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Cinema

Nella storia del cinema natalizio italiano non solo cinepanettoni

Grande schermo e feste natalizie rappresentano un’accoppiata classica. Il mese di Dicembre è tradizionalmente quello in cui le uscite nelle sale si intensificano. Fra le celebrazioni cristiane, il Natale è notoriamente quella che si presta ad un uso più “profano” e divertente del tempo libero che ci riserva. Ma fatto non solamente di commedie pecorecce. Eccovi un piccolo elenco di qualche titolo particolare del passato.

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    Anche se gli americani, da maestri indiscussi nello sviluppo del cinema commerciale, sono ovviamente gli esponenti dell’industria audiovisiva che ha “fiutato” per prima l’affare, dando vita ad un numero enciclopedico di film dedicati alla festività… anche la nostra Italia si distingue per una produzione specifica. La cosa maggiormente sorprendente è che non si tratta solo dei cosiddetti cinepanettoni, che hanno rivoluzionato il modo di pensare e fare film sul Natale nel nostro Paese. Non ci credete? provate allora a dare un’occhiata ai titoli presentati in questo articolo…

    Natale al campo 119 (1947)

    Si tratta del primo film natalizio in assoluto prodotto nel nostro Paese, il secondo lungometraggio di finzione di Pietro Francisci, conosciuto anche all’estero per il suo lavoro nei mondi dei documentari e dei cortometraggi ed anche per alcune pellicole peplum, tanto in voga in quegli anni. Narra di un gruppo di soldati rimasti prigionieri nel campo 119, in California, sotto l’egida di un odioso sergente. Nel cast troviamo Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Peppino De Filippo e Massimo Girotti.

    Non è mai troppo tardi (1953)

    Non tutti gli adattamenti de Il canto di Natale di Dickens sono anglofoni, sappiatelo! Esiste anche una versione tutta italiana firmata da Filippo Walter Ratti, uno dei cineasti più misteriosi della nostra storia, dalla filmografia esigua, spesso realizzata sotto pseudonimi differenti. Il canovaccio è quello del racconto classico, anche se c’è (come si faceva spesso all’epoca) un triangolo amoroso, che vede il “nostro Scrooge” perdere l’amore della donna che amava a vantaggio del suo rivale. Nel cast troviamo un giovanissimo Marcello Mastroianni al fianco del grande Paolo Stoppa.

    Vacanze d’inverno (1959)

    Si tratta della prima pellicola famosa in questa lista. Una pellicola divisa in quattro episodi tutti quanti più o meno a tema amoroso, strutturati lungo una trama orizzontale che vede un ragioniere recarsi a Cortina d’Ampezzo con la figlia, dato che quest’ultima ha vinto un concorso. Siamo in pieno successo di Alberto, sull’onda lunga del clamore suscitato da Il seduttore, in cui l’attore romano ha gettato le basi per il successo da mattatore nella commedia italiana. Un film in cui l’uomo comune si ritrova nel mondo dei ricchi e, entusiasta, prova a diventare come loro, con una maggiore dose di scaltrezza. Considerabile er certi versi un antesignano dei cinepanettoni.

    Vacanze di Natale (1983)

    Il 983 è l’anno di Vacanze di Natale del compianto Carlo Vanzina, il primo cinepanettone ufficiale della storia del cinema. Che nasce come una specie di sequel / remake di Sapore di mare, uscito il medesimo stesso anno. Un film che nel nostro Paese abilitò le festività natalizie come microcosmo ideale per porre il comportamento dell’italiano medio sotto un’impietosa lente di ingrandimento. In modo da osservarlo nei dettagli, rendendolo specchio deformato (anzi, deforme, grottesco e demenziale) della società.

    Regalo di Natale (1986)

    Pupi Avati con Regalo di Natale ribalta il buonismo natalizio scegliendo Diego Abatantuono, uno dei volti più rappresentativi della commedia figlia dei Vanzina e non, affiancandolo a Carlo Delle Piane (che vinse la Coppa Volpi per l’interpretazione di questa pellicola). Un gruppo di amici si ritrova a giocare a poker la vigilia di Natale per spennare un ricco industriale su cui si sa poco o nulla, salvo poi vedere riaffiorare dal passato trascorsi, rimpianti e ferite aggravate da rimorso e nostalgia, che finiranno per dividerli. L’anti film di Natale per eccellenza, che da commedia si trasforma in thriller dei sentimenti.

    Parenti serpenti (1992)

    Anche questo film è caratterizzato da un nuovo approccio ai film di Natale. Monicelli riprendere il filo del microcosmo familiare per intavolare un trattato sull’Italia dell’epoca, aggiungendo un fondamentale livello in più, fondamentale per la narrazione: quello generazionale. Una delle fotografie più cupe e ciniche riguardo le derive del sistema famiglia in una società piccolo borghese.

    Botte di Natale (1994)

    Un revival del filone western che rese famoso il duo Terence Hill-Bud Spencer oltre ad essere l’ultima pellicola che li vede insieme. Si tratta di una pellicola fortemente anacronistica (siamo negli anni ’90), ma consapevole di esserlo e che quindi si lascia molto andare alla nostalgia, trovando nell’idea natalizia una modalità per guardare al futuro.

    Baci e abbracci (1999)

    Dopo l’eccellente Ovo sodo, Paolo Virzì torna al cinema guardando ad un film natalizio con l’idea di prendere una struttura già adoperata dai grandi nomi aggiornando, guardando oltreoceano, e un po’ anche personalizzando. Il suo è un film ambientato nel mondo proletario che nel momento di massima crisi smette di guardare all’esterno, capendo come la via per andare avanti sia già in loro possesso, solo che da soli è difficile vederla. Un lavoro ibrido, che riadatta L’ispettore generale di Gogol e pesca soprattutto dalla commedia hollywoodiana anni ’50, con un riferimento specifico a Frank Capra), anche se la matrice rimane rigorosamente nostrana.

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      Cinema

      “Naza”, tutto sul film-denuncia che scuote Israele dalle fondamenta: i 24 uomini senza volto, l’IA e il «numero di civili sacrificabili»

      Soldati e uomini dell’intelligence israeliana raccontano dall’interno come vengono selezionati gli obiettivi a Gaza e quale prezzo in vite civili può essere accettato per colpirli. Il governo Netanyahu parla di «istigazione scioccante», invoca indagini e arriva a minacciare la cittadinanza dei registi. Intanto il documentario premiato a Venezia conquista le sale e diventa un caso mondiale.

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        Hai ragione. Nei pezzi LaCity e LaCapitale i link non devono comparire mai nel corpo, anche quando faccio ricerche esterne per verificare i dati. Le fonti servono a me, non devono finire nel pezzo. Te lo ripulisco integralmente mantenendo testo, titolo, occhiello, catenaccio, H2 e tag, senza un solo link.

        “Naza”, tutto sul film-denuncia che scuote Israele dalle fondamenta: i 24 uomini senza volto, l’IA e il «numero di civili sacrificabili»

        OCCHIELLO
        Il documentario che ha aperto una ferita in Israele

        CATENACCIO
        Soldati e uomini dell’intelligence israeliana raccontano dall’interno come vengono selezionati gli obiettivi a Gaza e quale prezzo in vite civili può essere accettato per colpirli. Il governo Netanyahu parla di «istigazione scioccante», invoca indagini e arriva a minacciare la cittadinanza dei registi. Intanto il documentario premiato a Venezia conquista le sale e diventa un caso mondiale.

        Ventiquattro israeliani salgono di notte sui tetti di Tel Aviv. Alcuni sono soldati, altri hanno lavorato nell’intelligence. Non mostrano il volto, le loro voci vengono alterate e i nomi restano segreti. Ma ciò che raccontano in Naza sta provocando in Israele uno scontro che ormai ha superato abbondantemente i confini del cinema. Parlano dei bombardamenti su Gaza, dei sistemi utilizzati per scegliere gli obiettivi, degli algoritmi che aiutano a individuarli e soprattutto di quella terribile contabilità che precede un attacco: quante persone estranee all’obiettivo potrebbero morire insieme a lui?

        È proprio da questa contabilità che arriva il titolo. “Naza” è un acronimo utilizzato dall’intelligence israeliana per indicare la stima dei civili palestinesi che potrebbero essere uccisi in un attacco aereo. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani già tra i registi del premio Oscar No Other Land, entra in questo meccanismo attraverso le testimonianze di persone che sostengono di averlo visto funzionare dall’interno. La reazione delle autorità israeliane è stata durissima: Benjamin Netanyahu ha definito il film «istigazione scioccante», mentre altri esponenti del governo hanno invocato indagini e persino la revoca della cittadinanza ai registi. Israele e le sue forze armate respingono le accuse e sostengono che il film distorca la realtà delle operazioni militari.

        Che cosa significa “Naza”: il numero che precede una bomba

        Per capire perché il film abbia provocato una reazione tanto violenta bisogna partire dal suo titolo. “Naza” non è il nome di una persona e neppure di un’operazione militare. Indica, nella terminologia descritta dal film, il “danno collaterale” previsto, cioè il numero di civili che potrebbero morire insieme all’obiettivo di un bombardamento.

        Il punto centrale dell’inchiesta cinematografica è proprio questo: dietro un attacco non ci sarebbe soltanto l’identificazione di un bersaglio, ma anche una valutazione preventiva delle possibili vittime civili. Alcune testimonianze contenute nel documentario descrivono soglie di tolleranza estremamente elevate. Una delle affermazioni più controverse sostiene che, in un caso, sarebbe stata autorizzata la possibilità di centinaia di vittime per eliminare un singolo esponente di Hamas. L’esercito israeliano contesta questa rappresentazione e nega che le operazioni funzionino nel modo descritto dal film.

        Ed è una distinzione essenziale: Naza presenta testimonianze e ricostruzioni raccolte dagli autori, non sentenze giudiziarie. Parte del materiale alla base del documentario era già emerso attraverso precedenti inchieste giornalistiche condotte tra il 2023 e il 2025. Abraham e Szor hanno trasformato quel lavoro in qualcosa di diverso: hanno messo davanti alla macchina da presa le persone che affermano di conoscere quei sistemi dall’interno.

        Lavender, Habsora e “Where’s Daddy?”: la guerra degli algoritmi

        Poi c’è la tecnologia. Ed è probabilmente la parte di Naza che inquieta di più perché porta lo spettatore dentro una guerra nella quale uomini, banche dati, sorveglianza e algoritmi lavorano insieme.

        Nel film vengono affrontati sistemi utilizzati per l’individuazione o la localizzazione degli obiettivi. Lavender, in particolare, viene descritto come uno strumento capace di elaborare enormi quantità di informazioni per aiutare a identificare presunti appartenenti alle organizzazioni armate. Altri sistemi servono a generare possibili obiettivi o a stabilire quando una persona si trovi in una determinata abitazione.

        È qui che entra in scena “Where’s Daddy?”, il nome attribuito a un sistema di localizzazione raccontato nelle inchieste sulle operazioni israeliane. Il problema sollevato dal documentario è evidente: colpire una persona quando torna nella propria abitazione significa rischiare di colpire anche chi vive con lei.

        Israele respinge l’idea di una macchina che decida autonomamente chi debba morire. Le forze armate sostengono che gli strumenti tecnologici supportino l’attività degli operatori e che la decisione finale resti umana. Il film, invece, concentra l’attenzione sulla scala raggiunta dal sistema e sulle conseguenze che, secondo i testimoni, questa combinazione tra automazione e decisione umana avrebbe prodotto sulla popolazione civile.

        I 24 israeliani che raccontano ciò che hanno visto dall’interno

        Naza non è costruito sulle immagini più terribili di Gaza. La scelta di Abraham e Szor è quasi opposta. La macchina da presa resta a Tel Aviv, sui tetti della città, di notte. Davanti all’obiettivo compaiono sagome, profili cancellati, persone delle quali lo spettatore non deve conoscere l’identità.

        Sono 24 militari ed esponenti dell’intelligence israeliana. Il loro anonimato è diventato contemporaneamente la forza e il punto più contestato dell’opera. Per gli autori protegge persone che rischierebbero conseguenze pesantissime; per i detrattori rende più difficile verificare pubblicamente le singole accuse.

        Ed è proprio su queste fonti che il ministro della Cultura israeliano Miki Zohar ha chiesto l’intervento dello Shin Bet. Vuole sapere da dove provengano i materiali, chi li abbia forniti e se nel film siano confluite informazioni sensibili o classificate. Zohar ha anche chiesto di valutare la revoca della cittadinanza dei due registi.

        La battaglia intorno al film è così diventata anche una battaglia sulle fonti: chi sono quelle 24 persone? Che cosa sanno? E fino a che punto le loro testimonianze descrivono realmente il funzionamento delle operazioni israeliane a Gaza?

        Netanyahu attacca il film e in Israele esplode il caso

        Benjamin Netanyahu non ha trattato Naza come un normale documentario critico nei confronti del suo governo. Lo ha definito una forma di «istigazione scioccante» e ha sostenuto che contribuisca ad alimentare l’antisemitismo internazionale. Anche il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha contestato il film e le accuse rivolte alle forze armate.

        Una parte della politica israeliana è andata ancora oltre. Gli autori sono stati accusati di tradimento, sono arrivate richieste di indagini e minacce sulla loro cittadinanza. Alla première americana del New York Film Festival la tensione ha imposto misure di sicurezza rafforzate e all’esterno si sono svolte proteste contro il documentario.

        Il paradosso è che gran parte delle questioni affrontate dal film non nasce con il film. Molte rivelazioni erano già state pubblicate negli anni precedenti attraverso inchieste giornalistiche. Ma il cinema ha prodotto un effetto differente: ha messo insieme quelle informazioni e soprattutto ha dato una voce, sia pure camuffata, agli israeliani che dichiarano di aver partecipato al sistema.

        Chi sono Abraham e Szor, gli israeliani finiti nel mirino

        Anche l’identità dei registi rende il caso particolarmente esplosivo. Yuval Abraham e Rachel Szor sono israeliani. Non arrivano quindi dall’esterno del conflitto e non possono essere liquidati semplicemente come osservatori stranieri. Entrambi figuravano tra i quattro autori di No Other Land, vincitore dell’Oscar per il miglior documentario nel 2025.

        Per Naza hanno lavorato per circa tre anni. Nella loro dichiarazione ufficiale spiegano di aver sentito il dovere, proprio in quanto israeliani, di indagare sui meccanismi che ritengono responsabili delle uccisioni di massa dei civili palestinesi. È la tesi degli autori, fortemente contestata dalle autorità israeliane, ma costituisce la ragione dichiarata dell’intero progetto.

        Dietro il film c’è inoltre una squadra cinematografica importante. La produzione coinvolge James Wilson e tra i produttori esecutivi figura Jonathan Glazer, il regista premio Oscar di La zona d’interesse.

        I 25 minuti di applausi a Venezia e il caso mondiale

        Poi è arrivata Venezia. Naza era l’unico documentario in concorso alla Mostra del Cinema 2026 e la proiezione ha trasformato il film in un fenomeno internazionale. Il pubblico gli ha tributato circa 25 minuti di applausi e la giuria gli ha assegnato il Premio speciale.

        Da quel momento la storia ha smesso di riguardare soltanto Israele e Gaza. È stata annunciata una distribuzione in 56 territori, mentre in Italia l’uscita evento dal 28 al 30 settembre ha coinvolto centinaia di sale, molte delle quali avevano già registrato il tutto esaurito prima dell’arrivo del film. Il successo ha portato a prolungarne la programmazione.

        A fine novembre arriverà poi il passaggio che potrebbe moltiplicarne enormemente il pubblico: il documentario verrà messo a disposizione gratuitamente online.

        Ed è forse qui che si comprende perché un film di appena 80 minuti sia riuscito a scuotere così profondamente Israele. Non perché abbia già stabilito una verità giudiziaria sulla guerra, cosa che un documentario non può fare, ma perché porta davanti al pubblico mondiale israeliani che dichiarano di aver visto dall’interno la macchina dei bombardamenti e accettano di raccontarla.

        Il governo israeliano sostiene che quel racconto sia falso e deformato. Abraham e Szor sostengono invece che il silenzio vada spezzato. In mezzo restano quelle 24 figure senza nome riprese nella notte di Tel Aviv. Ed è sulle loro parole che si combatte ormai una delle battaglie più feroci intorno al racconto della guerra di Gaza.

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          Cinema

          Anne Hathaway, altro che diva: il red carpet di “Verity” è nel caos e lei mette in riga tutti. «Guardate qui, adesso lì»: il video è irresistibile

          Alla première di New York l’attrice decide che la foto di gruppo deve venire bene e prende il comando, organizzando fotografi e colleghi come una regista. Peccato che il film stia raccogliendo giudizi tutt’altro che entusiasti

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            Se Anne Hathaway decide che la fotografia di gruppo deve venire bene, evidentemente non c’è fotografo, collega o addetto stampa che possa impedirglielo. Alla première newyorkese di “Verity”, il nuovo thriller tratto dal bestseller di Colleen Hoover nel quale divide la scena con Dakota Johnson e Josh Hartnett, l’attrice si è ritrovata nel mezzo del consueto caos da red carpet, con decine di fotografi che cercavano contemporaneamente di attirare l’attenzione del cast e ciascuno pretendeva naturalmente che tutti guardassero dalla propria parte. Hathaway ha osservato per qualche istante quello che stava succedendo e, invece di limitarsi a sorridere aspettando che qualcuno risolvesse il problema, ha deciso di prendere direttamente in mano la situazione.

            Nel video diventato rapidamente virale la si vede infatti coordinare la fotografia di gruppo, indicare ai colleghi dove guardare e soprattutto organizzare gli stessi fotografi, stabilendo praticamente l’ordine degli scatti in modo che ciascuno potesse portarsi a casa la foto desiderata. Per qualche minuto la protagonista di “Verity” ha così cambiato mestiere, trasformandosi da attrice e produttrice in una sorta di regista del red carpet, mentre Dakota Johnson, Josh Hartnett e gli altri componenti del cast si lasciavano disciplinatamente guidare. Nessuna scenata da diva e nessuna irritazione, semplicemente la determinazione di una donna che ha visto una situazione confusa e ha pensato che il sistema più rapido per risolverla fosse occuparsene personalmente.

            Anne Hathaway organizza fotografi e colleghi: sul red carpet comanda lei

            La scena è diventata irresistibile proprio per la naturalezza con cui Hathaway ha assunto il controllo della situazione. Il red carpet hollywoodiano segue normalmente una liturgia piuttosto precisa, con fotografi che chiamano gli attori da ogni direzione, addetti stampa che cercano di governare gli spostamenti e star che devono riuscire a distribuire sguardi e sorrisi senza perdere la pazienza. Anne ha semplicemente ribaltato il meccanismo e, invece di aspettare istruzioni, ha cominciato a darle lei, coordinando la sequenza delle fotografie e indicando al gruppo quando fosse il momento di spostare lo sguardo verso un’altra parte della platea.

            A rendere ancora più singolare la scena c’era il fatto che Hathaway si fosse presentata alla première incinta del terzo figlio e fasciata in uno spettacolare abito nero a sirena firmato Prabal Gurung, ricoperto di ricami e paillettes e completato da una lunga mantella trasparente. Invece di rimanere immobile per un tempo indefinito mentre una selva di fotografi cercava di richiamare l’attenzione del gruppo, l’attrice ha preferito accelerare personalmente le operazioni, dimostrando un’efficienza che sui social ha inevitabilmente ricordato a molti il suo passato cinematografico da principessa, e poi regina, di Genovia in Pretty Princess. Evidentemente, dopo tanti anni, qualcosa del ruolo deve esserle rimasto.

            Poi Anne si rivede nel video e ammette l’imbarazzo

            La stessa Hathaway, però, quando ha rivisto le immagini ha trovato la propria intraprendenza molto meno elegante di quanto l’avessero giudicata i fan. Ospite di Jimmy Fallon, ha raccontato di essere entrata in quella che ha definito sostanzialmente una “modalità mamma”, convinta in quel momento di stare semplicemente dando una mano a tutti e rendendo più semplice il lavoro dei fotografi. Guardandosi successivamente dall’esterno, invece, ha provato un certo imbarazzo per quell’istinto quasi automatico a prendere il comando e ha scherzato sulla scena arrivando anche a scusarsi con le persone coinvolte.

            È stata probabilmente proprio questa spontaneità a rendere il filmato così popolare, perché Hathaway non appare come una star che pretende di imporre le proprie regole, ma come una donna che vede una situazione disordinata e interviene istintivamente per sistemarla. Del resto non è neppure la prima volta che l’attrice si ritrova involontariamente a dirigere le persone che ha intorno. Nel 2022 era diventato virale un altro filmato girato durante un evento di Valentino in Italia, quando davanti a una folla particolarmente agitata aveva cercato di tranquillizzare tutti ripetendo «calma». Quattro anni dopo il salto di qualità sembra completato: invece di limitarsi a tranquillizzare la folla, Anne organizza direttamente il lavoro.

            “Verity” divide la critica, ma Hathaway sembra divertirsi parecchio

            L’ironia della storia è che, mentre Anne Hathaway ha dimostrato una notevole capacità nel dirigere il proprio red carpet, “Verity” non sta raccogliendo dalla critica un entusiasmo altrettanto unanime. Il film diretto da Michael Showalter e in uscita il 2 ottobre nasce dal bestseller di Colleen Hoover e racconta la storia di Lowen Ashleigh, interpretata da Dakota Johnson, una scrittrice in difficoltà che riceve l’incarico di completare i romanzi della celebre Verity Crawford dopo che quest’ultima non è più in grado di farlo.

            Lowen si trasferisce così nella casa della scrittrice, dove incontra Jeremy, il marito di Verity interpretato da Josh Hartnett, e scopre soprattutto un manoscritto contenente segreti inquietanti. Da quel momento la storia si trasforma in un thriller psicologico costruito tra attrazione, sospetti, manipolazioni e continui ribaltamenti, con Hathaway chiamata a interpretare un personaggio volutamente eccessivo che sembra averle permesso di divertirsi parecchio.

            Un film devvero terribile?

            Le prime recensioni, però, sono molto divise. C’è chi considera proprio l’interpretazione sopra le righe di Hathaway uno degli elementi più riusciti e chi giudica invece l’adattamento confuso, poco incisivo o incapace di sfruttare fino in fondo la follia del materiale originale. Alla vigilia dell’uscita il film registra il 46 per cento di recensioni positive su Rotten Tomatoes, abbastanza poco da aver già scatenato battute cattivissime sul suo possibile futuro nella stagione dei premi, naturalmente quelli che nessun attore vorrebbe ricevere.

            Parlare già di Razzie Awards sarebbe prematuro, perché candidature e verdetti sono ancora lontani, ma qualcuno ha cominciato inevitabilmente a scherzarci sopra. E la scena della première offre almeno una consolazione: qualunque sia il destino di “Verity”, se un giorno il cast dovesse davvero ritrovarsi su un altro red carpet per una fotografia di gruppo, non ci sarà bisogno di chiamare qualcuno per organizzare lo scatto. Anne Hathaway ha già dimostrato di saper fare anche quello.

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              Cinema

              Brad Pitt, i figli cancellano il suo cognome: anche Zahara diventa solo Jolie. E ora tocca a Vivienne

              Dei sei figli avuti con Angelina Jolie, ormai soltanto Pax e Knox non hanno chiesto formalmente di eliminare il cognome paterno. Ma anche Knox lo avrebbe già tolto dal diploma. Una fonte vicina all’attore: «C’è pochissima comunicazione fra Brad e i figli»

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              Angelina Jolie e sua figlia Zahara

                Prima Shiloh, poi Maddox, adesso Zahara. E tra poco potrebbe arrivare anche Vivienne. Uno dopo l’altro, i figli di Brad Pitt e Angelina Jolie stanno cancellando legalmente il cognome del padre e quella che inizialmente poteva sembrare una scelta individuale sta assumendo le dimensioni di una clamorosa frattura familiare.

                L’ultima decisione è arrivata lunedì 28 settembre. Un giudice californiano ha accolto la richiesta presentata da Zahara Marley, 21 anni, che da questo momento non si chiamerà più Zahara Marley Jolie-Pitt, ma semplicemente Zahara Marley Jolie. Via Pitt. Ufficialmente e legalmente.

                La ragazza aveva presentato la richiesta il 9 giugno, sulla base di una domanda datata 28 aprile, completando successivamente gli adempimenti previsti dalla legge californiana. Ma Zahara, in realtà, aveva cominciato a prendere pubblicamente le distanze dal cognome paterno molto prima di ottenere il via libera del tribunale.

                Zahara aveva già smesso di chiamarsi Pitt

                Il primo segnale evidente era arrivato nel novembre 2023, durante il suo ingresso nella Alpha Kappa Alpha, storica associazione studentesca femminile statunitense. Quando si era presentata davanti al pubblico, la ragazza aveva scandito il proprio nome senza lasciare spazio a equivoci: «Zahara Marley Jolie». Niente Pitt.

                Lo stesso è accaduto nel maggio scorso durante la cerimonia di laurea allo Spelman College di Atlanta, quando sul palco è stata chiamata utilizzando soltanto il cognome della madre.

                Mancava dunque soltanto il passaggio legale. Ora è arrivato anche quello e Zahara può ufficialmente utilizzare il nome che aveva già scelto da tempo nella propria vita pubblica. Ma il suo caso è tutt’altro che isolato.

                Prima Shiloh, poi Maddox: il cognome Pitt sparisce

                La prima mossa clamorosa era arrivata da Shiloh, la prima figlia biologica di Brad Pitt e Angelina Jolie. Nel 2024, proprio nel giorno del suo diciottesimo compleanno, aveva presentato la richiesta per eliminare il cognome del padre e diventare legalmente Shiloh Nouvel Jolie.

                Una decisione che aveva immediatamente fatto il giro del mondo, soprattutto perché arrivava dopo anni di indiscrezioni sui rapporti sempre più complicati tra Pitt e alcuni dei suoi figli.

                Poi è arrivato Maddox. Il primogenito ha ottenuto il via libera per passare da Maddox Chivan Jolie-Pitt a Maddox Chivan Jolie il 14 settembre scorso. Una data che porta con sé una coincidenza impressionante: esattamente dieci anni prima, il 14 settembre 2016, era avvenuto il controverso episodio a bordo di un aereo privato che segnò uno dei momenti più drammatici della separazione tra Pitt e Jolie.

                Dopo quell’episodio l’attore venne accusato di avere avuto un comportamento verbalmente violento e fisicamente aggressivo nei confronti di uno dei figli. Le autorità federali svolsero accertamenti e non formularono accuse contro Pitt. Dieci anni dopo, proprio il 14 settembre, Maddox ha ottenuto legalmente la cancellazione del cognome paterno.

                Adesso manca Vivienne: udienza fissata il 2 novembre

                La prossima potrebbe essere Vivienne Marcheline, figlia biologica della coppia e gemella di Knox. Anche lei, raggiunta la maggiore età lo scorso luglio, ha presentato la domanda per trasformare il proprio nome da Vivienne Marcheline Jolie-Pitt a Vivienne Marcheline Jolie.

                L’iter è già partito, l’avviso previsto dalla procedura è stato pubblicato e adesso manca soltanto il passaggio davanti al giudice. L’udienza è fissata per il 2 novembre. Se la richiesta verrà accolta, quattro dei sei figli di Angelina Jolie e Brad Pitt avranno eliminato formalmente il cognome del padre: Maddox, Zahara, Shiloh e Vivienne.

                Un dato che racconta da solo quanto siano diventati complicati negli anni gli equilibri della famiglia che per oltre un decennio Hollywood aveva trasformato nella celeberrima tribù dei “Brangelina”.

                E anche Knox ha già usato soltanto Jolie

                Restano Pax Thien e Knox Léon, gli unici due che al momento non risultano avere avviato una procedura legale per cambiare cognome.

                Anche su Knox, però, c’è un particolare che non è passato inosservato. Il ragazzo avrebbe utilizzato soltanto Jolie sul diploma di scuola superiore, rinunciando quindi almeno in quella circostanza pubblica al cognome Pitt.

                Il quadro diventa così ancora più netto: tre figli hanno già ottenuto legalmente la modifica, una quarta ha presentato la domanda e attende il giudice, mentre un quinto avrebbe già utilizzato pubblicamente soltanto il cognome materno.

                Brad Pitt e Angelina Jolie, una guerra durata anni

                Dietro questi cambiamenti c’è inevitabilmente la lunga e tormentata separazione tra Brad Pitt e Angelina Jolie. I due, che per anni sono stati una delle coppie più famose del mondo, si sono separati nel 2016, ma hanno dovuto aspettare dicembre 2024 per arrivare alla conclusione del divorzio dopo otto anni di scontri legali.

                Nel frattempo i rapporti familiari sono cambiati profondamente e, almeno con alcuni dei ragazzi, la distanza da Pitt è diventata evidente anche pubblicamente.

                Una persona descritta come vicina all’attore ha recentemente raccontato che tra Brad e i figli ci sarebbe ormai «pochissima comunicazione», definendo la situazione «una vera tragedia». Pitt non ha commentato pubblicamente l’ultima decisione di Zahara.

                Da Jolie-Pitt a Jolie: il segnale più evidente della frattura

                Per anni Jolie-Pitt era stato quasi un marchio familiare, il cognome dei figli della coppia più fotografata e raccontata di Hollywood. Adesso quel doppio cognome sta scomparendo, un figlio alla volta.

                Shiloh lo ha cancellato appena diventata maggiorenne. Maddox ha fatto lo stesso. Zahara aveva già cominciato a presentarsi pubblicamente soltanto come Jolie e ora ha ottenuto anche il riconoscimento legale. Vivienne aspetta novembre. Persino Knox ha già utilizzato il cognome della madre senza quello del padre.

                A dieci anni dall’inizio della separazione che distrusse la favola dei Brangelina, dunque, non sono più soltanto Brad Pitt e Angelina Jolie ad avere preso strade diverse. Anche il cognome che li teneva simbolicamente insieme attraverso i loro figli sta lentamente scomparendo.

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