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Lifestyle

La Barbie che non ti aspetti!

Miss Barbara Millicent Roberts è tra le 100 donne più influenti al mondo che aiutano a sognare in grande. Classificata come la figura numero 100 in una lista simbolica di persone che hanno definito un anno, un riconoscimento per l’impatto culturale e per la sua influenza negli anni.

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    Barbie è più di una semplice bambola
    Icona culturale che ha plasmato l’immaginazione di generazioni di bambini in tutto il mondo, da decenni, Barbie ha definito gli standard di bellezza, moda e aspirazione, diventando uno dei giocattoli più venduti al mondo e guadagnandosi un posto di rilievo nel cuore di milioni di persone.

    Posto simbolico
    Il suo status di giocattolo iconico l’ha resa una candidata appropriata per un riconoscimento simbolico pubblicato su Forbes Italia. Nel corso degli anni, Barbie ha assunto numerosi ruoli e identità, interpretando carriere, stili di vita e ruoli sociali che riflettono l’evoluzione della società.

    Alter ego
    Da dottoressa a ballerina, da astronauta a principessa, Barbie ha incarnato una vasta gamma di professioni e passioni, offrendo ai bambini l’opportunità di esplorare una varietà di aspirazioni e identificarsi con la bambola in modi diversi, a seconda dei loro interessi personali.

    Lo posso fare anche io!
    La versatilità di Barbie incoraggia i bambini a sognare in grande e a immaginarsi in ruoli diversi, senza limiti alle loro ambizioni. Attraverso il gioco immaginativo con Barbie, i bambini sviluppano fiducia in se stessi, coltivano l’ambizione e aprono la porta a un futuro ricco di possibilità.

    Mattel, l’azienda che produce Barbie, continua a innovare e aggiornare la linea di bambole per mantenerla rilevante e attraente per le nuove generazioni. In sintesi, Barbie non è solo una bambola, ma un simbolo di possibilità e ispirazione per i bambini di tutto il mondo.

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      Moda

      Addio a Daphne Selfe, la modella più longeva: a 97 anni si spegne l’icona “granny chic”

      Daphne Selfe, simbolo dello stile “granny chic”, è morta a 97 anni. Dalle passerelle ai set di James Bond, una vita sempre sotto i riflettori.

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        Daphne Selfe se n’è andata a 97 anni, chiudendo una carriera che non assomigliava a nessun’altra. Perché non era solo una modella, ma un simbolo. L’icona “granny chic” che ha sfidato il tempo restando attiva fino a pochissimo tempo fa, dimostrando che l’età, nel suo caso, non è mai stata un limite.

        Aveva iniziato a sfilare a vent’anni, quando la moda era un altro mondo e le regole erano ancora più rigide. Poi, mentre molte carriere si esauriscono, la sua ha continuato a trasformarsi. Con il passare degli anni, Daphne Selfe è diventata qualcosa di più: un volto riconoscibile, una presenza capace di raccontare un’idea diversa di bellezza.

        Una carriera fuori dagli schemi
        Non si è fermata alle passerelle. Daphne Selfe ha lavorato in spot pubblicitari, ha partecipato a produzioni cinematografiche e ha continuato a essere richiesta anche quando l’industria sembrava guardare altrove. Una traiettoria rara, costruita senza forzature, ma con una coerenza che l’ha resa unica.

        La sua immagine, con i capelli bianchi portati con naturalezza e uno stile personale mai piegato alle mode del momento, è diventata un punto di riferimento. Non un’eccezione, ma una dichiarazione.

        Il passaggio nel mondo di James Bond
        Tra le esperienze più curiose della sua carriera ci sono anche alcune apparizioni nel mondo di James Bond. Daphne Selfe ha preso parte a due film della saga, Octopussy del 1984 e 007 Bersaglio mobile del 1985. Ruoli piccoli, certo, ma sufficienti a entrare in uno degli universi cinematografici più riconoscibili.

        E su questo amava scherzare. In un’intervista al Daily Express nel 2016 disse: “Non ero una Bond girl”. Una battuta che racconta bene il suo spirito, capace di non prendersi mai troppo sul serio, nemmeno davanti a un mito come quello di Bond.

        Un’eredità che resta
        La storia di Daphne Selfe resta come un percorso fuori dagli schemi. Non solo per la longevità, ma per il modo in cui ha attraversato epoche diverse senza perdere identità.

        In un mondo che cambia continuamente i suoi volti, lei è rimasta. E questo, forse, è il dettaglio che conta più di tutti.

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          Moda

          Léonie Cassel debutta in copertina e accende il dibattito sui nepo baby: la figlia di Monica Bellucci è pronta

          A quasi 16 anni Léonie Cassel esce dall’ombra della sua famiglia da sogno e si prende la copertina di Vogue Italia. Sensibile, curiosa, appassionata di moda e cinema, la figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel si affaccia al mondo dello spettacolo mentre torna a infiammarsi il dibattito sui nepo baby.

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            C’è un cognome che pesa, una madre iconica, un padre celebre, una sorella già lanciatissima e una copertina che arriva come un segnale chiarissimo: Léonie Cassel non è più soltanto “la seconda figlia di Monica Bellucci”. O forse lo è ancora, ma da adesso in poi sarà molto più difficile tenerla ai margini del racconto mediatico. La quindicenne, che compirà 16 anni il 21 maggio, debutta infatti in copertina e lo fa con un’aura che mescola dolcezza, privilegio, curiosità e quel fascino inevitabile che in certe famiglie sembra quasi un’eredità di sangue.

            La figlia di Monica Bellucci esce dall’ombra
            Per anni Léonie Cassel è rimasta più defilata rispetto alla sorella maggiore Deva, già protagonista tra passerelle, campagne e set. Adesso però il copione cambia. La cover di Vogue Italia la mette al centro e la presenta come una ragazza sensibile, piena di interessi, con una personalità ancora in costruzione ma già molto riconoscibile. Ama il canto, il cinema, i viaggi, parla cinque lingue e guarda al futuro con quella fame di vita che, a giudicare dalle parole della madre, sembra essere il suo tratto più forte. Monica Bellucci la osserva con discrezione, la accompagna senza soffocarla e la racconta come una ragazza velocissima nel crescere, nel capire, nel desiderare il mondo. Un ritratto affettuoso, ma anche molto consapevole: perché quando nasci in una famiglia così, l’infanzia dura poco e i riflettori arrivano sempre prima del previsto.

            Moda, famiglia e quel paragone inevitabile con Deva
            Il punto, naturalmente, è che Léonie non parte da zero. Parte da Monica Bellucci, da Vincent Cassel e da Deva Cassel. Non esattamente un dettaglio. Ha una madre che per decenni è stata un simbolo assoluto di sensualità e cinema, un padre tra gli attori francesi più riconoscibili e una sorella che si è già presa il suo spazio tra moda e recitazione. Inevitabile quindi che ogni suo passo venga letto in una doppia chiave: scoperta personale da una parte, destino quasi scritto dall’altra. Lei stessa ammette di avere sempre guardato con ammirazione alla sorella, definendola il suo idolo di sempre. E c’è qualcosa di tenero, quasi inevitabile, in questa passione per i vestiti rubati alla madre, per i tacchi indossati da bambina, per quell’idea di femminilità assorbita osservando da vicino due donne così esposte e così osservate.

            Il caso nepo baby torna a incendiare il gossip fashion
            Ed è qui che il discorso si allarga. Perché Léonie Cassel non arriva soltanto come nuova cover girl, ma anche come nuovo capitolo della saga infinita dei nepo baby. Il termine torna di moda ogni volta che un figlio d’arte mette piede su una passerella, su un set o su una copertina. Da Kaia Gerber a Lila Moss, passando per i nomi italiani più recenti, il meccanismo è sempre lo stesso: entusiasmo, curiosità, polemiche.

            Da una parte c’è chi vede una scorciatoia dorata, una strada spianata grazie al cognome. Dall’altra c’è chi ricorda che crescere sotto lo sguardo di tutti non è solo un vantaggio, ma anche una pressione continua, una specie di esame permanente da sostenere davanti al pubblico. Léonie, da questo punto di vista, parte già con una domanda appesa addosso: sarebbe qui anche senza quel cognome? È la stessa domanda che perseguita tutti i nepo baby, e quasi mai ha una risposta semplice.

            Per ora, però, il punto è un altro. Léonie Cassel è arrivata. Non sappiamo ancora se diventerà una modella, un’attrice o qualcosa di completamente diverso. Ma sappiamo che la macchina del gossip e della moda l’ha già notata. E quando hai 15 anni, una cover, il volto di famiglia e un cognome che apre porte ma alza anche aspettative, il gioco si fa interessante molto in fretta.

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              Lifestyle

              La rivoluzione verde sotto casa: quando il giardinaggio domestico diventa economia e protesta

              In un’epoca di crisi climatica e inflazione alimentare, la coltivazione urbana torna a essere un atto semplice ma potente: seminare, curare e raccogliere diventa insieme protesta ecologica, risparmio quotidiano e riconquista dello spazio urbano.

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              La rivoluzione verde sotto casa: quando il giardinaggio domestico diventa economia e protesta

                C’è una rivoluzione che non fa rumore, non usa slogan e non riempie le piazze. Spunta silenziosa tra le crepe dei marciapiedi, sui balconi dei palazzi e nei cortili dimenticati delle periferie. È la rivoluzione verde del giardinaggio urbano, un fenomeno che mescola attivismo ambientale, risparmio domestico e una nuova cultura del “fare da sé”.

                Uno dei simboli più curiosi di questa tendenza sono le cosiddette seed bombs, letteralmente “bombe di semi”: piccole sfere di argilla, terriccio e semi che vengono lanciate in spazi urbani abbandonati per far nascere fiori e piante. La tecnica, resa popolare dal naturalista giapponese Masanobu Fukuoka negli anni Trenta, consiste proprio nel proteggere i semi all’interno di una pallina di terra che li aiuta a germogliare anche in ambienti difficili.

                Negli anni Settanta l’idea è diventata anche un gesto politico. A New York un gruppo di attivisti guidati da Liz Christy iniziò a coltivare lotti urbani abbandonati, dando origine a quello che oggi è conosciuto come guerrilla gardening: una forma di giardinaggio praticata su terreni inutilizzati o trascurati per restituire verde agli spazi urbani.

                Da allora la “guerriglia verde” si è diffusa in molte città del mondo e anche in Italia, dove gruppi spontanei di cittadini trasformano aiuole degradate e terreni incolti in piccoli giardini urbani. Non si tratta soltanto di abbellire il paesaggio: l’obiettivo è riappropriarsi degli spazi pubblici e denunciare, in modo creativo, l’abbandono di molte aree cittadine.

                Parallelamente, il fenomeno ha assunto una dimensione domestica. Sempre più persone coltivano ortaggi su balconi e terrazzi, creando micro-orti in vaso. Secondo indagini citate da Coldiretti e Censis, quasi la metà degli italiani coltiva almeno qualche pianta o ortaggio in casa, spinta soprattutto dal desiderio di cibo più sano e naturale.

                Il risparmio economico non è sempre enorme, ma il vantaggio è reale: pomodori, insalate, erbe aromatiche o zucchine crescono facilmente anche in spazi ridotti, riducendo gli acquisti al supermercato e limitando gli sprechi. Inoltre, il giardinaggio urbano permette di accorciare la filiera alimentare e di ridurre l’impatto ambientale legato al trasporto del cibo.

                Così, tra balconi trasformati in piccoli orti e “attacchi verdi” alle aree abbandonate, il giardinaggio sta cambiando volto. Non è più solo una passione per pollici verdi, ma una forma di partecipazione civile. Piantare un seme, oggi, può essere un gesto minuscolo ma anche un modo concreto per ridisegnare le città e il rapporto tra cittadini, natura ed economia domestica.

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