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Spettacolo

Ecco chi presenterà il festival all’Ariston

Sarebbe quello di Milly Carlucci il nome scelto dalla RAI per il dopo Amadeus. La showgirl sarebbe anche il direttore artistico del Festiva. La seconda dal 1951

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    Con l’annuncio di Amadeus riguardo alla sua rinuncia alla conduzione del prossimo Festival di Sanremo su Rai, l’industria dell’intrattenimento è immersa in una fervida speculazione. Mentre diversi nomi sono stati proposti come suoi successori, molti hanno declinato l’offerta, temendo di non riuscire a eguagliare il successo di Amadeus. Secondo le indiscrezioni dei soliti bene infirmati sembra che Milly Carlucci sia una delle candidate più probabili per il ruolo di direttrice artistica del prossimo Festival di Sanremo.

    Nonostante la rarità delle donne nel ruolo di direttrice artistica, è importante ricordare che, dal 1951, solo una donna ha ricoperto questo incarico al Festival di Sanremo. Nel 1997, Carla Vistarini ha condiviso la direzione artistica con due uomini, Pino Donaggio e Giorgio Moroder, rappresentando una delle rare eccezioni nella storia del Festival. Questo potenziale ruolo per Milly Carlucci potrebbe rappresentare un’altra pietra miliare nella ricerca di una maggiore rappresentanza femminile nell’industria dell’intrattenimento italiano e un ulteriore passo avanti nella storia del Festival di Sanremo.

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      Speciale Sanremo 2026

      Le Bambole di Pezza con Cristina D’Avena accendono “Occhi di gatto”. L’Ariston diventa punk e sfocia nei Led Zeppelin

      Cristina D’Avena in pelle e catene guida “Occhi di gatto” nella versione “bambolizzata” delle Bambole di Pezza. Il brano si intreccia con una strofa di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin e l’Ariston si alza in piedi.

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        C’era una volta una sigla tutta zucchero, pomeriggi davanti alla tv e un ritornello che ancora oggi si canta a memoria. Poi arrivano Le Bambole di Pezza e decidono che a Sanremo 2026 le regole possono essere riscritte. Portano Cristina D’Avena sul palco e scelgono “Occhi di gatto”. Sembra un tuffo negli anni ’80, diventa un’esplosione rock.

        La quarta serata del Festival, quella delle cover, vive di intuizioni. Questa è una di quelle che non passano inosservate. Le cinque componenti della band, unica formazione tutta al femminile in gara, avevano promesso una versione “bambolizzata”. Tradotto: chitarre elettriche al massimo, batteria che spinge, attitudine punk. E così la sigla del celebre cartone animato cambia pelle. L’introduzione è riconoscibile, il pubblico sorride, poi arriva la sterzata. Il suono si fa sporco, graffiante, lontanissimo dall’originale.

        Cristina D’Avena entra in scena in abito di pelle con catene e maniche di pizzo. Non è la nostalgia rassicurante che qualcuno si aspettava. È una regina delle sigle che accetta la sfida e si mette al centro di una tempesta elettrica. Canta, si muove, si lascia trascinare dalla band. Il risultato è un duetto potente, che gioca con l’immaginario infantile e lo ribalta senza snaturarlo.

        La sorpresa vera arriva quando “Occhi di gatto” si innesta su una strofa di “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin. Il passaggio è netto, quasi sfacciato. Il riff iconico esplode e l’Ariston cambia atmosfera. Dal cartone animato al rock britannico il passo è breve, almeno per chi ha deciso di non avere paura dei cortocircuiti. Sul palco compare anche il maestro Enrico Melozzi, a dare ulteriore energia a un finale scatenato.

        Il pubblico capisce subito che non è un semplice omaggio. È una dichiarazione d’intenti. Le Bambole di Pezza prendono un simbolo popolare e lo trasformano in un manifesto identitario. La loro cifra è chiara: femminile, rumorosa, libera. Cristina D’Avena non resta ospite, ma diventa parte di questo gioco, dimostrando che la sua voce può abitare anche territori lontani dalle sigle televisive.

        La standing ovation arriva naturale, senza bisogno di effetti speciali. In un Festival dove spesso si cerca il colpo di scena studiato, qui l’effetto nasce dall’azzardo. Mischiare “Occhi di gatto” con i Led Zeppelin poteva sembrare un esercizio di stile. Invece funziona, perché tiene insieme memoria e presente, ironia e potenza.

        Sanremo 2026, almeno per una sera, dimostra che il cartone può diventare rock e che una sigla degli anni ’80 può trasformarsi in un inno da palco grande. E quando le luci si riaccendono, resta l’impressione di aver assistito a uno di quei momenti che non si archiviano come semplice cover, ma come piccola rivoluzione in tre minuti e qualche secondo.

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          Sospetta pubblicità occulta per Malika Ayane: Viale Mazzini apre un’istruttoria

          Il titolo del brano “Animali Notturni” coincide con il nome di un nuovo prodotto Veralab. La Rai valuta possibili violazioni contrattuali e danni d’immagine.

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          Sospetta pubblicità occulta per Malika Ayane: Viale Mazzini apre un’istruttoria

            La Rai ha ufficialmente acceso i riflettori su una potenziale operazione di product placement non autorizzato che coinvolge Malika Ayane. Al centro della controversia c’è il brano “Animali notturni”, il cui titolo ricalca esattamente il nome di una linea di bellezza lanciata sul mercato proprio in concomitanza con la kermesse dal brand Veralab.

            Il nodo dei social e della trasparenza

            A far scattare l’allarme sono state le attività digitali della cantante. Nei giorni scorsi, l’artista ha pubblicato diversi contenuti social in collaborazione con il marchio cosmetico, utilizzando correttamente l’hashtag #adv. Tuttavia, è proprio la sovrapposizione tra la campagna pubblicitaria — sintetizzata dallo slogan “Rimedi diurni per animali notturni” — e il titolo del pezzo in gara a insospettire i vertici di Viale Mazzini.

            Secondo fonti interne, la Rai non sarebbe stata informata di questa partnership commerciale. L’azienda sta ora procedendo a una rigorosa raccolta di prove per stabilire se vi siano state violazioni dei regolamenti interni o degli accordi sottoscritti con l’artista e la sua casa discografica.

            Regolamento ferreo e precedenti scottanti

            La prudenza di Viale Mazzini non è casuale. Dopo il discusso “caso scarpe” che ha coinvolto John Travolta — vicenda sfociata in una causa per risarcimento danni — la Rai ha blindato ogni spiraglio comunicativo.

            Le regole del Festival sono, del resto, perentorie:

            • Divieto assoluto: È proibita qualsiasi attività configurabile come pubblicità occulta.
            • Monito scritto: Ogni sabato precedente all’inizio della gara, i partecipanti ricevono un sollecito formale che vieta “improprie operazioni promo-pubblicitarie” volte a sfruttare la visibilità del palco.

            Prossimi passi

            Se le verifiche dovessero confermare un intento promozionale celato dietro la scelta artistica, la Rai si è detta pronta ad agire legalmente per tutelare i propri diritti. Resta da capire se la coincidenza tra musica e marketing sia frutto di una casualità o di una strategia studiata a tavolino che potrebbe costare cara alla cantante milanese.

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              Speciale Sanremo 2026

              Mai dire mai: il riscatto swingante di TonyPitony nella serata dei duetti

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                La serata dedicata alle cover di ieri sera ha acceso il palco dell’Ariston con uno dei momenti più commentati di questa edizione. Tra omaggi internazionali, riletture sorprendenti e messaggi sociali, la quarta serata ha trasformato classici intramontabili in performance capaci di dividere, emozionare e far riflettere. A noi ne sono piaciute tre in particolare.

                Ditonellapiaga e Tony Pitony: chi è l’artista virale visto sul palco

                Durante l’esibizione di Ditonellapiaga, molti telespettatori si sono chiesti chi fosse l’artista dagli occhialoni vistosi e dal look teatrale al suo fianco. La risposta è TonyPitony, fenomeno nato sul web e diventato in pochi mesi uno dei nomi più discussi del panorama pop alternativo.

                Insieme hanno reinterpretato “The Lady is a Tramp”, celebre standard reso immortale da Frank Sinatra. La versione proposta all’Ariston ha giocato con ironia, teatralità e destrutturazione, trasformando il celebra brano swing di Frank Sinatra in un numero contemporaneo, volutamente sopra le righe. Una cover che ha fatto parlare, nel pieno spirito della serata dedicata alle reinterpretazioni.

                TonyPitony: identità, provocazione e successo social

                Dietro il personaggio si cela Ettore Ballarino, classe 1996, siciliano, artista che ha costruito una vera e propria “maschera” scenica. Dopo l’esperienza a X Factor Italia — dove aveva diviso i giudici con una versione personale di “Hallelujah” di Leonard Cohen — ha continuato a lavorare su un linguaggio musicale che mescola funk, satira e provocazione.

                Il suo brano più discusso, “Mi piacciono le nere”, ha acceso il dibattito per il testo ironico e volutamente ambiguo. TonyPitony si muove in quell’area della canzone italiana che richiama la vena surreale e dissacrante di Elio e le Storie Tese e degli Skiantos, con un’estetica funk che ricorda — in chiave aggiornata e provocatoria — il compianto Pino D’Angiò.

                Numeri alla mano, il suo successo è tangibile: milioni di stream, tour sold out e una forte presenza social. La sua cifra stilistica? Smontare il politicamente corretto e giocare con le contraddizioni del mercato musicale, rimanendone però perfettamente inserito.

                Arisa e il coro: l’emozione collettiva che conquista l’Ariston

                Se la provocazione ha segnato uno dei momenti più discussi, l’emozione pura è arrivata con Arisa. Accompagnata da un coro potente e avvolgente, l’artista ha costruito una performance intensa, capace di trasformare la cover in un’esperienza quasi spirituale.

                La coralità ha amplificato ogni sfumatura interpretativa, creando un dialogo tra voce solista e insieme vocale che ha emozionato pubblico in sla e spettatori a casa. In una serata dedicata alla rilettura dei classici, Arisa ha dimostrato come una cover possa diventare un momento di condivisione collettiva e autentica.

                Dargen D’Amico: da Pupo a un manifesto pacifista

                Tra le performance più sorprendenti della serata cover del Festival spicca quella di Dargen D’Amico, che ha scelto di reinterpretare un brano di Pupo trasformandolo in un potente inno pacifista. Attraverso una riscrittura incisiva e una messa in scena simbolica, Dargen ha spostato il significato originario della canzone verso un messaggio universale contro la guerra. Il riferimento ideale richiama lo spirito antimilitarista di Boris Vian e del suo celebre canto contro il conflitto, capace ancora oggi di risuonare con forza.

                Non solo: nella narrazione evocata sul palco si innesta perfettamente anche l’eco del canto Gam Gam, attraverso il quale la musica può farsi luce nel buio.

                Serata cover Festival: tra ironia, impegno e cultura pop

                La serata delle cover di ieri sera al Festival non è stata semplice nostalgia musicale. È stata un viaggio tra linguaggi diversi: la satira pop di TonyPitony con Ditonellapiaga, l’intensità corale di Arisa, l’impegno civile di Dargen D’Amico.

                Tra standard made in USA, provocazioni funk e richiami letterari, il palco dell’Ariston ha dimostrato ancora una volta che le cover non sono copie del passato, ma strumenti per rileggere il presente. E in un’epoca segnata da tensioni e polarizzazioni, trasformare una canzone in un messaggio di pace può essere il gesto più rivoluzionario della serata.

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