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Storie vere

Dal “no maranza” ai divieti più bizzarri: quando i ristoranti scelgono chi far entrare

Tra sicurezza, immagine e polemiche legali, i ristoranti diventano sempre più selettivi. E il confine tra libertà d’impresa e discriminazione resta sottile.

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Dal “no maranza” ai divieti più bizzarri: quando i ristoranti scelgono chi far entrare

    Ha deciso di tracciare una linea netta, senza mediazioni né mezzi termini. Lo chef palermitano Natale Giunta ha annunciato sui social il divieto assoluto di ingresso ai cosiddetti “maranza” nei suoi locali CitySea, a Palermo. Il video, diventato virale, usa toni duri e un linguaggio diretto: niente tute lucide, occhiali griffati falsi, collane vistose e atteggiamenti intimidatori. «Qui non sei gradito», è il messaggio, accompagnato da un appello ai colleghi perché aderiscano all’iniziativa.

    Intervistato dal Corriere della Sera, Giunta ha spiegato di non voler colpire un’estetica, ma un comportamento ricorrente: gruppi numerosi che entrano nei locali con atteggiamenti aggressivi, spesso sfociati in risse. Un problema che, sottolinea, mette a rischio non solo i clienti e i lavoratori, ma anche la sopravvivenza stessa dell’attività. Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza vieta in generale di rifiutare l’accesso al pubblico, ma attribuisce agli esercenti una responsabilità diretta se episodi violenti avvengono dentro o fuori dal locale, con il rischio concreto di sospensioni e chiusure.

    Il caso di Palermo ha riacceso un dibattito che va ben oltre la Sicilia. In Italia e all’estero esistono da tempo ristoranti e locali che applicano divieti considerati “assurdi”, ma perfettamente reali. A Firenze e Venezia, ad esempio, diversi ristoranti hanno imposto il divieto di entrare in infradito o abbigliamento da spiaggia, per tutelare il decoro in aree ad alta pressione turistica. A Milano e Roma non sono rari i locali che vietano l’ingresso ai bambini sotto una certa età, una scelta dichiarata apertamente e motivata con la volontà di offrire un’esperienza “adults only”.

    All’estero il fenomeno è ancora più evidente. A New York e Londra alcuni ristoranti hanno bandito l’uso dei telefoni cellulari a tavola, chiedendo ai clienti di consegnarli all’ingresso per favorire la conversazione. In Francia e in Spagna esistono locali che rifiutano influencer e creator, per evitare richieste di pasti gratuiti in cambio di visibilità. In Giappone, infine, non mancano ristoranti che accettano solo clienti abituali o che parlano la lingua, per garantire il rispetto delle regole della casa.

    Dietro queste scelte, spesso controverse, c’è una trasformazione del ruolo del ristoratore, sempre più stretto tra accoglienza e controllo. Giunta respinge le accuse di discriminazione e parla di tutela collettiva, rivendicando una “sete di giustizia” nata da anni di tensioni e violenze. Il suo gesto divide, ma solleva una domanda centrale: fino a che punto un locale può — o deve — selezionare chi varca la soglia?

    In un’epoca di cronache segnate da risse e aggressioni, il “ristorante non maranza” diventa così il simbolo di un disagio più ampio. Non solo una provocazione social, ma lo specchio di una società che fatica a trovare un equilibrio tra libertà individuale, sicurezza e rispetto degli spazi condivisi.

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      OnlyFans, la creator da 1,6 milioni di like finisce nel mirino del Fisco: secondo la Finanza avrebbe incassato 140mila euro senza dichiararli

      La guardia di finanza di Piacenza ha ricostruito i flussi di denaro legati all’attività della creator, seguita da migliaia di utenti tra Instagram e TikTok. Per gli investigatori quei compensi sono redditi da lavoro autonomo.

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        Il mondo dei social promette guadagni rapidi, fama digitale e conti che crescono al ritmo di abbonamenti, like e messaggi privati. Ma poi arriva il Fisco, che ha un talento speciale nel ricordare a tutti una verità poco glamour: anche i soldi guadagnati online restano soldi veri. Lo ha scoperto una content creator poco più che ventenne, finita al centro degli accertamenti della guardia di finanza di Piacenza per una presunta evasione legata alla sua attività su OnlyFans. Secondo quanto ricostruito dalle Fiamme gialle di Fiorenzuola d’Arda, la giovane avrebbe incassato complessivamente circa 140mila euro senza inserirli nelle proprie dichiarazioni fiscali.

        OnlyFans e i redditi mai dichiarati

        La creator, molto attiva sul web, può contare su circa 150mila follower su Instagram e oltre 1,6 milioni di “Mi piace” su TikTok. Numeri importanti, soprattutto se collegati a una piattaforma come OnlyFans, dove gli utenti pagano abbonamenti e contributi ulteriori per accedere ai contenuti pubblicati dai creator. Proprio da lì, secondo gli accertamenti, sarebbero arrivati gran parte dei compensi finiti sotto la lente della guardia di finanza. Le Fiamme gialle hanno ricostruito i flussi di denaro riconducibili all’attività online della ventenne, arrivando a qualificare quelle entrate come redditi da lavoro autonomo.

        La Finanza: attività abituale e con finalità economiche

        Il punto centrale dell’accertamento è proprio questo: non si tratterebbe di entrate occasionali o di qualche regalo digitale finito per caso sul conto corrente. Secondo la ricostruzione, l’attività sarebbe stata svolta in modo abituale e con finalità economiche. La guardia di finanza di Piacenza ha sottolineato che “l’influencer, poco più che ventenne, si promuoveva online risultando particolarmente attiva sul web, riuscendo nel tempo ad affermarsi come una delle creator italiane più seguite, apprezzate e remunerative di OnlyFans”. Una definizione che, tradotta dal linguaggio degli accertamenti fiscali, significa una cosa molto semplice: se guadagni in modo stabile grazie alla tua presenza online, quei compensi vanno dichiarati.

        Ora la pratica passa all’Agenzia delle Entrate

        L’esito degli accertamenti sarà ora trasmesso all’Agenzia delle Entrate, che dovrà procedere con il recupero delle imposte ritenute dovute e con l’eventuale applicazione delle sanzioni previste dalla normativa. La vicenda conferma un cambio di passo sempre più evidente nei controlli sul lavoro digitale. Influencer, content creator e star delle piattaforme a pagamento non vivono in una zona franca dove il successo online resta invisibile al Fisco. Anzi, proprio i numeri pubblici dei social, la continuità dell’attività e i flussi tracciabili dei pagamenti rendono sempre più facile ricostruire guadagni e compensi. OnlyFans può anche essere una vetrina redditizia, ma quando diventa il centro di un’attività professionale il conto non arriva solo dagli abbonati: prima o poi può bussare anche l’erario.

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          Isole da sogno con un lato oscuro: i cannibali esistono ancora. Da non credere

          Un’esplorazione al limite del conosciuto, dove la realtà supera l’immaginazione e il confine tra mito e verità si fa labile.

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            Vi sareste mai immaginati che oltre a trovare spiagge bianchissime, acque cristalline e una natura incontaminata in alcune isole del mondo potreste trovare anche dei cannibali? Eppure ci sono territori che sembrano perfette per una vacanza da sogno, vero? E invece veniamo a scoprire che alcune delle isole più belle del mondo nascondono un lato oscuro: il cannibalismo. Può sembrare incredibile, ma nel XXI secolo esistono ancora comunità che praticano il cannibalismo. Si tratta di tribù isolate, spesso con pochissimi contatti con il mondo esterno, che perpetuano antiche tradizioni e credenze. Ma quali sono questi territori?

            Papua Nuova Guinea: la terra dei Korowai

            Tra le isole più “pericolose” troviamo alcune isole della Papua Nuova Guinea, un paese che comprende la parte orientale della Nuova Guinea e le sue isole. Qui, la tribù dei Korowai è nota per le sue pratiche di cannibalismo. Secondo studi antropologici, i Korowai sono circa 2.500 e fino agli anni ’70 ignoravano l’esistenza di altre popolazioni e continenti. La loro pratica di cannibalismo sarebbe legata a rituali e credenze ancestrali.

            Isole Fiji: un passato da cannibali

            Anche le isole Fiji, un vero paradiso per i turisti, hanno un passato legato al cannibalismo. Come riporta National Geographic, i Lapita, antenati dei polinesiani, si stabilirono qui circa 3.000 anni fa. Proprio le Fiji erano conosciute come le “isole dei cannibali”, secondo i racconti di antropologi, viaggiatori e missionari. Ma come è possibile? La persistenza del cannibalismo in queste aree del mondo è un fenomeno complesso, legato a fattori culturali, storici e sociali. Le tribù che lo praticano sono spesso molto isolate e legate alle loro tradizioni, che vengono tramandate di generazione in generazione.

            Una pratica che pone molte domande

            La scoperta che il cannibalismo è ancora praticato e pone interrogativi profondi sulla natura umana e sulla diversità culturale. Come è possibile che, in un mondo globalizzato e interconnesso, esistano ancora comunità di cannibali che seguono pratiche così antiche e cruente? Studiare il cannibalismo è estremamente difficile, sia per la reticenza delle tribù coinvolte, sia per la complessità del fenomeno stesso. Gli antropologi e i ricercatori che si sono avvicinati a queste comunità hanno spesso incontrato difficoltà e ostacoli.

            D’altra parte il cannibalismo è un tabù universale, che suscita disgusto e repulsione nella maggior parte delle culture. Tuttavia, per le tribù che lo praticano, esso rappresenta un elemento fondamentale della loro identità culturale. Naturalmente il futuro di queste tribù e delle loro tradizioni è incerto. Il contatto con il mondo esterno, se da un lato può portare a una maggiore comprensione e tolleranza, dall’altro rischia di minacciare la loro identità e le loro pratiche ancestrali. Ma esistono limiti invalicabili, legati al rispetto dei diritti umani e della dignità della persona. O no?

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              Storie vere

              Scarpini, fede e fuorigioco: la nazionale di calcio delle suore sogna un mondiale in Vaticano

              Le Sister Football Team scendono in campo in pantaloncini e capo scoperto per evangelizzare con il pallone. Suor Francesca: “Il calcio mi ha insegnato l’obbedienza. Oggi sogno di giocare davanti al Papa guarito”

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                Dal convento al campo, senza mai smettere di sorridere. Con le ginocchiere al posto del rosario e il Vangelo nel cuore, le Sister Football Team sono la prima Nazionale di calcio femminile composta interamente da religiose. E non è uno scherzo. Con pantaloncini, maglietta e niente velo, queste suore entrano in campo per beneficenza, ma anche per evangelizzare. E, perché no, per vincere. Il loro sogno? Un mondiale tutto al femminile, con suore da ogni parte del mondo, giocato in Vaticano davanti al Papa ristabilito.

                Un’idea che oggi ha il volto sorridente di suor Francesca Avanzo, 40 anni, religiosa agostiniana di San Giovanni Valdarno, insegnante di religione e attaccante sulla fascia. Una che di pallone se ne intende. “Ho cominciato da piccola, giocando coi maschi a Rovigo, dove sono nata. A dodici anni ero già in una squadra femminile. Mi chiamavano ‘Chica’, ero un maschiaccio, lo sport era la mia passione. Ma il calcio… il calcio era un richiamo irresistibile”.

                La nazionale è affiliata alla Lazio e la sua prima presidente è stata suor Paola, volto amatissimo della tv e tifosa sfegatata, scomparsa pochi giorni fa. “È stata la prima a portare le suore nel mondo del calcio – racconta suor Francesca – sfidando i pregiudizi della Chiesa e anche della sua superiora. Un esempio di libertà e coraggio che oggi ci guida come una capitana invisibile”.

                In panchina siede Moreno Buccianti, ex calciatore e già allenatore della celebre “Seleçao” dei sacerdoti. A benedire l’iniziativa c’è una lettera di incoraggiamento del Papa in persona, che per le sorelle è ormai una reliquia motivazionale.

                Ma com’è giocare da suora in un mondo che ancora fatica a immaginare le religiose fuori dall’oratorio?

                Mai avuto paura delle critiche. Ho consacrato la vita al Signore, non serve un abito per dimostrarlo. E poi, ho ricevuto subito il via libera dalla mia superiora: ha capito che oggi anche il messaggio di Cristo può passare dagli scarpini”.

                Suor Francesca gioca esterno d’attacco, non si sente Messi né Ronaldo, ma ha un idolo: “Barbara Bonansea, della Juve e della Nazionale. Mi piacerebbe saper tirare come lei. Il calcio maschile invece mi ha un po’ nauseato: tra genitori che si prendono a botte alle partite dei figli e stipendi miliardari, è diventato un mondo poco etico”.

                Le Sister Football Team giocano sul serio. “Sì, partecipiamo per vincere. Siamo competitive. Suor Emilia, per esempio, giocava nella Nazionale romena prima della vocazione. E il nostro ultimo successo è freschissimo: il 23 marzo a Bologna abbiamo vinto 3 a 1, per beneficenza”.

                E il calcio, spiega, è uno strumento potente anche per evangelizzare: “Ai bambini parlo di Gesù con le metafore del campo: spirito di gruppo, panchina, sacrificio. È un linguaggio che capiscono”.

                La consacrazione, racconta, le è sembrata una naturale prosecuzione delle regole di spogliatoio. “Obbedienza, ascolto, spirito di squadra: se giochi a calcio, entri più facilmente in convento. È come se lo avessi sempre fatto”.

                Alla domanda se si sente pronta a giocare per il Papa, suor Francesca non esita. “L’ho incontrato due volte. Ci ha benedette e incoraggiate. Se venisse a vederci, sarebbe il nostro mondiale personale”.

                La palla è rotonda, anche per chi ha preso i voti. E in fondo, dice suor Francesca, “non importa se il campo è un prato o il mondo intero: l’importante è continuare a correre verso il bene”.

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