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Lifestyle

Le marmellate incantate della Duchessa!

Meghan Markle sta esplorando il mondo della produzione hand made con la sua linea di marmellate, come parte del suo nuovo marchio America Riviera Orchard. Prodotte “a mano” con fragole come ingrediente principale, sono preparazioni di lusso e ultra-esclusivi. Il prezzo? Rimane top secret!

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    Imprenditrice di se stessa
    Con circa 50 vasetti già prodotti, le marmellate di Meghan Markle rappresentano un’edizione limitata e sono state realizzate nella sua città natale di Montecito. Sebbene il prezzo non sia stato menzionato in giro, neanche sul sito web di America Riviera fornisce dettagli su come ordinare, ma sembra che queste marmellate siano destinate a essere oggetti di lusso e il logo dorato del marchio sembra essere stato progettato per sfruttare le connessioni reali di Meghan.
    Quindi, il prodotto della duchessa dovrebbe valere ogni pound del prezzo richiesto e la promozione suggerisce anche che Meghan abbia personalmente lavorato per raccogliere le fragole e preparare la marmellata con le sue mani, emergendo come una vera imprenditrice di se stessa.

    La marmellata di Meghan e la duchessa in cucina

    Ma niente di nuovo a Palazzo
    Sembra che Meghan stia seguendo le orme di suo suocero, Re Carlo III, nel lanciare il suo primo prodotto sotto il marchio America Riviera Orchard. Con una valutazione media di 4,5 stelle su 127 recensioni, questa marmellata era ampiamente apprezzata dai consumatori. Oltre ad essere spalmata generosamente sul pane tostato, era considerata ideale anche per la preparazione di dolci e dessert, aggiungendo un tocco di dolcezza e freschezza ai piatti.

    Non solo la marmellata offriva un’esperienza culinaria deliziosa, ma una parte delle vendite veniva anche devoluta al Prince of Wales’s Charitable Fund, contribuendo così a cause benefiche. Grazie a queste iniziative, la Waitrose Duchy Organic ha generato oltre 40 milioni di sterline, dimostrando il successo e l’importanza di un prodotto di alta qualità che sostiene anche il benessere sociale e ambientale.

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      Lifestyle

      Attraversare il dolore della perdita: cosa succede quando muore una persona cara e come imparare, passo dopo passo, a convivere con il lutto

      La scomparsa di una persona amata è una delle esperienze più difficili della vita. Psicologi e studi sul lutto spiegano che non esiste un modo “giusto” di reagire, ma alcuni passaggi possono aiutare a attraversare il dolore e ritrovare lentamente un equilibrio.

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      Attraversare il dolore della perdita: cosa succede quando muore una persona cara e come imparare, passo dopo passo, a convivere con il lutto

        Quando il dolore arriva all’improvviso

        La perdita di una persona cara è un evento che cambia profondamente la vita. Che si tratti di un genitore, di un partner, di un amico o di un familiare, il lutto può travolgere con emozioni intense: tristezza, rabbia, senso di vuoto o persino incredulità.

        Secondo numerosi studi psicologici sul processo di elaborazione del lutto, queste reazioni sono del tutto normali. Nei primi momenti può comparire una sensazione di stordimento: la mente fatica ad accettare ciò che è accaduto e cerca di proteggersi da un dolore troppo grande.

        Le fasi del lutto: un percorso non sempre lineare

        Gli psicologi descrivono spesso il lutto come un percorso fatto di diverse fasi emotive. Tra le più note ci sono la negazione, la rabbia, la tristezza profonda e, con il tempo, una graduale accettazione.

        È importante ricordare che queste fasi non sono rigide né uguali per tutti. Alcune persone possono provarle in ordine diverso, altre possono tornare più volte sulle stesse emozioni. Il lutto non è una strada dritta ma un cammino personale, fatto di passi avanti e momenti di ricaduta.

        Parlare del dolore aiuta davvero

        Uno degli errori più comuni è cercare di trattenere il dolore o di “essere forti” a tutti i costi. In realtà condividere ciò che si prova può aiutare molto. Parlare con amici, familiari o con un professionista permette di dare un nome alle emozioni e di non sentirsi soli.

        Molte persone trovano conforto anche nei piccoli rituali: conservare fotografie, scrivere pensieri, visitare luoghi legati alla persona scomparsa. Questi gesti possono aiutare a mantenere vivo il ricordo in modo sereno.

        Il tempo non cancella, ma trasforma

        Con il passare dei mesi il dolore non sparisce completamente, ma cambia forma. Gradualmente si impara a convivere con l’assenza e a riprendere le attività quotidiane.

        Gli esperti sottolineano che tornare alla normalità non significa dimenticare. Al contrario, il ricordo della persona amata può diventare parte della propria storia e continuare a vivere nei gesti, nei valori e nelle memorie condivise.

        Quando chiedere aiuto

        Se il dolore rimane troppo intenso per molto tempo, interferisce con la vita quotidiana o provoca isolamento profondo, può essere utile rivolgersi a uno psicologo o a gruppi di supporto dedicati al lutto. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un passo importante per prendersi cura di sé.

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          Lifestyle

          Generazione Z e relazioni: quasi un giovane su tre pensa che la moglie debba obbedire al marito. Il sondaggio globale che riaccende il dibattito sui ruoli di genere

          Una ricerca internazionale condotta su 23 mila persone in 29 Paesi rivela un dato sorprendente: tra i giovani uomini della Gen Z emergono idee più tradizionali sul matrimonio rispetto alle generazioni precedenti. Un segnale che riapre la discussione su come stanno cambiando i rapporti tra uomini e donne.

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          Generazione Z e relazioni: quasi un giovane su tre pensa che la moglie debba obbedire al marito. Il sondaggio globale che riaccende il dibattito sui ruoli di genere Un dato che sorprende

            Un dato che sorprende

            La Generazione Z è spesso descritta come la più aperta e progressista della storia recente. Eppure i numeri raccontano una realtà più complessa. Secondo una vasta indagine internazionale condotta da Ipsos insieme al Global Institute for Women’s Leadership del King’s College London, quasi un giovane uomo su tre appartenente alla Gen Z ritiene che, nel matrimonio, la moglie dovrebbe obbedire al marito.

            Il sondaggio, realizzato su oltre 23 mila persone con più di 16 anni in 29 Paesi, evidenzia come il 31% dei ragazzi nati tra il 1997 e il 2012 condivida questa idea. Non solo: il 33% pensa anche che, nelle decisioni familiari più importanti, l’ultima parola dovrebbe spettare comunque all’uomo.

            Numeri che fanno discutere, soprattutto perché arrivano da una generazione cresciuta in un’epoca di maggiore attenzione ai temi dell’uguaglianza e dei diritti.

            Il confronto con le generazioni precedenti

            Il dato diventa ancora più sorprendente se confrontato con quello delle generazioni più anziane. Tra gli uomini appartenenti alla generazione dei baby boomer, nati tra il 1946 e il 1964, solo il 13% è d’accordo con l’idea che una moglie debba sempre obbedire al marito.

            In altre parole, secondo la ricerca, i giovani uomini risultano più propensi a sostenere ruoli familiari tradizionali rispetto ai loro nonni. Anche sul tema delle decisioni familiari emerge un divario simile: tra i baby boomer solo il 17% ritiene che l’uomo debba avere l’ultima parola nelle scelte importanti della vita domestica.

            La distanza si vede anche tra uomini e donne della stessa generazione. Tra le ragazze della Gen Z solo il 18% condivide l’idea dell’obbedienza della moglie, mentre tra le donne baby boomer la percentuale scende al 6%.

            Un quadro pieno di contraddizioni

            Lo studio mette in luce anche altre opinioni diffuse tra i giovani uomini. Ad esempio, circa il 24% ritiene che una donna non dovrebbe apparire troppo indipendente o autosufficiente, mentre il 21% pensa che un uomo che si occupa dei figli possa sembrare meno “mascolino”.

            Allo stesso tempo emergono posizioni apparentemente contraddittorie: il 41% dei ragazzi della Gen Z afferma infatti di trovare più attraenti le donne con una carriera di successo.

            Queste differenze suggeriscono che l’idea di mascolinità e di relazione di coppia tra i più giovani non sia affatto univoca, ma attraversata da tensioni tra modelli tradizionali e nuovi equilibri.

            Le possibili spiegazioni

            Gli studiosi indicano diversi fattori per spiegare questo fenomeno. Tra le ipotesi più citate ci sono l’insicurezza economica delle nuove generazioni, il cambiamento degli equilibri sociali e l’influenza dei social media e di alcune comunità online che promuovono modelli di mascolinità molto tradizionali.

            Secondo i ricercatori, spesso esiste anche uno scarto tra ciò che i giovani pensano davvero e ciò che percepiscono come aspettativa sociale: molti ritengono che la società chieda agli uomini di mantenere ruoli più rigidi rispetto a quanto desidererebbero personalmente.

            Un dibattito ancora aperto

            La ricerca non significa necessariamente che la Gen Z sia più conservatrice nel complesso, ma indica una frattura crescente nelle opinioni su relazioni, famiglia e ruoli di genere.

            In un’epoca in cui i modelli di coppia stanno cambiando rapidamente, i dati mostrano quanto il tema dell’uguaglianza tra uomini e donne resti centrale — e quanto, soprattutto tra i più giovani, il confronto sia tutt’altro che concluso.

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              Moda

              Il ritorno inatteso del grembiule: da simbolo domestico a capo di tendenza che divide la moda contemporanea

              Nato come semplice protezione per i vestiti, il grembiule ha attraversato decenni di storia domestica e oggi riappare sulle passerelle. Ma la sua trasformazione in accessorio fashion solleva curiosità e interrogativi sul rapporto tra moda, tradizione e identità.

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              Il ritorno inatteso del grembiule: da simbolo domestico a capo di tendenza che divide la moda contemporanea

                Da oggetto pratico a simbolo della casa

                Per decenni è stato uno degli oggetti più comuni nelle case: il grembiule. Nato con una funzione essenzialmente pratica, serviva a proteggere i vestiti da macchie, polvere e sporco durante le attività quotidiane, dalla cucina ai lavori domestici. Per molto tempo è stato considerato quasi indispensabile, soprattutto prima della diffusione di elettrodomestici moderni e tessuti facili da lavare.

                Nel secondo dopoguerra, e in particolare tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il grembiule è diventato anche un simbolo culturale. Nell’immaginario collettivo rappresentava la figura della casalinga attenta e operosa, impegnata nella gestione della casa e della famiglia. Non era soltanto un indumento utile, ma un vero e proprio segno di ruolo sociale.

                Con il passare dei decenni, tuttavia, il suo utilizzo è diminuito. L’arrivo di lavatrici sempre più efficienti, detersivi moderni e tessuti resistenti alle macchie ha reso meno necessario indossarlo nella vita quotidiana. Così il grembiule è progressivamente scomparso da molte case, rimanendo soprattutto negli ambienti professionali come cucine, laboratori artigianali o ristoranti.

                Il ritorno sulle passerelle

                Negli ultimi anni, però, la moda ha riportato questo capo sotto i riflettori. Alcuni stilisti hanno iniziato a reinterpretarlo in chiave contemporanea, trasformandolo in un accessorio sorprendente. In alcune collezioni, ad esempio, il grembiule viene indossato sopra abiti eleganti o completi strutturati, diventando parte integrante della silhouette.

                Marchi e case di moda hanno proposto versioni raffinate, realizzate con tessuti pregiati, linee minimaliste e dettagli studiati. Non più soltanto un elemento funzionale, ma un capo pensato per attirare l’attenzione e creare un contrasto tra praticità e stile.

                In questo modo il grembiule entra a far parte di una lunga tradizione della moda: quella di trasformare indumenti da lavoro in capi iconici.

                Quando il workwear diventa stile

                Non è certo la prima volta che succede. Molti capi oggi considerati fondamentali nel guardaroba hanno origini legate al lavoro manuale o agli ambienti operativi.

                I jeans, ad esempio, furono progettati nell’Ottocento come pantaloni resistenti per minatori e operai. Col tempo sono diventati uno degli indumenti più diffusi al mondo. Anche i pantaloni cargo, nati per esigenze militari, o le giacche da lavoro utilizzate nelle campagne hanno seguito un percorso simile, passando dall’utilità allo stile.

                Persino le robuste scarpe stringate in stile industriale sono state adottate dalla moda urbana. Questo processo dimostra quanto la moda ami reinterpretare oggetti quotidiani, ribaltandone il significato.

                Un capo che fa discutere

                Il ritorno del grembiule, però, suscita anche alcune riflessioni. Per qualcuno è semplicemente un gioco creativo della moda, un modo per recuperare elementi del passato e trasformarli in nuove espressioni estetiche.

                Per altri, invece, questo capo porta con sé un forte bagaglio simbolico legato alla storia del lavoro domestico e ai ruoli tradizionali nella società. Proprio per questo la sua trasformazione in accessorio fashion può apparire curiosa, se non provocatoria.

                In ogni caso, il fenomeno dimostra quanto la moda sia capace di riscoprire oggetti dimenticati e rileggerli in chiave contemporanea.

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