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Lifestyle

Maschio d’estate e femmina d’inverno: l’ultima frontiera è il “genere di stagione”

Nel mondo dell’identità di genere, ogni giorno sembra portare una nuova sorpresa. Dall’onda del “gender season” alla recente tendenza dell’ecosessualità, le frontiere dell’espressione individuale si allargano sempre di più. Esaminiamo da vicino queste nuove tendenze, tra l’assurdo e l’innovazione, che stanno ridefinendo il concetto stesso di identità di genere.

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    La corsa verso l’assurdo non sembra avere mai fine quando si parla di identità di genere. Dopo il Royal Stoke Hospital e le sue venti identità sessuali personalizzate con tanto di bandiere, ci si chiedeva cosa potesse ancora sbucare fuori dal cilindro della religione woke. Ebbene, ecco a voi l’ultima chicca virale: il “gender season”, ovvero il “genere di stagione”.

    Ma attendete, c’è di più! Secondo Dee Whitnell, autoproclamatosi non binario, l’identità di genere dovrebbe cambiare con le stagioni. Sì, avete capito bene. Puoi sentirti più maschile in inverno e più femminile in estate, o viceversa, come se fossi una playlist di Spotify con le tue stagioni preferite.

    Dee ha precisato che non si tratta di essere determinati dalle stagioni, ma solo influenzati da esse. “Io, ad esempio, mi sento più maschile d’estate. Indosso abiti maschili e tengo i capelli corti. In inverno, invece, adoro i vestiti femminili e porto i capelli lunghi”. Insomma, un’autentica rivoluzione.

    Naturalmente, i video sono diventati virali e le reazioni sono state altrettanto spettacolari. C’è chi ha sbottato con un semplice “è una sciocchezza”, mentre altri hanno sottolineato l’evidente banalità della cosa: “Chiamasi vestirsi secondo la stagione, una novità incredibile!”.

    Questa “stagione di genere” si inserisce in un panorama già popolato da altre fantastiche categorie, come l’ecosessualità, che vede relazioni erotiche con alberi e piante. Insomma, il futuro dell’identità di genere è luminoso e pieno di sorprese, o forse solo un po’ folle. Chi può dirlo con certezza?

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      Lifestyle

      Imparare a volersi bene: come insegnare ai ragazzi a prendersi cura di sé

      Dalla gestione delle emozioni all’igiene quotidiana, fino al rapporto con il digitale e il cibo: educare i più giovani al benessere significa dare loro strumenti per diventare adulti consapevoli.

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      Imparare a volersi bene: come insegnare ai ragazzi a prendersi cura di sé

        Insegnare ai ragazzi a prendersi cura di sé è una delle sfide educative più importanti del nostro tempo. In un contesto in cui i modelli esterni – social network, performance scolastica, confronto continuo – sono sempre più pressanti, la cura personale non può essere lasciata al caso. Non si tratta solo di buone abitudini pratiche, ma di un’educazione complessiva che riguarda corpo, mente ed emozioni.

        La cura di sé inizia dalle piccole autonomie

        Fin dalla scuola primaria è fondamentale incoraggiare i bambini a gestire in autonomia aspetti semplici della quotidianità: l’igiene personale, l’ordine dei propri spazi, la scelta di un abbigliamento adeguato. Secondo psicologi dell’età evolutiva, sviluppare queste competenze rafforza l’autostima e il senso di efficacia personale. Non è importante la perfezione, ma la responsabilità progressiva, adattata all’età.

        Ascoltare il corpo e riconoscere i bisogni

        Uno degli aspetti più trascurati è l’educazione all’ascolto del corpo. Insegnare ai ragazzi a riconoscere fame, stanchezza, stress o bisogno di movimento li aiuta a costruire un rapporto sano con se stessi. Dormire a sufficienza, mangiare in modo equilibrato e fare attività fisica regolare sono pilastri della salute, ma funzionano solo se diventano scelte consapevoli, non imposizioni.

        Educazione emotiva: dare un nome alle emozioni

        Prendersi cura di sé significa anche saper gestire ciò che si prova. Aiutare i ragazzi a riconoscere e nominare le emozioni – rabbia, tristezza, paura, frustrazione – è un passaggio chiave per prevenire disagi più profondi. Parlare apertamente delle difficoltà, senza giudizio, insegna che chiedere aiuto non è un segno di debolezza ma di maturità.

        Il ruolo degli adulti come modello

        Genitori, insegnanti ed educatori hanno un ruolo decisivo: i ragazzi imparano soprattutto osservando. Un adulto che rispetta i propri limiti, cura il proprio benessere e comunica in modo equilibrato trasmette un messaggio più efficace di qualsiasi lezione teorica. La coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa è fondamentale.

        Digitale e confini

        Anche l’uso della tecnologia rientra nella cura di sé. Insegnare a gestire il tempo online, a riconoscere contenuti tossici e a proteggere la propria privacy contribuisce al benessere mentale. Stabilire regole condivise, spiegandone il senso, aiuta i ragazzi a sviluppare autocontrollo e spirito critico.

        Educare i più giovani a prendersi cura di sé significa prepararli alla vita. È un investimento a lungo termine che non produce risultati immediati, ma costruisce adulti più equilibrati, consapevoli e capaci di affrontare le difficoltà con strumenti solidi e interiorizzati.

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          Animali

          Perché cani e gatti combinano disastri quando restano soli in casa

          Quando i proprietari escono, molti animali domestici manifestano comportamenti distruttivi: un fenomeno comune ma tutt’altro che casuale.

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          Perché cani e gatti combinano disastri

            Rientrare a casa e trovare cuscini sventrati, piante rovesciate o scarpe mordicchiate è un’esperienza familiare per molti proprietari di animali. Sebbene la tentazione sia quella di attribuire il tutto a dispetti o capricci, la scienza comportamentale racconta una storia diversa. Gli animali non agiscono per ripicca: i comportamenti distruttivi sono spesso la manifestazione di stress, frustrazione o bisogni non soddisfatti.

            La causa più nota è l’ansia da separazione, particolarmente diffusa nei cani. Quando il proprietario esce, l’animale può percepire l’assenza come una minaccia alla propria sicurezza. Studi veterinari indicano che l’ansia può generare vocalizzazioni, graffi prolungati su porte e mobili o veri e propri attacchi agli oggetti presenti in casa. Anche i gatti, pur essendo più indipendenti, possono sviluppare stress da solitudine, che si manifesta con comportamenti compulsivi come graffiare eccessivamente o rovesciare oggetti per attirare l’attenzione.

            Un altro fattore frequente è la noia. I nostri animali vivono in ambienti stimolanti solo quando siamo presenti: durante il resto della giornata, spesso non hanno sufficienti occasioni per muoversi o esplorare. Per questo alcuni trasformano la casa in un “campo di gioco alternativo”, strappando tessuti, aprendo cassetti o arrampicandosi dove non dovrebbero. Nei cani particolarmente energici, la mancanza di attività fisica quotidiana acuisce la necessità di scaricare energia in modi poco graditi ai proprietari.

            Anche la fase di crescita influisce molto. Cuccioli e gattini esplorano il mondo con la bocca e le unghie: mordere, tirare, trascinare oggetti è un modo per conoscere l’ambiente e affinare abilità motorie. Durante la dentizione, poi, il bisogno di masticare aumenta esponenzialmente. In assenza di giochi adeguati, il divano diventa un’opportunità irresistibile.

            Non bisogna sottovalutare nemmeno la componente comunicativa. Alcuni animali distruggono oggetti impregnati dell’odore del proprietario — come scarpe, calze o cuscini — perché questi elementi offrono conforto. Altri possono manifestare disagio fisico o ambientale: rumori esterni, cambiamenti nella routine quotidiana, caldo eccessivo o mancanza di punti sicuri da cui osservare la casa possono contribuire ai comportamenti problematici.

            Gli esperti concordano su una serie di misure preventive. Prima fra tutte, aumentare la stimolazione mentale e fisica: giochi interattivi, passeggiate regolari, tiragraffi, percorsi per gatti e puzzle alimentari riducono significativamente comportamenti distruttivi. Anche l’addestramento graduale alla solitudine può fare la differenza, abituando l’animale a restare tranquillo quando il proprietario si allontana. Per i casi più complessi, veterinari e comportamentalisti suggeriscono percorsi terapeutici personalizzati, talvolta associati a supporti farmacologici.

            In definitiva, quando un animale “fa danni”, non sta cercando di punire nessuno: sta comunicando un disagio che merita ascolto. Comprenderne le cause permette non solo di proteggere la casa, ma anche di migliorare il benessere di chi vi abita — a quattro zampe e non.

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              Animali

              Latte al gatto: coccola innocente o abitudine da rivedere? Il “caso” del cartone del supermercato divide i padroni di felini

              Sui social è l’ennesima discussione tra chi lo considera un gesto d’affetto e chi un errore alimentare: dare latte vaccino ai gatti, soprattutto quello in tetrapak del supermercato, è davvero sicuro?

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              Latte al gatto: coccola innocente o abitudine da rivedere? Il “caso” del cartone del supermercato divide i padroni di felini

                Tra video teneri e scene domestiche virali, il gesto è diventato quasi un “classico da gattaro”: versare un po’ di latte nel piattino e vedere il micio avvicinarsi curioso. Ma dietro quell’immagine da copertina si nasconde una domanda più seria. Il latte vaccino, soprattutto quello a lunga conservazione in tetrapak del supermercato, è davvero adatto ai gatti?

                La risposta della medicina veterinaria è piuttosto chiara, anche se spesso ignorata: nella maggior parte dei casi, no. I gatti adulti, infatti, tendono a perdere l’enzima lattasi dopo lo svezzamento, quello necessario per digerire il lattosio. Questo significa che il latte di mucca può risultare difficile da assimilare e provocare disturbi gastrointestinali come diarrea, gonfiore o vomito.

                Non si tratta quindi di un alimento tossico in senso stretto, ma di un cibo “problematico” per molti felini. E la versione in cartone del supermercato, che è latte vaccino standard (anche UHT), non fa eccezione: il trattamento industriale ne modifica la conservazione, non la composizione del lattosio.

                Il mito del gatto che beve latte nasce da un’immagine culturale molto radicata, ma poco aderente alla realtà biologica dell’animale domestico moderno. I gattini, in effetti, possono digerire il latte materno o formulazioni specifiche per l’allevamento, ma una volta cresciuti le cose cambiano radicalmente.

                Diverso è il discorso per i prodotti pensati appositamente per loro: oggi in commercio esistono “latte per gatti” senza lattosio, studiati proprio per evitare problemi digestivi. Anche questi, però, non sono indispensabili e vanno considerati più come uno sfizio occasionale che come parte della dieta quotidiana.

                Il consiglio più diffuso tra i veterinari è semplice: acqua fresca sempre a disposizione e alimentazione bilanciata specifica per felini. Il latte vaccino, se proprio viene offerto, dovrebbe essere solo una piccola eccezione e con molta cautela, osservando eventuali reazioni dell’animale.

                Insomma, nessun allarme e nessun divieto assoluto, ma una raccomandazione chiara. Ciò che per noi è una coccola “da infanzia”, per il gatto può trasformarsi in un piccolo disagio digestivo. E il micio, più che il gusto, potrebbe non gradire le conseguenze.

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