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Spettacolo

Crema va nel pallone con la partita vip per beneficenza

Tanti volti noti dei reality e della TV hanno partecipato alla partita di beneficenza ‘Un Sogno nel Cuore’ allo stadio Voltini. L’evento, patrocinato dal Comune e sostenuto dalla Pergolettese, ha raccolto fondi per le famiglie indigenti con disabili, sensibilizzando sul grave disagio causato dalla disabilità.

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    Applausi e beneficenza ieri durante la partita di calcio allo stadio Voltini. L’iniziativa, chiamata ‘Un Sogno nel Cuore’, è stata organizzata a favore delle famiglie indigenti con disabili e ha ricevuto il patrocinio del Comune e il sostegno della Pergolettese, che ha partecipato attivamente con la propria prima squadra.

    Tra i protagonisti in campo c’erano Alessio Tacchinardi, il calciatore brasiliano Jeda, il celebre ballerino di Amici Cristian Stefanelli, Matteo Diamante, ex concorrente dell’Isola dei Famosi e del GF Vip, Gianluca Costantino del GF Vip, e molti altri. L’inno nazionale è stato cantato da Chiara Grispo, vincitrice di Amici.

    Questa grande iniziativa mira a sensibilizzare sulla necessità di creare consapevolezza riguardo al grave disagio causato dalla disabilità, sia per chi ne è afflitto, sia per le loro famiglie. Durante l’evento è stato istituito un fondo di solidarietà, gestito dal Comune, destinato alle famiglie indigenti con membri disabili che necessitano di terapie costose.

    La manifestazione sportiva e solidale è organizzata dalla Società Nation Blu, che fa riferimento alla storica Nazionale Azzurri italiana. Le squadre Nation Blue, con il direttore generale Alessandro Arena, e gli All Star Pergo, composti da calciatori della Pergolettese, si sono sfidate in campo. Nation Blue, con una lunga storia di eventi benefici, continua la sua missione di charity con la partecipazione di celebrità del mondo dello spettacolo e del calcio internazionale. Per la cronaca la partita si è chiusa sul punteggio di 6 a 6!

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      Musica

      David Gilmour demolisce ogni record: la sua Black Strat vola a 14,5 milioni e diventa la chitarra più cara di sempre

      La Black Strat suonata in dischi come The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals e The Wall supera il primato della Martin di Kurt Cobain. Una vendita fiume da oltre 84 milioni di dollari trasforma l’asta di New York in una notte da leggenda.

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        David Gilmour si prende tutto. Il record, il mito e pure il primato assoluto. La sua leggendaria Black Strat, la Fender Stratocaster entrata nella storia del rock per essere stata suonata in album come The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals e The Wall, è stata venduta da Christie’s per 14,5 milioni di dollari, diventando lo strumento musicale non classico più costoso di sempre.

        La Black Strat di David Gilmour entra nella storia

        La vendita si è consumata nella serata del 12 marzo 2026 al Rockefeller Center, durante la prima delle tre aste dal vivo dedicate alla Jim Irsay Collection, definita come la più grande collezione di chitarre del mondo. E il risultato è stato clamoroso: tutti i 44 lotti sono stati venduti, in una white glove sale che ha portato a un totale di oltre 84 milioni di dollari, commissioni incluse. Una cifra enorme, accompagnata da 23 record e da una rivalutazione media quasi quadruplicata.

        La regina assoluta della serata, però, è stata lei. La Black Strat non è solo una chitarra. È un pezzo di immaginario collettivo. È il suono di una stagione irripetibile del rock. È l’ombra lunga dei Pink Floyd trasformata in oggetto da collezione.

        Addio Kurt Cobain: il record cambia padrone

        Con questa cifra, David Gilmour supera Kurt Cobain, che fino a questo momento deteneva il record grazie alla sua Martin D 18-E, battuta all’asta nel 2020 per 6,01 milioni di dollari. Il sorpasso non è di pochi spiccioli, ma di una distanza quasi imbarazzante. Più che un’asta, una dichiarazione di potenza del mercato della memoria musicale.

        La cosa più sorprendente è che la stessa Black Strat era già stata protagonista di un altro colpo sensazionale. Nel 2019 Jim Irsay l’aveva infatti acquistata da Christie’s per 3,97 milioni di dollari. Oggi quel valore è esploso. E con lui è esplosa anche l’idea che certi strumenti non siano più soltanto strumenti, ma reliquie laiche della cultura pop.

        Un’asta da capogiro tra rock, mito e collezionismo

        Dietro Gilmour si piazza un altro nome monumentale: Jerry Garcia. La sua Doug Irwin “Tiger” è stata aggiudicata per 11.560.000 dollari, confermando che la serata newyorchese non è stata una semplice vendita, ma un gigantesco rito collettivo dedicato al rock e ai suoi feticci più preziosi.

        Il presidente di Christie’s Americhe, Julien Pradels, ha parlato di una seduta storica. E in effetti è difficile dargli torto. Lotto dopo lotto, l’asta ha trasformato strumenti iconici in trofei milionari, con un valore che va ben oltre il legno, le corde e i circuiti. Qui si compra il suono, certo. Ma soprattutto si compra la leggenda.

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          Cinema

          Oscar 2026, vince “Una battaglia dopo l’altra”: Michael B. Jordan miglior attore, Jessie Buckley miglior attrice

          Dal Dolby Theatre di Los Angeles arriva un verdetto netto: “Una battaglia dopo l’altra” conquista l’Oscar più importante e si prende il centro della scena in una cerimonia rapida, attraversata da ironie su Trump, richiami alla libertà di stampa e momenti di forte emozione. A completare il quadro ci pensano Michael B. Jordan, premiato per “I peccatori”, e Jessie Buckley, miglior attrice per “Hamnet”.

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            Gli Oscar 2026 si chiudono con un vincitore che racconta molto del clima americano di oggi. A trionfare come miglior film è “Una battaglia dopo l’altra”, la commedia d’azione politica firmata da Paul Thomas Anderson, che esce dal Dolby Theatre di Los Angeles con il premio più pesante e con la sensazione di essere stato il titolo giusto nel momento giusto. In un’edizione meno luccicante del solito e più nervosa, più agganciata all’attualità e meno interessata a fingere che il mondo fuori non esista, il film si è imposto come il simbolo perfetto di una Hollywood che prova ancora a leggere il proprio tempo.

            La novantottesima edizione degli Academy Awards è filata via con un ritmo più snello rispetto al passato. Conan O’Brien ha guidato la serata con leggerezza, evitando di appesantire i passaggi e lasciando spazio a una comicità più rapida, mentre Jimmy Kimmel ha affondato con battute più esplicite contro Donald Trump, gli Epstein files e il tema sempre più sensibile della libertà di parola. Il tono generale è stato chiaro fin dall’inizio: meno zucchero, meno autocelebrazione, più consapevolezza del momento politico e culturale in cui si muove il cinema americano.

            Fuori dal teatro non è mancata la tensione, con proteste contro la polizia anti immigrazione e un apparato di sicurezza rafforzato per il contesto internazionale. Dentro, invece, Hollywood ha cercato il suo equilibrio tra spettacolo, memoria e messaggi politici. Il momento più esplicito, sotto questo profilo, lo ha firmato Javier Bardem con un intervento netto contro la guerra illegale e a favore della Palestina libera. Un passaggio che ha confermato quanto questa edizione abbia avuto un respiro più scopertamente politico del solito.

            “Una battaglia dopo l’altra” domina la notte degli Oscar 2026

            Il cuore della serata resta comunque il trionfo di “Una battaglia dopo l’altra”. Il film di Paul Thomas Anderson non si è limitato a vincere l’Oscar per il miglior film, ma ha finito per dominare l’immaginario dell’intera cerimonia. Non solo per il valore del premio, ma per ciò che il titolo rappresenta: un’America spaccata, agitata, piena di conflitti e ormai incapace di nasconderli sotto il tappeto del grande intrattenimento.

            Quando Nicole Kidman ed Ewan McGregor, ritrovatisi venticinque anni dopo “Moulin Rouge”, hanno annunciato il titolo vincitore, il Dolby Theatre ha avuto per un attimo la sensazione di sapere già che fosse il finale più logico. Sul palco, con il cast riunito, Anderson ha chiuso la serata con una battuta secca, dicendo che era il momento di prendersi un Martini. Ma prima aveva lasciato anche una riflessione più seria, spiegando di avere realizzato il film pensando ai propri figli, come una forma di scusa per il caos che la sua generazione consegnerà a quella successiva, ma anche come gesto di fiducia.

            Il suo discorso per l’Oscar alla regia, arrivato poco prima, era stato già illuminante. Anderson aveva parlato del lavoro, della fiducia, dei dubbi che accompagnano chiunque faccia cinema davvero. Niente trionfalismi, niente posa da genio maledetto. Piuttosto l’idea del cinema come costruzione collettiva, come mestiere fatto insieme. Ed è forse anche questa la ragione per cui la sua vittoria è apparsa così convincente.

            Michael B. Jordan conquista il suo primo Oscar

            Tra i verdetti più attesi c’era quello per il miglior attore protagonista, e alla fine il nome uscito dalla busta è stato quello di Michael B. Jordan. Il protagonista di “I peccatori” ha vinto il primo Oscar della sua carriera per il doppio ruolo dei fratelli gemelli Smoke e Stack, regalando al film di Ryan Coogler uno dei momenti più forti della notte.

            Jordan è apparso sinceramente emozionato, quasi incredulo di essere finito in una lista di nomi che ha evocato lui stesso dal palco. Ha ricordato Sidney Poitier, Denzel Washington, Jamie Foxx, Forest Whitaker e Will Smith, nonostante quest’ultimo resti ancora escluso dagli eventi dell’Academy dopo il celebre schiaffo a Chris Rock. Un passaggio non casuale, che ha dato al discorso anche un piccolo peso simbolico. Jordan ha voluto citare pure Halle Berry, ricordando il suo trionfo storico come migliore attrice protagonista.

            Poi è arrivata la parte più personale. Il saluto alla madre, la ricerca del padre in sala, il ringraziamento a Ryan Coogler e al cast. Nessun artificio, nessuna frase costruita per diventare meme. Solo la felicità, visibile, di un attore che sa di avere raggiunto finalmente un posto che sembrava aspettarlo da tempo.

            Jessie Buckley miglior attrice con “Hamnet”

            Sul fronte femminile, l’Oscar come miglior attrice protagonista è andato a Jessie Buckley per “Hamnet”, premiando una prova intensa e molto apprezzata durante tutta la stagione dei riconoscimenti. A consegnarle la statuetta è stata Mickey Madison, vincitrice lo scorso anno, e anche in questo caso il momento ha avuto una sua forza particolare.

            Buckley ha ringraziato la regista Chloé Zhao, la famiglia, “mezza Irlanda” presente in sala, e poi ha trovato la frase che ha dato profondità emotiva al suo intervento. Il pensiero è andato alla figlia di otto mesi, che ha immaginato mentre dormiva sognando il latte. Subito dopo ha dedicato il premio “allo splendido caos che è il cuore di una madre”, legando il discorso alla festa della mamma celebrata nel Regno Unito.

            È stata una vittoria accolta con calore, anche perché Buckley ha saputo tenere insieme emozione e misura, due qualità non sempre facili da equilibrare su un palco così esposto. In una serata attraversata da tensioni politiche e ironie taglienti, il suo intervento ha riportato per qualche minuto la cerimonia su un piano più intimo.

            Una cerimonia più politica, ma anche più umana

            Se c’è un dato che resta di questi Oscar 2026 è proprio questo doppio binario. Da una parte le frecciate a Trump, agli Epstein files, alla crisi della libertà di stampa. Dall’altra la voglia di non perdere del tutto il contatto con l’emozione pura del cinema e con la memoria collettiva di Hollywood.

            In questo senso hanno funzionato molto bene gli omaggi. Barbra Streisand ha ricordato Robert Redford e ha cantato “The Way We Were”, regalando uno dei momenti più intensi della serata. Billy Crystal, insieme ad altri attori legati a Rob Reiner, è salito sul palco per omaggiare lui e la moglie, uccisi a dicembre, in un passaggio sobrio e toccante. Anche la reunion tra Nicole Kidman ed Ewan McGregor ha avuto la leggerezza giusta, senza trasformarsi in puro esercizio di nostalgia.

            Alla fine, più che come una notte di slogan, questi Oscar resteranno come una serata in cui Hollywood ha provato a stare dentro il presente senza rinunciare completamente al suo lato più classico. E il successo di “Una battaglia dopo l’altra” sembra dire proprio questo: il cinema americano può ancora vincere quando smette di specchiarsi e torna a raccontare il conflitto, il disordine, il rumore del mondo.

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              Televisione

              Ilary Blasi torna al Grande Fratello e spiazza tutti: «Sexy? Macché. I tacchi li metto solo in tv»

              Dal ritorno alla guida del Grande Fratello al rapporto con Selvaggia Lucarelli e Cesara Buonamici, fino all’amore con Bastian Müller. Ilary Blasi parla della sua vita tra lavoro, ironia e nuove prospettive.

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                Ilary Blasi torna al timone del Grande Fratello e lo fa con il suo stile disarmante, diretto e pieno di ironia. La conduttrice romana riprende la guida del reality di Canale 5 e racconta il ritorno come un cerchio che si chiude. «Vedi? A volte ritornano. Questo lavoro è un po’ come la vita: è una ruota che gira e poi, alla fine, ci si incontra di nuovo». Nessun tono nostalgico, però. Piuttosto la consapevolezza di chi sa che la televisione è fatta di cicli e di occasioni che ritornano quando meno te lo aspetti.

                Ilary Blasi e il ritorno al Grande Fratello

                In studio con lei ci saranno due opinioniste molto diverse tra loro: Cesara Buonamici e la new entry Selvaggia Lucarelli. Una coppia destinata a far discutere e probabilmente anche a divertire. «Sono felicissima. Sono una che fa squadra e mi appoggerò molto alle mie compagne di viaggio», spiega Blasi. Poi aggiunge con entusiasmo: «Posso dire? Viva le donne!».

                Su Lucarelli il giudizio è sorprendentemente affettuoso. «Ha quell’umorismo cinico che mi fa impazzire. Mi diverte quando “inzuppa il biscotto” nelle storie». E se dovesse farlo anche con lei? «Mi divertirei ad ascoltarla». Un modo elegante per dire che il confronto non la spaventa affatto.

                «Sexy? Non mi sono mai sentita così»

                Eppure Ilary Blasi, da anni uno dei volti più popolari della tv italiana, continua a non vedersi come un’icona sensuale. «Non mi sono mai sentita sensuale», confessa con una sincerità che spiazza. «Non dico di essere una camionista, ma sono una da comitiva di amici».

                Il suo stile, racconta, è sempre stato molto semplice. «Esco con la tuta, con le sneakers. Sticavoli. I tacchi li metto solo in televisione». Un’immagine lontana anni luce dal cliché della diva perfetta. Blasi si descrive come una donna normale, più simpatica che seducente, e rivendica questo ruolo senza alcun imbarazzo.

                Ilary Blasi, Bastian e la vita fuori dalla tv

                Quando non lavora, la conduttrice preferisce la vita tranquilla. Figli, amici, gatti e naturalmente Bastian Müller, l’uomo che le ha restituito serenità dopo anni complicati. La proposta di matrimonio arrivata a Parigi ha segnato un nuovo capitolo. «Sto bene con me stessa», dice Blasi. «Bastian è un valore aggiunto. È una persona solida che mi dà sicurezza e gioia».

                Quanto al reality, lei stessa scherza su un vecchio sogno: quello di partecipare come concorrente. Oggi però ne è convinta: vincerebbe senza problemi. «Stai dentro casa, mangi, dormi, ti alleni, hai la piscina… ma chi t’ammazza? Non è che stai andando in miniera».

                Una battuta che riassume perfettamente il suo stile: ironico, leggero e sempre un passo indietro rispetto al dramma televisivo. E forse è proprio questa naturalezza, più di qualsiasi look da prima serata, il vero segreto del successo di Ilary Blasi.

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