Lifestyle
Maschio d’estate e femmina d’inverno: l’ultima frontiera è il “genere di stagione”
Nel mondo dell’identità di genere, ogni giorno sembra portare una nuova sorpresa. Dall’onda del “gender season” alla recente tendenza dell’ecosessualità, le frontiere dell’espressione individuale si allargano sempre di più. Esaminiamo da vicino queste nuove tendenze, tra l’assurdo e l’innovazione, che stanno ridefinendo il concetto stesso di identità di genere.
La corsa verso l’assurdo non sembra avere mai fine quando si parla di identità di genere. Dopo il Royal Stoke Hospital e le sue venti identità sessuali personalizzate con tanto di bandiere, ci si chiedeva cosa potesse ancora sbucare fuori dal cilindro della religione woke. Ebbene, ecco a voi l’ultima chicca virale: il “gender season”, ovvero il “genere di stagione”.
Ma attendete, c’è di più! Secondo Dee Whitnell, autoproclamatosi non binario, l’identità di genere dovrebbe cambiare con le stagioni. Sì, avete capito bene. Puoi sentirti più maschile in inverno e più femminile in estate, o viceversa, come se fossi una playlist di Spotify con le tue stagioni preferite.
Dee ha precisato che non si tratta di essere determinati dalle stagioni, ma solo influenzati da esse. “Io, ad esempio, mi sento più maschile d’estate. Indosso abiti maschili e tengo i capelli corti. In inverno, invece, adoro i vestiti femminili e porto i capelli lunghi”. Insomma, un’autentica rivoluzione.
Naturalmente, i video sono diventati virali e le reazioni sono state altrettanto spettacolari. C’è chi ha sbottato con un semplice “è una sciocchezza”, mentre altri hanno sottolineato l’evidente banalità della cosa: “Chiamasi vestirsi secondo la stagione, una novità incredibile!”.
Questa “stagione di genere” si inserisce in un panorama già popolato da altre fantastiche categorie, come l’ecosessualità, che vede relazioni erotiche con alberi e piante. Insomma, il futuro dell’identità di genere è luminoso e pieno di sorprese, o forse solo un po’ folle. Chi può dirlo con certezza?
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Tendenze
L’arte del vuoto: il living giapponese minimal warm che trasforma la casa in un rifugio di calma e armonia
Non solo design, ma una filosofia di vita che invita alla sottrazione e alla quiete. Il living giapponese minimal warm nasce per restituire alla casa un ritmo più lento, dove ogni oggetto ha un significato e il silenzio diventa arredo.
Niente eccessi, niente rumore visivo, solo armonia. Il living giapponese minimal warm nasce da un concetto tanto antico quanto attuale: la bellezza sta nel poco, nella forma pura e nella materia che respira. È uno spazio che non vuole impressionare, ma accogliere. I colori sono caldi ma neutri — beige, sabbia, avorio, legno chiaro — e la luce, filtrata da pannelli di carta di riso o tende opache, diventa protagonista discreta. Il risultato è un ambiente che invita a rallentare, a vivere con calma ogni gesto quotidiano.
Tatami e legno: i materiali della quiete
Nel living minimal warm, il pavimento si veste di tatami o di tappeti naturali intrecciati a mano, che restituiscono un senso di contatto con la terra. Le sedute sono basse, i tavolini essenziali, spesso in frassino o acero. Ogni mobile è funzionale e proporzionato, senza orpelli. La sensazione generale è quella di una continuità fluida tra casa e natura, come se gli spazi interni fossero solo una prosecuzione del paesaggio esterno. Perfino i profumi contano: l’incenso leggero o una candela al tè verde completano l’atmosfera meditativa.
Il vuoto come forma di pienezza
Nella filosofia giapponese, il vuoto non è assenza, ma presenza di equilibrio. Per questo nel living minimal warm gli oggetti sono pochi, scelti con cura, ciascuno con un significato. Un bonsai, una ciotola in ceramica raku, un quadro di calligrafia bastano a definire l’identità dello spazio. È un ambiente che non vuole stupire ma far respirare, dove l’ordine è una forma di libertà e la semplicità diventa eleganza.
Un soggiorno così non è solo una scelta estetica: è una dichiarazione d’intenti, un invito silenzioso a vivere meglio, con meno cose e più consapevolezza.
Società
Guadagni su OnlyFans? Il Fisco guarda anche lì: cosa dichiarare, come farlo e quando
Dopo la scoperta di due creator con oltre 250mila euro non dichiarati, cresce l’attenzione su un fenomeno in espansione che coinvolge influencer, piattaforme online e nuove forme di tassazione.
L’ultima notizia arriva dalla provincia di Lodi e segna un nuovo capitolo nel rapporto tra Fisco e lavoro digitale. La Guardia di Finanza ha individuato due influencer attive su OnlyFans che, secondo gli accertamenti, avrebbero incassato complessivamente circa 250mila euro senza dichiararli all’Erario. I proventi, ricostruiti attraverso movimenti bancari e flussi provenienti dalla piattaforma, derivavano da abbonamenti mensili pagati dai follower e da donazioni dirette, finite sui conti correnti personali senza il versamento delle imposte dovute, in particolare dell’Iva.
Anche su Onlyfans si pagano le tasse
Il caso non è isolato e fotografa un fenomeno ormai strutturale. OnlyFans, piattaforma nata nel Regno Unito e diventata celebre per i contenuti per adulti, ospita oggi anche personal trainer, musicisti, divulgatori e creator di vario tipo. Ciò che accomuna tutti è la possibilità di monetizzare direttamente la propria audience. Ma al crescere dei guadagni cresce anche l’obbligo di rispettare le regole fiscali, spesso sottovalutate o ignorate.
Sono redditi imponibili
In Italia i compensi percepiti tramite OnlyFans sono a tutti gli effetti redditi imponibili. La differenza sta nella modalità con cui vengono tassati. Se l’attività è occasionale, sporadica e priva di organizzazione stabile, i guadagni possono rientrare nei “redditi diversi” e vanno comunque indicati nella dichiarazione dei redditi, pagando l’Irpef dovuta. Se invece l’attività è abituale e continuativa — come avviene nella maggior parte dei casi quando esiste un canone di abbonamento e una produzione costante di contenuti — scatta l’obbligo di aprire una partita Iva.
Nudi con la partita IVA
Con la partita Iva, il creator diventa a tutti gli effetti un lavoratore autonomo: deve emettere fattura, applicare l’Iva (salvo regimi agevolati come il forfettario), versare imposte e contributi previdenziali. È proprio su questo aspetto che si concentrano molte delle verifiche della Guardia di Finanza, che incrocia i dati delle piattaforme con quelli bancari per individuare incongruenze e redditi non dichiarati. Le sanzioni, in caso di evasione, possono essere molto pesanti, tra recupero delle imposte, interessi e multe.
Il tema non riguarda solo l’Italia. Negli Stati Uniti, dove OnlyFans ha una platea enorme, si discute da tempo di una possibile “tassa sul vizio”, un’imposta specifica sui contenuti per adulti, sulla scia di quanto già avviene per alcol e tabacco. L’idea nasce dalla difficoltà di monitorare un settore in forte espansione e dalla volontà di intercettare nuove entrate fiscali in un’economia sempre più digitale.
Il messaggio che emerge dalle indagini recenti è chiaro: guadagnare online non significa essere invisibili al Fisco. Like, abbonamenti e donazioni si traducono in reddito reale e, come tale, vanno dichiarati. In un mercato che promette facili guadagni e grande libertà, la consapevolezza fiscale diventa parte integrante del “mestiere” di creator. Ignorarla, come dimostra il caso di Lodi, può costare molto caro.
Lifestyle
Il segreto dei bambini felici: il metodo scandinavo che educa con fiducia e natura
Nei Paesi nordici i bambini imparano giocando nella natura, ascoltati e rispettati come individui. Dietro la loro serenità non c’è solo un approccio pedagogico, ma un’intera cultura che mette al centro la fiducia e il benessere familiare.
Nei Paesi del Nord Europa, crescere bambini sereni e autonomi non è un obiettivo da raggiungere a fatica, ma il frutto di una filosofia di vita. In Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia l’educazione è fondata su un principio semplice ma rivoluzionario: fidarsi dei bambini. Significa lasciare loro spazio per esplorare, fare errori, imparare da soli — con il sostegno discreto di adulti che guidano, ma non impongono.
Dietro l’immagine da cartolina di piccoli che giocano nella neve in stivali di gomma, si nasconde una pedagogia profonda e coerente. Il bambino non è visto come un recipiente da riempire di nozioni, ma come una persona in divenire, da accompagnare con rispetto. “L’obiettivo non è evitare la frustrazione, ma insegnare come affrontarla”, spiega la psicologa svedese Gunilla Dahlberg, esperta di educazione infantile all’Università di Stoccolma.
Gentilezza, autonomia, fiducia
Le famiglie scandinave seguono tre principi cardine: gentilezza, empowerment e autonomia. Fin dai primi anni, i genitori incoraggiano i figli a risolvere piccoli problemi quotidiani, a prendere decisioni e a esprimere liberamente le proprie emozioni. L’autorità non si esercita con punizioni o ordini, ma con l’ascolto e il dialogo.
È raro che un genitore nordico risponda con un “Perché lo dico io”. Preferisce spiegare, negoziare, trovare insieme una soluzione. Una modalità che richiede tempo, ma che forma bambini più sicuri, empatici e indipendenti.
La natura come aula
In Scandinavia, il legame con l’ambiente è parte integrante dell’educazione. Qui si parla di friluftsliv, letteralmente “vita all’aria aperta”: una filosofia che invita a trascorrere il più tempo possibile nella natura, in ogni stagione. Nelle scuole dell’infanzia danesi o svedesi, i bambini passano gran parte della giornata fuori, tra boschi e campi, anche con neve o pioggia.
Costruiscono rifugi, osservano gli insetti, imparano a cucinare sul fuoco e a riconoscere le piante. Un approccio che sviluppa autonomia, creatività e capacità motorie. Diversi studi internazionali, tra cui una ricerca del Swedish Environmental Protection Agency, hanno evidenziato come il contatto quotidiano con la natura migliori la concentrazione, riduca lo stress e rafforzi il sistema immunitario.
Una scuola che accoglie, non giudica
Anche il sistema scolastico riflette questi valori. In Finlandia e Danimarca, la scuola è pensata come una comunità inclusiva, non come una competizione. L’apprendimento avviene attraverso il gioco, la cooperazione e la sperimentazione. Gli insegnanti non valutano solo i risultati, ma l’impegno, la curiosità e la capacità di collaborare.
Gli studenti con bisogni speciali non vengono separati, ma integrati nei gruppi, rafforzando il senso di solidarietà. Gli ambienti sono accoglienti, luminosi, senza eccesso di tecnologia: lo spazio fisico rispecchia il clima emotivo, sereno e rispettoso.
Politiche che sostengono le famiglie
L’efficacia del modello scandinavo non si limita alle aule. A fare la differenza è un forte sistema di welfare: congedi parentali prolungati e condivisi tra madre e padre, orari di lavoro flessibili e servizi pubblici diffusi. In Svezia, ad esempio, i genitori possono usufruire di 480 giorni di congedo retribuito da dividere liberamente, incoraggiando una reale parità di genere.
Questo supporto sociale riduce la pressione sulle famiglie, che vivono la genitorialità con maggiore equilibrio. “Un genitore meno stressato è un genitore più presente”, afferma la sociologa norvegese Anne Lise Ellingsæter, autrice di studi sull’infanzia nordica. “E un bambino che cresce in un ambiente sereno impara a fidarsi del mondo”.
Un modello da cui imparare
Non esiste un metodo perfetto, ma il modello scandinavo offre una lezione preziosa: la felicità dei bambini nasce dalla libertà, dalla fiducia e dal tempo condiviso. Invece di riempire le giornate di impegni, le famiglie del Nord insegnano a fermarsi, ad ascoltare, a vivere il presente.
Forse il segreto non è crescere figli perfetti, ma figli felici, che sappiano riconoscere le proprie emozioni e affrontare le difficoltà con calma e coraggio.
Un ideale che, al di là delle latitudini, può ispirare anche noi.
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