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Spettacolo

Elisabetta Gregoraci, una serata di eleganza e solidarietà per i bambini

Venerdì 31 gennaio, una cena di beneficenza con protagonista Elisabetta Gregoraci raccoglierà fondi per la Fondazione “Il Coraggio dei Bambini”, impegnata nella lotta ai tumori cerebrali solidi infantili.

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    Una serata speciale, tra glamour e impegno sociale, con un unico obiettivo: fare la differenza. Venerdì 31 gennaio, a partire dalle 19:30, il Riva Restaurant & Lounge Bar di Falerna Marina ospiterà una cena di beneficenza a favore della Fondazione “Il Coraggio dei Bambini”, un’organizzazione che da anni combatte instancabilmente contro i tumori cerebrali solidi infantili nell’ambito della neuro-oncologia pediatrica.

    L’evento, ideato da DIEMMECOM, avrà un’ospite d’eccezione: Elisabetta Gregoraci, madrina della serata e volto noto dello spettacolo, da sempre sensibile alle cause umanitarie. Un appuntamento che unisce eleganza e generosità, dimostrando come il mondo della mondanità possa trasformarsi in un’opportunità concreta per aiutare chi ne ha più bisogno.

    La location scelta non è casuale: il Riva Restaurant & Lounge Bar, con la sua atmosfera raffinata, farà da cornice a una serata esclusiva in cui ogni gesto, ogni brindisi e ogni donazione si tradurranno in un contributo concreto per la ricerca. I fondi raccolti saranno destinati a sostenere i progetti della Fondazione, che si impegna a garantire un futuro migliore ai bambini colpiti da queste gravi patologie.

    Partecipare significa non solo godersi una cena in un ambiente d’eccezione, ma anche diventare parte attiva di una battaglia che nessun bambino dovrebbe affrontare da solo. Un’occasione per coniugare piacere e altruismo, dimostrando che la solidarietà può essere anche un evento indimenticabile.

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      Speciale Sanremo 2026

      Fedez e Achille Lauro, gelo sul palco dell’Ariston per colpa di Corona e il fantasma di Chiara Ferragni

      Lauro doveva lanciare Fedez & Masini ma sparisce dalla scaletta. Coincidenza o fuga studiata per evitare un faccia a faccia imbarazzante? Alla seconda serata del Festival 2026 Achille non ha presentato “Male necessario” come previsto tra gli addetti ai lavori. Al suo posto Laura Pausini. E tornano le ombre sulle vecchie tensioni legate ai gossip su Chiara Ferragni.

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        A Sanremo non servono urla o scenate plateali per far scattare il gossip. Basta un’assenza. Basta un cambio di scaletta. Basta un nome che non viene pronunciato al momento giusto. E così, nella seconda serata del Festival 2026, è esploso il caso Fedez-Achille Lauro.

        Tra gli addetti ai lavori circolava una scaletta chiara: a introdurre l’esibizione di Fedez & Masini con “Male necessario” sarebbero stati Carlo Conti e Achille Lauro. Un passaggio simbolico, quasi un incrocio obbligato tra due protagonisti della scena pop italiana. Poi, al momento decisivo, Lauro non c’era. Accanto a Conti è salita Laura Pausini. E da lì, il brusio è diventato sospetto.

        Coincidenza organizzativa? Decisione tecnica dell’ultimo minuto? Oppure scelta studiata per evitare un faccia a faccia sotto i riflettori? Perché la memoria mediatica è corta, ma non così corta. E tra Fedez e Achille Lauro aleggia ancora il fantasma delle ruggini sentimentali legate al nome di Chiara Ferragni.

        Le indiscrezioni che nei mesi scorsi hanno incendiato i social parlavano di tensioni, accuse, allusioni. Dichiarazioni pesanti circolate online, riferimenti espliciti, frasi che hanno alimentato un clima tutt’altro che disteso. Achille Lauro, interpellato sul tema, ha scelto la via dell’eleganza: «Grazie al cielo vivo in un mondo fatto di sogni, di grandi sognatori e passione e lascio questi gossip a chi ha solo questo per esistere». Poi la stoccata più netta: «Si parla molto di violenza sulle donne e bisogna rendersi conto che questo non è molto diverso». Parole che hanno spostato il discorso su un piano più alto, ma che non hanno spento la curiosità.

        Perché a Sanremo ogni dettaglio viene analizzato al microscopio. E quell’assenza pesa. Non era un semplice artista di passaggio, ma uno dei nomi più attesi di questa edizione, tornato in gara con “Incoscienti giovani”, promettendo un Lauro più musicale e meno show. Dall’altra parte Fedez, tra i favoriti secondo i bookmaker, reduce da un periodo personale e mediatico complesso, pronto a giocarsi tutto sul palco.

        Due personalità forti. Due storie che si sono sfiorate. Due universi che, almeno per una sera, avrebbero dovuto incrociarsi davanti a milioni di telespettatori. E invece no. Nei corridoi dell’Ariston si parla a mezza voce. Nessuna conferma ufficiale, nessuna dichiarazione polemica. Solo un dato oggettivo: Lauro non ha presentato Fedez. E quando in un Festival ogni entrata è cronometrata al secondo, le “coincidenze” diventano materia da romanzo.

        Intanto Lauro prova a blindare il suo ritorno alla musica. «Un occhio di bue, me e la canzone: semplicità», ha spiegato evocando un mondo retrò tra Elvis e cantautorato romano. Meno provocazione, più sostanza. Ma il Festival è anche teatro emotivo. E fuori dal palco, le tensioni si percepiscono.

        Fedez, concentrato sulla gara, non ha commentato il cambio. Nessuna frecciata, nessun riferimento. Ma l’assenza reciproca è diventata il vero momento clou di una serata già ricca di numeri e superospiti. A Sanremo, si sa, la musica dura tre minuti. I retroscena molto di più. E quest’anno il gelo tra Fedez e Achille Lauro rischia di essere ricordato più di qualsiasi nota. Perché in Riviera le canzoni si ascoltano. Ma le assenze si interpretano.

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          Speciale Sanremo 2026

          Sanremo 2026, amori trasversali, diktat divini e staff allo stremo: il Festival tra politica, capricci e sosia

          Dal legame tra Pilar Fogliati e Francesca Verdini alle pretese di Can Yaman, fino ai retroscena su Elettra Lamborghini e Tommaso Paradiso. Dietro le luci dell’Ariston si muove un mondo parallelo fatto di amicizie sorprendenti, divieti categorici, staff esausti e polemiche politiche. Tra corridoi, hotel di Bordighera e sala stampa, il Festival 2026 si conferma il grande romanzo pop italiano

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            Sanremo è un palcoscenico, ma soprattutto è un ecosistema. Davanti alle telecamere scorrono canzoni, abiti e standing ovation. Dietro, tra corridoi, hotel blindati e camerini bollenti, si muove un sottobosco che vale quanto – se non più – delle note in gara. L’edizione 2026 non fa eccezione. Anzi, rilancia. Perché quest’anno la kermesse è un incrocio permanente tra politica, star system, rivalità sottili e amicizie inaspettate.

            Partiamo da Pilar Fogliati. Stasera salirà sul palco insieme a Carlo Conti, Laura Pausini, Achille Lauro, Lillo e Gianluca Gazzoli. Diranno una parola a testa, un momento che si annuncia leggero, quasi teatrale. Ma fuori dal copione c’è un dettaglio che pochi conoscono e che in Riviera circola come un sussurro curioso: l’attrice, fresca di fidanzamento con Fabio Paratici e sempre più lanciata in una carriera definita “impegnata”, è legata da un’amicizia solida con Francesca Verdini, produttrice e compagna di Matteo Salvini.

            Non un semplice saluto formale, ma una frequentazione vera. Pilar era presente al cinema Barberini per il lancio del documentario “Enigma Roll” di Anselma Dell’Olio, prodotto proprio da Verdini. E la reciprocità non si è fatta attendere: Verdini, accompagnata dal vicepremier Salvini, aveva partecipato al cinema Adriano alla presentazione del primo film da regista di Fogliati, “Romantiche”. Un incrocio tra cinema e politica che all’Ariston non passa inosservato. Perché Sanremo è anche questo: relazioni che attraversano mondi apparentemente lontani e finiscono per incontrarsi sotto le stesse luci.

            Capitolo Can Yaman. In sala stampa si è mostrato cordiale, sorridente, disponibile. Ma all’ingresso della Carraia, lo spazio da cui gli artisti arrivano dietro le quinte, la musica è cambiata. L’attore turco avrebbe imposto un diktat preciso: nessuna troupe televisiva all’ingresso, nessun curioso con il cellulare pronto a immortalare l’arrivo. Privacy totale. E per rafforzare il concetto, ha scelto di evitare l’assedio delle fan a Sanremo spostandosi a Bordighera, nello stesso hotel che ospita Carlo Conti. Una fuga calcolata, studiata, quasi strategica. Perché il divo può essere gentile davanti ai microfoni, ma pretende il controllo assoluto fuori campo.

            Dietro le quinte, invece, c’è chi fa impazzire lo staff. Elettra Lamborghini, esplosiva come sempre, è un ciclone continuo. Simpatica, travolgente, ma – raccontano tra truccatori e sarte – anche estenuante. Cambi d’abito all’ultimo secondo, ritocchi infiniti, richieste improvvise. Parrucchieri e stylist la seguono come in una maratona senza fine. “Voilà”, canta lei. E loro, ironicamente, sognano una magia diversa: sim sala bim e settimana conclusa. Perché la gestione di una personalità così energica richiede nervi saldi e una scorta infinita di lacca.

            Poi c’è il caso Tommaso Paradiso. Quando è salito sul palco dell’Ariston, più di qualcuno si è chiesto se fosse davvero lui. Nel 2022 era stato categorico: “Da concorrente non andrò mai in gara al Festival. In generale non farò mai una gara canora”. Parole nette, quasi definitive. E invece eccolo lì, sotto i riflettori. A Sanremo le promesse si sciolgono come neve al sole, e il Festival resta il luogo dove anche le dichiarazioni più granitiche possono essere riscritte. Come si cambia per non morire, verrebbe da dire. O per restare centrali.

            Nei corridoi dell’Ariston, intanto, si gioca a “chi è chi”. Capelli biondi, occhi chiari, taglio simile. Mara Sattei, in gara, e Carolina Rey, conduttrice del PrimaFestival, vengono scambiate di continuo. Staff che chiamano il nome sbagliato, tecnici che indicano la persona sbagliata. Un déjà-vu continuo che regala sorrisi e qualche imbarazzo. Il Festival è anche questo: somiglianze che diventano gag involontarie.

            Tra i tavoli della sala stampa spunta un altro nome che pesa. Nel gruppo di lavoro dell’edizione 2026 c’è Giancarlo Leone, ex dirigente Rai e autore della kermesse. Figlio di un Presidente della Repubblica, presenza discreta ma influente. Ogni giorno sbarca in sala stampa, osserva, prende appunti. Sanremo è un ingranaggio complesso, e chi ne conosce i meccanismi sa quanto conti l’esperienza dietro le quinte.

            Infine, la polemica politica che irrompe nel salotto musicale. Francesca Fialdini, volto della domenica pomeriggio con “Da noi a ruota libera”, ha commentato le parole del Presidente del Senato Ignazio La Russa sul caso Pucci con una frase secca sotto un video pubblicato da La Stampa: “Ditemi che sta succedendo su un altro pianeta”. Un intervento che ha fatto il giro dei social e acceso un dibattito immediato. Anche qui, Sanremo non c’entra direttamente. Ma c’entra sempre. Perché durante la settimana del Festival ogni dichiarazione rimbalza più forte, ogni posizione diventa più visibile.

            Così scorre il romanzo parallelo della Riviera. Tra amicizie trasversali, divi blindati, staff allo stremo, sosia involontari e scintille politiche. Davanti al pubblico, musica. Dietro, un teatro ancora più affascinante. Sanremo resta l’unico luogo dove tutto si incrocia e nulla resta davvero dietro le quinte.

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              Speciale Sanremo 2026

              Ermal Meta: “Agli odiatori voglio bene per dispetto” e “Gaza e Palestina non sono una bestemmia, la bestemmia è cancellarle”

              In sala stampa il cantautore racconta “Stella stellina”, la guerra, il silenzio degli adulti e il suo nuovo album “Funzioni Vitali”. E parla anche di AI, Eurovision e paternità: “I bambini dovrebbero fare rumore, non silenzio”. “Stella stellina”, in gara a Sanremo, parla di una bambina morta per la guerra a Gaza ed è legata a un progetto benefico.

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                Ermal Meta arriva in sala stampa con addosso quella specie di elettricità calma che hanno i cantautori quando sanno di aver colpito nel segno. L’ingresso nella cinquina della seconda serata gli ha dato un’ulteriore spinta, ma lui non si presenta da vincitore: si presenta da uomo che vuole tenere il punto. E lo dice subito, con una frase che è insieme sberleffo e dichiarazione di stile: “Agli odiatori voglio bene per dispetto”.

                Il cuore del discorso, però, è “Stella stellina”, la canzone in gara a Sanremo che parla di “una bambina morta per la guerra a Gaza”. Meta non la tratta come un “tema”, la tratta come una ferita che pretende parole. “Oggi gli adulti fanno molti più rumore dei bambini, lo trovo preoccupante. È un silenzio che a volte ci autoinfliggiamo. Non si possono usare certe parole, non si può dire Gaza, Palestina, come se fosse una bestemmia ma la bestemmia è tutt’altro, è il fatto che vengano cancellate. Questa è la bestemmia”. E ribadisce un concetto che aveva già lanciato a caldo dopo l’esibizione: “I bambini dovrebbero fare rumore, non silenzio”.

                Attorno a “Stella stellina” c’è anche un gioco di contrasti, voluto e dichiarato. Meta spiega che la canzone “porta con sé un paradosso”, quello del mondo in cui viviamo: “Se non ascolti il testo balleresti”. E insiste sulla dicotomia: “Non è casuale perché il testo frena e poi balli di nuovi con la musica”. È lo stesso corto circuito che riconosce nella quotidianità: “Viviamo di micro pause tra un sentimento e un ricordo… andiamo in palestra e i bambini muoiono, per citare un esempio, la canzone è uno specchio del mondo in cui viviamo”.

                Quando gli chiedono se teme che il messaggio possa passare sotto silenzio, non accetta l’impostazione e rimanda la domanda al mittente: “Passando in silenzio? Lo chiedo a te e se tu senti il silenzio è così”. Poi la stoccata più amara, quasi un promemoria sul clima che respiriamo: “Il pessimismo è un modo per difendersi dal futuro e forse dal presente”. E torna a martellare: “Oggi gli adulti fanno più rumore dei bambini e lo trovo preoccupante e il silenzio ce lo auto infliggiamo: dire Gaza e Palestina non è una bestemmia, la bestemmia è che vengano cancellate dalle parole”.

                Sanremo, di solito, è una settimana dove le parole vengono levigate. Meta, invece, le lascia con gli spigoli. Anche quando gli chiedono se “sente nell’aria profumo di primavera”, lui non si rifugia in una risposta da cartolina. “Primavera è voglia di rinascita e speranza, coincide con la fine dell’inverno ma le stagioni sono cicliche e siamo forse nell’inverno dell’umanità e non ce ne siamo accorti o se lo facciamo è in maniera passiva. Questa è la verità”. Poi chiarisce cosa gli interessa davvero, oltre le recensioni: “Ho letto critiche verso la canzone come cose bellissime ma non è questo che mi interessa, mi interessa sentirmi libero di tenere fede ai miei impegni di cantautore che sono essere coerente con me stesso”.

                La conferenza, però, non è solo politica e morale: è anche racconto di metodo e di lavoro. “Funzioni Vitali”, il suo sesto album di inediti, esce il 27 febbraio e Meta lo descrive come un progetto che attraversa “diversi mondi musicali”, con un tema ricorrente: il tempo.

                “Il tema ricorrente è quello del tempo visto come rifugio sicuro ma anche come inganno: il tempo è capace di ricreare situazioni del passato che non sono come le immaginavi, quindi c’è un inganno del tempo che portiamo nel nostro presente, noi restiamo incastonati nella nostra pietra della realtà”. I brani sono dodici, con una traccia in più nella versione vinile. E qui arriva una delle sue immagini preferite: “La musica è come l’architettura: le canzoni si ascoltano e non si raccontano”. Ma ci prova lo stesso, e lo fa così: “Funzioni Vitali è un album con un cuore organico dentro ogni canzone con una identità molto forte”.

                C’è anche un progetto parallelo, più letterario, nato proprio da “Stella stellina”. Meta racconta di aver scritto un breve racconto per La nave di Teseo, intitolato come la canzone. “Scritta la canzone e saputo che sarei stato alla settimana santa della musica, al Giubileo di Sanremo, ho pensato di fare qualcosa di più”.

                Spiega l’idea con precisione: “Ho descritto una bambina palestinese vista dagli occhi di un connazionale che tornando a casa cerca di non dirle cosa ha fatto”. E chiarisce la destinazione: “I proventi andranno a Save The Children Italia”. Non è un gesto estemporaneo, dice: “Avevo già fatto una cosa simile nel 2018… con Non Mi Avete Fatto Niente… avevo dato i proventi a Emergency e tre anni dopo è arrivata una mail che avevano costruito un ospedale e curato 12 mila persone: ti assicuro che è stata una vittoria più bella di quella del Festival e sapevo che quest’anno volevo fare una cosa simile”.

                In ogni serata, inoltre, Ermal Meta indossa un vestito con nomi di bambine differenti. Gli fanno notare che è “molto toccante” e lui spiega perché non è un dettaglio scenico, ma un gesto necessario: “Stella Stellina è un simbolo, ogni nome è un incantesimo e tanti ne sono stati spezzati dunque è doveroso dare un nome o un volto ai bambini e anche non sentirmi solo sul palco con la mia incapacità di fare qualcosa”. Poi precisa, quasi a difendersi da un’etichetta comoda: “Non voglio si dica che sono quello dei temi sociali, ho fatto canzoni di diversa natura. Non sono il cantante dei temi sociali: il cantautore si racconta e racconta attraverso quello che vive intorno. E per altro non è sociale ma è umano”.

                Quando il discorso scivola sull’Intelligenza Artificiale, Meta non fa il profeta, ma mette a fuoco un punto: il linguaggio che si abbassa. “Non so dirti che accadrà nel futuro ma c’è un abbassamento del linguaggio. L’AI scrive testi imbarazzanti, è un calcolo algoritmico che non introduce l’errore”. E aggiunge un’osservazione quasi più dura verso gli esseri umani che verso le macchine: “Il problema è che a volte certe cose sembrano scritte con l’intelligenza artificiale ma non lo sono”. Poi l’esempio sui social e sul gergo importato: “Fino a qualche anno fa se non scrivevi bitch e cash eri out perché erano termini mutuati dai social”. E chiude con una frase che suona come un’ammissione amara: “Un conto è un testo scritto dai social ma è molto peggio un essere umano che usa certe parole per farsi accettare dall’algoritmo”. Infine: “Aggiungo che il brutto ha un potere più forte del bello”.

                L’Eurovision? Non fa lo schizzinoso, anzi. “Ci andrei perché questa canzone ha valore per me e ritengo sia giusto portarla su quel palco”. E si spinge oltre con un’immagine netta: “Fossi costretto a esserci anche solo per 29 rinunciatari rinunciare sarebbe come non fare l’ultimo passo”. Poi una frase destinata a far discutere: “È bene nel mio caso che ci sia Israele perché canterei questa canzone in modo ancora più forte, è il mio compito”.

                Infine, la parte più privata. L’Ermal papà esce fuori con un sorriso che si sente anche senza vederlo. “Non credevo che avrei avuto tanta pazienza, ne ho trovato un giacimento, potrei venderla”. Poi la frase più bella, quella che sembra scritta ma invece è detta: “Mi sono ritrovato all’improvviso alla periferia della mia vita ed è la cosa più bella che mi è successa”.

                Racconta la famiglia, le due sorelle più grandi “arrivate da poco” e precisa: “Sono state adottate”. E descrive la casa come un regno femminile: “Vivo in un mondo di donne e comprerò un cane maschio un giorno”. Il rapporto con la figlia Fortuna è quotidiano, concreto: “A Fortuna cerco di fare vivere la musica non come uno strumento che mi allontana da lei: mangia e le canto canzone sulla pappa, ha una bambola mi ci invento qualcosa”. E poi, come spesso succede, la canzone nasce da un cortocircuito tra affetto e dolore: “Mentre le cantavo la filastrocca di Stella Stellina mi si sovrapponeva l’immagine di una sguardo di una bambina palestinese visto su Internet. Quando si è addormentata sono sceso in studio e venti minuti dopo è nata la canzone”.

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