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Spettacolo

Leonardo Maria Del Vecchio e il “clarify moment”: quando un’intervista diventa materiale comico nazionale e la satira ringrazia

Nel bailamme televisivo che in queste settimane occupa il centro del discorso pubblico, l’apparizione di Leonardo Maria Del Vecchio in tv si trasforma in un evento comico involontario. Il risultato è una catena di parodie, citazioni e imitazioni che rimettono in moto la satira generalista.

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    Ci sono momenti in cui la televisione, invece di inseguire le proprie ossessioni, inciampa e per sbaglio produce qualcosa di utile. Non utile nel senso nobile del termine, ovvio: utile come lo sono certi incidenti che diventano immediatamente linguaggio, repertorio, tormentone nazionale. E allora evviva il “clarify moment”, perché nel bailamme che da settimane condiziona mezza conversazione pubblica, alla fine potrebbe restare soprattutto quello: la sera in cui Leonardo Maria Del Vecchio ha deciso di presentarsi da Lilli Gruber e ha regalato alla satira un materiale così puro da sembrare estratto a mano, come un minerale raro.

    Il punto non è nemmeno la politica, o l’attualità, o il “tema del giorno”. Il punto è la performance. Una sequenza di inciampi, imbarazzi e inadeguatezze, con quell’aria da debutto affrettato che sembra sempre dire: “Sì, sono qui, ma qualcuno mi spieghi perché”. E quando una figura giovane, ricca, riconoscibile, con addosso l’aspettativa del “rampollo miliardario”, entra nel tritacarne televisivo e ne esce così, l’effetto è automatico: la comicità non deve inventare nulla, deve solo fare copia-incolla e cambiare la musica.

    Il regalo a Luca e Paolo: la manna da DiMartedì
    La prima reazione, prevedibile e inevitabile, è arrivata nel luogo dove la satira di solito lavora di mestiere: Luca e Paolo a DiMartedì. Uniti come gemelli siamesi, uno fa “Leonardo” e l’altro fa “Maria”, e il resto viene quasi da sé. Le gag, a quel punto, scendono “come manna dal cielo” perché la materia prima è già pronta: basta riprodurre l’andatura, l’incertezza, quel modo di restare sospesi tra l’autoaffermazione e il dubbio esistenziale. E intanto, mentre in tv si confeziona il numero, sui social esplode la parte più feroce e rapida del Paese: meme spietati, parodie, montaggi, battute a cascata. Quando una scena diventa facilmente imitabile, diventa inevitabilmente virale.

    Pantani da Fazio: l’imitazione perfetta che non ti aspetti
    La conferma che le cose migliori in tv sono spesso quelle non annunciate è arrivata anche da Fabio Fazio, con un ingresso a sorpresa di Ubaldo Pantani. Trucco perfetto, capello lungo, barba, occhialoni inevitabilmente griffati: l’imitazione non è un’aggiunta, è un completamento del personaggio. La gag d’apertura è elementare e proprio per questo devastante: “Le vorrei chiedere: chi è Leonardo Del Vecchio”. Risposta titubante: “Io”. Il tipo di battuta che, quando funziona, sembra sempre la più facile del mondo. Ma a farla funzionare è il ritmo, la faccia, la micro-esitazione nel punto esatto in cui lo spettatore sta già ridendo.

    Pantani, nel genere, è un fuoriclasse e il dettaglio non è secondario: lui è da anni “l’imitatore ufficiale” di Lapo Elkann. Quindi andare in scia, per lui, è quasi un automatismo di repertorio. E non stupisce che dal web sia arrivata anche la battuta più cattiva e più sintetica: “Del Vecchio è un Lapo che non ce l’ha fatta”. È la crudeltà rapida della rete, che prende un volto e lo incastra in una categoria in dieci parole.

    Quando la satira fiuta sangue: Striscia e la catena di repliche
    A quel punto il contagio è naturale. La satira, quando ha un personaggio riconoscibile e una scena replicabile, non si trattiene: lo sfrutta, lo moltiplica, lo mette in catena di montaggio. Anche la nuova Striscia, racconta il pezzo, si è infilata nel filone. Perché un simile regalo, in un palinsesto in cui spesso si fatica a trovare qualcosa che sia davvero condiviso, non capita tutti i giorni. E se qualcuno si sta chiedendo se sia stata una mossa affrettata far debuttare in società televisiva Leonardo Maria Del Vecchio, la risposta viene quasi spontanea: probabilmente sì. Ma sarebbe stato un peccato, per tutti gli altri, perdersela.

    Il retrogusto amaro: la tv ossessionata e la speranza nel corto circuito
    Resta quell’ultima coda amara, buttata lì come un graffio: l’idea che per far sparire l’ossessione processuale e indagatoria in tv servirebbe un corto circuito più grande, una parola magica negli Epstein Files, magari “Garlasco”, così da spostare l’attenzione e far cambiare bersaglio all’isteria collettiva. È una battuta, certo. Ma è anche una fotografia: in Italia la narrazione non si spegne, si sposta. E quando, per una volta, la tv produce un “momento” che è solo comico e non moralistico, ci si aggrappa a quello come a una tregua.

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      Cinema

      Emma Stone spiazza tutti sugli alieni: «Esistono, ne sono convinta. Anzi, forse io stessa sono una di loro». E spiega perché

      La star di Bugonia non nasconde la sua convinzione sull’esistenza di altre forme di vita nell’universo e scherza sulla propria identità. Nel film di Yorgos Lanthimos interpreta proprio una potente manager sospettata di essere un’aliena.

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      Emma Stone spiazza tutti sugli alieni

        «Credo negli alieni. Anzi, forse io stessa sono aliena». Emma Stone ha regalato una delle sue dichiarazioni più curiose parlando di Bugonia, la commedia fantascientifica, brillante e surreale diretta da Yorgos Lanthimos, remake del cult sudcoreano Save the Green Planet! del 2003 di Jang Joon-hwan.

        Una battuta perfettamente in sintonia con un film nel quale Stone interpreta una donna che due uomini sono assolutamente convinti non appartenga alla nostra specie. Ma dietro l’ironia dell’attrice c’è anche una convinzione che riguarda uno dei grandi interrogativi dell’umanità: davvero possiamo essere soli nell’universo?

        Emma Stone e gli alieni: «Forse io stessa lo sono»

        Stone non ha avuto bisogno di complicate teorie per affrontare l’argomento. «Credo negli alieni. Anzi, forse io stessa sono aliena», ha scherzato l’attrice, trasformando immediatamente la frase in una dichiarazione destinata a fare il giro del web.

        Il tema, del resto, accompagna perfettamente Bugonia. Il film racconta la storia di Teddy e Don, due uomini ossessionati dalle teorie del complotto, interpretati da Jesse Plemons e Aidan Delbis. I due si convincono che la potente amministratrice delegata di una multinazionale farmaceutica, interpretata proprio da Stone, sia un’aliena intenzionata a distruggere la Terra. Decidono così di rapirla e arrivano persino a rasarle completamente i capelli.

        Tra ironia nerissima, paranoia e situazioni sempre più estreme, Bugonia utilizza la fantascienza per raccontare ossessioni molto terrestri: complottismo, disinformazione, paura del futuro e catastrofe ambientale.

        Emma Stone e Yorgos Lanthimos, ormai sono una famiglia

        Per Stone, Bugonia rappresenta un nuovo capitolo del rapporto artistico con Lanthimos dopo The Favourite, Poor Things e Kinds of Kindness. Una collaborazione diventata ormai qualcosa di molto più profondo del semplice incontro tra un regista e la sua attrice.

        «Lavorare con lui mi dà l’opportunità di esprimermi sempre in maniera diversa. Il fatto che si accompagni sempre alle stesse persone ha creato tra noi una famiglia», ha raccontato Stone.

        Un sodalizio che ha permesso all’attrice di affrontare personaggi sempre più lontani dall’immagine tradizionale della star hollywoodiana e di sottoporsi anche a trasformazioni fisiche radicali.

        Il taglio dei capelli e le scene con Jesse Plemons

        Tra gli aspetti più discussi di Bugonia c’è proprio la testa rasata della protagonista. Stone ha ammesso che affrontare quel cambiamento non è stato semplicissimo: «È stato difficile accettarlo, ma poi mi sono adattata».

        Anche le sequenze fisicamente più impegnative hanno richiesto una preparazione specifica. «Per i combattimenti con Jesse Plemons mi sono allenata molto, anche se abbiamo usato diversi stuntmen», ha spiegato.

        Plemons interpreta Teddy, un uomo consumato dalle proprie convinzioni e persuaso di dover salvare il pianeta da una minaccia extraterrestre. L’attore lo ha definito «un’anima in pena che cerca con tutte le forze di aiutare gli altri», convinto che quella rappresenti la sua unica missione.

        La fama e quella doppia identità di Emma Stone

        Il tema dell’identità attraversa il film e sembra toccare anche il rapporto di Stone con la celebrità. L’attrice ha spiegato quanto sia difficile conciliare la persona conosciuta dal pubblico con quella che esiste lontano dalle telecamere.

        «Abbiamo un avatar pubblico per certe cose, e poi c’è la persona vera quando sono con i miei amici», ha raccontato. Una distinzione tra immagine e identità reale che finisce curiosamente per dialogare con il personaggio di Bugonia, una donna della quale gli altri mettono in dubbio persino la natura umana.

        Bugonia parla di alieni, ma Lanthimos guarda alla Terra

        Lanthimos respinge invece l’idea che il suo film racconti una realtà distopica e lontana dalla nostra. Per il regista, ciò che appare assurdo sullo schermo nasce direttamente dal presente.

        «Riflette il mondo reale, quello che succede adesso. Racconta cose che non vediamo o non vogliamo vedere, come il cambiamento climatico che sta rovinando tutto», ha spiegato.

        Persino il titolo nasconde un significato particolare. Bugonia deriva dal greco antico e indica la credenza secondo la quale le api potessero nascere dalle carcasse dei buoi, un’antica idea collegata alla generazione spontanea. Un nome perfetto per una storia costruita attorno a convinzioni, paure ed equivoci che possono diventare più potenti della realtà.

        Quanto agli extraterrestri, Emma Stone sembra avere già scelto da che parte stare. Gli alieni esistono. E, a sentir lei, non possiamo nemmeno escludere che uno di loro abbia già vinto due Oscar.

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          Musica

          Ozzy Osbourne, il figlio Jack rompe il silenzio: «L’ultimo concerto fu come il suo funerale. Ora quel silenzio fa un rumore assordante»

          Jack Osbourne racconta gli ultimi anni del padre, la malattia, le operazioni e quella voglia feroce di continuare a lavorare fino alla fine.

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          Ozzy Osbourne, il figlio Jack rompe il silenzio

            Per tutta l’infanzia Jack Osbourne ha dovuto dividere suo padre con il resto del mondo. Ozzy apparteneva alla famiglia, ma apparteneva anche ai palchi, ai Black Sabbath e a milioni di fan. Soltanto molti anni dopo Jack ha avuto la sensazione di conoscerlo davvero. E adesso che suo padre non c’è più, racconta gli ultimi anni del Principe delle Tenebre senza trasformarli in un santino.

            «Era sempre in tour. Posso dire d’averlo conosciuto davvero solo da adulto, ai tempi di World Detour, quando giravamo l’America insieme. È stato l’ultimo periodo in cui stava bene», ha raccontato Jack. Poi arrivò il 2019, la caduta in casa, l’aggravarsi dei problemi di salute e l’inizio di anni durissimi.

            Una storia che la famiglia ha deciso di non nascondere e che emerge anche dal documentario Ozzy: No Escape from Now e dal libro postumo Last Rites, al quale il cantante lavorò praticamente fino alla fine.

            Ozzy scrisse fino a due giorni prima di morire

            La famiglia si è interrogata sull’opportunità di pubblicare quelle ultime pagine, ma per Jack la risposta era già contenuta nella volontà del padre. «Ci siamo chiesti se fosse giusto pubblicarlo, ma era il suo desiderio. Non farlo sarebbe stato un torto».

            Ozzy, racconta il figlio, non voleva che la malattia diventasse il filtro attraverso il quale osservare la sua intera esistenza. Non cercava compassione e, anzi, la detestava. «Papà non aveva rimpianti. Ha vissuto una vita incredibile, e scrivere era il suo modo per dire: “Ok, sono stato malato, ma non provate pena per me”. Lo trovava ridicolo».

            Il problema più grande per lui non era soltanto il dolore fisico. Era l’impossibilità di fare ciò che aveva sempre fatto: lavorare. Quando registrava un disco, partecipava al podcast con la famiglia o aveva davanti un nuovo progetto, tornava a sentirsi vivo. Nei periodi di inattività, invece, si abbatteva.

            «Era frustrato perché non riusciva ad alzarsi, ma lavorare lo faceva sentire vivo. Si sentiva utile solo quando creava qualcosa».

            «L’ultimo concerto? È stato come un funerale in vita»

            Poi arrivò Back to the Beginning, l’ultimo concerto nella sua Birmingham. Per Jack quella serata resta un ricordo potentissimo e difficile persino da definire: «È stato come un funerale in vita».

            Ozzy era lì, circondato dalle persone che avevano attraversato decenni della sua esistenza. Vecchi amici, colleghi e fan. Tutto nella città dalla quale la sua storia era cominciata.

            «C’era una perfezione divina e al tempo stesso strana. Lui era felice: aveva rivisto amici di trent’anni prima, fan, colleghi. E nella sua Birmingham era come chiudere un cerchio».

            Nonostante la malattia, Ozzy continuava però a essere Ozzy. Jack ricorda un padre ancora capace di divertirsi per una battuta volgare, di ridere sguaiatamente e soprattutto di ascoltare musica a un volume impossibile. «Continuava a sparare la musica a dieci miliardi di decibel».

            Jack Osbourne contro Roger Waters: «Che idiota del cazzo»

            Ed è proprio parlando della musica ascoltata dal padre che Jack riserva una delle stoccate più dure dell’intervista a Roger Waters. Ozzy passava senza problemi da Michael Jackson ai Pink Floyd e, secondo il figlio, aveva sempre avuto grande considerazione per Waters.

            Per questo Jack non ha digerito le parole pronunciate dal musicista sul padre: «Che idiota del cazzo. Penso sia solo gelosia: mio padre lo stimava e lo ascoltava sempre».

            Un attacco senza filtri, molto nello stile della famiglia Osbourne, che arriva mentre Jack ripercorre anche il capitolo più doloroso degli ultimi anni: quello delle operazioni.

            Secondo lui, in particolare il primo intervento avrebbe segnato l’inizio del peggioramento: «Quella prima operazione ha peggiorato tutto. È la maledizione dei medici di Los Angeles: hanno paura di dire la verità. Da quell’intervento è andato tutto a rotoli».

            Sharon Osbourne e il dolore dopo Ozzy

            Oggi Jack divide il proprio tempo tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra e cerca di restare vicino alla madre Sharon Osbourne, chiamata a ricostruire una quotidianità dopo una vita trascorsa accanto al marito.

            Jack la descrive con una frase che racconta bene la complessità del momento: «Sta bene non stando bene». Sharon, spiega, sta cercando di capire da dove ricominciare, sostenuta dalla famiglia e dalle persone che le sono vicine.

            Ozzy, però, non avrebbe voluto essere ricordato attraverso il dolore di chi è rimasto. «Papà non avrebbe voluto vederla triste. Detestava la pietà, diceva sempre: “Guardate avanti”».

            È forse questa l’eredità che Jack conserva più gelosamente. Ozzy Osbourne ha attraversato oltre mezzo secolo di rock continuando a cambiare, provocare, cadere e rialzarsi. «Molti diventano rockstar, lui lo è stato davvero. Non si è mai fermato, non ha mai avuto paura di cambiare. Non c’è decennio in cui non abbia lasciato il segno».

            Nell’ultimo capitolo del suo libro Ozzy aveva scelto poche parole per congedarsi: «Ho avuto una vita rumorosa. Ora sono pronto per un po’ di silenzio».

            Jack è convinto che suo padre lo pensasse davvero. Ma per chi è rimasto, ammette, quel silenzio è molto diverso: «Adesso fa un rumore assordante».

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              Cinema

              Edwige Fenech e il suo metodo contro i molestatori: «Una ginocchiata al momento giusto e capivano subito»

              «In certi ambienti la prepotenza era la norma e la parola di una ragazza non valeva niente». Poi la soluzione molto poco diplomatica: «Una vigorosa ginocchiata bastava a far capire che non ero una da mettere sotto».

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              Edwige Fenech e il suo metodo contro i molestatori:

                Una ginocchiata al momento giusto e il messaggio arrivava forte e chiaro. Edwige Fenech racconta senza giri di parole come imparò a difendersi dalle molestie quando era una giovane attrice alle prese con un mondo nel quale i rapporti di potere potevano trasformarsi facilmente in prepotenza.

                «Ero all’inizio del mio percorso e in certi ambienti la prepotenza era la norma. La parola di una ragazza non valeva niente. Non avevi strumenti, né sostegno. Ti difendevi come potevi», ha ricordato l’attrice, diventata una delle grandi icone del cinema italiano.

                E lei, a quanto pare, aveva trovato un sistema piuttosto efficace.

                «Una vigorosa ginocchiata e capivano subito»

                Fenech non nasconde quanto fosse complicato per una ragazza reagire in un ambiente nel quale denunciare determinati comportamenti poteva risultare molto più difficile di quanto lo sia oggi.

                «Io ho sempre reagito a modo mio: una vigorosa ginocchiata al momento giusto bastava a far capire che non ero una da mettere sotto».

                Un metodo decisamente poco diplomatico, ma che racconta anche un periodo nel quale molte giovani attrici si trovavano sole davanti a uomini molto più potenti di loro. Non c’erano movimenti internazionali pronti a raccogliere le loro denunce e spesso non esisteva neppure la consapevolezza collettiva che certi comportamenti potessero e dovessero essere denunciati.

                Fenech racconta quelle esperienze senza indulgere nel vittimismo e rivendica il modo in cui hanno contribuito a formare il suo carattere: «Non rinnego nulla, nemmeno le ferite. Mi hanno resa più forte, più consapevole. Ora so che la vera libertà è poter dire di no, senza paura».

                Edwige Fenech e il MeToo: «Deve difendere le donne comuni»

                Il discorso inevitabilmente arriva anche al MeToo e alla riflessione secondo la quale il movimento avrebbe perso parte della propria forza quando il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sulle grandi star di Hollywood.

                Su questo punto Fenech prende una posizione molto chiara: «Non deve essere così. Il MeToo è nato per difendere le donne comuni, quelle che non hanno un nome famoso o una telecamera accesa. La libertà e il rispetto devono valere per tutte».

                Il punto, dunque, non riguarda soltanto le attrici o il mondo dello spettacolo. Per Fenech la questione centrale resta la possibilità per qualsiasi donna di opporsi a una prepotenza senza dover temere conseguenze personali o professionali.

                Da icona sexy a donna capace di imporre le proprie regole

                Per decenni Edwige Fenech è stata identificata soprattutto con l’immagine della bellissima protagonista della commedia sexy italiana, un’etichetta che inevitabilmente ha finito per oscurare una parte della sua storia personale e professionale.

                Dietro quell’immagine c’era però una giovane donna costretta a imparare molto presto come difendere i propri confini in un ambiente che non sempre li rispettava. Fenech non rinnega quel cinema e neppure la propria storia, ma oggi può raccontare anche ciò che accadeva lontano dalla macchina da presa.

                E quando qualcuno superava il limite, almeno nel suo caso, non servivano grandi discorsi. Una ginocchiata ben assestata poteva risultare molto più convincente.

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