Spettacolo
Crema va nel pallone con la partita vip per beneficenza
Tanti volti noti dei reality e della TV hanno partecipato alla partita di beneficenza ‘Un Sogno nel Cuore’ allo stadio Voltini. L’evento, patrocinato dal Comune e sostenuto dalla Pergolettese, ha raccolto fondi per le famiglie indigenti con disabili, sensibilizzando sul grave disagio causato dalla disabilità.
Applausi e beneficenza ieri durante la partita di calcio allo stadio Voltini. L’iniziativa, chiamata ‘Un Sogno nel Cuore’, è stata organizzata a favore delle famiglie indigenti con disabili e ha ricevuto il patrocinio del Comune e il sostegno della Pergolettese, che ha partecipato attivamente con la propria prima squadra.
Tra i protagonisti in campo c’erano Alessio Tacchinardi, il calciatore brasiliano Jeda, il celebre ballerino di Amici Cristian Stefanelli, Matteo Diamante, ex concorrente dell’Isola dei Famosi e del GF Vip, Gianluca Costantino del GF Vip, e molti altri. L’inno nazionale è stato cantato da Chiara Grispo, vincitrice di Amici.
Questa grande iniziativa mira a sensibilizzare sulla necessità di creare consapevolezza riguardo al grave disagio causato dalla disabilità, sia per chi ne è afflitto, sia per le loro famiglie. Durante l’evento è stato istituito un fondo di solidarietà, gestito dal Comune, destinato alle famiglie indigenti con membri disabili che necessitano di terapie costose.
La manifestazione sportiva e solidale è organizzata dalla Società Nation Blu, che fa riferimento alla storica Nazionale Azzurri italiana. Le squadre Nation Blue, con il direttore generale Alessandro Arena, e gli All Star Pergo, composti da calciatori della Pergolettese, si sono sfidate in campo. Nation Blue, con una lunga storia di eventi benefici, continua la sua missione di charity con la partecipazione di celebrità del mondo dello spettacolo e del calcio internazionale. Per la cronaca la partita si è chiusa sul punteggio di 6 a 6!








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Televisione
Sanremo 2026, manuale d’istruzioni per il pubblico: Carlo Conti richiama Tiziano Ferro, chiama Irina Shayk e rispolvera Ramazzotti
È ufficiale: Tiziano Ferro sarà superospite della prima serata di Sanremo 2026. Il resto del cast, tra conferme e indiscrezioni, sembra costruito come una macchina del comfort: nomi riconoscibili, facce da prime time, poche incognite. Con Conti e Pausini al centro, la sensazione è quella di un Festival che non cerca lo scarto, ma la certezza.
Sanremo 2026 prende forma e la sensazione, più che quella di un annuncio, è quella di una cartolina già ricevuta. Non perché manchi il prestigio, anzi: perché qui il prestigio viene usato come coperta. Ti ci infili sotto e dormi tranquillo. Carlo Conti lo sa, lo ha sempre saputo: il Festival è una gigantesca operazione di psicologia collettiva. E quando il Paese è stanco, confuso, nervoso, tu non gli dai l’ignoto. Gli dai il noto. Gli dai il “come una volta”. Gli dai il “tranquilli, lo facciamo noi”.
È in questa logica che va letto l’annuncio ufficiale: Tiziano Ferro superospite della prima serata, martedì 24 febbraio. Conti lo comunica in un reel, “urbi et social”, con il tono di chi non sta lanciando una sorpresa ma sbloccando una funzione già prevista nel sistema operativo di Sanremo. «Sono molto contento che Tiziano abbia accettato il mio invito», dice. E infatti non è la frase di un direttore artistico che ha convinto qualcuno, è la frase di uno che ha girato una chiave nella serratura giusta: clic. Porta aperta. Emozioni in ingresso.
Perché Ferro, a Sanremo, è ormai un concetto più che un ospite. È un pezzo di arredamento nobile, una poltrona bella comoda che sta bene in qualsiasi scenografia. Ha l’aura giusta, la voce giusta, la fama giusta, e soprattutto una cosa che al Festival piace più dei colpi di scena: l’affidabilità. Non crea caos, non divide, non sfugge. Porta musica, porta “momento”, porta lacrimuccia controllata e applauso automatico. È un superospite che ti fa sentire in buone mani. È come aprire l’armadio e trovare la giacca che ti sta bene: non sorprende, ma salva.
Il fatto che nel 2020 fosse stato ospite tutte e cinque le serate rende il ritorno ancora più “familiare”. Qui non si tratta di un rientro in grande stile: si tratta di una presenza che ciclicamente si ripresenta, come una stagione. Il Festival, ogni tanto, ha bisogno di Ferro come il Festival, ogni tanto, ha bisogno dei fiori. Serve a ricordare che Sanremo è Sanremo. Che c’è un rito. Che esiste una comfort zone. E che noi, in quella comfort zone, ci mettiamo pure volentieri: brontolando, sì, ma restando davanti alla tv.
Attorno a questo perno, Conti costruisce un cast che sembra progettato per non far inciampare nessuno. Con lui ci sarà Laura Pausini, altra garanzia: internazionale quanto basta da far sembrare il tutto più grande, popolare quanto serve da non farlo diventare distante. Pausini è la carta “mondo”, ma senza l’ansia da mondo. È la star che piace alle nonne e alle nipoti, alle radio e alle mamme, a chi dice “non guardo Sanremo” e poi lo commenta comunque.
Poi ci sono i co-conduttori: la componente “varietà” che Sanremo usa come spezia, dosata con cura maniacale. Can Yaman nella prima serata è la scelta che non sbaglia mai: porta fan, porta social, porta il rumore giusto senza rompere nulla. È l’ospite che fa gridare e postare, ma resta dentro un recinto perfetto: si fa vedere, si fa fotografare, dice due frasi, sorride, fine.
Achille Lauro nella seconda serata è la quota “imprevedibilità”, ma attenzione: imprevedibilità addomesticata. Lauro oggi è perfetto per Sanremo perché può essere estremo senza essere pericoloso. Può sembrare che stia per succedere qualcosa, ma poi non succede niente che faccia saltare il tavolo. È l’illusione del rischio, che in tv è la cosa più vendibile di tutte: sembra audacia, resta controllo.
Lillo Petrolo è la risata in confezione famiglia. È l’amico che entra in casa e non ti sporca il tappeto. È l’umorismo che non chiede permesso e però non ti fa nemmeno alzare le sopracciglia. Gianluca Gazzoli, nella stessa scia, è il volto contemporaneo “per bene”, quello che porta la cultura pop senza trasformarla in caos: un ponte tra televisione e social, ma con i modi della tv.
E mentre scorrono i nomi, il Festival si configura come un grande catalogo di riconoscibilità. Non è un insulto: è un progetto. Conti sta facendo quello che Conti fa. Non sta inventando Sanremo, lo sta amministrando. E amministrare Sanremo significa soprattutto evitare che Sanremo ti esploda in mano.
Anche la lista degli ospiti già confermati si muove nella stessa direzione. Max Pezzali presente in tutte e cinque le sere dalla Costa Toscana è l’idea perfetta per chi vuole trasformare ogni sera in un karaoke nazionale senza il minimo rischio d’incidente. Pezzali non è solo un artista: è un riflesso condizionato. Parte una strofa e mezza Italia canta anche se stava cucinando. È la nostalgia che non ha bisogno di spiegazioni.
Nino Frassica entra dopo il passo indietro di Andrea Pucci e anche qui il messaggio è chiarissimo: se serve una mano sicura, prendi una mano sicura. Frassica è un istituto, una garanzia di surreale leggero, un modo di alleggerire senza scomporre. È l’uomo perfetto per infilare una battuta a lato, far ridere e poi sparire prima che qualcuno si chieda “ma dove vuole andare a parare?”.
Fin qui, le certezze. Poi arrivano i rumors, la parte più sanremese di tutte: quella in cui si annuncia senza annunciare, si ipotizza senza dire, si lascia filtrare senza assumersene la responsabilità. Ed è lì che spunta lei: Irina Shayk. L’ipotesi è che la top model russa co-condurrà la serata del giovedì. Ora, Irina Shayk a Sanremo non è una scelta artistica: è una scelta ottica. È un’inquadratura. È un modo per ricordare al pubblico che esistono persone che non sembrano persone ma copertine. È una presenza che non deve “fare”, deve “essere”. Deve attraversare il palco e cambiare la temperatura della sala. Un po’ come certi profumi: non li vedi, ma ti restano addosso.
E la cosa curiosa è che questa ipotesi si incastra alla perfezione nel Sanremo di Conti: perché il glamour, in quel contesto, è sempre un glamour “controllato”. Non è la provocazione che spacca il pubblico, è il lusso che lo fa sognare senza metterlo in difficoltà. Irina Shayk è l’ospite che fa dire “wow” anche a chi non saprebbe spiegare perché. E in un Festival che vive di emozioni immediate, il “wow” è valuta pregiata.
Nella stessa serata, secondo le indiscrezioni, potrebbe esserci anche Eros Ramazzotti come superospite. E qui la macchina del déjà-vu torna a lavorare a pieno regime, ma con l’eleganza di chi sa cosa sta facendo. Ramazzotti è uno dei grandi nomi che Sanremo può usare quando vuole alzare l’asticella della “memoria collettiva”. È l’artista che sembra sempre presente anche quando non c’è, perché basta pronunciare il nome e nella testa della gente parte una melodia. Eros è quella parte di Italia che canta d’amore in auto, che si commuove senza confessarlo, che considera una canzone un oggetto d’arredo emotivo: c’è sempre, anche quando hai cambiato casa.
Pilar Fogliati, attesa nella seconda serata, è un’altra scelta che parla la lingua del prime time: giovane, riconoscibile, credibile, perfetta per stare in un contesto grande senza farlo diventare pesante. È la presenza che aggiorna il cast senza farlo sembrare “nuovo a tutti i costi”. Anche qui: equilibrio, misura, zero scossoni.
Sul fronte musica, poi, c’è la tradizione dei duetti, che ormai è diventata un Festival nel Festival. Le indiscrezioni citano una lista che va dalle Las Ketchup a Cristina D’Avena, passando per Giusy Ferreri e Fabrizio Moro. Tradotto: una miscela studiata per far scattare ricordi in serie. Il duetto, oggi, è questo: un pulsante. Lo premi e la gente torna adolescente, torna bambina, torna in discoteca, torna davanti alla tv con i genitori. Sanremo, più che fare spettacolo, fa archeologia emotiva.
E allora la domanda non è “Sanremo 2026 sorprende?”. La domanda è “Sanremo 2026 vuole sorprendere?”. Perché qui la sensazione è che il Festival abbia scelto un’altra missione: garantire. Garantire ascolti, garantire momenti, garantire un racconto che non devii mai troppo dal binario. Un Festival che non ti prende per mano per portarti altrove, ma per riportarti esattamente dove eri già stato. E se ci pensi, è anche un gesto d’onestà: non ti promette rivoluzioni, ti promette l’evento.
Carlo Conti, in questo, è un direttore d’orchestra che conosce il suo pubblico meglio di quanto il pubblico conosca se stesso. Sa che Sanremo è una liturgia pop e che la liturgia, per funzionare, deve ripetere. Sa che il “nuovo” va dosato come il sale: un pizzico, mai una manciata. Sa che i superospiti non servono a cambiare il Festival, servono a dire al pubblico: “Siete in un posto sicuro”.
E quindi eccoci qui, con Tiziano Ferro come primo tassello ufficiale e tutto il resto che si incastra come un puzzle già tagliato. Sanremo 2026 sembra il Festival del ritorno, del ricordo, della faccia familiare. Il Festival che non rischia di sbagliare perché non prova nemmeno a sorprendere. Se poi, tra una serata e l’altra, succederà davvero qualcosa di inatteso, lo scopriremo. Ma per ora il messaggio è chiarissimo: il Festival è pronto. E soprattutto è pronto a essere ancora una volta se stesso.
Cinema
Laetitia Casta mette in vendita la casa dei ricordi: addio all’“hôtel particulier” sulla Rive Gauche da 10 milioni
Dopo la fine della relazione con Louis Garrel, Laetitia Casta decide di voltare pagina anche sul piano simbolico: lascia la Rive Gauche e mette sul mercato uno degli indirizzi più esclusivi di Parigi.
C’è un momento, nella vita di chiunque, in cui i luoghi smettono di essere semplici contenitori e diventano archivi emotivi. Per Laetitia Casta quel momento sembra essere arrivato adesso. L’attrice e modella francese ha deciso di mettere in vendita il suo imponente appartamento parigino sulla Rive Gauche: 600 metri quadri, valore stimato vicino ai 10 milioni di euro, una di quelle dimore che a Parigi non si chiamano semplicemente “case”, ma hôtel particulier.
Non è una mossa immobiliare qualsiasi. In quelle stanze Casta ha cresciuto i suoi figli, costruendo una quotidianità lontana dai riflettori, per quanto possibile per una delle donne più riconoscibili del cinema e della moda europea. È stata una casa vissuta, abitata, attraversata da anni di famiglia e di lavoro. Proprio per questo, ora, la decisione di venderla ha un peso che va ben oltre il mercato.
La fine di una storia e l’inizio di un distacco
La scelta arriva infatti dopo la conclusione della sua relazione con Louis Garrel, avvenuta alcuni mesi fa. Una separazione che, secondo quanto filtra dall’entourage dell’attrice, non è stata indolore. Al contrario, avrebbe lasciato segni profondi, spingendo Casta a fare quello che molte persone fanno nei momenti di svolta: liberarsi dei luoghi carichi di memoria per non restare prigionieri del passato.
Vendere una casa, in questi casi, è un gesto concreto ma anche simbolico. È dire basta ai corridoi che riportano sempre allo stesso ricordo, alle finestre che affacciano su una vita che non c’è più. Non una fuga, ma un atto di volontà: scegliere di non restare.
Un indirizzo che racconta una vita
La Rive Gauche non è solo un quartiere. È un’idea di Parigi: più intellettuale, più raccolta, meno esibita rispetto alla riva destra. Abitare lì, in un hôtel particulier di queste dimensioni, significa aver scelto una forma di eleganza discreta, colta, quasi domestica nel senso più alto del termine. È il tipo di luogo che accompagna una fase stabile della vita, quella in cui si cresce una famiglia e si costruisce un equilibrio.
Proprio per questo, lasciarlo ora suona come un cambio di stagione netto. Non un ridimensionamento, ma un riposizionamento. Altrove, con un’altra luce, altri ritmi, altri spazi.
Voltare pagina senza fare rumore
Laetitia Casta non ha annunciato la vendita con proclami né con dichiarazioni pubbliche cariche di pathos. Come spesso le è accaduto, ha lasciato che fossero i fatti a parlare. Un immobile di questo livello, in una zona così ambita, fa notizia da solo. E racconta molto più di quanto farebbe un’intervista.
Non è difficile leggere questa scelta come il tentativo di ricominciare da un terreno neutro, senza l’eco costante di ciò che è stato. Non cancellare il passato, ma non viverci dentro. È una forma di pragmatismo emotivo che, a ben vedere, è anche una forma di lucidità.
Il futuro, semplicemente altrove
Dove andrà Casta non è dato saperlo. Parigi resta una possibilità, ma non è detto che sarà ancora la stessa Parigi. Quel che è certo è che la vendita di questo appartamento segna una cesura. Chiude un capitolo lungo e importante e ne apre un altro, ancora tutto da scrivere.
A volte il vero lusso non è restare in una casa da milioni di euro, ma potersi permettere di lasciarla. Anche – e soprattutto – quando fa male.
Cinema
George e Amal Clooney accendono Milano: bacio in Galleria e rito del toro al party olimpico di Omega
George e Amal Clooney regalano a Milano una serata da red carpet tra lusso, Olimpiadi e tradizioni meneghine. Dal party firmato Omega al gesto scaramantico sulle palle del toro, la città si ferma a guardarli.
Milano ogni tanto si concede il lusso di sembrare un set cinematografico, ma quando in Galleria Vittorio Emanuele II spuntano George e Amal Clooney, più che un’impressione diventa una scena vera. La coppia è arrivata in città per dare un tocco hollywoodiano al party olimpico di inaugurazione della Omega House, ospitato al ristorante Cracco, e in pochi minuti l’evento riservato agli invitati si è trasformato in uno spettacolo anche per chi stava semplicemente passeggiando sotto la cupola di vetro.
Eleganti, sorridenti, perfettamente a loro agio tra fotografi e curiosi, i Clooney hanno fatto quello che le star di lungo corso sanno fare meglio: esserci senza strafare. Eppure è bastato un bacio scambiato all’esterno del locale, nel cuore della Galleria, per accendere l’entusiasmo dei fan. Smartphone alzati, sguardi increduli, qualche urletto trattenuto: Milano, per una sera, ha parlato con accento hollywoodiano.
Il party olimpico tra lusso e celebrity
L’occasione era legata al mondo dei Giochi e al brand Omega, storico partner delle Olimpiadi. L’inaugurazione della Omega House ha richiamato ospiti del mondo dello spettacolo e dello sport, trasformando il ristorante Cracco in una vetrina internazionale. Tra i presenti anche Saul Nannini, atteso da giovedì sugli schermi con La Gioia, apparso senza la fidanzata Deva Cassel. Ma, inevitabilmente, l’attenzione generale è rimasta catalizzata sui Clooney, presenza che da sola basta a cambiare il baricentro mediatico di una serata.
Non è la prima volta che George Clooney passa dall’Italia, né la prima che dimostra una certa familiarità con il nostro Paese. Il legame con il lago di Como e con lo stile di vita italiano è noto da anni. Milano, però, offre un altro tipo di palcoscenico: più moda, più mondanità, più riflettori.
Il bacio in Galleria che conquista i fan
Le immagini del bacio tra George e Amal all’esterno del ristorante sono rimbalzate rapidamente sui social. Nessun gesto plateale, solo naturale complicità. Ed è proprio questa normalità da coppia affiatata, in mezzo a un contesto iper-lussuoso, a renderli così osservati. Clooney resta una delle poche star globali capaci di tenere insieme fascino classico e simpatia disinvolta, mentre Amal incarna un’eleganza misurata che non ha bisogno di eccessi.
In un’epoca in cui molte presenze celebri sembrano studiate al millimetro, i Clooney trasmettono l’idea opposta: quella di chi sa stare sotto i riflettori senza sembrare in cerca di luce.
Il rito del toro e la strizzata d’occhio a Milano
Poi il dettaglio che i milanesi notano subito: la tradizione rispettata. Tre giri sulle palle del toro del mosaico in Galleria, gesto scaramantico che promette fortuna e ritorno in città. I Clooney non si sono sottratti al rito, concedendosi anche questo passaggio simbolico. Un modo intelligente per mostrarsi ospiti partecipi, non semplici comparse di lusso.
Ed è forse questo il segreto della loro popolarità italiana: sapere quando essere icone globali e quando turisti curiosi. Milano, dal canto suo, si gode il momento. Perché se è vero che la città è abituata alla fama, un po’ di Hollywood sotto la Madonnina non guasta mai.
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