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Gojira, la metal band delle Olimpiadi: Non siamo satanici! (video)

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    Dopo aver goduto di una visibilità planetaria grazie alla loro esibizione – peraltro suggestiva – durante la cerimonia di apertura delle Olimpiadi parigine, il leader della metal band francese Gojira – Joe Duplantier – ha reagito alle accuse di satanismo che hanno colpito in questi giorni il gruppo. Tre minuti di show oscuri e potenti, puro heavy metal fuso con l’opera, per i quali è stato immediatamente tirata in ballo la figura del Diavolo!

    Un sabba indiavolato?!? Ma neanche per sogno…

    I Gojira si sono esibiti dalle mura di un castello in fiamme, con decine di figure decapitate di Maria Antonietta che “abbellivano” ogni finestra. Riff di chitarre indiavolate e voci opportunamente roche, in una sorta di sabba che in molti hanno definito malsano e satanista. Una raffigurazione che ha scatenato l’ilarità di Duplantier, essendo estremamente lontano da quel genere di immaginario.

    Fascino tipicamente francese

    “Niente di satanico in tutto questo”, dichiara il cantante, “è storia francese. È il fascino francese: gente decapitata, vino rosso e sangue dappertutto – è romantico, è normale”. “Non c’è nulla di satanico”, se la ride, descrivendo l’orgoglio del Paese nel tagliare i legami della religione con il governo.

    Puro atteggiamento laico, niente di più

    Prosegue il musicista nella sua spiegazione: “La Francia è un Paese che ha operato una separazione tra Stato e religione durante la rivoluzione. Ed è qualcosa di molto importante, molto caro alle fondamenta della Francia repubblicana, la chiamiamo “laïcité”. Un termine coniato per spiegare quando lo Stato non è più religioso, libero quindi in termini di espressione e simbolismo. Si tratta di storia e di fatti, non guardiamo troppo da vicino al simbolismo in termini di religione”.

    Animalisti convinti

    La band parla anche del suo impegno sulla protezione delle balene, una battaglia nella quale credono con grance convinzione. Denunciando che il capitano Paul Watson, un attivista che rappresenta una sorta di simbolo del rispetto delle leggi marittime e contro il bracconaggio illegale, è attualmente detenuto in Groenlandia come prigioniero del governo danese. Una causa – questa – che Duplantier e compagni sostengono a spada tratta.

    Sostenitori accesi di Paul Watson, cofondatore di Greenpeace

    Al leade dei Gojira è stato chiesto se avesse avuto l’opportunità d’incontrare Emmanuel Macron dopo la cerimonia di apertura delle Olimpiadi, per parlargli di questa battaglia. “Non ho ancora parlato con Emmanuel Macron, ma mi piacerebbe, perché io e lui abbiamo qualcosa in comune in questo momento, ed è il fatto di sapere che il capitano Paul Watson, cofondatore di Greenpeace, cofondatore di Sea Shepherd e fondatore dei Neptune’s Pirates e della Fondazione Paul Watson, che protegge le balene e la fauna marina a livello internazionale, è attualmente detenuto a Nuuk, in Groenlandia, dal governo danese”. Aggiungendo: “Mi piacerebbe incontrare il Presidente Macron e il Primo Ministro della Giustizia danese, dopo tutto il clamore e l’agitazione delle Olimpiadi, per parlare di Paul Watson, incarcerato per aver tentato di fare la cosa giusta, cercando di far rispettare le leggi internazionali che proteggono la fauna marina. Potrebbe rimanere in carcere per il resto della sua vita. Quindi questa è la mia battaglia di oggi”.

    Nessun intento denigratorio

    In merito ad un altra errata comprensione dello spettacolo, in molti hanno pensato di assistere ad una parodia del celebre dipinto L’ultima cena di Leonardo da Vinci, riveduto e corretto con sfumature demoniache. Su questo interviene a chiarire il direttore artistico dell’intero show inaugurale, Thomas Jolly. Assicurando a chiare lettere – vista la potenziale spinosità dell’argomento – l’assoluta estraneità di quello che si è visto cristianesimo. “C’è Dioniso che arriva su questo tavolo. È lì perché è il dio della festa nella mitologia greca”, ha dichiarato, rispondendo alle accuse che gli sono arrivate. “L’idea era di fare una celebrazione pagana legata agli dei dell’Olimpo. Non troverete mai in me il desiderio di deridere e denigrare qualcuno”.

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      Musica

      Queen, torna al cinema il concerto proibito di Budapest: Freddie Mercury sfidò la Cortina di ferro, senza sapere che era l’ultimo tour

      Dal 7 all’11 ottobre arriva nelle sale «Queen Budapest», restaurato da Peter Jackson: il film dello storico concerto del 27 luglio 1986 davanti a 80mila persone. Fu la prima grande band rock occidentale a suonare in uno stadio oltre la Cortina di ferro e una delle ultime occasioni per vedere Mercury dal vivo: meno di un anno dopo avrebbe scoperto di essere positivo all’Hiv.

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        Freddie Mercury prende il microfono davanti a 80mila persone, ma per una volta non attacca Bohemian Rhapsody, We Are the Champions o uno degli inni che hanno trasformato i Queen nella più grande macchina da concerto degli anni Ottanta. Guarda quel pubblico che per anni aveva potuto ascoltare la sua musica soprattutto attraverso dischi difficili da trovare e cassette copiate di nascosto, poi annuncia: «Questa è una canzone speciale dei Queen per voi».

        E comincia a cantare in ungherese.

        È il 27 luglio 1986, allo stadio Népstadion di Budapest. Mercury interpreta Tavaszi szél vizet áraszt, una delle più celebri canzoni popolari ungheresi. Per non sbagliare si è scritto le parole sul palmo della mano e ogni tanto abbassa gli occhi per leggerle. Il pubblico impazzisce.

        Quarant’anni dopo, quelle immagini tornano sul grande schermo. Dal 7 all’11 ottobre arriva nei cinema Queen Budapest, nuova versione restaurata del film realizzato durante quella giornata irripetibile. Dietro il recupero c’è Peter Jackson, che restituisce nuova vita alle immagini e al suono dello storico concerto e aggiunge materiale con Brian May, Roger Taylor e John Deacon.

        Ma quello di Budapest non è semplicemente un grande concerto dei Queen recuperato dagli archivi. È una fotografia di un mondo che stava per scomparire e, senza che nessuno potesse ancora saperlo, anche uno degli ultimi capitoli della vita sul palco di Freddie Mercury.

        Ottantamila persone dall’altra parte della Cortina di ferro

        Nel 1986 il Muro di Berlino è ancora in piedi e l’Europa resta divisa in due. Nell’Ungheria socialista la musica occidentale riesce a circolare, ma il rock rimane un fenomeno sorvegliato e la disponibilità dei dischi dipende anche dal controllo statale. I Queen, però, sono già arrivati da tempo nelle case dei ragazzi.

        Le cassette vengono duplicate, scambiate e passate di mano in mano. La musica riesce a oltrepassare una frontiera che le persone possono attraversare con molta più difficoltà.

        Quando si apre la possibilità di organizzare il concerto, accade qualcosa che fino a pochi anni prima sarebbe sembrato quasi impossibile. Una delle più grandi rock band occidentali entra nell’orbita sovietica per esibirsi davanti a decine di migliaia di persone.

        Allo stadio arrivano in circa 80mila. Moltissimi altri restano fuori e cercano comunque di ascoltare.

        Gino Castaldo ha raccontato come quel concerto assumesse un significato che andava molto oltre la musica: in un mondo diviso tra Est e Ovest, il rock diventava una freccia capace di attraversare la barriera. E il pubblico ungherese non stava semplicemente assistendo allo spettacolo della band più famosa del momento. Per qualche ora partecipava a un rito collettivo di libertà.

        Freddie Mercury al massimo della sua potenza

        Le immagini restaurate mostrano un Mercury nel pieno della maturità artistica. Ha 39 anni e sul palco sembra non avere limiti. È teatrale, provocatorio, elegante e volutamente eccessivo. Riesce a governare uno stadio con un gesto delle mani e trasforma decine di migliaia di persone in un unico gigantesco coro.

        Indossa il celebre completo bianco con dettagli rossi, corre da una parte all’altra del palco e gioca continuamente con il pubblico. Quello che oggi appare quasi naturale, perché conosciamo a memoria le immagini di Freddie a Wembley e al Live Aid, davanti a quel pubblico assume un significato differente.

        Per molti spettatori ungheresi vedere realmente i Queen era stato fino a poco tempo prima quasi inconcepibile.

        Brian May lo ha ricordato parlando proprio di Budapest: sapeva che persino ascoltare le cassette della band poteva essere difficile per una parte di quel pubblico, mentre assistere a un loro concerto sembrava qualcosa di irrealizzabile. Per il chitarrista, riuscire a superare quelle barriere rappresentò una svolta, e quella sensazione si percepiva chiaramente nello stadio.

        Mercury sembra avvertirla. E quando canta in ungherese Tavaszi szél vizet áraszt, non sta soltanto cercando un facile applauso: offre al pubblico qualcosa che appartiene alla sua cultura e lo trasforma per qualche minuto in una canzone dei Queen.

        Nessuno sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo tour

        È questo il particolare che oggi rende le immagini ancora più potenti. Il Magic Tour sarebbe stato l’ultimo tour dei Queen con Freddie Mercury.

        Dopo Budapest restavano soltanto cinque concerti. L’ultima esibizione della band con Freddie si sarebbe tenuta il 9 agosto 1986 a Knebworth Park, in Inghilterra. Nessuno, quella sera, immaginava che non ci sarebbe stato un altro tour.

        I Queen erano arrivati al culmine della loro forza dal vivo. L’anno precedente avevano dominato il Live Aid con un’esibizione entrata nella storia della musica e nel 1986 riempivano gli stadi europei. Tutto sembrava indicare che quella macchina sarebbe andata avanti ancora per molti anni.

        Non accadde.

        Meno di un anno dopo, Mercury avrebbe scoperto di essere positivo all’Hiv. La malattia rimase lontana dal pubblico per anni, mentre il cantante continuò a lavorare quasi fino alla fine. Morì il 24 novembre 1991, a 45 anni.

        Sapere oggi quello che né lui né quelle 80mila persone potevano sapere trasforma inevitabilmente il film di Budapest. Ogni corsa sul palco, ogni gioco con il pubblico, ogni nota acquistano il peso involontario di un addio che nessuno aveva ancora riconosciuto come tale.

        Peter Jackson riporta Freddie sul palco

        Il materiale girato a Budapest rappresentava già qualcosa di eccezionale. A documentare il concerto fu il regista ungherese János Zsombolyai, con una produzione particolarmente ambiziosa per l’epoca. Il risultato permise di conservare una delle testimonianze più spettacolari del Magic Tour.

        Ora quelle pellicole sono passate attraverso un lavoro di restauro che porta la firma di Peter Jackson, il regista che negli ultimi anni ha dimostrato quanto la tecnologia possa fare per recuperare grandi archivi musicali senza trasformarli in semplici reperti nostalgici.

        Il nuovo Queen Budapest punta proprio su questo: non guardare Freddie Mercury come un fantasma del passato, ma restituire la sensazione di trovarsi nuovamente davanti al palco. Immagini e suoni recuperano definizione e potenza, mentre il materiale aggiuntivo con May, Taylor e Deacon permette di rileggere quella giornata attraverso i ricordi dei protagonisti.

        E la presenza di John Deacon rende il recupero ancora più prezioso per i fan. Dopo la morte di Mercury, il bassista si è progressivamente ritirato dalla vita pubblica e da decenni conduce un’esistenza lontana dai riflettori.

        Dal 7 all’11 ottobre, cinque giorni per rivedere i Queen al cinema

        L’operazione avrà una durata limitata: il film sarà nelle sale dal 7 all’11 ottobre. Cinque giorni per rivedere sul grande schermo Brian May, Roger Taylor, John Deacon e soprattutto Freddie Mercury nel momento in cui i Queen sembravano invincibili.

        È facile chiamarla nostalgia, ma Budapest racconta qualcosa di più. Racconta un’Europa che aveva ancora frontiere politiche quasi invalicabili, ragazzi che si scambiavano clandestinamente la musica arrivata dall’Occidente e una band capace di attraversare quella divisione con amplificatori, chitarre e canzoni.

        Poi c’è Freddie.

        Sul palco di Budapest non appare malato, fragile o vicino alla fine. È esattamente il contrario. È gigantesco, sfacciato, padrone assoluto dello stadio e inconsapevole di trovarsi negli ultimi giorni dell’ultimo tour della sua vita.

        A un certo punto guarda la mano sulla quale ha scritto quelle strane parole ungheresi e comincia a cantare la canzone che 80mila persone conoscono fin dall’infanzia. Il pubblico la prende e gliela restituisce moltiplicata per migliaia di voci.

        Per qualche minuto la Cortina di ferro non esiste più. E forse è proprio per questo che, quarant’anni dopo, vale ancora la pena tornare al cinema per guardare Freddie Mercury abbatterla.

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          Musica

          Aka 7even a processo per «Loca»: il tormentone da triplo platino sarebbe stato copiato. Lema: «Quella canzone era mia»

          Luca Marzano dovrà affrontare il giudizio per il brano che contribuì a lanciarlo ad Amici nel 2021. A denunciarlo è Emanuele Bertolucci, in arte Lema, che sostiene di aver scritto anni prima una canzone intitolata «Loka». Una consulenza tecnica avrebbe riscontrato fortissime somiglianze. La difesa dell’artista potrà contestare le accuse durante il processo.

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            Ventuno milioni di visualizzazioni su YouTube, oltre 53 milioni di ascolti su Spotify, un triplo disco di platino e soprattutto la canzone che nel 2021 contribuì a trasformare Aka 7even, all’anagrafe Luca Marzano, da concorrente di Amici in uno dei giovani cantanti italiani più popolari. Cinque anni dopo, Loca porta però il suo interprete davanti a un giudice. Il gup ha disposto il processo per il 26enne, accusato di essersi esibito pubblicamente con un brano che avrebbe presentato come proprio ma che, secondo l’accusa, sarebbe stato composto in precedenza da un altro cantautore.

            L’uomo che rivendica la paternità della canzone si chiama Emanuele Bertolucci, in arte Lema, ha trent’anni ed è originario di Venaria, nel Torinese. La sua versione parte da molto lontano e contiene una coincidenza destinata inevitabilmente a far discutere: anche lui, prima di Aka 7even, aveva sostenuto i provini di Amici.

            Lema sostiene che la sua canzone si chiamasse Loka, con la «k», e che fosse già stata composta prima dell’esplosione del successo di Marzano. Quando nel 2021 avrebbe ascoltato in televisione Loca, sarebbe rimasto sconvolto: secondo la sua denuncia, il pezzo sarebbe stato sostanzialmente il suo, con alcune strofe cambiate e una sola lettera modificata nel titolo.

            Ora sarà un processo a stabilire se le accuse abbiano fondamento.

            Lema ascolta «Loca» ad Amici e resta sotto choc

            La storia raccontata da Bertolucci comincia nel 2018, quando firma un contratto di produzione artistica. L’anno successivo partecipa alle selezioni di Amici: supera il primo provino, viene richiamato per il secondo e arriva fino alla fase finale di una settimana negli studi televisivi di Roma. Non entra però nel programma e, soprattutto, durante quelle selezioni non canta Loka.

            Passano quasi due anni. Il 24 aprile 2021 Lema guarda Amici e sul palco vede Aka 7even eseguire Loca davanti a milioni di telespettatori. È la canzone che diventerà uno dei suoi maggiori successi.

            Secondo il racconto consegnato agli investigatori, Bertolucci avrebbe riconosciuto immediatamente il proprio brano. Non una semplice somiglianza o una melodia vagamente familiare: Lema sostiene che Loca corrispondesse sostanzialmente alla sua Loka.

            A quel punto contatta la Siae e chiede spiegazioni anche al suo ex produttore. Le risposte ricevute non lo convincono. Bertolucci sostiene che, pochi giorni dopo l’esibizione televisiva, gli sarebbe stato assicurato che i suoi diritti d’autore sarebbero comunque stati riconosciuti. Secondo la sua versione, questo non sarebbe mai accaduto.

            Alla fine decide di denunciare.

            La consulenza tecnica e le somiglianze tra «Loka» e «Loca»

            È qui che la vicenda smette di essere soltanto una disputa tra musicisti e diventa un’inchiesta giudiziaria. La Procura di Roma avvia gli accertamenti e dispone anche una consulenza tecnica sui due brani.

            Secondo quanto emerge dagli atti riportati, l’analisi avrebbe riscontrato una sostanziale corrispondenza tra la precedente Loka di Lema e Loca, pubblicata e portata al successo da Aka 7even. È uno degli elementi sui quali l’accusa ha costruito la propria tesi e che ha contribuito ad arrivare alla decisione del gup di mandare Marzano a processo.

            Questo passaggio non equivale naturalmente a una condanna. Il rinvio a giudizio apre il processo, nel quale Aka 7even avrà la possibilità di contestare le accuse, produrre le proprie prove e confrontarsi con gli elementi raccolti dalla Procura.

            L’accusa formulata nei suoi confronti riguarda l’essersi esibito senza averne diritto durante l’edizione 2020-2021 di Amici, cantando Loca e presentandola come propria, mentre il brano sarebbe stato precedentemente composto ed eseguito da Bertolucci con il titolo Loka.

            Quella battuta di Rudy Zerbi durante l’esibizione

            A rendere la storia ancora più curiosa c’è un episodio avvenuto proprio durante Amici. Mentre Aka 7even presenta il pezzo, Rudy Zerbi fa un’osservazione destinata oggi a essere riletta sotto una luce completamente diversa.

            «Chi è il sarto? Perché è un po’ un collage di tante cose già sentite», commenta Zerbi.

            All’epoca si tratta di una normale provocazione all’interno delle dinamiche del talent e nessuno può naturalmente collegarla alla futura denuncia di Lema. La mentore di Aka 7even respinge immediatamente la critica, sostenendo che il ragazzo abbia costruito il pezzo durante la permanenza nella casetta e invitando ad aspettare i risultati commerciali.

            I risultati arrivano eccome.

            Loca diventa uno dei brani simbolo dell’ascesa di Aka 7even, che raggiunge la finale del programma e costruisce rapidamente una carriera fuori dal talent. La canzone conquista il triplo disco di platino, supera decine di milioni di ascolti sulle piattaforme e diventa uno dei tormentoni del 2021.

            Ed è proprio questa enorme fortuna commerciale ad alzare ulteriormente la posta della battaglia.

            «Quel pezzo ha lanciato un artista che non l’ha composto»

            Gli avvocati di Lema, Luca Calabrò e Stefano Mezzanoglio, non nascondono la soddisfazione per la decisione di arrivare al processo. Secondo i legali, il giudizio potrà restituire al loro assistito non soltanto la verità sulla paternità del brano, ma anche la dignità che ritengono gli sia stata sottratta.

            La loro tesi è netta: Loca avrebbe contribuito in maniera decisiva a lanciare un artista che, secondo l’accusa, non avrebbe composto quella canzone.

            Accanto alla vicenda penale corre inoltre una battaglia civile, destinata inevitabilmente a concentrarsi anche sulle conseguenze economiche della presunta sottrazione della paternità del pezzo. Con numeri come quelli ottenuti da Loca tra certificazioni, streaming e visualizzazioni, il valore economico potenziale della controversia potrebbe essere significativo.

            Lema sostiene di aver scritto complessivamente una ventina di brani e di aver visto improvvisamente un’altra persona conquistare il successo proprio con quella che considera una sua creazione.

            Dal successo di Amici al banco degli imputati

            Per Aka 7even il processo arriva nel momento in cui il ragazzo uscito da Amici è ormai diventato un artista affermato. Dopo il talent sono arrivati dischi, tournée, milioni di streaming e anche il Festival di Sanremo. Loca rimane uno dei brani maggiormente associati alla sua esplosione.

            Proprio per questo il procedimento giudiziario tocca un punto fondamentale della sua storia artistica. Non si discute di un pezzo minore rimasto confinato in un album, ma della canzone che ha accompagnato il momento decisivo della sua affermazione davanti al grande pubblico.

            Il rinvio a giudizio, va ribadito, non stabilisce che Aka 7even abbia plagiato Lema. Stabilisce che la contestazione dovrà essere affrontata in un processo, dove accusa e difesa potranno confrontarsi sulle versioni dei protagonisti, sulla storia dei due brani e soprattutto sulle conclusioni delle consulenze musicali.

            Cinque anni dopo quella sera del 24 aprile 2021, dunque, Loca torna al centro della scena. Questa volta, però, non ci sono il palco di Amici, milioni di ragazzi davanti alla televisione e un disco di platino da conquistare. Ci sono due canzoni, Loka e Loca, che secondo l’accusa sarebbero praticamente la stessa cosa, e due artisti che ne rivendicano una storia completamente diversa.

            A decidere chi abbia ragione non sarà più una giuria televisiva. Sarà un tribunale.

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              A$AP Rocky vuole sposare Rihanna, ma lei gli ha detto no: «Mi ha chiesto a cosa serva». E lui ammette: «È lei che comanda»

              Stanno insieme dal 2020 e hanno tre figli, ma all’altare non sono mai arrivati. Adesso il rapper racconta di aver chiesto alla popstar di sposarlo e svela la sorprendente risposta ricevuta: per Rihanna un matrimonio non cambierebbe ciò che sono già. «Potete comunque chiamarci marito e moglie».

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                Tre figli, una relazione che dura ormai da anni e una famiglia costruita insieme. Mancava soltanto il matrimonio, almeno secondo A$AP Rocky. Perché, a quanto racconta il rapper, la proposta a Rihanna sarebbe arrivata davvero. Il problema è che lei gli avrebbe risposto con una domanda capace di smontare in pochi secondi qualsiasi progetto di nozze: «Davvero ci serve un matrimonio? E esattamente a che scopo?».

                A raccontare il retroscena è lo stesso Rocky, interrogato sul motivo per cui lui e Rihanna non siano ancora diventati ufficialmente marito e moglie nonostante abbiano ormai tre bambini. La sua risposta ribalta completamente l’idea che sia lui a non voler fare il grande passo. «Per essere sincero, voglio davvero che sia mia moglie», spiega. Poi arriva la confessione più divertente: «Sapete che è lei quella che comanda».

                Nessuna crisi, nessuna fuga davanti all’altare e apparentemente nessun problema tra loro. Semplicemente, Rihanna non sembrerebbe considerare necessario un certificato per dare un nome a qualcosa che nella loro vita esiste già.

                Rocky ha fatto la proposta, Rihanna ha risposto con una domanda

                Per anni i fan hanno cercato di capire se il matrimonio fosse nei programmi della coppia. Ogni apparizione pubblica, ogni anello e ogni dichiarazione particolarmente romantica hanno alimentato periodicamente le indiscrezioni sulle nozze. Adesso Rocky racconta una versione molto più semplice: lui avrebbe voluto sposarsi, Rihanna non ne avrebbe visto la necessità.

                «Quando le ho chiesto di sposarmi, mi ha semplicemente detto: “Davvero ci serve un matrimonio? E esattamente a che scopo?”», racconta il rapper.

                La risposta dice molto del modo nel quale Rihanna sembrerebbe concepire la loro relazione. Dopo anni insieme e tre figli, la cantante non avrebbe bisogno di una cerimonia per sentirsi più legata al compagno. Rocky, dal canto suo, non avrebbe insistito: «Ho rispettato la sua decisione».

                Ma subito dopo aggiunge una frase che racconta perfettamente il loro equilibrio: «Potete chiamarci marito e moglie». Per lui, insomma, la sostanza sarebbe già quella di un matrimonio anche senza averlo celebrato.

                Tre figli e una storia iniziata dopo anni di amicizia

                La relazione tra Rihanna e A$AP Rocky è diventata pubblica nel 2020, ma i due si conoscevano da molto tempo. Prima dell’amore c’erano stati amicizia, collaborazioni professionali e numerose apparizioni insieme. Poi il rapporto è cambiato e quella che inizialmente sembrava soltanto una frequentazione si è trasformata in una delle coppie più solide dello show business internazionale.

                Nel maggio 2022 è arrivato il primo figlio, RZA, seguito nell’agosto 2023 da Riot Rose. Nel settembre 2025 la famiglia si è allargata ancora con la nascita della prima bambina, Rocki Irish Mayers.

                Rocky non ha mai nascosto quanto la paternità abbia trasformato la sua vita. Anche Rihanna ha raccontato più volte il desiderio di avere una famiglia numerosa e la maternità è diventata negli ultimi anni una parte centrale della sua vita, tanto da incidere inevitabilmente anche sui tempi della carriera musicale.

                Eppure, mentre i figli arrivavano uno dopo l’altro, il matrimonio continuava a non esserci. Adesso sappiamo almeno quale sarebbe il motivo.

                «È lei quella che comanda»

                La parte più irresistibile della confessione è probabilmente proprio questa. Rocky non prova nemmeno a fingere di avere avuto l’ultima parola. Rihanna non vuole sposarsi? Decide Rihanna.

                «Sapete che è lei quella che comanda», dice con un tono che sembra contenere più affetto che rassegnazione.

                Del resto, la loro relazione ha spesso restituito l’immagine di una coppia poco interessata alle convenzioni. Rihanna ha annunciato una gravidanza durante il Super Bowl, ne ha mostrata un’altra sul red carpet del Met Gala e ha costruito negli anni un rapporto con la propria vita privata molto diverso da quello tradizionale delle grandi popstar.

                Anche il matrimonio, quindi, potrebbe semplicemente non rientrare nella sua idea di famiglia. Perché celebrare con una cerimonia qualcosa che, dal suo punto di vista, esiste già?

                Rihanna potrebbe cambiare idea?

                Rocky, almeno stando alle sue parole, non ha rinunciato all’idea. Dice chiaramente di desiderare Rihanna come moglie, ma altrettanto chiaramente afferma di rispettare la sua posizione. Nessun ultimatum e nessuna pressione.

                Questo naturalmente non significa che un matrimonio sia escluso per sempre. Rihanna potrebbe cambiare idea domani, oppure i due potrebbero continuare esattamente come hanno fatto finora. In fondo Rocky ha già trovato una soluzione piuttosto semplice alla questione: considerarli marito e moglie indipendentemente da ciò che dice lo stato civile.

                Ed è forse proprio questa la dichiarazione più romantica dell’intera storia. Lui vorrebbe sposarla, lei gli domanda a che cosa servirebbe e Rocky accetta la risposta, perché evidentemente ciò che hanno costruito insieme conta più della cerimonia che manca.

                Tre figli dopo, Rihanna continua dunque a comandare. E A$AP Rocky, almeno su questo, sembra perfettamente d’accordo.

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