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Gossip

Fedez si rifà con i sosia!

Fedez e la sua nuova fidanzata, la modella francese Garance Authié, e il cane Silvio, continuano a godersi la loro vacanza in Puglia. La coppia, sebbene non abbia mai pubblicato foto insieme sui social, ha condiviso diversi scatti che li ritraggono separatamente nei suggestivi paesaggi pugliesi.

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    Fedez passa il tempo con Garance sosia di Chiara, e Silvio sosia di Paloma
    Fedez, il suo golden Silvio e la sua nuova fidanzata, la modella francese Garance Authié, stanno trascorrendo alcuni giorni di relax tra masserie, yacht e scorci mozzafiato, documentando la loro vacanza sui social con foto e stories. Ma, sebbene si trovino nello stesso luogo e nello stesso momento, Fedez e Garance non hanno mai pubblicato foto insieme. Entrambi condividono scatti che li ritraggono separatamente, spesso con didascalie simili o con riferimenti geolocalizzati identici.

    Ma alcuni follower non hanno potuto fare a meno di notare alcune somiglianze.
    Garance sosia di Chiara Ferragni?
    La nuova fidanzata di Fedez è stata accostata all’ex moglie, Chiara Ferragni, per via di alcuni tratti somatici simili. Capelli biondi, occhi azzurri e un sorriso magnetico: i paragoni sui social sono inevitabili.
    Silvio sosia di Paloma? Anche il golden di Fedez, Silvio, sembra avere un sosia a quattro zampe: Paloma, il cane di Chiara Ferragni. Entrambi sono golden retriever dal pelo color miele e dall’aria adorabile.

    La modella Garance, il cane Silvio e Fedez in Puglia

    In Puglia anche per l’incontro con Rienzi e per Battiti Live a Molfetta
    Fedez è sbarcato in Puglia accompagnato dal suo inseparabile cane Silvio. Il rapper milanese aveva in programma due importanti appuntamenti: l’incontro a Taranto con Carlo Rienzi, presidente del Codacons. I due hanno annunciato una collaborazione volta a sostenere la comunità di Taranto, ancora alle prese con le conseguenze dell’inquinamento industriale dell’ex Ilva. Fedez ha espresso il suo impegno a sensibilizzare l’opinione pubblica su questa importante tematica e a promuovere iniziative concrete per aiutare la città.
    Poi, Fedez si è esibito sul palco di Battiti Live a Molfetta, la seconda serata della manifestazione musicale che si è svolta in Puglia. Il rapper ha cantato alcuni dei suoi successi più noti, scatenando l’entusiasmo del pubblico.

    L’impegno di Fedez per Taranto
    L’incontro con Carlo Rienzi è stato un’occasione per Fedez per ribadire il suo impegno a favore di Taranto. Il rapper, che in passato aveva già espresso la sua solidarietà alla città, ha dichiarato: “Taranto è una città che ha sofferto troppo. È importante che tutti noi ci impegniamo per aiutarla a risorgere.” La collaborazione con il Codacons prevede diverse iniziative, tra cui la realizzazione di campagne di sensibilizzazione e la raccolta di fondi per sostenere progetti di risanamento ambientale e sociale. Fedez ha anche invitato tutti i suoi fan a fare la loro parte. “Insieme possiamo fare la differenza,” ha detto. “Aiutiamo Taranto a tornare a splendere.”

    Battiti Live, un successo per Fedez
    L’esibizione di Fedez a Battiti Live è stata un vero successo. Il rapper ha cantato alcuni dei suoi brani più famosi, come “Vorrei non doverci pensare”, “Chicca” e “Mille”, facendo scatenare il pubblico. Fedez ha anche avuto modo di duettare con alcuni dei big della musica italiana, come Annalisa e Articolo 31. La sua performance è stata molto apprezzata dai fan, che hanno cantato insieme a lui a squarciagola. La partecipazione di Fedez a Battiti Live è stata un’occasione per il rapper per consolidare la sua popolarità in Puglia. Il rapper ha dimostrato ancora una volta il suo talento e la sua capacità di coinvolgere il pubblico.

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      Reali

      Arresto dell’ex principe Andrea: 96 ore di custodia, cella “standard” e poi la scelta obbligata tra incriminazione e rilascio. Cosa succede adesso

      Dopo l’arresto dell’ex principe Andrea, la procedura britannica prevede fino a 24 ore di custodia, estendibili fino a 96. Poi dovrà essere incriminato o rilasciato, anche con eventuali condizioni. L’ipotesi di reato è la cattiva condotta nell’esercizio di una funzione pubblica, collegata al ruolo di inviato commerciale del Regno Unito e a presunti rapporti con Jeffrey Epstein. La polizia: “Nessun trattamento speciale”.

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      principe Andrea

        Quando la cronaca entra a palazzo, lo fa sempre con un suono metallico: quello della porta che si chiude. L’arresto dell’ex principe Andrea Mountbatten-Windsor, raccontato oggi dalla stampa britannica e legato a un’indagine per presunta cattiva condotta nell’esercizio di una funzione pubblica, apre una fase procedurale molto precisa, con tempi e passaggi che non lasciano spazio alla sceneggiatura.

        Il punto centrale, anche per chi cerca scorciatoie narrative, è uno: questa indagine, per come viene descritta, non riguarda le accuse di stupro. Il sospetto, invece, è che Andrea possa aver passato informazioni sensibili a Jeffrey Epstein quando ricopriva l’incarico di inviato commerciale del Regno Unito. Un’ipotesi pesantissima, che va maneggiata con un’unica bussola: i fatti verificabili e ciò che le autorità sostengono di stare accertando.

        Le 96 ore e la regola “incrimina o rilascia”

        In Regno Unito la custodia dopo l’arresto ha una cornice temporale netta. La polizia può trattenere una persona fino a 24 ore senza incriminazione, con possibilità di richiedere estensioni fino a un massimo assoluto di 96 ore. Scaduto quel limite, non esistono zone grigie: o si procede con un’incriminazione formale, oppure si rilascia l’indagato, anche in attesa di ulteriori approfondimenti e con eventuali condizioni.

        Nelle ore di custodia Andrea potrà essere interrogato e, come previsto, avrà diritto alla consulenza legale e alla presenza di un avvocato. Ogni dichiarazione resa durante l’interrogatorio potrà confluire nel fascicolo che verrà sottoposto al Crown Prosecution Service, l’organo chiamato a valutare se vi siano gli elementi per un’accusa.

        Cella standard, nessun trattamento speciale

        Nel racconto che circola, la polizia avrebbe già chiarito un principio destinato a diventare slogan: nessun trattamento speciale. Tradotto in pratica, quando non è in interrogatorio l’ex principe verrebbe detenuto in una cella “standard”, spoglia, con letto e bagno. L’immagine fa effetto perché ribalta l’idea di immunità sociale, ma sul piano giuridico è la normalità della procedura. L’unica vera eccezione istituzionale in materia di immunità resta quella del sovrano.

        L’ipotesi di reato e il nodo Epstein

        La contestazione ipotizzata è quella di cattiva condotta nell’esercizio di una funzione pubblica, un reato considerato tra i più gravi nel diritto britannico, per il quale viene indicata una pena massima che può arrivare fino all’ergastolo. Qui, però, la distinzione è cruciale: pena massima non significa pena automatica, e ipotesi investigativa non significa colpevolezza. È la fase in cui si raccolgono elementi, si confrontano testimonianze, si valutano documenti.

        Sul fronte politico-istituzionale, nel materiale che circola vengono citate prese di posizione pubbliche e il fatto che Gordon Brown avrebbe consegnato un memorandum alla polizia con “informazioni aggiuntive”. Anche questo, al momento, va letto per ciò che è: un tassello dichiarato, non una sentenza.

        Il resto lo dirà solo la procedura: interrogatori, riscontri, valutazioni del CPS. Nel frattempo, la domanda che rimbalza è semplice e brutale come un timer: allo scadere delle 96 ore, quale sarà la decisione?

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          Personaggi

          “La giustizia non è uguale per… Totti”: Ilary Blasi punge dopo l’archiviazione su abbandono di minore e cena del 26 maggio 2023

          Archiviata l’indagine per presunto abbandono di minore: secondo il gip, “la sera del 26 maggio del 2023” i tre figli sotto i 14 anni “non si sono mai trovati” in pericolo. Ilary Blasi reagisce con una battuta, mentre il suo avvocato contesta ricostruzione e impostazione giuridica: “Mi chiedo se l’indagato non fosse stato Totti cosa sarebbe accaduto”. Archiviata anche la posizione della colf.

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            Quando Ilary Blasi decide di commentare, raramente lo fa con il tono del verbale. Stavolta, dopo la decisione del giudice che ha archiviato l’inchiesta su Francesco Totti e Noemi Bocchi, l’ex conduttrice ha scelto la stilettata secca, quella che ti resta in testa perché sembra una battuta e invece è una sentenza emotiva: «La giustizia non è uguale per Totti».

            Il cuore dell’archiviazione: “Mai alcun pericolo”

            Il gip ha ritenuto che non ci fossero gli estremi per un rinvio a giudizio nell’indagine nata dall’accusa di abbandono di minore: la contestazione, in sintesi, era quella di aver lasciato i figli soli in casa per andare a cena fuori la sera del 26 maggio 2023. Nelle motivazioni, però, la linea è netta e non lascia spazio a interpretazioni: «La sera del 26 maggio del 2023 la figlia di Totti e i due figli di Noemi Bocchi, tutti sotto i quattordici anni, non si sono mai trovati in qualsiasi pericolo – invero anche solo potenziale o teorico – per la propria incolumità».

            Il giudice spiega anche che «è vero che i tre bambini si sono trovati a stare da soli all’interno dell’abitazione», ma aggiunge che «i minori erano stati lasciati in salute e provvisti di cibo e di denaro, al di fuori di alcuno stato di isolamento e abbandono». Un ulteriore elemento valorizzato nell’ordinanza è che, «al momento dell’intervento della p.g., gli stessi erano dormienti», e che «nemmeno risulta specificata la fonte del potenziale pericolo eventualmente corso dai minori».

            Ilary e l’avvocato: la replica che pesa

            Ilary Blasi la mette giù con ironia, ma l’avvocato Fabio Lattanzi, che la assiste, sceglie un registro molto più combattivo. «Una decisione che non capisco – dice l’avvocato Lattanzi, che rappresenta Blasi – Non ritengo corretta l’argomentazione giuridica. È errata la ricostruzione del fatto. Valuterò con la mia cliente quali azioni intraprendere. Il fatto certo è che una bambina di sei anni è stata lasciata da sola e si è fatto di tutto per nasconderlo. Mi chiedo se l’indagato non fosse stato Totti cosa sarebbe accaduto».

            Parole che spostano la questione dal “cosa è stato ritenuto penalmente rilevante” al “come viene percepita la misura della tutela”, e soprattutto riaccendono un sospetto antico e sempre efficace: la sensazione che, quando il cognome è pesante, anche la lettura dei fatti possa sembrare più leggera.

            Il telefono, i nonni e la colf: i dettagli che chiudono il caso

            Nell’impianto dell’archiviazione pesa anche il tema delle condizioni concrete: si parla del videot telefono a disposizione durante l’assenza e di un contesto che, secondo il gip, non avrebbe esposto i minori a rischio. Viene citato anche il passaggio sui nonni materni che, dopo una prima chiamata, «si sono lealmente limitati a segnalare un episodio di difficoltà respiratoria della bambina, rimasto non meglio precisato». E ancora: «la stessa Blasi, la più sentita preoccupazione era stata che la p.g. avesse particolare cura di non spaventare la figlia».

            In parallelo, è stata archiviata anche la posizione della colf di Totti e Bocchi, indagata con l’accusa di false dichiarazioni all’autorità giudiziaria. Formalmente, quindi, la vicenda si chiude qui. Mediaticamente, invece, si riapre altrove: nella frase di Ilary, che suona come un titolo perfetto perché fa quello che i titoli devono fare. Punge. E resta.

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              Gossip

              Giletti e Corona a letto insieme, l’insinuazione choc finisce davanti al giudice: processo ad alta tensione

              Una storia che sembra scritta da due Italie diverse e invece si incrocia in aula: nel 2021 l’influencer romano Minnocci pubblica un video con accuse pesantissime che chiamano in causa Fabrizio Corona e Giletti. Il conduttore denuncia. Ora il “Brasiliano” è imputato per diffamazione aggravata e Giletti figura come parte lesa. Se sarà presente all’udienza, l’incontro non avverrà in studio ma davanti a un giudice.

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                C’è una storia che unisce due mondi che, sulla carta, dovrebbero ignorarsi. Da una parte la televisione italiana, quella dei prime time, dei talk, delle luci fredde e delle frasi pesate. Dall’altra i social della periferia romana, dove il linguaggio è ruvido, i confini saltano e la reputazione si costruisce anche sull’eccesso. In mezzo, un nome che accende sempre qualcosa, nel bene e nel male: Fabrizio Corona. E un altro che, per mestiere, ha imparato a reggere l’urto della piazza mediatica: Massimo Giletti.

                Il punto d’impatto, stavolta, non è uno studio televisivo. È il Palazzo di giustizia di Roma, luogo molto meno glamour e molto più definitivo: perché lì le parole non sono contenuto, sono atti. E gli atti, a differenza delle stories, restano.

                Tutto parte dal dicembre 2021. Massimiliano Minnocci, noto al web come il Brasiliano, pubblica tra Telegram e YouTube un video destinato a far rumore. Nel filmato lancia un’insinuazione pesante, una di quelle che – dette così, senza filtri – possono distruggere carriere e accendere cause: sostiene che Fabrizio Corona avrebbe avuto rapporti sessuali con Giletti in cambio di ospitate nel programma. Un’accusa durissima, pronunciata con quel tono diretto e “senza freni” che è da sempre la cifra del personaggio. Il problema è che il tono non cambia la sostanza: e la sostanza, per chi si ritiene colpito, diventa materia da tribunale.

                Giletti non la archivia come folklore da social. La prende sul serio e presenta denuncia. Da lì, la macchina giudiziaria si mette in moto. Oggi Minnocci risulta imputato per diffamazione aggravata e Giletti figura come parte lesa. Se l’udienza vedrà entrambi presenti, l’incontro avverrà a pochi metri di distanza: non davanti a un pubblico pagante, ma davanti a un giudice. E questo cambia tutto, perché davanti a un giudice non esiste il “l’ho detto per provocare”, non esiste la maschera che funziona su internet, non esiste il taglio furbo del video. Esiste ciò che si è affermato e ciò che si riesce a sostenere, punto.

                Per capire perché questa storia colpisce tanto, bisogna capire chi è il “Brasiliano”, e perché il suo nome – pur lontanissimo dalla tv tradizionale – sia diventato familiare a mezzo web. Minnocci, nato tra il 1978 e il 1979, è cresciuto a Pietralata, a Roma, in un contesto descritto come duro, di strada. Per anni è stato legato al mondo ultras della curva romanista, con un passato turbolento e costellato di problemi con la legge. Poi arriva la svolta mediatica: nel 2018 viene intercettato dalle telecamere di un programma Rai condotto da Enrico Lucci. È un’intervista che sembra piccola, quasi laterale, e invece fa da detonatore: palestra, fisico in mostra, tatuaggi, l’orgoglio del personaggio e la totale assenza di diplomazia. Da quel momento la crescita è rapida: i follower aumentano, l’attenzione sale, il personaggio diventa “spendibile”.

                Minnocci capisce presto la regola non scritta dei social: l’autenticità, anche quando è borderline, crea pubblico. Lui la racconta così, in prima persona, con una frase che suona come un manifesto del suo passaggio dalla strada al mercato: «Ho messo un post un giorno dicendo che cercavo collaborazioni e la mattina dopo avevo venti mail. Da lì è partito tutto». Non è solo un salto di visibilità, è un salto di ruolo: diventa ospite ricorrente a La Zanzara su Radio 24, entra nei circuiti televisivi, nel 2023 pubblica la sua autobiografia. Un percorso insolito, fatto di contraddizioni e di accelerazioni: dalla periferia ai salotti mediatici senza smussare fino in fondo gli angoli, anzi spesso esibendoli come marchio di fabbrica.

                Poi però la cronaca torna a farsi sentire con un peso ben più grave delle risse verbali online. Nel dicembre 2024 Minnocci viene arrestato con un’accusa pesantissima: secondo quanto riportato, avrebbe aggredito la compagna con un bastone mentre era sotto l’effetto di alcol e cocaina, fratturandole il braccio destro. Una vicenda che – al di là di ogni sfumatura processuale – ha generato una condanna durissima anche da parte di chi, fino a quel momento, lo aveva sostenuto o frequentato mediaticamente. Nel febbraio 2025 è tornato in libertà dopo la revoca degli arresti domiciliari. E quando un personaggio rientra sulla scena con un’ombra così, ogni passaggio successivo si legge in controluce.

                Dentro questo quadro arriva il “capitolo Giletti”. Il processo per diffamazione aggravata è la conseguenza diretta di quel video del 2021 e di quelle parole. Accuse pubbliche di quel tipo, rivolte a un giornalista e conduttore di quella caratura, difficilmente potevano restare senza una risposta legale. Giletti ha scelto la strada del tribunale, la procura ha dato seguito alla denuncia, e ora la vicenda entra nel perimetro dove conta una sola cosa: la responsabilità di ciò che si è detto.

                Il contrasto tra i protagonisti è quasi cinematografico: un conduttore navigato, abituato a camminare sul filo tra informazione e spettacolo, e un influencer di strada che ha costruito la propria fama sul “dire tutto”, senza pesare i verbi e senza temere le conseguenze. Ma in aula succede l’esatto contrario di quello che accade online: la platea non premia l’eccesso, lo valuta. E ogni frase diventa un oggetto, un peso, un fatto da misurare.

                Per ora non ci sono date certe rese note per l’udienza, ma la sensazione è che quando arriverà non sarà una scena ordinaria. Perché non è solo un processo per diffamazione: è un cortocircuito tra linguaggi, tra poteri, tra mondi che si sfiorano e poi si colpiscono. E, sullo sfondo, c’è quel nome – Corona – che, anche quando resta “solo” dentro un’accusa, riesce comunque a spostare l’attenzione e ad alzare la temperatura. In tribunale, però, la temperatura non basta. Conta la sostanza. E lì, il sipario non lo chiude l’applauso.

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