. Adesso Milo Infante alza ulteriormente il livello e risponde senza diplomazia a Stefania Cappa e Roberta Bruzzone.

                Il conduttore ha replicato frontalmente alla denuncia per ricettazione presentata da Stefania Cappa dopo la diffusione televisiva di un atto giudiziario e alle parole di Roberta Bruzzone, che ha annunciato di voler valutare iniziative legali contro di lui. Infante non cerca una tregua e pronuncia una frase destinata inevitabilmente a incendiare ancora di più la battaglia: «Sono stato minacciato da persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».

                Non solo. Il giornalista parla apertamente di «intimidazione», rivendica il proprio lavoro e sfida chi minaccia di trascinarlo davanti a un giudice a passare dalle parole ai fatti. Nel mirino finisce soprattutto Bruzzone, con la quale fino a poco tempo fa vantava un rapporto professionale e personale strettissimo.

                Infante contro Stefania Cappa: «La vivo come un’intimidazione»

                Il primo fronte riguarda Stefania Cappa, cugina di Chiara Poggi. La vicenda nasce da un atto giudiziario del quale Infante ha mostrato il contenuto durante la trasmissione. Secondo la legale di Cappa, Valeria Francesca Mettica, quel documento non rappresentava un semplice esposto, ma una denuncia-querela relativa a indagini ancora pendenti. Da qui l’iniziativa giudiziaria nei confronti del conduttore per ricettazione.

                Infante ha reagito immediatamente e con toni durissimi: «Fa un po’ effetto che un avvocato contesti a un giornalista un reato molto grave e infamante, che non appartiene alla professione giornalistica».

                Poi ha spiegato ancora più chiaramente come interpreta l’iniziativa: «Vivo questa denuncia come una intimidazione, come a dire: hai parlato troppo».

                Il giornalista contesta soprattutto il tipo di reato che Cappa gli attribuisce e difende la natura giornalistica del proprio lavoro: «La ricettazione non è un reato da contestare ai giornalisti. Ai giornalisti puoi contestare la diffamazione, ma deve essere provata».

                Infante esprime naturalmente la propria posizione difensiva. La denuncia apre un fronte giudiziario sul quale toccherà alla magistratura valutare fatti, documenti e contestazioni.

                Mediaset gli offre tutela, Infante risponde: «Me ne assumo tutta la responsabilità»

                Nella battaglia il conduttore può contare anche sull’appoggio della propria azienda. Infante ha raccontato il colloquio con Mauro Crippa, direttore generale dell’Informazione Mediaset: «Mi ha detto: Milo, non ti preoccupare perché Mediaset c’è, ti tuteleremo con ogni mezzo e in ogni dove».

                Infante, però, ha scelto di affrontare personalmente le conseguenze dell’iniziativa giudiziaria e ha risposto: «Sollevo questa azienda da ogni responsabilità. Mi assumo tutta la responsabilità che i giudici dovessero attribuirmi».

                Il conduttore, dunque, non arretra e non lascia all’azienda il peso della battaglia. Anzi, trasforma la denuncia in una questione personale e professionale, rivendicando apertamente ciò che ha fatto durante la trasmissione.

                Successivamente ha anche scelto chi lo accompagnerà sul terreno giudiziario: sua moglie Sara Venturi, avvocata penalista. «Mi sembra giusto che sia una battaglia di famiglia», ha spiegato Infante, annunciando inoltre di essersi messo a disposizione della Procura di Milano.

                Bruzzone contro Infante, l’amicizia finisce malissimo: «Portami in tribunale»

                Se il confronto con Stefania Cappa nasce attorno a un atto giudiziario, quello con Roberta Bruzzone contiene un ingrediente ulteriore: la fine clamorosa di un rapporto che per anni aveva unito il conduttore e la criminologa.

                Bruzzone frequentava abitualmente i programmi di Infante e tra i due esisteva una forte vicinanza professionale. Negli ultimi mesi, però, le differenti posizioni sulle nuove vicende di Garlasco hanno scavato un solco sempre più profondo, fino a trasformare il dissenso in uno scontro pubblico.

                La criminologa ha annunciato di voler valutare iniziative giudiziarie dopo alcune dichiarazioni del conduttore, sostenendo di poter documentare la propria versione dei fatti.

                Infante ha risposto alzando ulteriormente il tiro: «Mi hanno minacciato persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».

                Poi ha lanciato direttamente la sfida: «Se ogni volta che la narrazione non è quella che richiedete c’è il “vediamoci in tribunale”, però vediamoci in tribunale. Non è che si può andare in giro ogni due o tre a dire “ti porto in tribunale, ci vediamo in tribunale”. Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».

                A questo punto della vecchia sintonia rimane ben poco. Il caso Garlasco ha trasformato due persone che per anni hanno condiviso studi televisivi, ricostruzioni e dibattiti in protagonisti di una battaglia che potrebbe davvero proseguire davanti ai giudici.

                De Rensis entra nella guerra: «A volte in tribunale sei stato chiamato»

                Dentro una vicenda già esplosiva entra anche Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, che ascolta la sfida lanciata da Infante e piazza una battuta dal significato piuttosto chiaro: «A volte uno può entrare in tribunale pensando di esserci andato, invece è stato chiamato».

                De Rensis compare direttamente anche nell’altro fronte della vicenda. Nell’atto di Stefania Cappa trovano spazio il legale, Alessandro De Giuseppe e l’ex maresciallo dei carabinieri Francesco Marchetto, in relazione all’ipotesi sostenuta nell’esposto di una presunta «regia mediatica» che avrebbe alimentato l’esposizione della famiglia Cappa e sostenuto la tesi dell’innocenza di Alberto Stasi. De Rensis ha respinto pubblicamente gli addebiti.

                Sarà la magistratura a valutare le accuse contenute negli atti e le repliche delle persone coinvolte. Un punto, però, va tenuto fermo: Stefania Cappa non risulta indagata per l’omicidio della cugina Chiara Poggi, nonostante il suo nome abbia occupato uno spazio enorme nel racconto mediatico degli ultimi mesi.

                Garlasco, ormai volano denunce e querele tra i protagonisti della tv

                Il risultato è un caso nel caso. Sul piano giudiziario resta l’omicidio di Chiara Poggi, per il quale Alberto Stasi ha ricevuto una condanna definitiva, mentre la nuova inchiesta della Procura di Pavia ha aperto un altro fronte investigativo.

                Parallelamente, però, giornalisti, criminologi, avvocati e persone coinvolte a vario titolo nella vicenda hanno cominciato a combattersi attraverso denunce, querele, dichiarazioni televisive e annunci di azioni legali. La questione non riguarda più soltanto chi sostiene una determinata ricostruzione del delitto, ma anche chi abbia diffuso determinati documenti, chi abbia pronunciato certe frasi e chi possa dimostrare la propria versione davanti a un giudice.

                Ed è qui che la frase di Infante fotografa meglio di ogni altra il livello raggiunto dalla battaglia: «Sono stato minacciato da persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».

                Subito dopo arriva la frase che chiude definitivamente qualsiasi possibilità di interpretare il confronto come una semplice schermaglia televisiva: «Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».

                Dopo anni di programmi condivisi, interviste e rapporti personali, il nuovo terremoto di Garlasco ha aperto così un’altra frattura. Questa volta non riguarda direttamente le prove raccolte nella villetta di via Pascoli, ma chi racconta il caso, chi contesta quel racconto e chi adesso promette di portare lo scontro dalla televisione direttamente nelle aule di giustizia.

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