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Melanie Francesca presenta La Carne dell’Eternità: a Milano un romanzo ibrido tra arte, filosofia, vampiri e intelligenza artificiale

Non solo un romanzo, ma un progetto artistico e culturale che tiene insieme scrittura, immagini e pensiero contemporaneo. La Carne dell’Eternità, pubblicato da Editoriale Giorgio Mondadori, affronta in chiave visionaria uno dei nodi più forti del presente: cosa resta dell’umano quando la macchina prova a sostituirlo.

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    Milano, Galleria Vittorio Emanuele II, Libreria Bocca. È in uno dei luoghi più simbolici della cultura cittadina che Melanie Francesca ha presentato il suo nuovo libro, La Carne dell’Eternità, pubblicato da Editoriale Giorgio Mondadori. E già il contesto dice molto del progetto: non un semplice lancio editoriale, ma la messa in scena di un’opera che nasce al confine tra linguaggi diversi, dove la scrittura dialoga continuamente con il disegno, l’immagine, la filosofia e una visione artistica dichiaratamente trasversale.

    All’incontro sono intervenuti Stefano Zecchi, Marco Salvati, Carlo Motta, Melania Rizzoli e naturalmente l’autrice. Ne è emerso il ritratto di un libro difficile da rinchiudere in una formula sola. Carlo Motta ha insistito proprio su questo punto, spiegando che la scrittura di Melanie Francesca non può essere separata dai suoi disegni, perché il suo linguaggio si fa forma visiva e viceversa. Un’osservazione centrale, perché aiuta a capire la natura ibrida del volume: non un romanzo illustrato in senso tradizionale, ma un’opera in cui parola e immagine si sostengono a vicenda.

    Stefano Zecchi ha invece sottolineato la complessità della costruzione narrativa e concettuale. Secondo il filosofo, si tratta di un libro articolato, da leggere tenendo insieme trama, apparato visivo e riflessioni filosofiche. Una struttura che non cerca scorciatoie e che, proprio per questo, chiede attenzione. Melania Rizzoli ha posto l’accento su un altro aspetto: il rapporto con il pubblico giovane. A suo giudizio, i ragazzi colgono bene questo tipo di scrittura, lucida e tagliente, capace di mescolare immaginario pop, tensione narrativa e visione.

    Ed è forse proprio qui che si trova il cuore del progetto. La Carne dell’Eternità affronta infatti, in chiave distopica, uno dei grandi temi del presente: il rapporto tra essere umano e tecnologia. In un futuro indefinito, gli spiriti disincarnati cercano di incarnarsi nei robot per tornare a vivere. L’idea, già di per sé potentissima, permette a Melanie Francesca di spostare il discorso oltre la superficie della fantascienza e di mettere al centro una domanda molto concreta: se la macchina può imitare l’uomo, può anche sentirlo davvero? La risposta che il libro sembra suggerire è no. L’algoritmo calcola, ma la carne vibra.

    Il personaggio di Horus, antico spirito egiziano che entra in un automa convinto di trovare nella coscienza artificiale una nuova forma di emozione, si scontra con il fallimento di questa illusione. La macchina replica la reazione, non l’esperienza. E allora la vicenda si sposta su Alicia, vampira immortale che attraversa i secoli portando dentro di sé una sensibilità carnale, arcaica, sensuale. In un mondo dominato dal cerebralismo e dalla promessa di ottimizzazione, il corpo torna così a essere il vero campo di battaglia. Non come residuo del passato, ma come ultima forma di resistenza.

    Melanie Francesca lo ha spiegato anche parlando del proprio modo di scrivere. Il suo cervello, ha detto, non funziona come un’autostrada lineare, ma come un albero in cui le sinapsi si accendono insieme, in modo intuitivo e paratattico. Da qui nasce una scrittura atmosferica, simbolica, a tinte forti, che lei stessa accosta a certi mondi visivi tra il gotico pop, il fantastico e l’immaginario seriale contemporaneo. Vampiri e diavoli, sì, ma anche storie d’amore potenti e un sottotesto filosofico che non smette mai di interrogare il lettore.

    Il libro, insomma, si inserisce in una ricerca più ampia che Francesca porta avanti anche attraverso l’arte visiva, come dimostra The Box, installazione immersiva presentata tra Europa e Medio Oriente e centrata sugli stessi nuclei: corpo, coscienza, spazio, esperienza. È questa continuità tra libri, immagini e opere a rendere il suo percorso riconoscibile. Non a caso, negli anni, figure come Barbara Alberti e Francesco Alberoni hanno colto in lei proprio la capacità di tenere insieme tradizione e contemporaneità, intuizione artistica e riflessione sul presente.

    Con La Carne dell’Eternità, Melanie Francesca firma dunque un’opera che sfida le classificazioni facili. Distopia, racconto filosofico, romanzo visivo, esperimento simbolico: ogni definizione resta parziale. Forse perché il libro, più che offrire risposte, rilancia una domanda antica con strumenti nuovi. In un’epoca che promette di riscrivere il DNA, potenziare il cervello e correggere il corpo, cosa resta davvero dell’esperienza umana? La risposta di Melanie Francesca non passa dalla perfezione della macchina, ma dall’imperfezione viva della carne.

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      Libri

      Premio Amalago 2026, è sfida a tre per il miglior romanzo storico: Jorio-Carrescia, Milan e Rossetti si giocano la vittoria

      La sirena di Posillipo, I giorni della libertà e La fabbrica delle ragazze sono i tre romanzi arrivati alla sfida finale. Un premio fuori dagli schemi: niente candidature degli editori, i libri vengono individuati attraverso blogger indipendenti, gruppi di lettori e book influencer.

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        Tre romanzi, quattro autori e un solo vincitore. È ormai entrata nella fase decisiva la quinta edizione del Premio Letterario Amalago, uno dei pochi riconoscimenti italiani dedicati esclusivamente al romanzo storico contemporaneo. Dopo una selezione che ha coinvolto tredici semifinalisti, restano in corsa Paolo Jorio e Claudia Carrescia con La sirena di Posillipo, Alessandro Milan con I giorni della libertà e Ilaria Rossetti con La fabbrica delle ragazze.

        La proclamazione del vincitore rappresenterà l’ultimo atto di un’edizione che ha confermato la vitalità del romanzo storico italiano e la capacità del genere di conquistare lettori molto diversi tra loro.

        A rendere particolare Amalago è soprattutto il suo meccanismo di selezione. Il premio ha infatti capovolto una delle consuetudini dei concorsi letterari: non sono editori e autori a proporre i libri, ma le opere entrano nella selezione attraverso il gradimento riscontrato tra lettori, blogger indipendenti e book influencer.

        Un sistema che punta quindi a intercettare romanzi che hanno già dimostrato di possedere una capacità fondamentale: farsi leggere e apprezzare dal pubblico.

        Premio Amalago 2026, chi sono i tre finalisti

        La sfida finale mette di fronte tre opere pubblicate da alcune delle maggiori case editrici italiane.

        Paolo Jorio e Claudia Carrescia arrivano alla finale con La sirena di Posillipo, pubblicato da Rizzoli nel 2023. Alessandro Milan concorre invece con I giorni della libertà, uscito per Mondadori nel 2023, mentre Ilaria Rossetti completa il terzetto con La fabbrica delle ragazze, pubblicato da Bompiani nel 2024.

        Tre titoli che rappresentano altrettanti modi di utilizzare la narrativa per entrare nella Storia e trasformare epoche, eventi e personaggi in materia viva.

        Prima di arrivare alla rosa finale, il Premio aveva selezionato tredici romanzi semifinalisti capaci di attraversare secoli molto diversi, dall’antichità fino al Novecento. Una scelta che racconta quanto il romanzo storico abbia ormai superato l’immagine del genere confinato alle grandi epopee del passato.

        Il premio dove i libri non vengono candidati dagli editori

        È probabilmente questo l’elemento che distingue maggiormente Amalago da molti altri premi letterari.

        La selezione delle opere è stata affidata a tre realtà specializzate nella divulgazione letteraria e nella promozione del romanzo storico: Thriller Storici e Dintorni, I lettori delle 7 e Letteratura e dintorni.

        Il punto di partenza non è quindi la candidatura formale presentata da una casa editrice o da un autore. Il premio cerca i libri che hanno conquistato attenzione e consenso nel mondo reale dei lettori, affidandosi a chi durante tutto l’anno osserva, recensisce e racconta le nuove uscite.

        Una formula che nella quinta edizione ha portato alla selezione di tredici semifinalisti e successivamente alla scelta dei tre romanzi che adesso si contendono il riconoscimento.

        Il romanzo storico torna a conquistare i lettori

        Dietro il Premio Amalago c’è anche una scommessa culturale: dimostrare che raccontare la Storia attraverso un romanzo rappresenta ancora uno dei modi più efficaci per avvicinare il pubblico al passato.

        Il romanzo storico permette infatti di entrare dentro un’epoca attraverso i suoi protagonisti, siano essi personaggi realmente esistiti oppure figure nate dalla fantasia dello scrittore. Guerre, trasformazioni sociali, passioni, conflitti e grandi avvenimenti smettono così di essere soltanto date e nomi per diventare esperienze vissute attraverso gli occhi dei personaggi.

        Una caratteristica che rende il genere particolarmente interessante anche per i lettori più giovani. La narrativa può trasformarsi in una porta d’ingresso verso la conoscenza storica, stimolando la curiosità e spingendo successivamente ad approfondire fatti, luoghi e personaggi incontrati tra le pagine.

        È uno degli obiettivi dichiarati del Premio: diffondere la conoscenza della storia attraverso il piacere della lettura.

        Ventisette Comuni sostengono il Premio Amalago

        In cinque edizioni Amalago ha costruito anche una rete istituzionale importante attorno al progetto. Il premio gode del patrocinio della Regione Piemonte, di ventisette Comuni affacciati sul Verbano e della Camera di Commercio Monte Rosa Laghi-Alto Piemonte.

        Un legame con il territorio che accompagna l’ambizione di dare sempre maggiore spazio a un genere che continua a occupare una posizione importante nella narrativa italiana.

        Adesso resta soltanto l’ultimo verdetto.

        Paolo Jorio e Claudia Carrescia, Alessandro Milan e Ilaria Rossetti hanno superato una selezione partita da tredici romanzi. Uno di loro conquisterà il Premio Letterario Amalago 2026 e riceverà l’opera d’arte realizzata per il vincitore.

        Dopo mesi di letture e selezioni, la parola passa dunque all’atto conclusivo. E per gli appassionati di romanzi storici la domanda è ormai una sola: chi salirà sul gradino più alto del Premio Amalago 2026?

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          Libri

          “Anche la luna è capovolta”, Simona Raspelli racconta il Burundi e la Palestina: «Davanti a certe cose non si può tacere»

          Dai bambini malnutriti del Burundi ai villaggi palestinesi sotto assedio militare: la psicologa Simona Raspelli presenta il libro nato dai suoi viaggi. «Mi chiedevano di parlare, raccontare e diventare la loro voce».

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            Nel cuore delle vacanze estive, a mille metri di quota, il piccolo borgo piemontese di Toceno ha scelto di regalare a residenti e villeggianti una serata dedicata alla montagna, alla solidarietà e alle storie provenienti da terre lontane.

            Il paese, circa 700 abitanti in Val Vigezzo, nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, si trova sopra Santa Maria Maggiore e a mezz’ora d’auto da Domodossola. Qui la Pro Loco ha organizzato un incontro nel quale immagini, viaggi e testimonianze hanno unito le montagne dell’Ossola a due luoghi martoriati dalla povertà e dai conflitti: il Burundi e la Palestina.

            Lo scrittore e alpinista Silvano Moroni ha accompagnato il pubblico tra vette, ascensioni, esplorazioni e itinerari ossolani. Simona Raspelli, affiancata dal padre Edoardo, giornalista e critico gastronomico, ha invece presentato Anche la luna è capovolta, il libro nato dalle sue esperienze di volontariato e conoscenza in Africa e Medio Oriente.

            Dal Burundi alla Palestina, due viaggi diventano un libro

            Psicologa e counselor, Simona Raspelli ha lavorato nella ricerca scientifica, nella formazione dei volontari e nel sostegno alle persone colpite da lutti, separazioni ed emarginazione sociale. Dopo due percorsi di preparazione, è partita due volte per il Burundi con il VISPE, Volontari Italiani Solidarietà Paesi Emergenti, e ha poi visitato campi profughi e villaggi palestinesi sottoposti ad assedio militare.

            Da ciò che ha visto e ascoltato è nato il suo primo libro, realizzato con la collaborazione di Edoardo Raspelli. Le abbiamo chiesto di raccontarcelo.

            Perché ha deciso di scrivere questo libro?

            «Forse perché davanti a certe cose non si può tacere. Ho avuto l’opportunità di vivere queste esperienze e vorrei raccontarle a chi è curioso, ma per diversi motivi non può farle. Continuano ad arrivare profughi sulle nostre coste e spesso non riusciamo a immaginare perché partano, provando persino fastidio. Conoscere storie provenienti da altri mondi può aiutarci ad ampliare l’orizzonte e a guardare la nostra quotidianità da una prospettiva differente».

            Che cosa racconta esattamente?

            «Racconto la mia esperienza di straniera in Burundi, appena sotto l’Equatore, durante un progetto di volontariato con il VISPE. Ma anche il viaggio in Palestina, tra campi profughi e villaggi sotto assedio militare. Non è un’analisi storica, politica o religiosa del conflitto: è ciò che due occhi qualunque hanno visto e due orecchie qualunque hanno ascoltato. Gli abitanti ci chiedevano continuamente di parlare, testimoniare e diventare la loro voce».

            «In Burundi anche la luna è capovolta»

            Perché ha scelto il titolo Anche la luna è capovolta?

            «Mettere piede in Burundi e in Palestina è stato come sbarcare su pianeti sconosciuti. Tutto era diverso: ciò che vedevo, sentivo, percepivo sulla pelle e mangiavo, ma anche il rapporto con persone appartenenti a culture lontane dalla mia. In Burundi persino la luna appare capovolta, con la gobba rivolta verso l’alto o verso il basso».

            Che cosa ha imparato di positivo da queste terre martoriate?

            «Il Burundi mi ha insegnato che cosa significa restare nel “qui e ora”, senza correre continuamente avanti o indietro con il pensiero. Ho imparato a “stare” invece di correre a fare e ho compreso che spesso meno significa meglio. Ho incontrato delicatezza, condivisione, forza e cura, soprattutto nelle donne e nei bambini».

            Quali immagini porta ancora con sé?

            «Donne che tornavano a zappare la terra con un neonato sulla schiena pochi giorni dopo il parto. Bambini malnutriti che rinunciavano momentaneamente alla cena per accompagnare una volontaria italiana fuori dal centro e camminare con lei per un tratto di strada».

            La resistenza non violenta della Palestina

            E che cosa le ha lasciato la Palestina?

            «È stata per me la rappresentazione concreta della resilienza: viene continuamente abbattuta, ma non resta a terra. Si rialza e ricomincia a costruire. Ho imparato anche che alla violenza si può rispondere in maniera diversa, attraverso la resistenza non violenta. Le persone incontrate ci ripetevano: “Parlate, parlate, fate sapere al mondo, siate la nostra voce”».

            C’è un aneddoto che ricorda con particolare affetto?

            «In Burundi si scrivono ancora le lettere. Le persone preparavano i messaggi per i volontari italiani conosciuti negli anni, camminavano fino a una delle sedi del VISPE e li affidavano alle suore. Le lettere venivano poi consegnate ai volontari in partenza per l’Italia e spedite dalla sede di Badile di Zibido San Giacomo. Per arrivare al destinatario potevano impiegare diverse settimane».

            Chi sono gli adulti del prossimo domani?

            «Persone che meritano tutto il nostro impegno. Dobbiamo rifiutare il pensiero del “tanto ormai”, prenderci cura di noi stessi e dell’ambiente ed elaborare le nostre ferite, per evitare di trasmetterle a chi verrà dopo».

            Chi è per lei Edoardo Raspelli?

            «È un genitore, complicato come tutti i genitori, che mi ha dato molti esempi: perseveranza, resistenza, coraggio, entusiasmo, attenzione verso i più deboli, sensibilità, curiosità, ironia e senso critico, forse persino troppo. E poi la passione per il cibo, la montagna, la natura e la scrittura».

            Dalla luna rovesciata del Burundi alle cime della Val Vigezzo, la serata di Toceno ha così avvicinato mondi geograficamente lontanissimi. Con un filo comune: la necessità di osservare, ascoltare e, una volta tornati a casa, non scegliere il silenzio.

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              Libri

              Niky Marcelli cambia pelle e lascia il noir: con Le ragazze sono in giro racconta l’amicizia, l’estate del 2005 e la nostalgia

              Nel nuovo libro pubblicato da Officine Pindariche, Niky Marcelli abbandona delitti e investigazioni per raccontare cinque sedicenni, un piccolo borgo lungo la Cassia e un’estate destinata a cambiare tutto. Tra autofiction, amicizia e una pungente critica alla televisione.

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                La critica e il pubblico hanno definito Niky Marcelli in modi diametralmente opposti: dal “Dan Brown italiano” al “raffinato esteta dannunziano”, fino a epiteti decisamente più coloriti.

                Un personaggio eclettico – qualcuno definirebbe bizzarro – dalle molte manie, e dai pensieri sul mondo che trovano nella ironia e nel sarcasmo uno stile di vita. Dopo una lunga carriera come giornalista, ne ha iniziata una da scrittore giunta ormai al tredicesimo titolo.

                Dopo molti romanzi d’avventura e gialli (con un paio di incursioni nella moda maschile e nella gastronomia), l’irriverente scrittore abbandona le nebbie veneziane e la riviera cesenaticense – teatri abituali dei suoi libri – per catapultare il lettore in un piccolo borgo medievale lungo la via Cassia, direzione Viterbo.

                E’ infatti appena uscito sul mercato, e potremmo definirlo “un capolavoro di nostalgia”, Le ragazze sono in giro per i tipi di Officine Pindariche, dove Marcelli  abbandona il noir per raccontare l’adolescenza dorata e tragicomica di cinque sedicenni alle porte di Roma nei primi anni Duemila.

                Una trama avvicente, personaggi tratteggiati con sfumature psicologiche ipnotiche e, soprattutto, una estate – quella del 2005 – che i lettori che l’hanno vissuta, sicuramente non dimenticheranno mai.

                Lo abbiamo incontrato a Cesenatico, in quella che considera la sua “seconda casa”, il Grand Hotel Da Vinci.

                Dopo le atmosfere glamour della Contessa Rossa e la tormentata ispettrice soprannominata la Lince, arrivano Alessandra e le sue amiche: cinque sedicenni in un borgo alle porte della Capitale. Come mai hai voluto raccontarle?

                In realtà avevo iniziato a raccontarle molto prima della Contessa e della Lince, perché Le Ragazze sono in giro avevo iniziato a scriverlo nel 2004. Poi, colto da crisi creativa, l’ho abbandonato per oltre dieci anni. Ho approfittato del Covid per riprenderlo in mano, dopo la pubblicazione de La Donna di Lana, la terza avventura della Contessa Rossa.

                I personaggi si basano su cinque mie amiche, allora adolescenti. In particolare due di esse, che io considero due delle mie “vice-figlie”. Su quello che mi raccontavano e anche su quello che combinavamo io e il mio gruppo di amici quando avevamo la loro età.

                Hai detto in un paio di occasioni che è un romanzo scritto “all’italiana”. Che cosa intendi esattamente?

                Per “romanzo all’italiana” intendo, scherzosamente, quel genere ormai sdoganato che viene comunemente definito auto fiction. Ovvero dove l’autore scrive attorno al proprio ombelico e al proprio ego, di questioni della sua vita.

                Io mi sono ritagliato uno spazio-ombelico – per la prima e ultima volta nei miei libri – con il personaggio di Vittorio, il padre della protagonista Alessandra, scrittore in crisi in cerca di ispirazione, raccontando molte cose, anche poco edificanti, che ho vissuto realmente. Inutile dire che è il personaggio più perculato dell’intero romanzo.

                Però l’ho descritto come un bel figo, alto e biondo, con ancora tutti i capelli in testa!

                Le ragazze sono in giro è un “teen dramedy”…

                Ho voluto raccontare con leggerezza, allegria e ironia queste cinque ragazze, puntando soprattutto sulla commedia. Nel libro non mancano le occasioni di farsi quattro risate o, perlomeno, di sorridere. Ma, come nella miglior tradizione della sopracitata commedia, c’è anche un risvolto amaro e un conto abbastanza salato che la vita, ad un certo punto, presenterà alle protagoniste.

                Il principale filo conduttore di questo romanzo è l’amicizia…

                Sì, ho voluto raccontare l’amicizia granitica, la sorellanza, tra queste cinque ragazze. Penso che l’amicizia, al di là di tutto, sia senz’altro il bene più prezioso. Ne parlo con discreta cognizione di causa perché io stesso (e qui torniamo sull’ombelico!) ho amicizie che durano non solo dall’adolescenza, ma addirittura dall’epoca delle scuole elementari.

                C’è anche, tra le righe, una dura critica alla società di oggi e, in particolare, ad un certo modo di fare televisione. Mondo che tu conosci molto bene, avendo lavorato per quasi quaranta anni alla Rai.

                Un evento, che ovviamente non spoilero, porta il piccolo borgo al centro della cronaca e sotto l’attenzione di certe trasmissioni televisive – in particolare quelle che vivono di cronaca nera, inzuppando il pane nel sangue degli innocenti – anche se, per fortuna, in questo caso non si tratta di un delitto efferato ma di un ritrovamento fortuito. Ho cercato di raccontare, in questo caso e sempre con molta ironia, quello che ho vissuto e a cui ho assistito lavorando in alcuni di questi programmi.

                Perché la scelta di ambientarlo proprio nel 2005?

                Per due ordini di motivi: il primo – come dicevo – è che ho iniziato a scriverlo nel 2004 e non ho voluto allontanarmi dalla storia orginale. Il secondo è che, nel settembre del 2005, Luciano Ligabue ha fatto il suo primo concerto a Campovolo. E Ligabue, o perlomeno la sua musica, ha un ruolo fondamentale per una delle ragazze e per il finale del romanzo.

                NIKY MARCELLI 1 - Ph. SIMONA PONI
                NIKY MARCELLI – Ph. SIMONA PONI

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