Musica
“Mia madre mi chiamava Mario Merola”: Brunori Sas e l’infanzia tra lacrime e rosari
Dario Brunori, in arte Brunori Sas, è reduce dal terzo posto a Sanremo 2025 con L’albero delle noci, canzone dedicata alla sua primogenita Fiammetta. Ospite di Stories su Sky Tg24, il cantautore calabrese ha raccontato un lato inedito della sua infanzia, tra soprannomi ironici e un’educazione cattolica a dir poco rigida.
Brunori ha spiegato perché ha deciso di partecipare al Festival dopo essere stato ospite degli Zen Circus nel 2019: “Mi era sembrato un delirio, ma come sempre mi contraddico. Poi ho lavorato con Sinigallia a un disco con così tanta cura che temevamo finisse fagocitato nel nulla. Sanremo ci è sembrata la vetrina giusta per dargli il giusto risalto.”
Parlando della sua infanzia a Ioggi, il cantautore ha ricordato il legame con i fratelli Alessandro e Nino, la presenza costante della madre e l’assenza del padre, sempre al lavoro: “Mio padre tornò a casa una domenica e mi disse: ‘Ma tu chi sei?’ Lì ho capito che si era perso il fatto che aveva un terzo figlio.”
Ma è nel ritratto della madre che Brunori svela un dettaglio spassoso: “Mi chiamava Mario Merola perché appena avevo il minimo male piangevo. Ero un po’ piagnucolone, a Cosenza si dice ‘puppuso’.” Nonostante la lacrima facile, il piccolo Dario era un bambino giocoso: “Mi piaceva giocare, anche da solo. Facevo ridere, ricreavo scenette e mi travestivo.”
E poi c’erano i rosari interminabili, imposti dalla madre durante il mese mariano: “Innalzava un altarino in casa e ci obbligava a partecipare. Lei sperava che desiderassimo la pace nel mondo, io invece volevo diventare Superman.”
Un’infanzia tra fede e fantasia, tra il dovere e il sogno di volare. E forse, in fondo, Brunori Sas ci è riuscito davvero.
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Musica
Valerio Scanu scambiato per Marco Carta al supermercato: “Attenti alle magliette”. E lui sbotta
Valerio Scanu fermato da un equivoco imbarazzante: scambiato per Marco Carta e accusato indirettamente di furto, risponde davanti a tutti.
Una scena da film, ma accade davvero. Valerio Scanu è in fila alla cassa di un supermercato romano quando sente una frase che lo lascia di stucco.
«Ma è il cantante? Bisogna far attenzione alle magliette», dice il responsabile parlando con una collega. Parole che Scanu ascolta chiaramente, senza possibilità di equivoco.
Lo scambio clamoroso
Il riferimento è immediato e pesante. Il cantante capisce subito cosa stanno insinuando e decide di intervenire senza aspettare oltre.
«Stai facendo per caso riferimento al furto di magliette alla Rinascente?», chiede direttamente al dipendente. La risposta è sì.
Ma il problema è un altro: non era lui.
La risposta di Scanu
Scanu chiarisce subito la situazione, mettendo fine all’equivoco. «Non sono io la persona in questione», spiega, sottolineando l’errore.
E aggiunge un dettaglio fondamentale: «Ma anche se fossi stato, la persona è stata assolta per non aver commesso il reato».
Una precisazione che chiude il cerchio e riporta la vicenda alla realtà dei fatti.
L’equivoco con Marco Carta
Alla base di tutto c’è uno scambio di persona. Il riferimento, infatti, era a Marco Carta, coinvolto in passato in un caso poi conclusosi con un’assoluzione.
Un errore che però dimostra quanto certi episodi restino nell’immaginario collettivo, anche quando la giustizia ha già detto la sua.
Per Scanu, una situazione imbarazzante trasformata in un chiarimento pubblico. Ma anche l’ennesima dimostrazione di quanto, a volte, basti poco per finire nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Musica
“Olè Olè Fk Trump”: dal Super Bowl a Minneapolis, il rock si ribella e la protesta viaggia con Springsteen in tour per tutta l’America
Da Bruce Springsteen a Bad Bunny, fino al coro generato dall’IA: la musica torna in piazza contro Donald Trump.
C’è un coro che nelle ultime settimane ha attraversato le piazze americane con la forza delle cose semplici e difficili da fermare: “Olè Olè F**k Trump”. Non nasce in uno studio di registrazione, non porta la firma di una rockstar, non ha un’etichetta alle spalle. Secondo quanto circola, sarebbe stato generato da un programma di intelligenza artificiale. Eppure è diventato la colonna sonora più cantata nelle manifestazioni contro l’amministrazione di Donald Trump e contro l’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione.
Il paradosso è evidente: mentre la politica accusa Hollywood, il mondo dello spettacolo e le élite culturali, il dissenso si organizza anche grazie a un algoritmo. Ma l’IA, in questo caso, è solo l’innesco. Il cuore della protesta è tornato a battere nella musica dal vivo, nei concerti, nei grandi eventi mediatici.
Il primo segnale forte è arrivato dal luogo meno “militante” possibile: il Super Bowl di Santa Clara. L’halftime show di Bad Bunny è stato uno spartiacque. Quasi tutto in spagnolo, con richiami espliciti alla cultura portoricana, alle radici latinoamericane, a un’identità plurale. Nel finale, il cantante ha pronunciato “God Bless America”, ma ha allargato il concetto “alle Americhe”, elencando Paesi dall’Argentina al Canada mentre sul palco scorrevano le bandiere. Il messaggio era chiaro: l’America non coincide con gli Stati Uniti.
La reazione di Trump, affidata a Truth, è stata immediata e durissima. Ha definito la performance “assolutamente terribile” e ha sostenuto che “nessuno capisce” cosa dica l’artista. Ma proprio quell’attacco ha amplificato il gesto. In un evento seguito da milioni di spettatori, la musica è tornata a essere linguaggio politico. Non uno slogan gridato, ma una scelta culturale.
Pochi giorni dopo, il 29 gennaio 2026, un’altra icona americana ha deciso di intervenire con gli strumenti che conosce meglio: penna e chitarra. Bruce Springsteen ha scritto, registrato e pubblicato in pochissimo tempo “Streets of Minneapolis”, brano nato dopo le morti di Renee Good e Alex Pretti durante le proteste contro l’ICE in Minnesota. Il titolo richiama volutamente “Streets of Philadelphia”, ma il tono è ancora più diretto. Nel testo, Trump appare come un monarca che invia il proprio esercito personale a reprimere. Nessuna metafora sofisticata, nessuna ambiguità: è una canzone di protesta nel senso più classico del termine.
Springsteen non si è limitato a pubblicarla. L’ha suonata il giorno dopo a Minneapolis, durante un concerto di beneficenza organizzato da Tom Morello. In poche ore il video ha superato milioni di visualizzazioni. Le interazioni sui social sono diventate parte del racconto: quasi mezzo milione di “mi piace” su Instagram, un ritorno nelle classifiche britanniche a distanza di decenni. Ma al di là dei numeri, conta il gesto: riportare la musica nel dibattito pubblico.
Il Boss non è nuovo a prese di posizione contro Trump. Già nei mesi scorsi, durante il tour europeo, aveva definito la sua amministrazione “corrotta, incompetente e traditrice”. Ma ora il passo è ulteriore. Non è una frase dal palco: è un progetto strutturato.
Springsteen ha annunciato un nuovo tour, “Land of Hope and Dreams”, che con la E Street Band lo porterà in giro per gli Stati Uniti per due mesi, con 20 tappe. L’inizio è fissato per il 31 marzo, e non è un dettaglio secondario che la prima data sia proprio Minneapolis. La città simbolo delle proteste contro l’ICE diventa il punto di partenza di un viaggio che attraverserà l’America con una dichiarazione esplicita: “Suoneremo nella vostra città in difesa e onore della democrazia americana, della libertà, della Costituzione e del nostro sacro sogno americano”.
Nella nota ufficiale, Springsteen ha parlato di un “periodo buio, pericoloso e inquietante”, invitando però a non disperare: “la cavalleria sta arrivando”. È un linguaggio che mescola mito americano e denuncia civile. Il tour non è solo musica, è una narrazione itinerante. Ogni tappa diventa un presidio culturale, un palco da cui rilanciare l’idea di un’America diversa da quella che, secondo lui, si sta affermando.
Attorno a questa dinamica si muove un intero mondo rock. I Green Day hanno aperto un concerto con un esplicito attacco a Trump. Roger Waters ha proiettato sui maxi-schermi la scritta “Trump is a pig” durante “Pigs (Three Different Ones)”. E poi c’è la lunga lista di artisti che negli anni hanno chiesto di non vedere le proprie canzoni utilizzate nei comizi presidenziali: Rolling Stones, R.E.M., Adele, Neil Young, Rihanna, Elton John, Queen, Guns N’ Roses, tra gli altri. Diffide, comunicati, prese di posizione che raccontano un conflitto simbolico costante.
La musica è sempre stata un campo di battaglia identitario negli Stati Uniti. Una canzone suonata a un comizio non è solo sottofondo: è un messaggio, un tentativo di appropriarsi di un immaginario. E quando quell’immaginario si ribella, il conflitto diventa pubblico.
La novità di questa stagione è l’intreccio tra palco e rete. Il coro generato dall’IA circola senza un volto da colpire. I brani di Springsteen e Bad Bunny viaggiano tra streaming, TikTok, Instagram e piazze fisiche. Il dissenso non è più confinato ai circuiti alternativi, ma attraversa eventi mainstream come il Super Bowl o tour che riempiono arene da decine di migliaia di spettatori.
Gli Stati Uniti restano un Paese attraversato da tensioni profonde su immigrazione, sicurezza, identità nazionale. Non è compito della musica risolverle. Ma può amplificarle, tradurle in emozione collettiva, trasformarle in racconto.
Forse è questo il punto centrale: dopo anni in cui sembrava ripiegata sul personale, la musica americana è tornata a parlare di società. Lo fa con un halftime show in spagnolo, con un brano scritto in pochi giorni, con un tour che parte da una città ferita. E lo fa anche con un coro nato da un algoritmo, che dimostra come la tecnologia possa diventare cassa di risonanza del dissenso.
Il 31 marzo, quando la E Street Band salirà sul palco di Minneapolis, non sarà solo l’inizio di un tour. Sarà l’ennesima tappa di un confronto culturale che attraversa gli Stati Uniti. Chitarre contro slogan, cori contro tweet. E una domanda che torna ciclicamente nella storia americana: può una canzone cambiare il clima di un Paese?
Musica
Samurai Jay e Sarah Toscano, il mistero del numero 17 a Sanremo: «Porta fortuna». E il brano Ossessione vola negli ascolti
A Sanremo non conta solo il podio. A volte le storie più curiose arrivano proprio dalle posizioni più inattese della classifica.
È il caso di Samurai Jay e Sarah Toscano, due artisti molto diversi tra loro ma uniti da una coincidenza singolare: entrambi si sono classificati al diciassettesimo posto nella classifica finale del Festival.
Un dettaglio che non è passato inosservato tra fan e osservatori della kermesse.
Il numero 17 che sorprende Sanremo
In Italia il numero 17 è tradizionalmente associato alla sfortuna. Ma nel caso di Samurai Jay e Sarah Toscano sembra essere successo l’esatto contrario.
A sottolinearlo è stata proprio la cantante, che ha commentato con ironia la coincidenza.
«Il 17 porta bene», ha detto.
Una battuta che ha subito acceso la curiosità del pubblico.
Il successo di Ossessione
A confermare che il numero 17 non è stato affatto un cattivo presagio ci pensano i numeri dello streaming.
“Ossessione”, il brano portato in gara da Samurai Jay, è infatti tra i più ascoltati tra quelli usciti dal Festival.
Un risultato che dimostra ancora una volta come la classifica finale dell’Ariston non sempre coincida con il vero successo di una canzone.
Quando Sanremo non decide tutto
La storia del Festival è piena di esempi simili. Molti brani che non hanno conquistato le prime posizioni sono poi diventati successi radiofonici o streaming.
Il caso di Samurai Jay e Sarah Toscano sembra inserirsi proprio in questa tradizione.
Due artisti diversi, lo stesso piazzamento e una curiosa coincidenza numerica che ha fatto sorridere i fan.
E se il 17 per qualcuno resta un numero sfortunato, per loro potrebbe essere l’inizio di una piccola rivincita musicale
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