Lifestyle
Una ricerca rivela: l’amore per i figli è più forte di qualsiasi altro
L’amore più luminoso, quello che abbraccia le aree più estese del cervello, è quello che si prova per i figli. La passione per il partner segue di poco.
Detto tra noi – senza nulla togliere al ricercatore in questione – non ci serviva il riscontro del filosofo finlandese Pärttyli Rinne per sentire che l’intensità dell’amore che proviamo verso i nostri figli, non ha eguali. Lui ci ha messo 15 anni di ricerca. Noi meno. Molto meno.
L’incontro tra filosofia e scienza
Del resto Pärttyli Rinne è un filosofo con molto tempo a disposizione proprio per ricercare e filosofeggiare. Per di più risiede in Finlandia dove per sei mesi all’anno – più o meno – non si godono il sole se non per qualche ora al giorno. Rinne ha trascorso 15 dei suoi preziosi anni esplorando il concetto dell’amore. Partendo dalle teorie di Kant è approdato a un incontro decisivo con i neurologi dell’Università di Aalto a Espoo. Qui, filosofia e scienza si sono unite in un esperimento innovativo, capace di misurare l’amore attraverso l’attività cerebrale. Vediamo come.
Come varia l’intensità del nostro amore
Lo studio, pubblicato su Cerebral Cortex della Oxford University Press, ha coinvolto 55 volontari innamorati che hanno esplorato sei tipi di amore: romantico, genitoriale, per un amico, per uno sconosciuto, per un animale domestico e per la natura. Utilizzando la risonanza magnetica, i neuroscienziati hanno analizzato le reazioni cerebrali dei partecipanti mentre ascoltavano poesie e descrizioni emozionali. L’esperimento ha mostrato che l‘amore genitoriale è quello che coinvolge maggiormente il cervello, seguito dalla passione romantica, mentre l’affetto per animali e natura ha attivato meno aree cerebrali, concentrandosi maggiormente su quelle visive.
Ma dai, ma davvero…da non crederci…!!?
L’esperimento ha dimostrato che, sebbene tutte le forme d’amore coinvolgano regioni simili del cervello, l’intensità varia notevolmente a seconda del tipo di legame e del coinvolgimento emotivo individuale. L’incontro tra filosofia e neuroscienza ha permesso così a Rinne di catturare scientificamente un sentimento così sfuggente come l’amore, dimostrando che il nostro cervello è in grado di raccontare molto sui nostri legami emotivi.
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Tempo libero ed interessi
Operazione selfie: manuale di sopravvivenza a Sanremo 2026
Mentre il Festival di Sanremo 2026 entra nel vivo, la vera competizione si sposta nelle strade: una guida pratica per i cacciatori di autografi e foto ricordo, tra appostamenti strategici e i nuovi “quartieri generali” dei VIP.
Sanremo è l’unico posto al mondo dove un normale martedì di fine febbraio può trasformarsi in un inseguimento degno di un film d’azione, con l’unica differenza che l’obiettivo non è una valigetta sospetta, ma uno scatto mosso con Can Yaman o Tiziano Ferro. L’edizione 2026, guidata dalla coppia Carlo Conti e Laura Pausini, ha trasformato la città dei fiori in un fortino inespugnabile, ma per il “cacciatore di VIP” esperto, le crepe nel muro ci sono sempre.
La geografia del selfie: dove appostarsi
Dimenticate la fortuna; la caccia al VIP è pura trigonometria applicata alla viabilità ligure. Il cuore pulsante resta il Teatro Ariston, ma tentare un approccio frontale in Via Matteotti è un suicidio tattico: tra transenne e bodyguard, vedrete solo nuche. La mossa vincente è il “retro-Ariston” (Via Roma e traverse), dove i cantanti scivolano fuori dopo le prove pomeridiane.
Ma la vera miniera d’oro sono gli hotel. Se cercate i super ospiti internazionali come Irina Shayk o Alicia Keys, il vostro obiettivo è il Royal Hotel. Con i suoi giardini subtropicali, è la fortezza della privacy, ma l’uscita dei van neri dai cancelli è il momento magico in cui il finestrino potrebbe abbassarsi. Per i “Big” che amano il caos controllato, l’Hotel Globo (proprio davanti al teatro) resta il quartier generale di Carlo Conti e dei volti storici: qui la densità di famosi per metro quadro è la più alta del pianeta.
Il fattore “Suzuki Stage” e la Nave
Quest’anno la caccia si allarga. Con il Suzuki Stage di Piazza Colombo che ospita nomi del calibro di Gaia, Bresh e i Pooh, la piazza diventa un terreno di caccia open-air. Il trucco? Arrivare durante i soundcheck del primo pomeriggio. È lì che gli artisti sono più rilassati e inclini a concedere quel “frame” che farà esplodere i vostri social.
E se cercate Max Pezzali? Beh, lui è l’unico veramente irraggiungibile, confinato sulla nave da crociera al largo. A meno che non siate provvisti di un barchino e molta audacia, meglio aspettare che sbarchi per la finale di sabato.
Regole d’oro per non farsi cacciare
- L’occhio clinico: Imparate a riconoscere i pass. Quello rosso è il “Santo Graal”, chi lo indossa è un intoccabile. Puntate ai pass blu o verdi: sono entourage e discografici, spesso più inclini a darvi la “dritta” su dove cenerà il loro artista.
- La “tecnica del ristorante”: Piazza Sardi e i vicoli del porto vecchio sono il rifugio notturno dei cantanti dopo la diretta. Un amaro al bancone verso le due di notte potrebbe regalarvi l’incontro della vita con Achille Lauro o Francesco Gabbani.
- Educazione, sempre: Un “grazie” apre più transenne di una spintonata.
Sanremo 2026 non è solo musica, è un’esperienza antropologica. Che torniate a casa con la memoria del telefono piena o solo con un raffreddore ligure, ricordate: l’importante non è vincere, ma essere nel posto giusto quando si apre la portiera del van.
Cucina
Brandacujun, il piatto “scosso” di Sanremo: la ricetta povera che conquista anche le tavole del Festival
Mentre Sanremo canta e si accende sotto i riflettori, nelle cucine continua un rito antico fatto di gesti semplici e pentole da scuotere. Il Brandacujun resta lì, fedele alla sua storia marinara, ricordando che l’identità di una città passa anche dal sapore dei suoi piatti più umili.
A Sanremo non c’è solo la musica. Accanto alle luci del Festival e ai red carpet, resiste una tradizione gastronomica antica, fatta di sapori semplici e storie di mare. Tra queste spicca il Brandacujun, una ricetta dal nome curioso e dall’anima profondamente popolare, che ancora oggi viene preparata nelle case e nei ristoranti della Riviera.
Il nome, che nel dialetto ligure significa letteralmente “scuoti il… cujun”, cioè “scuoti il recipiente”, non è una provocazione ma una descrizione fedele del gesto fondamentale della preparazione. Il Brandacujun, infatti, non si mescola con il cucchiaio: si agita energicamente la pentola per amalgamare gli ingredienti, secondo una tecnica tramandata da secoli.
Le origini risalgono alla cucina dei pescatori della Liguria occidentale, in particolare tra Imperia e Sanremo. Era un piatto povero, preparato sulle barche utilizzando stoccafisso conservato, patate e pochi aromi. Ingredienti facili da trasportare e conservare durante le lunghe giornate in mare.
Oggi è diventato una specialità identitaria, proposta anche durante la settimana del Festival, quando turisti e visitatori cercano sapori autentici oltre allo spettacolo musicale.
Gli ingredienti tradizionali (per 4 persone)
– 600 grammi di stoccafisso già ammollato
– 500 grammi di patate
– 1 o 2 spicchi d’aglio
– prezzemolo fresco tritato
– olio extravergine d’oliva ligure
– sale
– pepe (facoltativo)
– qualche oliva taggiasca (variante diffusa ma non obbligatoria)
Il procedimento
La preparazione richiede tempo ma pochi passaggi. Lo stoccafisso, già ammollato per almeno 48 ore, viene lessato in acqua non salata per circa 20–30 minuti. In una pentola separata si lessano le patate con la buccia.
Una volta pronti, si pelano le patate e si uniscono allo stoccafisso ancora caldo in una casseruola capiente. A questo punto si aggiungono aglio tritato, prezzemolo e abbondante olio extravergine.
Ed è qui che avviene il gesto simbolico: la pentola viene coperta e agitata con energia. Il movimento permette agli ingredienti di sfaldarsi e amalgamarsi senza diventare una crema, mantenendo una consistenza rustica.
Il risultato è un piatto profumato, delicato ma saporito, dove il gusto intenso del pesce si equilibra con la dolcezza delle patate e la freschezza dell’olio ligure.
Un simbolo che racconta il territorio
Il Brandacujun non è solo una ricetta, ma un racconto. Rappresenta l’ingegno della cucina povera, capace di trasformare pochi ingredienti in un piatto completo e nutriente. Ancora oggi viene servito tiepido o a temperatura ambiente, spesso accompagnato da pane e vino bianco locale.
Durante i giorni del Festival, molti ristoranti lo propongono come omaggio alla tradizione, offrendo ai visitatori un’esperienza che va oltre la musica.
Cucina
Farinata di ceci, l’oro povero di Sanremo: la ricetta ligure che profuma di mare e tradizione
Nata per caso nel Medioevo e diventata simbolo dello street food ligure, la farinata è uno dei piatti più amati anche nella città dei fiori. Ingredienti semplici, cottura nel forno a legna e una storia che attraversa i secoli.
A Sanremo non esistono solo fiori, canzoni e turismo. Tra i profumi che raccontano davvero l’identità della città c’è quello della farinata di ceci, una preparazione antichissima che ancora oggi viene servita nelle pizzerie storiche e nelle focaccerie del centro. Bassa, dorata e croccante ai bordi, è considerata uno dei simboli gastronomici della Liguria occidentale, capace di unire semplicità e gusto in un equilibrio perfetto.
Le sue origini affondano nel Medioevo e, secondo la tradizione più diffusa, risalgono al XII secolo. La leggenda racconta che, dopo la battaglia della Meloria del 1284, tra le flotte di Repubblica di Genova e Repubblica di Pisa, una nave genovese fu sorpresa da una tempesta. Alcuni barili di olio e sacchi di ceci si rovesciarono mescolandosi con l’acqua salata. Il composto, lasciato asciugare al sole, venne poi assaggiato dai marinai, che scoprirono una sorta di focaccia sottile e saporita. Da quel momento la ricetta si diffuse rapidamente nei territori liguri, diventando un alimento popolare per il suo basso costo e l’alto potere nutritivo.
A Sanremo, la farinata ha trovato una seconda casa. Qui viene cotta tradizionalmente nel forno a legna, all’interno di grandi teglie rotonde in rame stagnato, che garantiscono una cottura uniforme e la caratteristica crosticina superficiale.
Gli ingredienti sono pochi ma fondamentali: farina di ceci, acqua, olio extravergine di oliva e sale. La qualità della materia prima fa la differenza. Per una teglia da quattro persone servono circa 300 grammi di farina di ceci, un litro d’acqua, 80 millilitri di olio extravergine e un pizzico di sale.
La preparazione richiede pazienza. La farina viene versata lentamente nell’acqua, mescolando con una frusta per evitare la formazione di grumi. Il composto deve poi riposare per almeno quattro ore, un passaggio essenziale per ottenere la giusta consistenza. Durante il riposo si forma una leggera schiuma in superficie, che va eliminata.
Successivamente si aggiungono sale e metà dell’olio, mescolando ancora. L’impasto liquido viene versato in una teglia ben unta con l’olio restante, formando uno strato sottile. La farinata cuoce in forno molto caldo, idealmente a 250 gradi, per circa 20-25 minuti, finché la superficie diventa dorata con sfumature ambrate.
Il risultato è una preparazione fragrante fuori e morbida all’interno, da gustare appena sfornata, magari con una spolverata di pepe nero.
Oltre alla versione classica, esistono varianti con rosmarino o cipolle, ma i puristi sanremesi preferiscono la ricetta tradizionale, senza aggiunte.
Più che un semplice piatto, la farinata rappresenta un pezzo di storia locale. Nata come cibo povero, è diventata nel tempo un simbolo culturale, capace di raccontare la creatività della cucina ligure e il legame profondo con il territorio.
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