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Cinema

“Lo Squalo” compie 50 anni: un cult nato nel panico, tra onde, guasti e cineprese affondate

Ventisette anni, una sceneggiatura incompleta, un cast incerto, e uno squalo meccanico che si rifiutava di collaborare: la nascita di Jaws fu un disastro annunciato. Ma il film divenne il primo vero blockbuster, e oggi torna in sala per i suoi cinquant’anni, con una mostra celebrativa all’Academy Museum di Hollywood.

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    In inglese “jaws” vuol dire fauci. Quando Steven Spielberg vide quella parola in cima a una bozza di romanzo sulla scrivania della Universal, pensò parlasse di un dentista. Aveva 26 anni, stava finendo di montare “Sugarland Express” e cercava disperatamente un nuovo progetto. Quel titolo lo incuriosì. Portò il manoscritto a casa, lo lesse tutto d’un fiato, e il lunedì si presentò in ufficio dicendo: “Questo lo faccio io”.

    Peccato che la regia fosse già stata assegnata. Ma Spielberg, con lo zelo di chi sente che sta per cambiare la sua vita, lasciò detto: “Se mai quel regista dovesse dare forfait… chiamatemi”. Quel regista si chiamava Dick Richards e fece l’errore di riferirsi allo squalo come a “una balena”. La Universal, a quel punto, lo congedò con cortese rapidità. E il progetto passò al giovane Spielberg.

    Iniziò così una delle produzioni più caotiche della storia del cinema. La Universal, terrorizzata da uno sciopero imminente del sindacato attori, ordinò di partire con le riprese due mesi prima del previsto, con una sceneggiatura incompleta e un cast ancora tutto da definire. Dei protagonisti c’erano solo Lorraine Gary e Murray Hamilton. Poi arrivarono Roy Scheider, Richard Dreyfuss e Robert Shaw, ciascuno con il proprio carattere difficile e il proprio ego a prova di megaschermo.

    Le riprese iniziarono a Martha’s Vineyard e si rivelarono un incubo: vento, onde, ritardi, nervi tesi. Il vero nemico? Il protagonista: uno squalo meccanico lungo più di 7 metri, soprannominato affettuosamente “Bruce”, che si rifiutava di funzionare appena toccava l’acqua. A ogni immersione, i motori si bloccavano, la gomma si gonfiava male, il mostro sembrava un pesce lesso.

    L’imbarcazione del capitano Quint colò a picco con dentro una cinepresa. Le riprese dovevano durare 55 giorni. Ne servirono 159. Sul set, Jaws veniva chiamato Flaws – “difetti” – e nessuno, compreso Spielberg, pensava che ce l’avrebbero fatta.

    E invece. Il film uscì il 20 giugno 1975. E cambiò tutto. Nessun film aveva mai superato i 100 milioni di dollari di incasso in Nord America. Lo Squalo ne fece 430 in tutto il mondo. Inventò il concetto di blockbuster estivo, terrorizzò generazioni di bagnanti, e diede il via al culto degli animali assassini: orche, piovre, piraña, coccodrilli.

    Tre sequel ufficiali (nessuno con Spielberg), uno italiano (L’ultimo squalo, di Enzo G. Castellari, ritirato per plagio), e centinaia di imitazioni più o meno serie. Il mito era nato.

    Oggi, cinquant’anni dopo, Jaws torna. Il 9 maggio una proiezione-evento con orchestra dal vivo alla Symphony Hall di Boston. A fine agosto la riedizione in sala negli USA. E dal 14 settembre al 26 luglio 2026 una mostra all’Academy Museum of Motion Pictures di Hollywood, con cimeli, retroscena e installazioni interattive. Titolo: Jaws: The Exhibition. Sottotitolo implicito: come sopravvivere a un disastro e fare la storia.

    Per decenni critici e analisti hanno cercato di capire perché abbia funzionato così bene. Un aggiornamento di Melville? Una parabola sulla paura? Un’allegoria freudiana, sociale, sessuale? Una metafora del capitalismo predatorio? Forse. Spielberg, con la consueta modestia, ha spiegato: “Volevo dare al pubblico due pugni. Uno allo stomaco, l’altro sotto il naso. Uno-due e tutti giù”.

    Eppure, la parte più agghiacciante – e meno invecchiata – di Jaws non è lo squalo. È quella cittadina ipocrita, Amity, dove sindaco e commercianti fingono che nulla stia accadendo pur di salvare la stagione turistica. Espongono i bagnanti a una morte certa. Una metafora talmente lampante da far tremare ancora oggi.

    Perché se le fauci del titolo sono quelle del pescecane, ce n’è un altro paio che morde più forte: quelle della speculazione, del potere cieco, dell’indifferenza travestita da ottimismo. L’orrore non è solo in acqua. È a riva, in giacca e cravatta.

    A mezzo secolo di distanza, Lo Squalo resta un film spaventosamente attuale. Ma soprattutto, resta un miracolo del cinema: un film nato nel caos, salvato dall’inventiva, e consegnato alla leggenda da un ragazzino che voleva solo raccontare una storia. E ha cambiato la paura per sempre.

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      Cinema

      Asia Argento a Locarno tra premio alla carriera, cane Gak e battute: “Se mi pagano profumatamente, la do via… la mia vita”

      L’attrice appare più serena, anche grazie al suo cane Gak, ma non ha perso la voglia di provocare. Alla domanda su un possibile film ispirato alla sua esistenza, Asia Argento risponde con una battuta delle sue: “Se mi pagano comunque la do via… la mia vita”.

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        Asia Argento arriva a Locarno con l’aria di chi ha attraversato tempeste vere, non semplici temporali da copertina, e adesso si concede persino il lusso di sorridere. In attesa di ritirare il premio alla carriera, l’attrice e regista appare più tranquilla, più morbida nei modi, quasi pacificata. Ma chi immaginava una Asia definitivamente addomesticata deve rimettere subito il tappo alla bottiglia dello stupore: la lingua resta affilata, la battuta arriva puntuale, il gusto per la provocazione pure.

        Accanto a lei c’è Gak, il cane che sembra averle portato una forma di serenità concreta, domestica, meno teatrale. Asia lo tiene vicino come si tiene vicino qualcosa che non giudica, non chiede spiegazioni e non trasforma ogni ferita in titolo. E forse proprio per questo, davanti alle domande sulla sua vita, riesce a rispondere con quel misto di ironia, cinismo e verità personale che da sempre la rende impossibile da incasellare.

        Erica Brocardo le ha chiesto se accetterebbe un film sulla sua esistenza, visto che ha avuto una vita talmente piena da sembrare già materiale da cinema. Asia Argento non si è nascosta dietro la falsa modestia. Ha risposto: “Fate pure, però mi dovete pagare profumatamente perché io ho pagato caro per la mia vita e le mie scelte. Se mi pagano comunque la do via… la mia vita”. Poi è scoppiata a ridere. Una frase perfetta: parte come rivendicazione, gira verso il doppio senso, si salva con una risata e lascia lì tutto il resto.

        Asia Argento a Locarno riceve il premio alla carriera

        Il premio alla carriera a Locarno segna un passaggio importante per Asia Argento. Non solo per il riconoscimento in sé, ma per quello che rappresenta dentro una traiettoria artistica e personale complicata, discussa, spesso vissuta sotto una luce feroce. Attrice, regista, figlia d’arte, volto internazionale, personaggio scomodo: Asia non ha mai avuto una carriera lineare e probabilmente non l’ha nemmeno mai desiderata.

        Il suo percorso ha sempre mescolato cinema, scandali, esposizione mediatica, rotture, ritorni, dichiarazioni incendiarie e improvvisi momenti di fragilità. Per questo un premio alla carriera, nel suo caso, non somiglia alla solita medaglia elegante consegnata a una diva ormai pacificata con il proprio mito. Sembra piuttosto il riconoscimento a una figura che ha abitato il cinema e lo spettacolo senza mai farsi davvero normalizzare.

        Asia Argento, del resto, non ha mai funzionato come personaggio rassicurante. Anche quando appare più calma, anche quando sorride, anche quando parla con leggerezza, resta sempre quella vibrazione lì: una donna che conosce il prezzo dell’esposizione pubblica e non ha nessuna intenzione di fingere che sia stato tutto facile, elegante o indolore.

        Il cane Gak e una serenità finalmente meno rabbiosa

        Nel racconto di questa nuova fase entra anche Gak, il cane che sembra accompagnarla come una specie di ancora emotiva. Asia Argento appare più tranquilla, e l’impressione è che questa calma non arrivi da una posa studiata, ma da qualcosa di più semplice. A volte basta un animale accanto per cambiare il ritmo delle giornate, per costringere anche chi vive di eccessi, parole e memoria a rientrare in una forma di presente.

        Gak diventa così un dettaglio tenero dentro una figura pubblica spesso raccontata solo attraverso conflitti e provocazioni. Non cancella nulla, non trasforma Asia in una versione zuccherata di sé stessa, ma aggiunge un elemento diverso. Una compagnia silenziosa, concreta, lontana dal rumore del gossip.

        Il risultato è curioso: Asia sembra più serena, ma non meno Asia. E questa è forse la notizia migliore per chi la segue. Perché la tranquillità, nel suo caso, non coincide con l’appiattimento. Non diventa buone maniere da festival, frasi prudenti e gratitudine confezionata. Resta lei, solo con un passo meno nervoso e una risata che arriva prima della difesa.

        Il film sulla vita di Asia Argento e la risposta senza filtri

        La domanda di Erica Brocardo era quasi inevitabile: una vita così piena potrebbe diventare un film? Nel caso di Asia Argento, il materiale non manca. Infanzia dentro il cinema, fama precoce, famiglia ingombrante, set internazionali, amori, lutti, scontri, cadute, resurrezioni, scandali, battaglie pubbliche e private. C’è più trama lì che in certe serie vendute come eventi dell’anno.

        Asia però ha risposto a modo suo. Non con il solito “sarebbe interessante”, non con il diplomatico “vedremo”, non con il pudore costruito di chi finge di non sapere quanto la propria vita faccia gola alla narrazione altrui. Ha detto: “Fate pure, però mi dovete pagare profumatamente perché io ho pagato caro per la mia vita e le mie scelte”.

        È una frase molto più lucida di quanto sembri. Dentro c’è il rifiuto di diventare materiale gratuito per lo spettacolo degli altri. Se qualcuno vuole trasformare la sua vita in film, deve riconoscere che quella storia non è nata senza dolore. Non è solo un copione pieno di scene forti. È una vita pagata, appunto, e non poco.

        “La do via… la mia vita”, Asia Argento resta Asia Argento

        Poi arriva la battuta: “Se mi pagano comunque la do via… la mia vita”. E lì Asia Argento fa quello che sa fare meglio: manda il discorso fuori asse. Parte da una riflessione seria, la sporca con un doppio senso, ride e obbliga chi ascolta a decidere se scandalizzarsi, divertirsi o semplicemente riconoscere il suo stile.

        La pausa prima di “la mia vita” è tutto. Asia sa benissimo dove sta portando la frase, sa che l’ambiguità accende la scena, sa che una battuta detta così vale più di una dichiarazione studiata. Ma non è solo provocazione gratuita. È anche un modo per togliere solennità a una domanda enorme. Perché parlare della propria vita come materia da film significa anche esporsi di nuovo allo sguardo degli altri. Allora meglio anticipare tutti con una risata.

        In fondo, Asia Argento continua a funzionare così: vulnerabile e spavalda, ironica e feroce, più serena ma mai innocua. A Locarno riceverà un premio alla carriera, ma non sembra intenzionata a farsi imbalsamare dalla celebrazione. Se qualcuno vorrà raccontare la sua vita al cinema, dovrà pagare. Profumatamente, sia chiaro. Perché lei, quella vita, l’ha già pagata cara.

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          Cinema

          Guy Ritchie massacrato dalla critica ma salvato dal web: In the Gray con Henry Cavill e Jake Gyllenhaal diventa un cult queer

          Il film di Guy Ritchie, con Henry Cavill e Jake Gyllenhaal nei panni di due uomini gay pericolosi e magnetici, sembrava destinato al massacro. Invece la rete lo ha ripescato, trasformandolo in un caso: da flop critico a oggetto di culto.

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            Certe volte il cinema deve solo aspettare che la critica si tolga di mezzo. Succede più spesso di quanto i critici amino ricordare. È accaduto a La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock, guardato con freddezza prima di diventare uno dei film più studiati, idolatrati e saccheggiati della storia. È accaduto a Shining di Stanley Kubrick, accolto con sospetto da chi non aveva ancora capito che quell’albergo non avrebbe smesso di perseguitare nessuno. È accaduto a Scarface di Brian De Palma, liquidato da molti come eccessivo, volgare, fuori misura, prima di trasformarsi in una religione pop.

            Ora, con tutte le proporzioni del caso, qualcosa di simile sta succedendo a In the Gray, l’ultimo film di Guy Ritchie. All’uscita, gran parte della critica lo ha preso a schiaffi. Troppo stilizzato, troppo compiaciuto, troppo muscolare, troppo poco interessato a chiedere permesso. Il solito Guy Ritchie, verrebbe da dire, solo con un cortocircuito in più: al centro della storia ci sono Henry Cavill e Jake Gyllenhaal nei panni di due uomini gay estremamente pericolosi, affascinanti, ambigui, pronti a muoversi dentro un mondo di violenza, seduzione e doppio gioco senza però scivolare nella caricatura omofoba.

            In the Gray stroncato dalla critica al debutto

            Alla sua uscita, In the Gray non ha trovato tappeti rossi stesi davanti alla critica. Anzi. Il film di Guy Ritchie è stato accolto con molti nasi storti, come spesso accade quando un regista non prova nemmeno a fingere sobrietà. Ritchie, del resto, non è mai stato un autore da mezze tinte: ama i personaggi sopra le righe, i dialoghi che sembrano duelli, le pose da gangster elegante, l’azione coreografata, l’ironia sporca, il fascino della criminalità raccontata come una partita a scacchi giocata in un pub troppo costoso.

            Il problema è che, a volte, la critica confonde l’eccesso con il difetto. Se un film non chiede di essere rispettabile, molti lo puniscono proprio per questo. In the Gray è finito dentro quel tritacarne lì: giudizi severi, accuse di stile fine a sé stesso, sospetto verso la sua miscela di action, noir, ambiguità sessuale e glamour criminale.

            Eppure il pubblico online ha cominciato a guardarlo con altri occhi. Dove una parte della critica vedeva solo compiacimento, molti spettatori hanno trovato energia. Dove qualcuno leggeva provocazione furba, altri hanno visto un gioco più interessante: due star maschili, Henry Cavill e Jake Gyllenhaal, dentro ruoli dichiaratamente queer, pericolosi e magnetici, ma non ridotti a macchiette.

            Henry Cavill e Jake Gyllenhaal, due uomini gay senza caricature

            Il cuore del caso sta proprio nei due protagonisti. Henry Cavill e Jake Gyllenhaal portano sullo schermo una coppia maschile lontana dai soliti binari rassicuranti. Non sono figurine decorative, non sono comprimari eccentrici, non sono personaggi costruiti per spiegare al pubblico quanto sia moderno il film. Sono due uomini gay al centro dell’azione, dentro una storia sporca, rischiosa, violenta, piena di desiderio e minaccia.

            La differenza è sottile ma decisiva. Il film li mostra come estremamente pericolosi, ma non perché gay. Li mostra come affascinanti, duri, ambigui, capaci di usare il corpo, la parola e il controllo della scena come armi. La loro identità non diventa una scorciatoia narrativa per renderli deviati, né un’etichetta didascalica da appiccicare sulla locandina. È parte del personaggio, non la sua prigione.

            Ed è forse questo ad aver acceso il culto queer intorno a In the Gray. Il pubblico non cerca sempre personaggi impeccabili, educativi, sterilizzati dalla paura di offendere qualcuno. Cerca anche figure disturbanti, seducenti, sbagliate, capaci di esistere in tutta la loro complessità. Per anni il cinema ha concesso ai personaggi eterosessuali il lusso di essere criminali, assassini, bugiardi, manipolatori, irresistibili e moralmente disastrosi. Quando lo stesso spazio arriva a personaggi queer, la faccenda diventa subito più interessante.

            Il web trasforma In the Gray in un cult queer

            Il successo online di In the Gray racconta una dinamica ormai chiarissima: la critica può stroncare un film, ma il web può adottarlo, rilanciarlo, reinterpretarlo e trasformarlo in qualcosa di completamente diverso. Bastano clip virali, montaggi, frasi isolate, sguardi tra i protagonisti, scene rilette su TikTok e discussioni infinite sui social perché un film dato per spacciato trovi una seconda vita.

            Nel caso di Guy Ritchie, il meccanismo sembra perfetto. Il suo cinema vive già di pose, battute memorabili, personaggi che sembrano nati per diventare gif e momenti costruiti con una precisione quasi pubblicitaria. In the Gray offre al pubblico online tutto quello che serve: due star molto amate, una tensione queer evidente, un’estetica riconoscibile, scene pronte per essere ritagliate, commentate, trasformate in culto.

            Il passaggio da film stroncato a cult queer non significa automaticamente che In the Gray sia un capolavoro. Significa però che ha colpito un nervo. Ha dato a una parte del pubblico qualcosa che mancava: personaggi gay adulti, pericolosi, sensuali, non addomesticati, non costretti a chiedere scusa per occupare il centro della scena.

            Guy Ritchie firma il suo film più discusso

            Guy Ritchie, probabilmente, non si strapperà i capelli per le recensioni negative. Il suo cinema ha sempre vissuto meglio fuori dai salotti buoni che dentro le pagelle rispettabili. Con In the Gray, però, si trova davanti a un fenomeno curioso: un film nato sotto il segno della diffidenza critica sta diventando un oggetto di culto proprio perché il pubblico lo sta leggendo in modo più libero.

            E forse è qui che la storia si fa divertente. La critica lo ha giudicato al momento dell’uscita, con il cronometro in mano e la sentenza già calda. Il pubblico online, invece, se lo sta prendendo con calma, smontandolo, rimontandolo, trasformandolo in materiale identitario, estetico, ironico, desiderante. Non tutti i film reggono questa seconda vita. Alcuni evaporano dopo tre giorni. Altri, invece, cominciano davvero a esistere quando qualcuno decide di amarli nel modo sbagliato secondo i critici e giustissimo secondo il pubblico.

            In the Gray sembra appartenere a questa seconda categoria. Stroncato, discusso, forse imperfetto, ma vivo. E in un cinema spesso terrorizzato dall’idea di sporcarsi le mani, un film con Henry Cavill e Jake Gyllenhaal nei panni di due uomini gay pericolosi, seducenti e non ridotti a stereotipo ha già ottenuto una piccola vittoria: far parlare di sé oltre il voto in pagella.

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              Cinema

              Dario Argento torna al cinema con Carne della mia Carne: Manuela Arcuri, Niccolò Fortini e un cast da grande produzione

              Nel cast del film ci sono Niccolò Fortini, Alessio Boni, Angela Molina, Lina Sastri, Ilenia Pastorelli e Matilde Gioli. Per rivedere Argento alla regia bisognerà invece aspettare il nuovo horror “surreale e cruento” con Isabelle Huppert.

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                Dario Argento torna al cinema, e già basterebbe questo per far drizzare le antenne agli appassionati dell’horror italiano. Questa volta, però, il maestro non rientra dalla porta principale della regia, ma da quella comunque pesante della supervisione. Il progetto si intitola Carne della mia Carne e mette insieme un cast che punta molto più in alto della solita operazione nostalgica costruita per far contenti due festival e qualche fan con la maglietta di Profondo rosso.

                Il film segna anche il ritorno di Manuela Arcuri in una grande produzione. Nome popolarissimo, volto televisivo, presenza che per anni ha occupato un posto preciso nell’immaginario italiano, l’attrice rientra in un progetto dal respiro più ambizioso, circondata da interpreti di peso e da un nome, quello di Argento, che nel bene e nel male continua a spostare l’attenzione.

                Accanto a lei ci sono il giovane Niccolò Fortini, Alessio Boni, Angela Molina, Lina Sastri, Ilenia Pastorelli e Matilde Gioli. Un cast largo, curioso, capace di mescolare generazioni, mondi e registri diversi. E già questo fa capire che Carne della mia Carne non vuole presentarsi come il filmetto di genere messo in piedi per sfruttare un nome illustre, ma come una produzione vera, con ambizioni e volti riconoscibili.

                Dario Argento supervisore di Carne della mia Carne

                Il ritorno di Dario Argento in Carne della mia Carne va letto nel modo giusto. Non è il ritorno alla regia, almeno non qui. Argento figura come supervisore, ruolo che però, nel suo caso, non passa inosservato. Perché quando si parla di lui, anche una presenza laterale diventa subito una dichiarazione di atmosfera.

                Il suo nome porta con sé un immaginario preciso: sangue, visioni, corpi minacciati, case impossibili, assassini, lame, ossessioni, madri terribili, colori innaturali, incubi che non chiedono permesso. Anche quando non dirige, Argento resta un marchio mentale. Basta associarlo a un progetto perché il pubblico cominci a domandarsi quanto buio ci sarà, quanto perturbante, quanta carne viva dietro il titolo.

                Carne della mia Carne, già dal nome, sembra muoversi in quella zona lì: familiare e inquietante, intima e disturbante. Un titolo che richiama legami di sangue, appartenenza, eredità, forse colpa. Tutte parole che, nell’universo argentiano, non stanno mai tranquille.

                Manuela Arcuri torna in una grande produzione

                Il film rappresenta anche un passaggio importante per Manuela Arcuri. Dopo anni in cui il suo nome è rimasto legato soprattutto alla televisione, alla popolarità mediatica e a un certo immaginario da diva italiana molto riconoscibile, Carne della mia Carne la riporta dentro una produzione cinematografica di peso.

                Per l’Arcuri è un’occasione interessante. Da una parte c’è il ritorno davanti a un pubblico più ampio e più esigente. Dall’altra c’è la possibilità di uscire dal recinto delle etichette che le sono rimaste addosso per anni. Perché Manuela Arcuri, nel bene e nel male, non è mai stata una presenza neutra: il pubblico la riconosce subito, la associa a un’epoca, a un tipo di femminilità, a una stagione della televisione italiana in cui il corpo e il volto contavano moltissimo.

                Proprio per questo il suo rientro in un progetto come Carne della mia Carne incuriosisce. Non sembra una comparsata nostalgica, ma un ritorno pensato dentro un contesto produttivo più solido, con attori e attrici capaci di darle una cornice diversa.

                Da Niccolò Fortini ad Alessio Boni, un cast molto ambizioso

                Il cast è uno degli elementi più forti del progetto. C’è Niccolò Fortini, volto giovane su cui evidentemente la produzione punta. C’è Alessio Boni, attore abituato a muoversi tra cinema, teatro e televisione con una solidità ormai riconosciuta. C’è Angela Molina, nome internazionale, presenza magnetica, attrice capace di portare con sé una memoria cinematografica enorme.

                E poi Lina Sastri, che aggiunge peso, voce, teatro, corpo scenico. Ilenia Pastorelli, che negli ultimi anni ha dimostrato di poter stare dentro registri molto diversi. Matilde Gioli, volto amatissimo dal pubblico televisivo e sempre più presente anche in progetti di respiro popolare.

                Il risultato è un insieme tutt’altro che banale. Carne della mia Carne sembra voler giocare su più tavoli: il richiamo del cinema di genere, la curiosità per il ritorno dell’Arcuri, il nome enorme di Argento, la presenza di interpreti capaci di parlare a pubblici diversi.

                Il vero ritorno alla regia di Argento sarà con Isabelle Huppert

                Chi aspetta Dario Argento dietro la macchina da presa dovrà però pazientare ancora. Il vero ritorno alla regia arriverà con il suo nuovo horror, già annunciato come “surreale e cruento”, con Isabelle Huppert. E qui il discorso cambia completamente.

                Perché Argento supervisore è una presenza importante. Argento regista, invece, è un evento. Anche quando divide, anche quando irrita, anche quando non convince tutti, resta uno dei pochi autori italiani capaci di trasformare un nuovo film in una notizia internazionale. L’idea di vederlo lavorare con Isabelle Huppert, attrice monumentale, fredda e incandescente insieme, apre scenari molto più interessanti del solito revival.

                Huppert è una presenza perfetta per un horror argentiano maturo: elegante, inquietante, imperscrutabile, capace di rendere minacciosa anche una pausa. Se davvero il film sarà surreale e cruento, l’incontro tra lei e Argento potrebbe diventare uno degli esperimenti più curiosi del cinema europeo dei prossimi anni.

                Argento non ha ancora finito di disturbare il cinema italiano

                Carne della mia Carne arriva quindi come una tappa intermedia, ma non secondaria. Da un lato riporta Dario Argento dentro il discorso cinematografico italiano. Dall’altro rilancia Manuela Arcuri in una produzione importante, circondata da un cast che non sembra messo insieme per caso.

                Il punto è che Argento, anche quando non dirige, continua a funzionare come calamita. Il suo nome richiama subito un pubblico, un immaginario, un’aspettativa di sangue e inquietudine. E in un cinema italiano spesso troppo prudente, troppo educato, troppo terrorizzato dall’eccesso, questa resta una notizia.

                Per il ritorno pieno del maestro bisognerà aspettare il film con Isabelle Huppert. Intanto Carne della mia Carne rimette in movimento qualcosa: un titolo forte, una supervisione pesante, un cast ricco e il ritorno di Manuela Arcuri dentro una produzione che può far parlare. Non è ancora il nuovo incubo firmato Argento. Ma l’odore del sangue, almeno quello, sembra già nell’aria.

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