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Lifestyle

Una vita davanti al rosso: quanto tempo perdiamo ad aspettare il verde?

Ma il tempo di attesa ai semafori è del tutto perso? Ecco come fare per ottimizzare le soste forzate in città, gestire efficacemente i minuti trascorsi ad aspettare per massimizzare la produttività e ridurre lo stress, durante i nostri spostamenti quotidiani

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    Il tempo che una persona trascorre davanti ai semafori può variare notevolmente in base a diversi fattori, tra cui il luogo in cui viviamo, i nostri spostamenti abituali e lo stile di vita.
    Non esiste un dato preciso su quanto tempo possiamo passare davanti ai semafori durante tutta la vita perché, se viviamo in una zona urbana popolata e ci spostiamo frequentemente in auto, potremmo trascorrerci più tempo, rispetto a qualcun altro che vive in una zona limitrofa meno trafficata, o che magari utilizza principalmente i mezzi di trasporto.

    La nostra vita in auto
    Quindi, in realtà non esiste una stima precisa del tempo che una persona media passa ad aspettare che i semafori che da rossi diventino verdi. Ma che pensiamo mentre aspettano che il semaforo diventi verde? Impazienza, se siamo diretti verso impegni importanti. Alcuni di noi usano il tempo di attesa per pianificare le prossime azioni o riflettere su cosa dobbiamo fare una volta che il semaforo diventa verde, ci distraiamo durante l’attesa, controlliamo il cellulare, o guardiamo fuori dal finestrino per vedere chi è alla guida delle altre vetture a fianco.

    Guardiamo il vicino di macchina
    Anzi, in alcuni casi, capita che le persone interagiscano con noi attraverso gesti, sorrisi o sguardi. Possiamo, inoltre, utilizzare il tempo di attesa per riflettere su questioni personali o esperienze passate. Ma la noia pervade sempre, lasciando vagare la mente senza pensare a qualcosa di specifico. In definitiva, i semafori sono parte della nostra vita quotidiana. Anche se possiamo non apprezzare sempre l’attesa, è importante ricordare che sono lì per garantire la nostra sicurezza su strada.

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      Cucina

      Brandacujun, il piatto “scosso” di Sanremo: la ricetta povera che conquista anche le tavole del Festival

      Mentre Sanremo canta e si accende sotto i riflettori, nelle cucine continua un rito antico fatto di gesti semplici e pentole da scuotere. Il Brandacujun resta lì, fedele alla sua storia marinara, ricordando che l’identità di una città passa anche dal sapore dei suoi piatti più umili.

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      Brandacujun

        A Sanremo non c’è solo la musica. Accanto alle luci del Festival e ai red carpet, resiste una tradizione gastronomica antica, fatta di sapori semplici e storie di mare. Tra queste spicca il Brandacujun, una ricetta dal nome curioso e dall’anima profondamente popolare, che ancora oggi viene preparata nelle case e nei ristoranti della Riviera.

        Il nome, che nel dialetto ligure significa letteralmente “scuoti il… cujun”, cioè “scuoti il recipiente”, non è una provocazione ma una descrizione fedele del gesto fondamentale della preparazione. Il Brandacujun, infatti, non si mescola con il cucchiaio: si agita energicamente la pentola per amalgamare gli ingredienti, secondo una tecnica tramandata da secoli.

        Le origini risalgono alla cucina dei pescatori della Liguria occidentale, in particolare tra Imperia e Sanremo. Era un piatto povero, preparato sulle barche utilizzando stoccafisso conservato, patate e pochi aromi. Ingredienti facili da trasportare e conservare durante le lunghe giornate in mare.

        Oggi è diventato una specialità identitaria, proposta anche durante la settimana del Festival, quando turisti e visitatori cercano sapori autentici oltre allo spettacolo musicale.

        Gli ingredienti tradizionali (per 4 persone)
        – 600 grammi di stoccafisso già ammollato
        – 500 grammi di patate
        – 1 o 2 spicchi d’aglio
        – prezzemolo fresco tritato
        – olio extravergine d’oliva ligure
        – sale
        – pepe (facoltativo)
        – qualche oliva taggiasca (variante diffusa ma non obbligatoria)

        Il procedimento
        La preparazione richiede tempo ma pochi passaggi. Lo stoccafisso, già ammollato per almeno 48 ore, viene lessato in acqua non salata per circa 20–30 minuti. In una pentola separata si lessano le patate con la buccia.

        Una volta pronti, si pelano le patate e si uniscono allo stoccafisso ancora caldo in una casseruola capiente. A questo punto si aggiungono aglio tritato, prezzemolo e abbondante olio extravergine.

        Ed è qui che avviene il gesto simbolico: la pentola viene coperta e agitata con energia. Il movimento permette agli ingredienti di sfaldarsi e amalgamarsi senza diventare una crema, mantenendo una consistenza rustica.

        Il risultato è un piatto profumato, delicato ma saporito, dove il gusto intenso del pesce si equilibra con la dolcezza delle patate e la freschezza dell’olio ligure.

        Un simbolo che racconta il territorio
        Il Brandacujun non è solo una ricetta, ma un racconto. Rappresenta l’ingegno della cucina povera, capace di trasformare pochi ingredienti in un piatto completo e nutriente. Ancora oggi viene servito tiepido o a temperatura ambiente, spesso accompagnato da pane e vino bianco locale.

        Durante i giorni del Festival, molti ristoranti lo propongono come omaggio alla tradizione, offrendo ai visitatori un’esperienza che va oltre la musica.

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          Cucina

          Farinata di ceci, l’oro povero di Sanremo: la ricetta ligure che profuma di mare e tradizione

          Nata per caso nel Medioevo e diventata simbolo dello street food ligure, la farinata è uno dei piatti più amati anche nella città dei fiori. Ingredienti semplici, cottura nel forno a legna e una storia che attraversa i secoli.

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          Farinata di ceci, l’oro povero di Sanremo: la ricetta ligure che profuma di mare e tradizione

            A Sanremo non esistono solo fiori, canzoni e turismo. Tra i profumi che raccontano davvero l’identità della città c’è quello della farinata di ceci, una preparazione antichissima che ancora oggi viene servita nelle pizzerie storiche e nelle focaccerie del centro. Bassa, dorata e croccante ai bordi, è considerata uno dei simboli gastronomici della Liguria occidentale, capace di unire semplicità e gusto in un equilibrio perfetto.

            Le sue origini affondano nel Medioevo e, secondo la tradizione più diffusa, risalgono al XII secolo. La leggenda racconta che, dopo la battaglia della Meloria del 1284, tra le flotte di Repubblica di Genova e Repubblica di Pisa, una nave genovese fu sorpresa da una tempesta. Alcuni barili di olio e sacchi di ceci si rovesciarono mescolandosi con l’acqua salata. Il composto, lasciato asciugare al sole, venne poi assaggiato dai marinai, che scoprirono una sorta di focaccia sottile e saporita. Da quel momento la ricetta si diffuse rapidamente nei territori liguri, diventando un alimento popolare per il suo basso costo e l’alto potere nutritivo.

            A Sanremo, la farinata ha trovato una seconda casa. Qui viene cotta tradizionalmente nel forno a legna, all’interno di grandi teglie rotonde in rame stagnato, che garantiscono una cottura uniforme e la caratteristica crosticina superficiale.

            Gli ingredienti sono pochi ma fondamentali: farina di ceci, acqua, olio extravergine di oliva e sale. La qualità della materia prima fa la differenza. Per una teglia da quattro persone servono circa 300 grammi di farina di ceci, un litro d’acqua, 80 millilitri di olio extravergine e un pizzico di sale.

            La preparazione richiede pazienza. La farina viene versata lentamente nell’acqua, mescolando con una frusta per evitare la formazione di grumi. Il composto deve poi riposare per almeno quattro ore, un passaggio essenziale per ottenere la giusta consistenza. Durante il riposo si forma una leggera schiuma in superficie, che va eliminata.

            Successivamente si aggiungono sale e metà dell’olio, mescolando ancora. L’impasto liquido viene versato in una teglia ben unta con l’olio restante, formando uno strato sottile. La farinata cuoce in forno molto caldo, idealmente a 250 gradi, per circa 20-25 minuti, finché la superficie diventa dorata con sfumature ambrate.

            Il risultato è una preparazione fragrante fuori e morbida all’interno, da gustare appena sfornata, magari con una spolverata di pepe nero.

            Oltre alla versione classica, esistono varianti con rosmarino o cipolle, ma i puristi sanremesi preferiscono la ricetta tradizionale, senza aggiunte.

            Più che un semplice piatto, la farinata rappresenta un pezzo di storia locale. Nata come cibo povero, è diventata nel tempo un simbolo culturale, capace di raccontare la creatività della cucina ligure e il legame profondo con il territorio.

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              Moda

              Ortensia Imbrogno protagonista alla Milano Fashion Days, VIP Guest nella cornice elegante di Villa Borromeo

              Durante la settimana della moda milanese, Ortensia Imbrogno è stata VIP Guest alla Milano Fashion Days ospitata nella prestigiosa Villa Borromeo. Una presenza strategica che conferma il suo ruolo nel panorama fashion, tra analisi delle sfilate, relazioni e attenzione ai linguaggi contemporanei.

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                Nel pieno della Milano Fashion Week, uno dei momenti di massima visibilità internazionale per il sistema moda italiano, Ortensia Imbrogno sceglie di esserci. Non solo come spettatrice, ma come presenza attiva dentro il flusso creativo che per giorni trasforma Milano in un grande palcoscenico diffuso.

                Ph Davide Verderame 

                Oggi è stata VIP Guest alla Milano Fashion Days, evento ospitato nella prestigiosa Villa Borromeo, location simbolo di eleganza e patrimonio architettonico. Un luogo che non è semplice cornice, ma dichiarazione d’intenti: la tradizione che dialoga con l’innovazione, la storia che ospita il futuro.

                Un laboratorio creativo a cielo aperto

                Milano, durante la settimana della moda, cambia pelle. Le strade si riempiono di buyer internazionali, influencer, stylist, designer emergenti e grandi maison. Le sfilate diventano racconti visivi, i dettagli si trasformano in linguaggio. È in questo scenario che si inserisce la presenza di Ortensia Imbrogno, attenta osservatrice delle evoluzioni del settore.

                «Milano, in questi giorni, si è trasformata in un laboratorio creativo diffuso. Essere presenti ha significato sostenere il talento e partecipare attivamente alla costruzione delle nuove narrazioni della moda», ha dichiarato.

                Parole che sottolineano una visione precisa: la moda non è solo passerella, ma sistema culturale, spazio di confronto, costruzione di identità.

                Presenza strategica e relazioni

                La partecipazione alla Milano Fashion Days non è stata solo un momento di visibilità. In contesti ad alta concentrazione mediatica come questi, la presenza diventa anche relazione, networking, scambio. Designer, brand, creativi e professionisti del settore trovano in eventi come questo un punto di incontro tra estetica e strategia.

                Ortensia Imbrogno consolida così il proprio posizionamento nel panorama fashion contemporaneo: una figura capace di leggere i trend, di analizzare i linguaggi emergenti e di inserirsi nei circuiti dove si costruiscono le prossime stagioni della moda.

                Moda consapevole e sguardo al futuro

                Villa Borromeo, con la sua architettura storica e la sua aura raffinata, ha fatto da sfondo a collezioni e presentazioni che parlano di sostenibilità, inclusione, contaminazione culturale. Temi che oggi non sono più accessori, ma centrali nella definizione di un brand.

                In questo contesto, la presenza di Ortensia Imbrogno si inserisce come elemento coerente: attenzione ai cambiamenti, partecipazione diretta, volontà di contribuire a una moda più consapevole e orientata al futuro.

                La settimana della moda passerà, come sempre. Ma ciò che resta sono le connessioni, le intuizioni, le nuove storie pronte a diventare collezioni. E tra i protagonisti di questa edizione, il nome di Ortensia Imbrogno si ritaglia uno spazio preciso, dentro un ecosistema che continua a evolvere.

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