Lifestyle
Maschio d’estate e femmina d’inverno: l’ultima frontiera è il “genere di stagione”
Nel mondo dell’identità di genere, ogni giorno sembra portare una nuova sorpresa. Dall’onda del “gender season” alla recente tendenza dell’ecosessualità, le frontiere dell’espressione individuale si allargano sempre di più. Esaminiamo da vicino queste nuove tendenze, tra l’assurdo e l’innovazione, che stanno ridefinendo il concetto stesso di identità di genere.
La corsa verso l’assurdo non sembra avere mai fine quando si parla di identità di genere. Dopo il Royal Stoke Hospital e le sue venti identità sessuali personalizzate con tanto di bandiere, ci si chiedeva cosa potesse ancora sbucare fuori dal cilindro della religione woke. Ebbene, ecco a voi l’ultima chicca virale: il “gender season”, ovvero il “genere di stagione”.
Ma attendete, c’è di più! Secondo Dee Whitnell, autoproclamatosi non binario, l’identità di genere dovrebbe cambiare con le stagioni. Sì, avete capito bene. Puoi sentirti più maschile in inverno e più femminile in estate, o viceversa, come se fossi una playlist di Spotify con le tue stagioni preferite.
Dee ha precisato che non si tratta di essere determinati dalle stagioni, ma solo influenzati da esse. “Io, ad esempio, mi sento più maschile d’estate. Indosso abiti maschili e tengo i capelli corti. In inverno, invece, adoro i vestiti femminili e porto i capelli lunghi”. Insomma, un’autentica rivoluzione.
Naturalmente, i video sono diventati virali e le reazioni sono state altrettanto spettacolari. C’è chi ha sbottato con un semplice “è una sciocchezza”, mentre altri hanno sottolineato l’evidente banalità della cosa: “Chiamasi vestirsi secondo la stagione, una novità incredibile!”.
Questa “stagione di genere” si inserisce in un panorama già popolato da altre fantastiche categorie, come l’ecosessualità, che vede relazioni erotiche con alberi e piante. Insomma, il futuro dell’identità di genere è luminoso e pieno di sorprese, o forse solo un po’ folle. Chi può dirlo con certezza?
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Viaggi
Vacanze da soli, perché sempre più persone le scelgono: le 10 mete internazionali perfette per partire in solitaria
Dall’Islanda al Giappone, passando per Portogallo e Bali, alcune destinazioni si prestano particolarmente a essere visitate in solitaria grazie a servizi efficienti, sicurezza e facilità negli spostamenti.
Per molti è ancora un’idea che fa un po’ paura. Per altri, invece, è diventata il modo migliore di vivere una vacanza. Viaggiare da soli è una tendenza in costante crescita, soprattutto tra chi desidera staccare dalla routine, conoscere persone nuove o semplicemente concedersi qualche giorno seguendo esclusivamente i propri ritmi.
Partire in solitaria significa decidere ogni tappa senza compromessi, fermarsi dove si vuole, cambiare programma all’ultimo momento e vivere il viaggio con uno sguardo diverso. Naturalmente, la scelta della destinazione è fondamentale: alcune città e alcuni Paesi sono particolarmente indicati per chi viaggia senza compagnia.
Le mete più apprezzate dai viaggiatori solitari
Tra le destinazioni più consigliate c’è il Giappone, grazie all’efficienza dei trasporti, all’ordine e al senso di sicurezza che caratterizzano molte città, da Tokyo a Kyoto.
Anche il Portogallo, con Lisbona e Porto, è tra le mete preferite: il clima mite, i costi ancora relativamente accessibili e l’atmosfera rilassata favoriscono gli incontri e rendono piacevole anche una passeggiata in solitaria.
Per chi ama la natura, l’Islanda offre paesaggi spettacolari, itinerari ben organizzati e un’elevata percezione di sicurezza, mentre Bali continua ad attirare migliaia di viaggiatori grazie ai suoi resort, ai corsi di yoga, alle esperienze dedicate al benessere e alla facilità di conoscere persone provenienti da tutto il mondo.
Nella lista delle destinazioni più indicate figurano anche Copenaghen, Amsterdam, Dublino, Singapore, Vancouver e Nuova Zelanda, spesso apprezzate per la qualità dei servizi e la facilità con cui ci si può muovere.
I vantaggi di partire senza compagnia
Chi prova una vacanza in solitaria racconta spesso la stessa sensazione: quella di riscoprire il piacere del tempo dedicato esclusivamente a sé stessi.
Si visitano musei senza fretta, si cambia itinerario senza dover convincere nessuno, si decide quando fermarsi a leggere un libro o a sorseggiare un caffè. Inoltre, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, viaggiare da soli facilita spesso le nuove conoscenze, soprattutto partecipando a escursioni organizzate, visite guidate o attività di gruppo.
Naturalmente è sempre opportuno informarsi sulle abitudini locali, custodire con attenzione documenti e oggetti di valore e condividere con familiari o amici il proprio itinerario, soprattutto durante gli spostamenti più lunghi.
Un viaggio che lascia qualcosa in più
Partire da soli non significa sentirsi soli. Per molti rappresenta un’occasione per uscire dalla propria zona di comfort, acquistare maggiore sicurezza e vivere esperienze che difficilmente nascerebbero in un viaggio tradizionale.
Che si scelga una metropoli asiatica, un’isola tropicale o una capitale europea, il consiglio è sempre lo stesso: pianificare con attenzione, restare aperti alle novità e concedersi il lusso di seguire soltanto i propri desideri. Perché, a volte, il miglior compagno di viaggio è proprio sé stessi.
Viaggi
Coralli, uno spettacolo della natura da ammirare e non toccare: perché raccoglierli o danneggiarli è un grave errore
Ogni estate molti turisti sono tentati di portare a casa un frammento di corallo come ricordo. Un gesto apparentemente innocuo che può avere conseguenze per l’ambiente e, in alcuni casi, anche legali.
Chi si immerge in acque tropicali o pratica snorkeling rimane inevitabilmente affascinato dai coralli. I loro colori, le forme incredibili e la straordinaria varietà di vita che ospitano trasformano le barriere coralline in uno degli spettacoli più emozionanti del pianeta. Proprio per questo è importante ricordare una regola fondamentale: i coralli si osservano, si fotografano, ma non si toccano e non si raccolgono.
Quello che a molti appare come una semplice roccia, infatti, è in realtà una colonia di piccoli organismi viventi che cresce lentissimamente, spesso di pochi millimetri all’anno.
Un ecosistema prezioso e fragile
Le barriere coralline occupano una porzione minima dei fondali marini, ma ospitano una straordinaria biodiversità. Pesci, crostacei, molluschi e moltissime altre specie trovano tra i coralli nutrimento, riparo e luoghi dove riprodursi.
Basta un gesto apparentemente banale, come calpestare una formazione corallina o spezzarne un ramo per portarlo a casa, per provocare danni che possono richiedere decenni per essere recuperati.
Anche il semplice contatto con mani, pinne o attrezzature può danneggiare i delicati tessuti dei coralli, rendendoli più vulnerabili alle malattie e agli effetti del cambiamento climatico.
Raccogliere i coralli può essere vietato
In molte aree marine protette e in numerosi Paesi è vietato raccogliere coralli vivi o morti. Le normative possono prevedere sanzioni amministrative e, nei casi più gravi, anche il sequestro del materiale raccolto.
Prima di acquistare un souvenir realizzato in corallo è inoltre opportuno verificare che provenga da filiere autorizzate e che rispetti le norme internazionali sulla tutela delle specie protette. In molti casi è preferibile scegliere altri ricordi di viaggio che non abbiano alcun impatto sull’ambiente.
Il ricordo più bello è una fotografia
Chi pratica snorkeling o immersioni può contribuire concretamente alla conservazione dei fondali adottando poche semplici regole: mantenere un corretto assetto in acqua, evitare di appoggiarsi ai coralli, non inseguire gli animali marini e non raccogliere nulla.
Le fotografie e i video sono il miglior souvenir possibile. Permettono di conservare il ricordo di un’esperienza straordinaria senza sottrarre nulla a un ecosistema già messo a dura prova dall’aumento delle temperature marine, dall’inquinamento e dall’acidificazione degli oceani.
I coralli sono una delle meraviglie più fragili del nostro pianeta. Ammirarli con rispetto significa contribuire, anche con un piccolo gesto, a preservare un patrimonio naturale che appartiene a tutti.
Cucina
Anguria perfetta, i 7 trucchi per scegliere quella più dolce e succosa: così non sbaglierete mai più al supermercato
L’anguria è il frutto simbolo dell’estate, ma sceglierne una buona non è sempre facile. Con pochi accorgimenti è possibile riconoscere quelle più dolci e ricche di sapore prima ancora di tagliarle.
Pochi frutti rappresentano l’estate quanto l’anguria. Fresca, ricca d’acqua e naturalmente dolce, è la protagonista di pranzi all’aperto, picnic e giornate in spiaggia. Eppure scegliere quella giusta resta un piccolo rebus: quante volte, una volta arrivati a casa, ci si è ritrovati davanti a una polpa pallida, farinosa o quasi priva di sapore?
La buona notizia è che esistono alcuni segnali molto affidabili che permettono di capire se un’anguria è matura già al momento dell’acquisto. Basta osservare con attenzione alcuni dettagli che spesso passano inosservati.
Dal peso alla macchia gialla: gli indizi da osservare
Il primo elemento è il peso. A parità di dimensioni, scegliete sempre l’anguria più pesante: significa che contiene una maggiore quantità d’acqua ed è generalmente più succosa.
Molto importante è anche la cosiddetta macchia di appoggio, la parte che è rimasta a contatto con il terreno durante la maturazione. Se è di un colore giallo intenso o tendente al crema significa che il frutto è rimasto sulla pianta abbastanza a lungo. Se invece è quasi bianca o verdognola, potrebbe essere stato raccolto troppo presto.
Anche la buccia dice molto: deve essere opaca e non troppo lucida. Una superficie eccessivamente brillante può indicare una maturazione incompleta.
Il trucco del colpetto funziona davvero?
È probabilmente il metodo più famoso. Dare un leggero colpetto con le nocche sull’anguria non è una leggenda metropolitana, ma richiede un po’ di esperienza.
Un suono profondo, pieno e leggermente cavernoso indica generalmente una polpa ben sviluppata e ricca di acqua. Se invece il rumore è secco, metallico o troppo sordo, il frutto potrebbe essere acerbo oppure troppo maturo.
Un altro particolare da controllare è il picciolo. Quando è ancora presente, dovrebbe apparire secco e non verde brillante. Significa che l’anguria ha completato naturalmente la maturazione sulla pianta prima della raccolta.
Le false credenze da dimenticare
Non è vero che l’anguria più grande è sempre la migliore, così come il colore della buccia, da solo, non garantisce la qualità del frutto.
Anche la forma può offrire qualche indicazione: un’anguria regolare, senza ammaccature, tagli o deformazioni evidenti, ha avuto uno sviluppo uniforme ed è generalmente una scelta più sicura.
Una volta portata a casa, è consigliabile conservarla intera in un luogo fresco e asciutto. Dopo il taglio, invece, va riposta in frigorifero ben coperta e consumata nel giro di pochi giorni per preservarne dolcezza, consistenza e proprietà nutritive.
Con questi piccoli accorgimenti sarà molto più facile scegliere un’anguria davvero dolce, croccante e succosa, evitando brutte sorprese proprio nel frutto simbolo dell’estate.
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