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Gossip

Myriam Catania: con Luca Argentero che felicità. Ma è finita…

Myriam, talentuosa doppiatrice italiana, figlia d’arte, svela con passione i suoi anni di gioia accanto a Luca Argentero. Un capitolo della sua vita che, sebbene ormai chiuso, è ancora intriso di preziosi ricordi. Luca fu un faro luminoso nel momento più buio della sua esistenza, quando affrontò l’impatto devastante di un terribile incidente stradale.

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    La dolce attrice e doppiatrice, all’età di 44 anni, ha trovato il suo compagno ideale nel 2016, Quentin Kammermann, con cui ha condiviso l’incredibile gioia della maternità nel maggio 2017, accogliendo il loro adorato figlio Jacques. “L’ho conosciuto in Spagna ed è stato colpo di fulmine. Dopo sei mesi, forse anche meno, ero incinta – ha raccontato Myriam – Lui è un digital designer, sta qui, poi torna in Francia per un mese e così via”.

    “Prima ho scelto un torinese, poi un francese,” confida Myriam con un’aria giocosa e romantica. “Mi piacciono le cose complicate…”, aggiunge, sottolineando la sua predilezione per il fascino e la diversità che ogni amore porta con sé.

    Prima di incontrare Kammermann, Myriam Catania ha vissuto una storia d’amore intensa e travolgente con Luca Argentero. I due, legati da un amore profondo, si sono sposati nel 2009 dopo cinque anni di fidanzamento, ma le loro strade si sono divise nel 2016. Nonostante la separazione, Myriam guarda con grande affetto a quel capitolo della sua vita. “Ora vive al Nord, io l’avevo portato a Roma. Sono stati gli anni più belli della mia vita. È un po’ un capitolo chiuso, ma conservo un bel ricordo.” Le sue parole risuonano come un’eco di amore passato, un ricordo prezioso che continua a illuminare il presente con la sua dolcezza.

    Myriam rivela anche un altro aneddoto, di quanto Luca Argentero sia stato fondamentale in uno dei periodi più difficili della sua vita. “Stavo tornando da una lezione di canto nel periodo in cui giravo ‘Lo zio d’America’, dovevo fare una canzone. Ero in motorino, non ricordo esattamente la dinamica ma so solo che mi sono risvegliata un mese dopo,” ha detto Myriam, ricordando il terribile incidente avvenuto a Roma quando aveva 27 anni. Le fratture al viso e il coma farmacologico l’hanno costretta a un lungo e doloroso recupero. “Mi sono sentita miracolata. È stato un anno di pausa, mi sono dedicata a me stessa. Ho ritrovato il senso della vita,” ha aggiunto con emozione. “

    Figlia della rinomata regista e sceneggiatrice Rossella Izzo, e nipote di Renato Izzo, apprezzato sceneggiatore e attore, Myriam è immersa in una famiglia ricca di talento nel mondo dello spettacolo. Il suo albero genealogico comprende anche la regista e attrice Simona Izzo, la doppiatrice Giuppy Izzo e l’interprete Fiamma Izzo d’Amico. Inoltre, Myriam è cugina degli attori Francesco Venditti, Rossa e Lilian Caputo, consolidando così il suo legame con l’industria cinematografica.

    Fin dalla giovane età, Myriam ha dimostrato di avere una voce versatile e talentuosa, iniziando la sua carriera come doppiatrice. Ha prestato la sua voce a numerose celebrità internazionali, tra cui Jessica Alba, Alyson Hannigan, Alexis Bledel, Nikki Cox, Keira Knightley, Anna Paquin, Natalie Portman, Christina Ricci, Chloë Sevigny e Lindsay Lohan.

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      Personaggi

      “Due grandi progetti” e l’ombra di un partito: Corona rilancia “Falsissimo” e fa crescere le voci di una discesa in campo

      Annuncia nuove puntate e parla di “progetti” per essere “liberi dagli attacchi”. Intanto, tra scontri, censure e numeri social, l’ipotesi politica riprende quota. Lui esclude la candidatura, non l’idea di “un partito o di un movimento”. Sullo sfondo: il caso Signorini, i rapporti con i Berlusconi e l’ipotesi di un “battitore libero” capace di intercettare l’astensione.

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        Fabrizio Corona torna a fare ciò che gli riesce meglio: occupare la scena. Questa volta con una mossa doppia, che tiene insieme contenuto e messaggio, piattaforma e ambizione. Da un lato, il ritorno operativo di “Falsissimo” su YouTube e l’annuncio di un nuovo episodio. Dall’altro, un’espressione che sembra fatta apposta per alimentare il chiacchiericcio politico: “due nuovi grandi progetti”. E soprattutto una promessa che suona come un teaser da campagna elettorale, anche se non lo è (ancora): “stiamo lavorando a due nuovi grandi progetti che ci possano rendere liberi dagli attacchi di qualsiasi potere”.

        Sta davvero per candidarsi?

        Il punto, in questa fase, non è tanto capire se Corona stia davvero per candidarsi, quanto osservare come stia costruendo l’idea che potrebbe farlo. Perché lui stesso, nelle scorse settimane, ha tagliato corto sull’ipotesi della candidatura, ma ha lasciato aperta la porta alla cosa più grossa e più lunga: la creazione di un contenitore. A Cronache Maceratesi, l’1 febbraio, ha messo la frase che oggi torna a circolare come un gancio: “un partito o di un movimento, sto decidendo”. Nessuna data ufficiale, nessun programma, nessuna struttura dichiarata. Però un nome già pronto, perfetto per diventare etichetta, slogan, brand: “Falsissimo”.

        Caso Signorini

        Il terreno su cui questa suggestione attecchisce è quello, già caldo, degli ultimi mesi: polemiche, scontri, sospensioni social, video rimossi, un’attenzione mediatica che non si spegne neppure quando dovrebbe. Il “caso Alfonso Signorini” e lo scontro con la famiglia Berlusconi hanno fatto da detonatore, e la rimozione di contenuti o la sospensione di profili – comunque la si legga – ha prodotto l’effetto classico della comunicazione contemporanea: ha trasformato una vicenda in racconto identitario. C’è chi lo critica e chi lo esalta, ma intanto i numeri diventano argomento politico prima ancora che mediatico, perché finiscono per essere presentati come “consenso”.

        Serate in discoteca

        A rafforzare questa narrazione contribuisce anche l’altra faccia della macchina Corona: le serate in discoteca, i video che circolano, la costruzione di una comunità che si muove tra intrattenimento e militanza emotiva. Un pubblico giovane, molto digitale, spesso più presente online che ai seggi. Ed è qui che l’ipotesi politica smette di essere folclore e inizia a essere scenario: l’obiettivo, secondo il ragionamento che rimbalza da settimane, non sarebbe tanto pescare nei bacini tradizionali dei partiti, quanto puntare su chi ha smesso di votare, su chi si è chiamato fuori e ora potrebbe rientrare “per protesta” o per appartenenza a un personaggio.

        In questo senso, la frase pronunciata a gennaio fuori dal Tribunale di Milano diventa quasi un manifesto, perché contiene insieme potenza e minaccia, audience e rivalsa: “Faccio 70 milioni di interazioni, più di un partito. Se mi chiudono fondo una lista civica, vinco le elezioni e comando tutti, anche la magistratura”. È un’esagerazione? È una provocazione? È un’iperbole da personaggio? Probabile. Ma è anche, nel suo linguaggio, la dichiarazione che il potere oggi passa per la visibilità e che la visibilità può diventare struttura.

        C’è poi un dettaglio che alimenta ulteriormente le voci: Corona, nei giorni scorsi, ha parlato di una “rivoluzione a metà marzo”, senza entrare nei particolari. Il tipo di frase che, da sola, non dice nulla ma invita tutti a riempire il vuoto. E sui social il vuoto non resta vuoto: viene occupato da ipotesi, ricostruzioni, retroscena, nomi.

        Tra questi nomi torna ciclicamente Mario Adinolfi, che negli ultimi tempi ha difeso Corona e ha parlato di censura. Lo stesso Adinolfi avrebbe evocato un’alleanza immaginifica, quasi da slogan: “Songo un tridente Adinolfi-Vannacci-Corona”. È un’ipotesi che fa rumore perché mette insieme mondi diversi e perché arriva mentre Roberto Vannacci con Futuro Nazionale è già al centro di incastri parlamentari e proiezioni elettorali. Ma, proprio per questo, resta più suggestione che architettura: Corona, per come si muove e per come si racconta, difficilmente accetterebbe un ruolo da comprimario.

        Se davvero il “partito Falsissimo” dovesse prendere forma, sarebbe quindi più plausibile immaginarlo come un progetto personale, cucito su misura, con una logica da piattaforma più che da sezione di partito: un leader che non necessariamente si candida, ma orienta, incendia, trascina, detta l’agenda e sceglie i volti. Un modello che in Italia abbiamo già visto nella genesi di movimenti nati fuori dai palazzi, con la differenza che qui la benzina è la cronaca social, non una rete territoriale.

        Resta, infine, un’altra traccia che mostra come la tentazione politica non sia nuova. Nel 2012 Corona diceva di stimare Matteo Renzi e aggiungeva: “Gli direi che in un futuro mi piacerebbe fare politica. Imparerei da lui perché da tutte le persone c’è da imparare, poi quello che avrei imparato lo userei magari nei miei progetti”. La risposta di Renzi, affidata al portavoce di allora, fu una porta chiusa senza diplomazie: “Nessuno gli chiederà di far politica con noi. Per noi infatti la politica è una cosa seria”.

        Oggi, a distanza di anni, la domanda non è se la politica sia “seria”. La domanda è quanto sia permeabile. E quanto un personaggio capace di produrre rumore, numeri e polarizzazione possa trasformare quel rumore in struttura. Corona intanto torna su YouTube, rilancia “Falsissimo” e parla di “due grandi progetti”. Il resto, per ora, è un’ipotesi che cammina sulle gambe migliori che esistano nel 2026: l’attenzione e la curiosità.

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          Gossip

          Belen al tavolo di Fazio, Marcuzzi assente: quando arriva una, l’altra sparisce e il gossip riaccende il caso De Martino

          Per lanciare OnlyFans sul Nove, Belen vola da Fazio e siede al tavolo. Proprio lì dove da settimane c’è anche Alessia Marcuzzi, che però in quella puntata non compare. Sullo sfondo torna il vecchio capitolo De Martino e le indiscrezioni mai sopite.

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            Quando c’è una, l’altra scompare. Non è un titolo di fantasia, ma l’osservazione che ha iniziato a rimbalzare sui social dopo l’ultima puntata di Che Tempo Che Fa. Belen Rodriguez è stata ospite di Fabio Fazio per promuovere OnlyFans, il nuovo programma che conduce sul Nove. Intervista in studio, sorrisi, battute e poi la classica partecipazione al tavolo della seconda parte della trasmissione.

            Fin qui, nulla di strano. Se non fosse che quello stesso tavolo, da settimane, ospita anche Alessia Marcuzzi. Non con un contratto fisso per tutte le puntate, ma con una presenza ricorrente. E proprio nella serata in cui Belen sedeva accanto a Fazio, Marcuzzi non c’era.

            L’assenza che fa rumore

            La coincidenza è bastata per accendere i radar del gossip. Perché in televisione le assenze parlano quasi quanto le presenze. E quando due nomi sono legati da un passato complicato, ogni dettaglio diventa indizio. C’è chi sussurra che l’assenza sia stata casuale, legata ad altri impegni. C’è chi, invece, sostiene che non lo sia affatto.

            Secondo alcune voci, sarebbe stata proprio Belen a non gradire una coesistenza al tavolo. Nessuna conferma ufficiale, solo retroscena che corrono veloci tra social e siti di spettacolo. Ma il tempismo è di quelli che alimentano la narrativa.

            Il fantasma di De Martino

            Sul fondo, inevitabile, c’è Stefano De Martino. Nel luglio 2020 Dagospia parlò di una presunta tresca tra il conduttore, allora legato a Belen, e Alessia Marcuzzi. Indiscrezioni che all’epoca fecero rumore, tra smentite e silenzi.

            La storia sembrava archiviata, almeno pubblicamente. Poi, a fine 2023, è stata la stessa Belen a riaprire il capitolo. Sui social, rispondendo a una fan che chiedeva se quelle voci fossero vere, la conduttrice argentina ha confermato il tradimento. Una frase secca, senza giri di parole, che ha rimesso tutto sotto i riflettori.

            Televisione, orgoglio e tempismo

            La presenza di Belen da Fazio aveva un obiettivo chiaro: promuovere il suo nuovo progetto televisivo. Eppure l’attenzione si è spostata rapidamente altrove. Non sulle battute in studio, non sui contenuti del programma, ma su chi c’era e chi no.

            In un mondo dello spettacolo dove le immagini contano quanto le parole, anche un posto vuoto può diventare racconto. Coincidenza? Scelta editoriale? O semplice calendario? Le risposte ufficiali non arrivano. Ma il dubbio resta sospeso, alimentando quella dinamica tutta televisiva in cui, quando una entra in scena, l’altra sembra dissolversi.

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              Gossip

              Genny-Boccia, la sceneggiatura perfetta: 33mila messaggi, promesse di nomine e Vanzina in chat. Altro che cinepanettone, qui è ministeriale

              Nelle carte: 33.741 messaggi tra aprile e agosto 2024, screenshot con Enrico Vanzina, promesse di nomina, inviti “anche all’estero” e la domanda che brucia: “Sei l’amante di Sangiuliano?”. Tra pubblico e privato, la storia diventa copione.

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                Se qualcuno volesse spiegare a uno straniero che cos’è l’Italia, potrebbe evitare manuali, docufilm e cartoline. Basterebbe fargli leggere, con calma e magari una camomilla pronta, la trama che emerge dagli atti del processo che vede imputata Maria Rosaria Boccia per stalking e lesioni. Perché qui non c’è solo cronaca: sembra la prova generale di un film che non sa scegliere il genere e allora li prende tutti, commedia degli equivoci, melodramma, backstage politico, thriller da corridoio, turismo culturale. Con un cameo che, giuro, neanche l’autore più fantasioso oserebbe: Enrico Vanzina.

                Il dettaglio è da applauso in sala. 2 luglio 2024. Gennaro Sangiuliano, allora ministro della Cultura, promettendo a Boccia la nomina a sua consigliera, le invia lo screenshot di un sms in cui Vanzina gli chiede di indicargli una persona a cui esporre il progetto di un festival cinematografico a Pompei. E Sangiuliano, con quella sicurezza da protagonista che si sente già in locandina, scrive: “Infatti pensavo che appena fatto designo te a parlare con lui”. La parola è perfetta così: “designo”. Non “ti presento”, non “vi metto in contatto”. “Designo”. Come se stesse investendo un console. O almeno una co-protagonista.

                Poi si apre la diga, e nelle carte entra un numero che da solo meriterebbe un capitolo a parte: 33.741 messaggi scambiati tra l’8 aprile e il 30 agosto 2024. Un flusso che, letto oggi, sembra una serie tv scritta in diretta, con scene che cambiano tono e registro a seconda di chi ha il controllo della stanza, o della chat.

                La nomina come pass d’accesso

                Dentro quei messaggi, scrivono gli investigatori, c’è un dato politicamente rilevante: l’insistenza dell’ex ministro sull’idea di nominarla consigliera, anche quando lei sosteneva di poterne fare a meno. È un rovesciamento quasi comico dell’immaginario collettivo. Qui la “nomina” non è l’oggetto del desiderio lanciato in aria e afferrato al volo. È una palla che rimbalza avanti e indietro, come se nessuno volesse sembrare quello che la chiede davvero, pur volendola.

                Il 4 giugno, per esempio, lui scrive: “Potrei nominarti mio consigliere. Atto ufficiale – Nel qual caso puoi venire anche all’estero”. La risposta di lei è una di quelle che non lasciano spazio alla diplomazia: “Solo se posso venire con te”. E lui rincara, quasi didascalico: “(…) sei brava (…) Sei consigliere del ministro per la comunicazione”. Lei chiede: “Quindi posso venire per produrre contenuti?”. E lui alza il tiro: “Tu fai un lavoro più alto. Organizzi eventi. Dobbiamo fare G7, 800 anni di San Francesco, Giubileo e tanti altri”. Letto così, sembra insieme l’agenda di un ministero e quella di una coppia che si sta convincendo che ogni appuntamento istituzionale possa diventare un appuntamento personale. La politica come calendario condiviso.

                La prudenza in salsa nazionale

                La parte migliore, in questa storia, è la prudenza. Quella invocata, proclamata, quasi sussurrata come un mantra. Perché quando la voce della relazione comincia a girare, la chat cambia tono. L’8 giugno arriva un sms di un noto nutrizionista che chiede, senza preamboli, la domanda più romana dell’estate: “Sei l’amante di Sangiuliano?”. È l’istante in cui l’Italia smette di essere un Paese e diventa un gruppo WhatsApp.

                E lì, finalmente, qualcuno prova a mettere un freno. Boccia, tra il 10 e l’11 giugno, scrive: “Se facciamo qualcosa insieme devo avere il terrore che finisca anche quello che mi sono impegnata a fare? (…) Allora propongo di non lavorare insieme. Così non faccio brutte figure”. È un passaggio quasi sensato, perfino umano: quando la storia ti esplode tra le mani, ti chiedi se non sia meglio togliere di mezzo la miccia. Solo che la miccia, qui, sembra avere gambe proprie.

                Il 4 luglio, davanti ai ritardi del ministero, lei scrive: “Se hai problemi lascia perdere. Sappi che non me la prendo”. Lui risponde con il classico riflesso di chi non sa rinunciare al controllo della scena: “Non ne parliamo fammi fare”. E allora arriva la frase che dovrebbe chiudere tutto: “Sai che se esce questa cosa vai nei guai a casa se in imbarazzo a lavoro”. In una storia normale, uno ringrazierebbe per la lucidità e si fermerebbe. Qui no. Lui: “Saremo prudenti al massimo (…) Questa cosa agevola la possibilità di vederci”. Ecco la prudenza in versione nazionale: non serve a evitare guai, serve a proseguire.

                Quando la realtà diventa copione

                A questo punto, il racconto nelle carte prende la forma della parabola: la nomina che appare e scompare, i ruoli che si confondono, l’idea che un documento possa essere insieme atto amministrativo e pass d’accesso emotivo. E poi la parte già nota al pubblico, quella delle “puntate precedenti”: la nomina firmata ma non valida perché ritirata prima della controfirma digitale; la ferita alla testa refertata al Gemelli; il racconto dell’hotel di Sanremo; quel messaggio drammatico: “a un certo punto ho davvero pensato di saltare dalla finestra anche se potevo farmi molto male”. Letto fuori contesto sembra un finale di stagione. Letto dentro, è il punto in cui la realtà si accorge di essere stata trasformata in sceneggiatura.

                C’è anche la testimonianza dell’ex deputata Melania De Nichilo Rizzoli, sentita come testimone il 7 ottobre 2024, che riferisce: “Lei mi diceva che non voleva passare per la ‘zoccola’ che era stata con il ministro per ottenere una nomina (…) voleva che lui lasciasse la moglie, voleva diventare la compagna ufficiale e ottenere la nomina”. Frase dura, ma rivelatrice. Perché qui non si litiga solo per un incarico. Si litiga per il racconto pubblico. Per chi sei. Per come ti vedono. Per quale parte interpreti quando la storia, appena esce dalla stanza, diventa piazza.

                E infatti, quando il 3 settembre 2024 lui è a un passo dalle dimissioni, lei chiede: “Che cosa hai detto oggi a Giorgia (Meloni, ndr)?”. Lui risponde: “Non abbiamo parlato mica di te, assolutamente”. Porta chiusa in fretta. Nelle carte compare anche la valutazione degli investigatori: Boccia avrebbe compiuto un’attività mirata a condizionare la volontà di Sangiuliano, tentando di interferire sulla libertà di autodeterminare le proprie azioni. Tradotto in lingua da bar: “lo teneva al guinzaglio”. Tradotto in lingua istituzionale: è un capitolo d’indagine.

                La verità è che questa storia fa male proprio perché è ridicola e seria insieme. Ridicola nei dettagli che sembrano scritti per farci alzare gli occhi al cielo; seria nelle conseguenze, nei confini superati, nell’idea che tra chat e potere tutto diventi trattabile, negoziabile, perfino “designabile”. È il punto in cui la commedia smette di far ridere e resta quella sensazione appiccicosa: che certe cose, in Italia, non succedono per caso. Succedono perché qualcuno, per un po’, pensa davvero che il mondo funzioni così. E allora sì: meglio di un cinepanettone. Solo che qui non esci dal cinema leggero. Ti rimane addosso l’eco di una frase: “Saremo prudenti al massimo”. E il dubbio su cosa, davvero, significhi prudenza quando il sipario si sta già aprendo.

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