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Lifestyle

Maschio d’estate e femmina d’inverno: l’ultima frontiera è il “genere di stagione”

Nel mondo dell’identità di genere, ogni giorno sembra portare una nuova sorpresa. Dall’onda del “gender season” alla recente tendenza dell’ecosessualità, le frontiere dell’espressione individuale si allargano sempre di più. Esaminiamo da vicino queste nuove tendenze, tra l’assurdo e l’innovazione, che stanno ridefinendo il concetto stesso di identità di genere.

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    La corsa verso l’assurdo non sembra avere mai fine quando si parla di identità di genere. Dopo il Royal Stoke Hospital e le sue venti identità sessuali personalizzate con tanto di bandiere, ci si chiedeva cosa potesse ancora sbucare fuori dal cilindro della religione woke. Ebbene, ecco a voi l’ultima chicca virale: il “gender season”, ovvero il “genere di stagione”.

    Ma attendete, c’è di più! Secondo Dee Whitnell, autoproclamatosi non binario, l’identità di genere dovrebbe cambiare con le stagioni. Sì, avete capito bene. Puoi sentirti più maschile in inverno e più femminile in estate, o viceversa, come se fossi una playlist di Spotify con le tue stagioni preferite.

    Dee ha precisato che non si tratta di essere determinati dalle stagioni, ma solo influenzati da esse. “Io, ad esempio, mi sento più maschile d’estate. Indosso abiti maschili e tengo i capelli corti. In inverno, invece, adoro i vestiti femminili e porto i capelli lunghi”. Insomma, un’autentica rivoluzione.

    Naturalmente, i video sono diventati virali e le reazioni sono state altrettanto spettacolari. C’è chi ha sbottato con un semplice “è una sciocchezza”, mentre altri hanno sottolineato l’evidente banalità della cosa: “Chiamasi vestirsi secondo la stagione, una novità incredibile!”.

    Questa “stagione di genere” si inserisce in un panorama già popolato da altre fantastiche categorie, come l’ecosessualità, che vede relazioni erotiche con alberi e piante. Insomma, il futuro dell’identità di genere è luminoso e pieno di sorprese, o forse solo un po’ folle. Chi può dirlo con certezza?

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      Lifestyle

      Gomme da masticare: tra mito, marketing e realtà scientifica

      Le chewing gum senza zucchero possono contribuire alla prevenzione della carie, ma non sostituiscono spazzolino e filo interdentale. Ecco come sono nate, come si sono diffuse e quali benefici reali offrono.

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      Gomme da masticare: tra mito, marketing e realtà scientifica

        La gomma da masticare accompagna generazioni di consumatori da oltre un secolo, tra promesse di freschezza, denti più sani e persino minor stress. Ma, tra slogan pubblicitari sempre più convincenti e un mercato multimiliardario, è legittimo chiedersi: le chewing gum fanno davvero bene ai denti? La risposta, come spesso accade, non è un semplice sì o no.

        Un prodotto antichissimo diventato fenomeno moderno

        La storia della gomma da masticare comincia molto prima dell’era industriale. Resti archeologici indicano che già le popolazioni preistoriche masticavano resine di betulla per pulire i denti o calmare il mal di denti. Ma la forma moderna di chewing gum affonda le radici nel XIX secolo, quando negli Stati Uniti iniziarono a diffondersi prodotti a base di chicle, una gomma naturale ricavata dall’albero della sapodilla.

        Fu l’inventore Thomas Adams, negli anni ’60 dell’Ottocento, a industrializzare la produzione e dare il via al business. Da lì la diffusione fu rapidissima: sapori innovativi, formati portatili e una campagna pubblicitaria aggressiva trasformarono la gomma da masticare in un’abitudine globale. Nel secondo dopoguerra, con l’introduzione delle gomme aromatizzate alla menta, il prodotto esplose definitivamente, diventando simbolo di freschezza e di “igiene tascabile”.

        Oggi si stima che il mercato mondiale valga oltre 25 miliardi di dollari l’anno, con centinaia di varianti e un consumo che coinvolge soprattutto giovani e adulti attenti alla cura del cavo orale.

        Il claim più diffuso: previene davvero le carie?

        Molte gomme da masticare, specialmente quelle senza zucchero, vengono presentate come utili per la salute dei denti. Ed è vero che i principali enti di odontoiatria, tra cui l’American Dental Association (ADA) e diverse associazioni europee, riconoscono alcuni benefici, purché si tratti di gomme senza zuccheri aggiunti.

        Gli effetti positivi riconosciuti dalla scienza sono tre:

        1. Aumento della salivazione
          Masticare stimola il flusso salivare, che aiuta a neutralizzare gli acidi presenti nella bocca, riducendo uno dei fattori di rischio per la carie.
        2. Rimozione meccanica dei residui di cibo
          Anche se molto più lieve rispetto allo spazzolamento, l’azione masticatoria può contribuire a “ripulire” la bocca dopo i pasti.
        3. Uso di dolcificanti come lo xilitolo
          Alcune gomme utilizzano xilitolo, un polialcol che non favorisce la crescita dei batteri cariogeni e, secondo numerosi studi, può ridurla.

        Tuttavia, è importante ricordare ciò che gli stessi esperti ribadiscono da anni: la gomma da masticare non sostituisce mai spazzolino, dentifricio e filo interdentale. Può essere un supporto, non una soluzione.

        Il rovescio della medaglia: possibili effetti collaterali

        Le gomme da masticare non sono prive di limiti. In grandi quantità, alcuni dolcificanti — soprattutto sorbitolo — possono causare disturbi gastrointestinali. Masticare troppo a lungo può affaticare l’articolazione temporo-mandibolare, soprattutto in persone già predisposte. Inoltre, le gomme zuccherate aumentano il rischio di carie, annullando del tutto eventuali effetti benefici.

        Un altro punto spesso ignorato è l’impatto ambientale: molti chewing gum moderni utilizzano basi sintetiche non biodegradabili, che possono resistere per anni sulle superfici urbane.

        Marketing e realtà: tra promesse e percezione

        Nella cultura popolare, la gomma da masticare è stata spesso raccontata come un “mini spazzolino” da portare in tasca. Un’immagine efficace, ma non completamente aderente alla realtà.

        Negli anni ’80 e ’90, le campagne pubblicitarie alludevano apertamente a benefici odontoiatrici, fino a quando i regolatori europei e americani imposero criteri più rigidi sui claim sanitari. Oggi le aziende possono dichiarare effetti positivi solo se scientificamente provati, come l’aumento della salivazione.

        Usare la gomma sì, ma in modo intelligente

        Gli odontoiatri suggeriscono alcune semplici regole per beneficiare davvero della gomma da masticare:

        • scegliere gomme senza zucchero;
        • masticare 10–20 minuti dopo i pasti;
        • evitare un uso eccessivo durante la giornata;
        • non utilizzarla in presenza di disturbi mandibolari;
        • non considerarla un sostituto dell’igiene orale.

        La gomma da masticare non è un rimedio miracoloso, ma può rappresentare un piccolo aiuto quotidiano se scelta e utilizzata nel modo corretto. La sua storia, dalle resine degli antichi popoli alle mega-campagne pubblicitarie del Novecento, racconta un prodotto entrato profondamente nelle abitudini moderne.

        Tra mito e realtà, la verità sta nel mezzo: la chewing gum non “cura” i denti, ma può contribuire a proteggerli, a patto che resti ciò che è sempre stata — un complemento, non il protagonista dell’igiene orale.

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          Lifestyle

          Perché la carta “asciugatutto” non va nell’umido: l’errore che molti fanno nella raccolta differenziata

          Sembra carta come le altre, ma tovaglioli e rotoli da cucina seguono regole diverse. Ecco dove si buttano davvero e perché una scelta sbagliata può compromettere il riciclo.

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          asciugatutto

            Fare la raccolta differenziata è ormai un’abitudine consolidata per milioni di italiani, ma restano ancora alcuni dubbi su oggetti di uso quotidiano. Tra questi c’è la carta “asciugatutto”, spesso confusa con la carta riciclabile o con i rifiuti organici. In realtà, nella maggior parte dei casi, questo prodotto va conferito nel secco indifferenziato. Il motivo è legato sia alla sua composizione sia all’uso che se ne fa.

            Non tutta la carta può essere riciclata

            La carta tradizionale – come giornali, scatole e fogli – è composta da fibre di cellulosa che possono essere recuperate e trasformate in nuova materia prima. Tuttavia, la carta da cucina viene progettata per essere molto resistente anche quando è bagnata. Per ottenere questa caratteristica, durante la produzione le fibre sono trattate in modo diverso e risultano più corte e meno adatte ai processi di riciclo.

            Inoltre, spesso questi fogli entrano in contatto con sostanze che ne impediscono il recupero: residui di cibo, olio, detergenti o prodotti chimici. Quando la carta è troppo sporca, la filiera del riciclo non è in grado di lavorarla in modo efficiente.

            Perché non va nemmeno sempre nell’umido

            Molti pensano che, essendo a base di cellulosa, la carta assorbente possa essere smaltita tra i rifiuti organici. In realtà la regola cambia in base a come è stata utilizzata e alle disposizioni del proprio Comune.

            Se il foglio è servito esclusivamente per assorbire liquidi alimentari o piccoli resti di cibo, alcune amministrazioni consentono il conferimento nell’umido. Tuttavia, quando è impregnato di detergenti, grassi in quantità elevate o sostanze non biodegradabili, deve finire nell’indifferenziato perché potrebbe compromettere il processo di compostaggio.

            Per questo motivo è sempre consigliabile controllare le linee guida locali: la gestione dei rifiuti, infatti, può variare da città a città.

            Un errore che pesa sull’ambiente

            Smaltire correttamente i rifiuti non è solo una questione di regole, ma anche di efficienza ambientale. Inserire materiali non idonei nella carta o nell’organico aumenta i costi di selezione e può rendere inutilizzabile una parte del materiale raccolto.

            Secondo i consorzi che si occupano di riciclo, la qualità della differenziata è fondamentale: più i rifiuti sono puliti e ben separati, maggiore sarà la quantità che potrà essere recuperata.

            Le buone abitudini da seguire

            Per evitare errori, basta ricordare alcune semplici indicazioni: la carta pulita va nel contenitore della carta; quella molto sporca o trattata finisce nel secco; solo in alcuni casi – e seguendo le norme comunali – i tovaglioli con residui alimentari possono essere conferiti nell’umido.

            Anche ridurne il consumo è una scelta sostenibile. Utilizzare panni lavabili o limitare gli sprechi contribuisce a diminuire la quantità di rifiuti prodotti ogni giorno.

            Capire dove buttare la carta “asciugatutto” può sembrare un dettaglio, ma è proprio dall’attenzione ai piccoli gesti che passa una raccolta differenziata davvero efficace. Una maggiore consapevolezza domestica, infatti, si traduce in un impatto ambientale più contenuto e in un sistema di riciclo più virtuoso per tutti.

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              Lifestyle

              Autocontrollo al capolinea: perché riserviamo la pazienza agli estranei e sbrocchiamo con chi amiamo

              La fatica mentale accumulata durante la giornata erode il nostro autocontrollo, rendendoci meno pazienti con chi ci sta più a cuore. Ma si può imparare a regolare le emozioni: ecco come.

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              Autocontrollo al capolinea

                Ci avete mai fatto caso? Vi comportate come veri gentiluomini o signore con colleghi, amici occasionali o perfetti sconosciuti, ma appena varcate la soglia di casa diventate irritabili, scontrosi o addirittura arrabbiati con chi amate. Non è affatto un’eccezione: per molti C, questa spiazzante discrepanza tra autocontrollo in pubblico e sfogo in privato è perfettamente comprensibile — e scientificamente spiegabile.

                Dall’autocontrollo alla regolazione emotiva
                L’idea comune di “autocontrollo” implica trattenere pulsioni e reazioni, ma gli esperti spesso preferiscono parlare di regolazione emotiva. Come spiega la psicologa Roberta De Angelis, sforzarsi tutto il giorno di reprimere risposte dirette può esaurire le nostre risorse interne, così che al rientro a casa veniamo travolti da emozioni represse. Non è un fallimento morale, ma una conseguenza naturale di un sistema che finisce la “benzina”.

                La teoria della base sicura
                Una parte di questa dinamica emerge dalla teoria dell’attaccamento di John Bowlby, secondo cui ogni persona ha bisogno di una “base sicura” per esplorare il mondo emotivamente. Con chi ci è più intimo, come partner o familiari, ci sentiamo più protetti, quindi ci permettiamo di essere autentici — anche quando mostrarsi gentili non è possibile. In altre parole, essere sé stessi con chi si ama significa anche far emergere lati meno edificanti.

                La stanchezza che mina il controllo
                Uno studio recente pubblicato su PNAS, condotto da ricercatori della Scuola IMT di Lucca con l’Università di Firenze, ha mostrato che già dopo 45 minuti di attività mentale intensa (che richiede autocontrollo) alcune aree frontali del cervello mostrano onde simili a quelle del sonno, un fenomeno definito “sonno locale”. Questo depauperamento neurologico rende più difficile inibire comportamenti impulsivi e aumenta la propensione ad agire con aggressività.

                Parallelamente, altri studi neuroscientifici hanno dimostrato che la fatica mentale indebolisce la capacità di regolare le emozioni: attività ripetute di controllo cognitivo (come ignorare distrazioni o reprimere risposte) possono ridurre le connessioni tra la corteccia prefrontale e l’amigdala, rendendoci più reattivi agli stimoli negativi.

                Il cervello che cede: la spiegazione neurologica
                In termini semplici, il cervello è composto da una parte “antica” – l’amigdala – che gestisce le emozioni rapide e istintive, e da una parte più evoluta – la corteccia prefrontale – che aiuta a pianificare, riflettere e controllare. Quando siamo mentalmente stanchi, la prefrontale “si affatica” e non svolge più bene il suo lavoro, lasciando spazio a reazioni più istintive. Con le persone amate, dove ci sentiamo protetti, il controllo si abbassa prima, e così emergono frustrazioni che avevamo trattenuto tutto il giorno.

                Come fare per non esplodere con chi ci sta vicino
                Gli psicologi suggeriscono alcune strategie pratiche per gestire questo squilibrio:

                1. Riconoscere e nominare le emozioni
                  Il primo passo è diventare consapevoli di ciò che si prova. Quando sentite la rabbia montare, fermatevi un attimo e date un nome a quel sentimento: “sono stanco”, “sono frustrato”. Questo piccolo gesto aiuta la parte razionale del cervello a intervenire.
                2. Pianificare pause genuine
                  Dopo momenti di alta richiesta cognitiva (riunioni, decisioni difficili, lavoro intenso), concedetevi delle pause reali. Non solo un caffè, ma un momento per scaricare mentalmente: respirazione, breve movimento o anche solo stare in silenzio.
                3. Creare una “finestra di tolleranza”
                  Gli psicoterapeuti parlano di “finestra della tolleranza”: uno spazio in cui si può sentire sofferenza ma rimanere connessi con sé stessi. Non serve reprimere tutto né sfogarsi aggressivamente: si può esprimere la rabbia, ma in modo consapevole.
                4. Costruire sicurezza nei rapporti intimi
                  Parlare apertamente con la persona amata: esprimere che certi scoppi emotivi non sono colpa loro ma riflettono il proprio esaurimento mentale. Creare insieme dei momenti di decompressione può aiutare a evitare rotture.
                5. Migliorare il recupero
                  Dormire bene, mangiare in modo equilibrato e dedicare tempo al relax sono alleati essenziali per ricostruire la riserva di autocontrollo. Quando il cervello è veramente riposato, è meno probabile che venga sopraffatto.

                Conclusione
                Non è raro essere più civili con gli altri e meno pazienti con chi ci è più caro. Spesso non è un difetto di carattere, ma un segnale che il nostro cervello è a corto di risorse. Riconoscere questo meccanismo ci aiuta a gestire meglio le emozioni e migliorare le relazioni più importanti. In fondo, trattenersi tutto il giorno non è una virtù magnifica se poi esplodiamo quando dovremmo sentirci al sicuro.

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