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Laurea addio? Perché sempre più giovani saltano l’università e scelgono il lavoro subito

Tra costi in aumento, stipendi fermi e nuove opportunità pratiche, la Gen Z mette in discussione il mito del titolo accademico come ascensore sociale

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Laurea addio? Perché sempre più giovani saltano l’università e scelgono il lavoro subito

    Il mito che si incrina
    Per decenni la laurea è stata considerata la chiave per migliorare la propria condizione sociale. Oggi, però, questo paradigma mostra crepe evidenti. Secondo recenti rilevazioni diffuse da Indeed, basate su sondaggi di The Harris Poll, circa il 51% dei giovani della Generazione Z ritiene il percorso universitario un investimento poco conveniente. Un dato che fotografa un cambio di mentalità profondo: studiare non è più automaticamente sinonimo di stabilità.

    Costi alti, ritorni incerti
    Uno dei fattori principali è economico. Negli ultimi vent’anni le tasse universitarie sono aumentate in modo significativo, mentre i salari medi non hanno seguito lo stesso ritmo. Questo squilibrio alimenta la percezione di un investimento rischioso: anni di studio e spese elevate non garantiscono più un ritorno adeguato. In un mercato del lavoro sempre più competitivo, il titolo accademico sembra aver perso parte del suo valore distintivo.

    Imparare facendo: la nuova priorità
    Molti giovani scelgono percorsi alternativi, puntando su competenze pratiche e inserimento rapido nel mondo del lavoro. Corsi brevi, certificazioni tecniche e apprendistati appaiono più in linea con le esigenze attuali. L’idea è semplice: acquisire esperienza concreta il prima possibile. In questo scenario, professioni tecniche come elettricisti, meccanici o artigiani tornano ad essere attrattive, anche per le prospettive economiche.

    Il confronto che pesa
    A incidere è anche il confronto diretto con chi ha scelto strade diverse. Non è raro che giovani laureati si trovino a guadagnare meno di coetanei entrati subito nel mercato del lavoro. Questo alimenta una percezione di “ritardo” economico e professionale. Il tempo trascorso all’università viene visto, da alcuni, come un costo opportunità difficile da recuperare.

    Il valore culturale resiste
    Nonostante le critiche, una parte della Gen Z continua a difendere il valore dell’università. La laurea non viene vista solo come un mezzo per trovare lavoro, ma come un percorso di crescita personale. Studiare significa acquisire metodo, spirito critico e capacità di analisi, competenze che vanno oltre il singolo impiego. In questa visione, l’istruzione resta un investimento sul lungo periodo.

    Il nodo italiano
    In Italia il dibattito è ancora più acceso. Il problema non è solo il titolo di studio, ma un sistema occupazionale spesso caratterizzato da precarietà e retribuzioni basse. In alcuni settori, anche altamente qualificati, le opportunità non sono proporzionate agli anni di formazione richiesti. Questo contribuisce a rafforzare lo scetticismo verso il percorso accademico tradizionale.

    Verso un nuovo equilibrio
    La questione, dunque, non è scegliere tra studio e lavoro, ma trovare un equilibrio tra teoria e pratica. Le trasformazioni tecnologiche, inclusa la diffusione dell’intelligenza artificiale, richiedono competenze ibride: conoscenze solide e capacità operative. Sempre più esperti suggeriscono modelli flessibili, in cui formazione e lavoro si alternano o si integrano.

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      Lifestyle

      Generazione Z e relazioni: quasi un giovane su tre pensa che la moglie debba obbedire al marito. Il sondaggio globale che riaccende il dibattito sui ruoli di genere

      Una ricerca internazionale condotta su 23 mila persone in 29 Paesi rivela un dato sorprendente: tra i giovani uomini della Gen Z emergono idee più tradizionali sul matrimonio rispetto alle generazioni precedenti. Un segnale che riapre la discussione su come stanno cambiando i rapporti tra uomini e donne.

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      Generazione Z e relazioni: quasi un giovane su tre pensa che la moglie debba obbedire al marito. Il sondaggio globale che riaccende il dibattito sui ruoli di genere Un dato che sorprende

        Un dato che sorprende

        La Generazione Z è spesso descritta come la più aperta e progressista della storia recente. Eppure i numeri raccontano una realtà più complessa. Secondo una vasta indagine internazionale condotta da Ipsos insieme al Global Institute for Women’s Leadership del King’s College London, quasi un giovane uomo su tre appartenente alla Gen Z ritiene che, nel matrimonio, la moglie dovrebbe obbedire al marito.

        Il sondaggio, realizzato su oltre 23 mila persone con più di 16 anni in 29 Paesi, evidenzia come il 31% dei ragazzi nati tra il 1997 e il 2012 condivida questa idea. Non solo: il 33% pensa anche che, nelle decisioni familiari più importanti, l’ultima parola dovrebbe spettare comunque all’uomo.

        Numeri che fanno discutere, soprattutto perché arrivano da una generazione cresciuta in un’epoca di maggiore attenzione ai temi dell’uguaglianza e dei diritti.

        Il confronto con le generazioni precedenti

        Il dato diventa ancora più sorprendente se confrontato con quello delle generazioni più anziane. Tra gli uomini appartenenti alla generazione dei baby boomer, nati tra il 1946 e il 1964, solo il 13% è d’accordo con l’idea che una moglie debba sempre obbedire al marito.

        In altre parole, secondo la ricerca, i giovani uomini risultano più propensi a sostenere ruoli familiari tradizionali rispetto ai loro nonni. Anche sul tema delle decisioni familiari emerge un divario simile: tra i baby boomer solo il 17% ritiene che l’uomo debba avere l’ultima parola nelle scelte importanti della vita domestica.

        La distanza si vede anche tra uomini e donne della stessa generazione. Tra le ragazze della Gen Z solo il 18% condivide l’idea dell’obbedienza della moglie, mentre tra le donne baby boomer la percentuale scende al 6%.

        Un quadro pieno di contraddizioni

        Lo studio mette in luce anche altre opinioni diffuse tra i giovani uomini. Ad esempio, circa il 24% ritiene che una donna non dovrebbe apparire troppo indipendente o autosufficiente, mentre il 21% pensa che un uomo che si occupa dei figli possa sembrare meno “mascolino”.

        Allo stesso tempo emergono posizioni apparentemente contraddittorie: il 41% dei ragazzi della Gen Z afferma infatti di trovare più attraenti le donne con una carriera di successo.

        Queste differenze suggeriscono che l’idea di mascolinità e di relazione di coppia tra i più giovani non sia affatto univoca, ma attraversata da tensioni tra modelli tradizionali e nuovi equilibri.

        Le possibili spiegazioni

        Gli studiosi indicano diversi fattori per spiegare questo fenomeno. Tra le ipotesi più citate ci sono l’insicurezza economica delle nuove generazioni, il cambiamento degli equilibri sociali e l’influenza dei social media e di alcune comunità online che promuovono modelli di mascolinità molto tradizionali.

        Secondo i ricercatori, spesso esiste anche uno scarto tra ciò che i giovani pensano davvero e ciò che percepiscono come aspettativa sociale: molti ritengono che la società chieda agli uomini di mantenere ruoli più rigidi rispetto a quanto desidererebbero personalmente.

        Un dibattito ancora aperto

        La ricerca non significa necessariamente che la Gen Z sia più conservatrice nel complesso, ma indica una frattura crescente nelle opinioni su relazioni, famiglia e ruoli di genere.

        In un’epoca in cui i modelli di coppia stanno cambiando rapidamente, i dati mostrano quanto il tema dell’uguaglianza tra uomini e donne resti centrale — e quanto, soprattutto tra i più giovani, il confronto sia tutt’altro che concluso.

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          Lifestyle

          I figli diventano intrattabili con l’inizio della scuola? I consigli pratici per sconfiggere l’ansia e la stanchezza da rientro

          Sonnolenza, irritabilità e sbalzi d’umore segnano il ritorno sui banchi di scuola per milioni di studenti. UNICEF e Istituto Superiore di Sanità tracciano le linee guida per i genitori: gradualità nei ritmi, ascolto emotivo e gestione bilanciata del tempo libero

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          I figli diventano intrattabili con l'inizio della scuola? I consigli pratici per sconfiggere l'ansia e la stanchezza da rientro

            Il suono della prima campanella porta con sé un carico inevitabile di tensioni per tutta la famiglia. Il passaggio repentino dalla libertà estiva ai ritmi serrati delle lezioni genera spesso sbalzi d’umore, svogliatezza e un marcato nervosismo tra bambini e ragazzi. Gli esperti definiscono questo fenomeno come stress da rientro, una condizione fisiologica temporanea che richiede attenzione e strategia da parte dei genitori per evitare che si trasformi in una costante quotidiana.

            Ritmi di sonno e routine: la transizione graduale

            Per limitare l’impatto del cambiamento sui più piccoli, le linee guida diffuse dall’Unicef e dall’Istituto Superiore di Sanità suggeriscono di intervenire in primis sulle abitudini biologiche. Ripristinare l’orario del sonno e dei pasti con qualche giorno di anticipo permette all’organismo di riadattarsi senza traumi eccessivi. Come ricordano i pediatri e gli psicologi dell’infanzia, l’organizzazione di una routine solida offre sicurezza: «Riprendere le abitudini quotidiane in modo progressivo aiuta a ridurre la sensazione di smarrimento nei più giovani».

            Ascolto attivo e dialogo senza giudizio

            Il nervosismo manifestato al rientro tra i banchi nasconde frequentemente insicurezze legate al nuovo anno, al rapporto con i docenti o alla socializzazione con i compagni. La raccomandazione fondamentale per gli adulti è accogliere le preoccupazioni senza sminuirle. Gli specialisti del Centro Jefferson sottolineano la necessità di convalidare le emozioni dei ragazzi: «I bambini possono mostrare ansia o sbalzi d’umore; ascoltarli e rassicurarli sul fatto che anche i compagni provano le stesse cose è il primo passo per rassicurarli».

            Evitare i sovraccarichi e preservare il gioco

            Un errore comune coincide con il riempimento immediato del tempo libero con troppe attività extrascolastiche. L’Istituto Superiore di Sanità consiglia di dosare impegni e sport nei primi mesi, garantendo spazi adeguati al riposo, al gioco all’aria aperta e allo svago informale. Coinvolgere i figli nella preparazione dello zaino e dell’occorrente scolastico può inoltre trasformare l’attesa in un momento di condivisione e motivazione positiva.

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              Cucina

              Perché integrare le lenticchie nel proprio menu settimanale fa bene alla salute: zero colesterolo e tante proteine vegetali

              Considerate da secoli un alimento povero, le lenticchie si rivelano un concentrato di salute ideale per l’organismo. Le Linee Guida dell’Istituto Superiore di Sanità ne raccomandano il consumo regolare per ridurre il rischio cardiovascolare, sostenere la digestione e controllare il peso

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              Perché integrare le lenticchie nel proprio menu settimanale fa bene alla salute: zero colesterolo e tante proteine vegetali

                Spesso rilegate a contorno occasionale o protagoniste delle festività di fine anno, le lenticchie rappresentano in realtà un tesoro nutrizionale di prim’ordine. Considerate storicamente come la “carne dei poveri”, questi piccoli legumi concentrano una densità straordinaria di macro e micronutrienti essenziali. Integrarle in modo continuativo nel proprio menu quotidiano costituisce una scelta strategica per chi desidera migliorare la qualità dell’alimentazione senza appesantire il bilancio familiare o l’apporto calorico complessivo.

                Il profilo nutrizionale tra proteine, fibra e zero colesterolo

                Dal punto di vista della composizione, la composizione di questo alimento risulta particolarmente completa e bilanciata. Le lenticchie vantano un elevato tenore di proteine vegetali, una ridottissima quota di lipidi e una totale assenza di colesterolo. Inoltre, sono particolarmente ricche di minerali essenziali come ferro, potassio, fosforo, magnesio e zinco, a cui si aggiunge una quota rilevante di vitamine del gruppo B, tra cui spiccano la tiamina (B1) e la niacina (B3). La presenza massiccia di fibre alimentari, in gran parte di tipo insolubile, svolge un’azione chiave sia nella regolarizzazione dell’attività intestinale sia nel nutrimento del microbiota colonico.

                I benefici su cuore, glicemia e controllo del peso

                Le raccomandazioni inserite nelle Linee Guida per una Sana Alimentazione curate dall’Istituto Superiore di Sanità suggeriscono di consumare legumi almeno tre volte a settimana. Questo consumo costante garantisce effetti diretti sulla salute sistemica: il basso indice glicemico delle lenticchie permette un rilascio graduale di energia. Ciò evita i picchi glicemici ed è indicato per chi soffre di diabete o segue regimi a ristretto apporto calorico. Parallelamente, il mix di potassio, folati e fibre contribuisce a tenere sotto controllo la pressione arteriosa e a ridurre l’assorbimento dei grassi, favorendo la protezione del sistema cardiocircolatorio.

                Consigli di abbinamento in cucina e digeribilità

                Per sfruttare appieno il potenziale delle lenticchie, la nutrizione moderna consiglia di abbinarle a cereali come riso, farro o pasta. Questa combinazione permette di ottenere un profilo amminoacidico completo, paragonabile a quello delle proteine animali. Per ottimizzare l’assimilazione del ferro non-eme (ovvero di origine vegetale), gli esperti suggeriscono di accompagnarle a cibi ricchi di vitamina C, come il succo di limone. Infine, per chi soffre di difficoltà digestive o colon irritabile, l’utilizzo della variante decorticata consente di beneficiare dei nutrienti riducendo l’impatto delle fibre esterne

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