Cucina
Le bellezze del mare: salmone in crosta di mandorle!
Nell’universo culinario, poche cose competono con i preziosi secondi di mare. Il filetto è visibilmente bello ed elegante a tavola. Un’esperienza straordinaria di gusto che non potete permettervi di perdere.
Quando il salmone emerge dal forno, la crosta di mandorle è dorata e croccante, creando un contrasto perfetto con la morbidezza del pesce. È anche un piatto dai colori vivaci grazia al rosa del salmone che si abbina alla doratura delle mandorle per creare un’opera d’arte culinaria che è un piacere per gli occhi, così come per il palato. Servito su un letto di purea di patate cremosa è una vera festa per i sensi.
Salmone in crosta di mandorle
Ingredienti per 4 persone
4 filetti di salmone fresco (no tranci)
Lamelle di mandorle q.b.
Aneto fresco
Sale e pepe q.b.
Olio extravergine di oliva q.b.
Per il purè
6 patate
200 g di piselli già lessati
30 g di burro fuso
Sale e pepe q.b.
Per servire
Verdure a piacere q.b.
Preparazione
Sbuccia e taglia le patate a cubetti e cuoci in acqua bollente salata fino a quando sono morbide. Aggiungi i piselli alle patate e continua la cottura per altri 8 minuti, fino a quando saranno morbidi. Scola le patate e i piselli e trasferiscili in una ciotola. Aggiungi il burro e regola di sale e pepe, quindi schiaccia il tutto con uno schiacciapatate fino a ottenere una consistenza cremosa. Metti da parte.
Prepara una teglia rivestita con carta forno, adagia dentro i filetti di salmone, regola di sale e pepe, quindi spargi le lamelle di mandorle, finisci con ciuffi di aneto tritato, condisci con l’olio e inforna a 180 gradi per 15 minuti. Servi il salmone in crosta di mandorle su un letto di purea di patate e piselli. Guarnisci con verdure a piacere e servi in tavola.
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Cucina
Makroud, il diamante dolce del Maghreb: il dessert algerino che profuma di miele, datteri e festa
Ha la forma di un rombo, il cuore morbido di datteri e una cascata di miele che lo rende irresistibile. Il makroud è uno dei dolci simbolo della tradizione algerina e nordafricana: una ricetta antica, nata tra carovane e spezie, che ancora oggi accompagna celebrazioni e incontri di famiglia.
Il dolce che sembra un gioiello
Se esistesse una classifica internazionale dei dolci più eleganti, il makroud entrerebbe di diritto tra i finalisti. Basta guardarlo: piccoli rombi dorati, superficie leggermente incisa, ripieno scuro e profumato, poi quella glassatura di miele che luccica come ambra sotto la luce.
Più che un semplice dessert, il makroud è una dichiarazione d’intenti. Dice subito una cosa: qui si fa sul serio.
Diffuso in gran parte del Maghreb, in particolare in Algeria, Tunisia e Libia, questo dolce è considerato una delle espressioni più raffinate della pasticceria nordafricana.
Ed è anche uno di quei dessert capaci di creare dipendenza già dal primo morso. Con buona pace di chi aveva promesso: “Ne assaggio solo uno”.
Una storia che profuma di deserto e carovane
Le origini del makroud si perdono nei secoli e si intrecciano con la storia commerciale del Nord Africa.
Molti studiosi collocano la nascita della ricetta nell’area di Kairouan, città storicamente crocevia tra cultura araba, berbera e mediterranea. Da lì il dolce si sarebbe diffuso lungo le rotte carovaniere, arrivando in Algeria e diventando parte integrante della tradizione locale.
La sua composizione racconta perfettamente questo passato: semola, datteri, miele e acqua di fiori d’arancio erano ingredienti facili da conservare e preziosi per fornire energia durante i lunghi viaggi nel deserto.
Oggi il makroud è immancabile durante matrimoni, festività religiose come l’Eid al-Fitr e grandi riunioni familiari.
Perché ha una forma a rombo?
Non è solo una questione estetica. Il taglio a losanga permette una cottura uniforme e aiuta il miele a penetrare meglio nella pasta.
Ma diciamolo: ha anche un enorme vantaggio scenografico. Portare in tavola un vassoio di makroud significa fare la figura di chi ha frequentato una scuola segreta di alta pasticceria orientale.
Quando in realtà basta un po’ di pazienza e la capacità di non mangiare il ripieno prima di aver finito la ricetta.
Gli ingredienti del makroud
Ingredienti
Per l’impasto
- 500 g di semola fine
- 150 g di burro fuso
- 1 pizzico di sale
- 150 ml circa di acqua tiepida
- 2 cucchiai di acqua di fiori d’arancio
Per il ripieno
- 300 g di pasta di datteri
- 1 cucchiaino di cannella
- 1 cucchiaio di burro morbido
- scorza d’arancia grattugiata facoltativa
Per la finitura
- miele
- semi di sesamo facoltativi
- olio per friggere oppure forno caldo se si preferisce la versione più leggera
Come si prepara
Procedimento
Si parte dalla semola, che va mescolata con burro fuso e sale fino a ottenere un composto sabbioso. Si aggiungono poi acqua tiepida e acqua di fiori d’arancio, lavorando delicatamente fino a formare un impasto compatto.
Nel frattempo si prepara il ripieno amalgamando pasta di datteri, cannella e burro fino a ottenere una consistenza morbida e modellabile.
L’impasto viene diviso e steso in rettangoli. Al centro si sistema un filoncino di ripieno, che viene poi coperto richiudendo la pasta.
A questo punto si appiattisce leggermente e si incidono le classiche decorazioni superficiali con una forchetta o uno stampo.
Si taglia tutto in rombi regolari e si procede con la cottura: fritti fino a doratura oppure al forno a circa 180 gradi.
Appena pronti, i makroud vanno immersi nel miele tiepido per alcuni minuti, così da assorbirne tutto il profumo.
Il segreto? Aspettare
Qui arriva la parte più difficile: resistere.
Come molti dolci tradizionali del Maghreb, il makroud migliora dopo qualche ora di riposo. Il miele penetra lentamente, i profumi si fondono e il sapore diventa più intenso.
Certo, aspettare è complicato. Davanti a un vassoio appena fatto, l’autocontrollo sparisce più velocemente del miele caldo.
Cucina
Piadina, regina dell’estate: storia, ricetta e segreti della sfoglia più romagnola che c’è
Una sfoglia semplice fatta di farina, strutto, acqua e sale. Ma dietro c’è un patrimonio culturale che profuma di Riviera, biciclette arrugginite e mani infarinate. Dalla storia antica alle varianti gourmet, ecco tutto quello che c’è da sapere sulla piadina, la compagna ideale delle serate d’agosto.
C’è un suono che racconta l’estate romagnola meglio di mille canzoni da spiaggia: è il fruscio della piadina che si gonfia sulla piastra rovente. Un respiro breve, antico, che profuma di farine grezze, di strutto vero, di mani sapienti e facce sorridenti dietro ai chioschi. In Riviera, la piadina non è solo cibo: è un rito. Si mangia dopo il bagno, tra una partita a racchettoni e un tramonto sulla battigia. Si condivide, si piega, si sbrodola. E non conosce crisi: è democratica, inclusiva, low cost e incredibilmente buona.
E dire che le sue origini sono tutt’altro che estive. La piadina nasce come pane povero contadino, una sfoglia rustica senza lievito, da cuocere al volo su lastre di pietra o di terracotta. A raccontarla per primo è addirittura Giovanni Pascoli, che le dedica alcuni versi pieni d’amore. “La piada romagnola” la chiama lui, sottolineando come bastino pochi ingredienti e un fuoco acceso per nutrire un popolo intero.
La versione canonica prevede farina, strutto (o olio, se proprio vogliamo essere gentili con il colesterolo), acqua tiepida e sale. L’impasto si lavora a mano, con pazienza, e poi si stende a disco con il mattarello, fino a raggiungere uno spessore che varia da zona a zona. Nella zona di Forlì e Cesena, ad esempio, è più sottile; a Rimini si avvicina quasi a una tortilla; mentre a Ravenna e dintorni la piada è più alta, morbida e rustica. Ciascuno ha la sua, e guai a dire che “tanto è la stessa cosa”.
Ma è sul ripieno che si gioca la vera partita. Il classicone, manco a dirlo, è crudo, squacquerone e rucola, un mix perfetto di grasso, cremoso e amaro, dove ogni morso sa di sabbia sotto i piedi e risate notturne. Ma c’è anche chi la farcisce con salsiccia e cipolle caramellate, con verdure grigliate e stracchino, con porchetta e pecorino o con frittata e melanzane. I più temerari azzardano anche versioni dolci: Nutella, fichi caramellati, marmellata di ciliegie. Un sacrilegio? Forse. Ma anche il sacrilegio, d’estate, ha un suo fascino.
La piadina è anche un pezzo d’identità. Tanto che nel 2014 è arrivata l’IGP – Indicazione Geografica Protetta, che ne tutela forma, spessore, ingredienti e persino temperatura. Ma il cuore della piadina resta nei chioschi: quelle baracche bianche e blu, spesso in bilico tra la statale e il mare, dove le signore arrotolano impasti con una naturalezza da coreografe. E dove la fila non manca mai, nemmeno alle due di notte.
Un tempo si mangiava in silenzio, con la fame vera. Oggi si scatta la foto, si posta su Instagram, si chiacchiera mentre si morde. Ma lo spirito è lo stesso: conviviale, informale, pieno di sale e libertà. Perché la piadina non ha orari né etichette: si mangia calda in piedi, magari con la birra in mano e i piedi nudi sulla sabbia.
E se qualcuno osa dire che è solo una “focaccia romagnola”, beh, che si prepari a essere smentito. Con dolcezza, certo. Ma anche con la forza di secoli di sfoglia.
Cucina
Granita o ghiacciolo? La sfida dell’estate si combatte a cucchiaiate (e bastoncini)
La granita è poesia. Il ghiacciolo, democrazia. Entrambi ghiacciati, entrambi rinfrescanti, ma profondamente diversi. In Sicilia la granita è un rito: si mangia con la brioche, si gusta lentamente, e ogni bar ha la sua ricetta segreta. Limone, mandorla, caffè: pochi ingredienti, ma qualità assoluta.
La granita è poesia. Il ghiacciolo, democrazia. Entrambi ghiacciati, entrambi rinfrescanti, ma profondamente diversi. In Sicilia la granita è un rito, un gesto lento e curato: si mangia con la brioche col tuppo, si gusta con calma, si sceglie come un vino d’annata. Ogni bar ha la sua ricetta, custodita gelosamente come un’eredità di famiglia. Limone, mandorla, caffè, gelsi neri, pistacchio: pochi ingredienti, ma qualità assoluta, lavorati a freddo, con pazienza e rispetto della tradizione. È il trionfo della materia prima.
Il ghiacciolo, invece, è popolare, immediato, senza fronzoli. È l’infanzia che cola sulle dita, la corsa al chiosco, il sollievo di un’estate urbana. Quello industriale ha spesso più zucchero che gusto, è vero, ma fatto in casa può diventare un piccolo capolavoro di semplicità. Basta della frutta frullata, un po’ di zucchero (o miele), succo di limone per bilanciare, e qualche stampino da freezer. Volendo, si può anche osare: yogurt, menta, spezie leggere. Il ghiacciolo è la libertà dell’improvvisazione.
Per ottenere una granita perfetta, il trucco è mescolare con cura ogni mezz’ora mentre congela. Basta una forchetta, ma ci vuole dedizione: questo continuo rompere i cristalli di ghiaccio regala quella consistenza granulosa, vellutata, che è la firma di una granita fatta bene. In alternativa, si può usare la gelatiera, che fa il lavoro da sola ma toglie un po’ di poesia. La granita è un processo, non solo un risultato.
Per i ghiaccioli, il segreto è l’equilibrio. Troppa acqua li rende insapori, troppo succo li spezza in mille pezzi al primo morso. Serve trovare la giusta densità, magari con un cucchiaino di sciroppo di glucosio o un tocco di purea ben filtrata. E poi pazienza: almeno quattro ore in freezer, meglio se tutta la notte. La magia del ghiaccio non tollera fretta.
Granita o ghiacciolo, l’importante è il fresco. È il sollievo. È il gesto quotidiano che spezza il caldo e riconcilia con l’estate. E in fondo, anche un duello può finire in dolcezza. Magari con un cucchiaino in due.
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