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Lifestyle

Eh chi non indossa la benda, peste lo colga…

Ora i sostenitori di Trump vanno in giro con l’orecchio bendato
Alla convention repubblicana a Milwaukee molti sostenitori si sono presentati con cerotti e bende all’orecchio per dimostrare solidarietà all’ex presidente.

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    Tutti pazzi per la benda. Poi dice che l’Amerika non è più l’Amerika di una volta. Non riesce più a esportare modi di fare, di dire, e di comportamento…Giammai. E’ bastato che l’ex presedente Donald Trump indossasse una benda bianca all’orecchio destro per coprire la medicazione per il colpo di fucile accusato in Pennsylvania, che è subito scoppiata la moda della benda bianca. Tutti i sostenitori, delegati e giornalisti e, a questo punto abbiamo il forte sospetto che molti lo fanno solo così per moda, fanno a gara per coprirsi l’orecchio con una finta benda bianca.

    Scommettiamo che diventerà un fenomeno ‘sociale’?

    Una moda esplosa proprio in occasione della convention repubblicana di Milwaukee. Indossare bende e cerotti all’orecchio destro fa molto figo. Dichiara un appartenenza, fa clan, richiama alla coesione, al gruppo. Ti schiera e denuncia palesemente da che parte stai. Anche solo fosse una moda. Questo gesto è nato per solidarietà verso l’ex presidente. Molti delegati e partecipanti hanno deciso di imitare il cerotto che Trump porta sull’orecchio, trasformando così la convention Milwaukee in una sorta di sfilata improvvisata.

    Armati di bende e cerotti

    Joe Neglia, delegato dell’Arizona, è stato tra i primi a sfoggiare un cerotto fatto a mano, piegando una busta sull’autobus mentre si recava alla convention. Neglia ha dichiarato con entusiasmo che questa tendenza di moda si diffonderà presto in tutto il mondo.

    L’ex medico di Trump, il rappresentante Ronny Jackson del Texas, ha esaminato personalmente la ferita di Trump, descrivendo l’abbondante sanguinamento causato dal proiettile che ha asportato una piccola parte dell’orecchio dell’ex presidente.

    Supporto, vicinanza e solidarietà

    Delegati come Jackson Carpenter del Texas e Susan Ellsworth dell’Arizona sono stati visti indossare bendaggi simili a quelli di Trump, mentre un partecipante ha persino utilizzato un bendaggio di carta. Il gesto è stato adottato da molti come simbolo di supporto e solidarietà, già detto, trasformando l’evento politico in un’occasione per esprimere vicinanza all’ex presidente, che continua a esercitare una forte influenza sui suoi sostenitori.

    Lottare, lottare, lottare

    Durante il suo discorso, Trump ha ricordato il coraggio mostrato durante l’attentato, esortando i suoi seguaci a “lottare”. Questo episodio ha rafforzato ulteriormente la sua immagine tra i militanti, facendo leva sul simbolismo e sulla narrazione di un leader resiliente e combattivo.

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      Animali

      Quando muore un animale domestico: cosa fare e quali sono i passi da seguire

      La perdita di un cane, un gatto o di un altro animale da compagnia non è solo un dolore affettivo, ma comporta anche decisioni immediate e adempimenti precisi.

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      Quando muore un animale domestico: cosa fare e quali sono i passi da seguire

        La morte di un animale domestico è un evento che colpisce profondamente. Per molte famiglie, cani e gatti sono membri a tutti gli effetti del nucleo domestico e la loro scomparsa lascia un vuoto difficile da colmare. Al dolore emotivo, però, si affiancano anche una serie di azioni concrete da affrontare, spesso poco conosciute. Sapere cosa fare può aiutare a gestire il momento con maggiore serenità e rispetto.

        Il primo passo: contattare il veterinario

        In caso di decesso improvviso o avvenuto in casa, la prima cosa da fare è contattare il proprio veterinario di fiducia. Sarà lui a confermare ufficialmente la morte dell’animale e a fornire indicazioni sulle procedure successive. Se il decesso avviene in ambulatorio o in clinica, il personale sanitario si occuperà direttamente dei passaggi necessari, sollevando la famiglia da incombenze pratiche.

        Nel caso di morte sospetta o violenta, il veterinario può consigliare accertamenti specifici o segnalazioni alle autorità competenti, soprattutto se si sospetta un avvelenamento.

        Microchip e comunicazioni obbligatorie

        Per cani e gatti registrati all’Anagrafe degli animali d’affezione, è obbligatorio comunicare il decesso entro tempi precisi. In genere la segnalazione deve avvenire entro 15 giorni, tramite il veterinario o direttamente presso l’ASL veterinaria di competenza. Questo passaggio è fondamentale per aggiornare i registri ufficiali ed evitare problemi amministrativi futuri.

        Sepoltura o cremazione: le opzioni consentite

        La normativa italiana vieta l’abbandono delle carcasse di animali e disciplina in modo preciso le modalità di smaltimento. La sepoltura in giardino è consentita solo in alcuni Comuni e a condizioni specifiche, come la profondità della fossa e l’assenza di rischi igienico-sanitari. È sempre necessario informarsi presso il Comune di residenza.

        La cremazione, sempre più scelta, può essere collettiva o individuale. Nel secondo caso è possibile conservare le ceneri in un’urna o tumularle in cimiteri per animali, strutture presenti in molte città italiane. Anche alcune cliniche veterinarie offrono un servizio completo di ritiro e cremazione.

        Il lutto per un animale è reale

        Oltre agli aspetti pratici, è importante riconoscere il valore emotivo della perdita. Studi psicologici confermano che il lutto per un animale domestico può essere paragonabile a quello per una persona cara. Concedersi il tempo di elaborare il dolore, parlarne con qualcuno o rivolgersi a professionisti può essere utile, soprattutto per i bambini, che spesso vivono la perdita come un primo confronto con la morte.

        Un ultimo gesto di rispetto

        Affrontare la morte di un animale domestico significa unire rispetto, responsabilità e consapevolezza. Che si scelga una cerimonia simbolica, una cremazione o un semplice saluto intimo, l’importante è accompagnare l’addio con dignità. Perché prendersi cura di un animale, anche nel suo ultimo momento, è parte dell’amore che gli si è dedicato per tutta la vita.

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          Lifestyle

          Acqua del rubinetto in Italia: è davvero sicura da bere?

          In Italia l’acqua potabile è tra le più controllate d’Europa, ma non ovunque ha lo stesso sapore e qualità percepita: cosa dicono le regole, i dati ufficiali e quando fare attenzione.

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          Acqua del rubinetto in Italia: è davvero sicura da bere?

            Bere l’acqua del rubinetto in Italia è sicuro? La risposta, nella stragrande maggioranza dei casi, è sì. Nonostante una diffusa preferenza per l’acqua in bottiglia, il nostro Paese dispone di una rete idrica sottoposta a controlli rigorosi e costanti, regolati da normative europee e nazionali che fissano standard molto severi.

            Cosa dice la legge

            La qualità dell’acqua potabile in Italia è disciplinata dal decreto legislativo che recepisce la direttiva europea sull’acqua destinata al consumo umano. I parametri fissati riguardano la presenza di batteri, metalli pesanti, nitrati, pesticidi e numerose altre sostanze potenzialmente dannose. Le analisi vengono effettuate lungo tutta la filiera: dalle fonti di approvvigionamento fino al rubinetto di casa. Se l’acqua non rispetta i requisiti di sicurezza, le autorità sanitarie hanno l’obbligo di intervenire e informare i cittadini.

            Controlli frequenti e trasparenti

            In molte città italiane l’acqua viene analizzata quotidianamente o settimanalmente, con migliaia di campioni all’anno. I risultati sono spesso consultabili online sui siti dei gestori idrici o delle aziende sanitarie locali. Questo sistema di monitoraggio continuo rende l’acqua del rubinetto uno degli alimenti più controllati in assoluto, spesso più di quella imbottigliata, che viene analizzata con minore frequenza.

            Perché allora non tutti la bevono?

            La diffidenza verso l’acqua del rubinetto è legata soprattutto a fattori culturali e al gusto. In alcune zone, infatti, l’acqua può risultare più “dura”, cioè ricca di calcio e magnesio. Questo non rappresenta un rischio per la salute, ma può influire sul sapore e sulla formazione di calcare negli elettrodomestici. Anche l’odore o il retrogusto di cloro, utilizzato per garantire la disinfezione, può scoraggiare alcuni consumatori, pur non essendo nocivo alle concentrazioni previste dalla legge.

            Le differenze territoriali

            Va detto che non tutte le reti idriche sono uguali. In edifici molto vecchi, ad esempio, le tubature interne potrebbero essere obsolete e alterare la qualità dell’acqua. In questi casi è consigliabile far effettuare un’analisi domestica o lasciar scorrere l’acqua per qualche secondo prima di berla. Esistono inoltre aree in cui, per ragioni specifiche, le autorità possono raccomandare temporaneamente di non consumare l’acqua del rubinetto: si tratta però di situazioni limitate e sempre segnalate ufficialmente.

            Una scelta sostenibile

            Bere acqua del rubinetto significa anche ridurre l’uso di plastica e l’impatto ambientale legato al trasporto delle bottiglie. Negli ultimi anni, molte amministrazioni hanno promosso l’installazione di “case dell’acqua” e campagne informative per incentivare un consumo più consapevole.

            In conclusione, in Italia l’acqua del rubinetto è potabile, sicura e controllata. Informarsi sulle caratteristiche dell’acqua della propria zona e superare vecchi pregiudizi può aiutare a fare una scelta più economica, sostenibile e in linea con le raccomandazioni delle autorità sanitarie.

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              Cucina

              Frittelle di verza: la ricetta rustica che profuma di cucina di casa

              Dalla scelta degli ingredienti ai passaggi fondamentali per una pastella leggera: ecco come preparare uno dei piatti più amati delle cucine regionali del Nord Italia.

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              Frittelle di verza

                Le frittelle di verza sono un classico della cucina popolare, una preparazione semplice ma ricca di sapore che valorizza uno degli ortaggi più diffusi nei mesi freddi. Originarie delle aree alpine e padane, dove la verza è da sempre protagonista della dieta invernale, queste frittelle nascono come piatto di recupero, pensato per utilizzare al meglio ciò che l’orto offriva. Oggi sono tornate di moda grazie alla loro versatilità: ottime come antipasto, come stuzzichino da aperitivo o come contorno sostanzioso.

                La verza, ricca di fibre, vitamine C e K, è ideale per ricette che prevedono brevi cotture, perché mantiene parte delle sue caratteristiche nutrizionali. Prima di finire in pastella, le foglie vengono sbollentate o saltate in padella, una tecnica che aiuta ad ammorbidirle e a esaltarne il sapore senza appesantire la preparazione. A rendere le frittelle particolarmente croccanti è invece la pastella, che varia leggermente da zona a zona: c’è chi usa acqua frizzante molto fredda, chi aggiunge un goccio di latte, e chi preferisce una versione più rustica con farina integrale.

                Nelle cucine di montagna le frittelle vengono spesso servite durante sagre e feste di paese, fritte al momento in grandi padelle di ghisa. Il loro profumo intenso è legato al contrasto tra la dolcezza della verza e la croccantezza della frittura. A casa, per ottenere un risultato simile, è importante scaldare l’olio fino alla temperatura giusta — intorno ai 170-175 °C — e friggere poche frittelle per volta, così da evitare che si inzuppino.

                Pur essendo un piatto tradizionale, la ricetta lascia spazio alla creatività: molti aggiungono cubetti di pancetta, cipolle stufate, erbe aromatiche o un tocco di formaggio grattugiato. Altri preferiscono una versione più leggera, cotta al forno con un filo d’olio. In ogni caso, la base resta sempre la stessa: una verza fresca e una pastella semplice e ben amalgamata.

                Di seguito una ricetta classica e collaudata per ottenere frittelle di verza gustose e leggere.


                Ricetta: Frittelle di Verza

                Ingredienti (per 4 persone)

                • 1 verza piccola (circa 700–800 g)
                • 150 g di farina 00
                • 1 uovo
                • 120 ml di acqua frizzante freddissima
                • 40 g di formaggio grattugiato (facoltativo)
                • Sale e pepe q.b.
                • Noce moscata (facoltativa)
                • Olio di semi per friggere

                Preparazione

                1. Pulire la verza: rimuovi le foglie esterne più dure, tagliala a listarelle e lavala bene.
                2. Sbollentarla: immergi la verza in acqua bollente salata per 5–6 minuti, quindi scolala e strizzala leggermente. In alternativa puoi saltarla in padella con un filo d’olio per 7–8 minuti.
                3. Preparare la pastella: in una ciotola mescola farina, uovo, acqua frizzante, sale e pepe. La consistenza deve essere cremosa, non troppo liquida. Aggiungi la verza e, se lo desideri, il formaggio grattugiato o un pizzico di noce moscata.
                4. Friggere: scalda l’olio a 170–175 °C. Con un cucchiaio preleva piccole porzioni di impasto e immergile nell’olio. Cuoci le frittelle finché diventano dorate e croccanti, circa 2–3 minuti per lato.
                5. Scolare e servire: metti le frittelle su carta assorbente e servile calde, magari accompagnate da una salsa allo yogurt o da un semplice contorno di verdure.

                Le frittelle di verza rappresentano un esempio di come la cucina tradizionale sappia trasformare ingredienti umili in piatti ricchi di carattere. Perfette per scaldare le serate invernali, continuano a raccontare una storia fatta di semplicità e gusto autentico. Buon appetito!

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