Cinema
“Bugonia” a Venezia 2025: tra ossessioni cinematografiche e… extraterrestri
Tra riflessioni sui tempi attuali, performance audaci e la consueta alchimia tra regista e star, Bugonia si rivela una dark comedy sci-fi inquietantemente attuale.

La 82ᵃ Mostra del Cinema di Venezia ospita con grande attesa Bugonia. Il nuovo progetto di Yorgos Lanthimos, ancora una volta in campo con Emma Stone. Il film, che inaugura un cammino in concorso dopo il successo di Poor Things, è un remake in lingua inglese del cult sudcoreano Save the Green Planet! (2003).
Nella storia, due giovani appassionati di teorie del complotto — interpretati da Jesse Plemons e Aidan Delbis. Dragano il CEO di una grande azienda farmaceutica, convinti che lei sia un’aliena intenzionata a distruggere la Terra. Emma Stone interpreta questo ruolo centrale, che l’ha vista rasare la testa per calarsi completamente nella parte.
Alla conferenza stampa al Lido, l’attrice non ha lesinato ironia, dichiarando: “Credo negli alieni… forse lo sono anch’io!”. Citando Carl Sagan per sottolineare quanto sia narcisistico pensare di essere soli nell’universo. Lanthimos ha ribadito che il film non è ambientato in un futuro distopico ma riflette il presente: tecnologia, IA, crisi climatiche e guerre lo rendono purtroppo fin troppo realistico.
Un altro elemento distintivo è il tono del film: una dark comedy che mescola sci-fi, horror e satira, con protagonisti dallo sguardo familiare, “persone che potresti incontrare per strada”. Emma Stone offre una performance potente in un contesto narrativo agitato e disturbante.
Bugonia farà riflettere e disturbare chi lo vedrà: Lanthimos spera che il pubblico si confronti con la realtà attuale, prendendo consapevolezza del “punto di non ritorno” in cui ci troviamo. Il film è in concorso per il Leone d’Oro e uscirà nei cinema USA il 24 ottobre, prima di una distribuzione internazionale più ampia.
Con Bugonia, Lanthimos consegna una visione grottesca e surreale, ma dolorosamente attuale — un’occasione per riflettere su quanto la paranoia e l’isolamento possano invadere la realtà. E con Emma Stone in palla, il duo dimostra ancora una volta di toccare profondamente lo zeitgeist del momento.
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Cinema
Simona Jakstaite conquista Venezia: eleganza pura sul red carpet in Yves Saint Laurent
Anche quest’anno, Simona Jakstaite non ha semplicemente partecipato alla Mostra del Cinema. L’ha abitata, con il suo stile silenzioso e potente. Ed è così che, senza bisogno di alzare la voce, è diventata una delle immagini iconiche di questa edizione.

Luce discreta, ma impossibile da ignorare. Simona Jakstaite, modella e imprenditrice lituana, è stata una delle protagoniste più acclamate della cerimonia di apertura della Mostra del Cinema di Venezia. Con la sua innata raffinatezza ha incantato il red carpet, confermandosi un volto sempre più centrale nella geografia del glamour internazionale.
Per la sua apparizione sul tappeto rosso, Simona ha scelto ancora una volta Yves Saint Laurent, indossando un abito dalle linee essenziali e dalla silhouette impeccabile, tra i più apprezzati della serata. Un richiamo deciso all’eleganza parigina, interpretata però con uno stile personale che unisce rigore e leggerezza, carisma e misura.
Non è solo una questione di abito. Dietro ogni scelta di Jakstaite c’è un pensiero preciso: raccontare una femminilità moderna, capace di esprimersi con forza anche nella sobrietà. La sua presenza a Venezia, ormai appuntamento fisso, non è mai casuale. Simona è infatti attiva nel mondo della comunicazione visiva e della moda etica, portando avanti progetti che intrecciano estetica, sostenibilità e impresa.
Tra eventi, collaborazioni internazionali e consulenze creative, la sua carriera la porta ogni anno da Parigi a Dubai, da Milano a New York. Eppure, ogni volta che si affaccia su un red carpet, riesce a lasciare un’impronta unica: mai urlata, mai fuori tono. Solo bellezza composta, essenziale, magnetica.
Al suo fianco, come da tradizione, Christopher Aleo, banchiere svizzero e figura chiave della finanza internazionale, attualmente al centro di un progetto ambizioso che coinvolge la nuova Free Zone di Eswatini e l’app iSwiss per i pagamenti globali istantanei. Insieme, rappresentano un’eleganza che unisce mondi diversi: quello della moda e quello dell’economia, quello dell’immagine e quello della sostanza.
Cinema
Per Tom Cruise, stavolta la missione impossibile dell’Oscar diventa realtà
Dopo quarant’anni di inseguimenti, salti da palazzi e voli in jet, Tom Cruise riceverà finalmente l’Oscar alla carriera. Per l’Academy, “un esempio di dedizione assoluta al cinema e agli stunt”. Applausi, esplosioni e nessuna controfigura.
L’attore simbolo del blockbuster americano verrà premiato il 16 novembre 2025 durante i Governors Awards. Dopo quattro nomination a vuoto, l’Academy si arrende all’evidenza: Cruise è una leggenda vivente. Ma per molti fan, questa statuetta arriva tardi, troppo tardi.

Tom Cruise in carriera ha interpretato tutto: avvocato militare in Codice d’onore, vampiro dannato in Interview with the Vampire, pilota ribelle in Top Gun, produttore da Oscar con Maverick… e poi c’è Mission: Impossible. Anzi, sette Mission: Impossible. Sessantadue anni, zero controfigure, decine di ossa sfiorate. Cruise ha trasformato il suo corpo in macchina da guerra hollywoodiana, e la sua carriera in una corsa senza freni.
Oscar alla carriera: giustizia o contentino?
Non ha mai vinto un Oscar competitivo, pur avendo ricevuto 4 nomination (di cui una come produttore). Ora l’Academy lo premia “per il suo straordinario impegno verso la comunità cinematografica, l’esperienza teatrale e il mondo degli stunt”. Tradotto: per non aver mai mollato, nemmeno durante il Covid, quando difendeva a spada tratta il grande schermo.
Ma qualcuno storce il naso: “È un premio di consolazione?” si chiedono i fan. La risposta è sì… ma almeno è in oro.
Il paracadute in fiamme e l’ultimo salto
Lui, intanto, se ne infischia. Preferisce parlare con i fatti (e i lanci): nell’ultimo Mission: Impossible si è buttato da una scogliera con una moto, si è lanciato da un elicottero e – pare – anche da sé stesso. L’Oscar alla carriera? Sarà consegnato mentre probabilmente starà preparando il prossimo stunt, magari sulla Luna.
Un riconoscimento anche alla coerenza
Tom Cruise è uno degli ultimi eroi a credere nella “sala” come esperienza collettiva. Mai una serie TV, mai uno streaming, mai un cameo ironico da pensionato del cinema. Solo film, cinema, pop-corn e adrenalina. Anche questo – nel 2025 – è rivoluzionario.
Cinema
Pretty Woman, il retroscena clamoroso: Richard Gere disse no, Julia Roberts lo convinse con un biglietto
La commedia romantica più amata di sempre rischiava di essere un dramma sociale con un finale amaro. Richard Gere non voleva il ruolo, Julia Roberts non era la prima scelta. Ma poi successe la magia: tra imprevisti, risate vere e giacche comprate per strada, Pretty Woman diventò leggenda.

Pretty Woman è entrato nella storia come il film che ha consacrato Julia Roberts a icona planetaria e ha rilanciato Richard Gere come protagonista romantico per eccellenza. Ma dietro la favola metropolitana da quasi mezzo miliardo di dollari al botteghino, si nasconde un retroscena che in pochi conoscono.
Nella prima versione della sceneggiatura, scritta da J.F. Lawton, il film finiva in tragedia. Vivian veniva abbandonata da Edward e la sua amica Kit moriva di overdose durante una gita a Disneyland. Altro che commedia: un cupissimo dramma sociale, senza lieto fine. Fu solo con l’arrivo della Disney e del regista Garry Marshall che il copione prese una svolta radicale. Si decise di trasformare la storia in una fiaba urbana, con un finale romantico e memorabile.
Anche il casting fu un percorso a ostacoli. Julia Roberts, all’epoca una promessa ancora in ombra, dovette sostenere due audizioni per conquistare il ruolo. I dirigenti Disney volevano nomi più noti: Meg Ryan, Jennifer Connelly, persino Winona Ryder vennero considerate. Tutte rifiutarono, in parte per via del tono iniziale troppo duro del film.
Quanto a Richard Gere, il no fu quasi categorico. L’attore rifiutò più volte il ruolo di Edward, finché Julia non si presentò a New York con un biglietto scritto a mano: “Per favore, dì di sì”. Fu il gesto decisivo. La chimica tra i due, una volta sul set, fece il resto.
Molte delle scene più amate furono improvvisate. La chiusura del portagioie sul dito di Vivian? Inventata sul momento. La risata fragorosa davanti alla TV? Vera, provocata da Marshall che solleticava i piedi di Julia. Anche la celebre giacca rossa fu comprata per strada dai costumisti dopo averla vista indosso a una sconosciuta.
Oggi Pretty Woman è un classico senza tempo. E se un sequel non si farà mai — per volontà del cast e dopo la scomparsa di Garry Marshall — resta intatto il fascino di un film nato da mille imprevisti, ma entrato nel cuore di tutti.
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