Musica
Speciale Umbria Jazz Winter 2024/25. Il jazz crea connessioni e unisce
Dal Duomo di Orvieto illuminato a tempo di musica al talento di artisti emergenti come Francesca Tandoi e Ekep Nkwelle, passando per l’energia travolgente della street parade dei Funk Off, Umbria Jazz Winter ha offerto cinque giorni di spettacoli indimenticabili. Una manifestazione che non è solo musica, ma anche un’occasione di connessione culturale e crescita per il turismo e l’economia locale.
di Antonello Romano
Il jazz è nato agli inizi del XX secolo come evoluzione di forme musicali già utilizzate in precedenza dagli schiavi afroamericani e se nel mondo, l’insana follia di taluni individui spinge gli uomini e le donne a dividersi, la sana follia degli artisti, viceversa, fa di tutto per unire e tanto più lo fanno i musicisti appartenenti ad uno dei generi musicali che più di ogni altro è il simbolo dell’inclusivita’.
Con le sue regole e la sua intrinseca capacità di creare connessioni, il jazz può educare e sensibilizzare, offrendo un contesto inclusivo per uomini e donne di ogni età e appartenenza, unendo artisti, appassionati e persino semplici spettatori “di passaggio“.
E’ un genere musicale multietnico, che contribuisce a crearecomunità più solidali e sostenibili, che non conosce confini e in cui la creatività e il talento dell’improvvisazione si esprimono all’estremo limite del virtuosismo, e che accomuna, in una colonna sonora senza fine e senza tempo, popoli, culture e tradizioni diversi, in perfetta armonia tra loro, musicalmente, ma anche socialmente.
Mai come quest’anno, il clima di incertezza e di paura dovuto al contesto geopolitico internazionale, ha fatto sì che si sentisse, proprio durante le festività natalizie, un crescente bisogno di essere destinatari e al tempo stesso portatori, di messaggi di serenità e di pace, e la musica jazz, proprio per le sue stesse origini, svolge un ruolo affatto secondario nel ridare la speranza per un mondo più sano, più libero e più inclusivo.
Il festival jazz più importante d’Europa, sicuramente uno tra i più importanti e conosciuti nel mondo, Umbria Jazz Winter, giunto alla sua 31ª edizione è riuscito, anche quest’anno, a emozionare e coinvolgere in un’atmosfera magica di suoni e di colori, i tantissimi appassionati italiani e stranieri, ma anche i numerosissimi turisti che hanno invaso per cinque giorni, l’altra “capitale” degli etruschi, Orvieto, dove si trovava il celebre Fanum Voltumnae, il santuario federale dell’intera lega etrusca, per assistere agli oltre cento concerti che si sono svolti nelle diverse locations della città.
La città umbra, posta in cima ad una rupe tufacea, ha accolto il ricco programma di eventi musicali tutti sold out che, Carlo Pagnotta, storico ideatore e Direttore artistico della manifestazione, ha preparato per quello che ha definito – “una vera chicca” – sottolineando il ruolo unico che il festival riveste in – “una città dalle dimensioni contenute, ma dalla grande tradizione culturale”.
“Tornare a Orvieto è sempre una magia” – ha dichiarato Pagnotta. Tutto esaurito nei 5 giorni nei quali si è svolta l’importante e qualitativa kermesse internazionale: dagli alberghi ai ristoranti, non solo in città, ma anche nei dintorni – “e questo – afferma Pagnotta – dimostra il successo della formula di Umbria Jazz Winter che, da 31 anni, continua a conquistare il pubblico”.
A completare il clima di festa in città anche le uscite giornaliere, per le vie del centro storico orvietano, della popolare street parade dei Funk Off, molto apprezzata dai cittadini e dai turisti, che hanno seguito i musicisti della band ovunque andasse e si soffermasse a suonare; una vera bomba musicale di energia, che ha attraversato il centro storico della città.
I concerti al Palazzo del Capitano del Popolo e al Palazzo dei Sette, sovrastato dalla Torre del Moro, hanno offerto momenti di grande professionalità artistica.
Emozionante e coinvolgente al Teatro Mancinelli, la nuova produzione dell’Umbria Jazz Orchestra con Ethan Iverson che , per l’occasione, ha arrangiato un repertorio unico e appassionante, dedicato alle grandi musiche del cinema, accompagnato dal trio di Emmet Cohen.
Pagnotta ha sottolineato anche il cambiamento del jazz nel corso dei decenni. “Molti maestri non ci sono più, ma nuove generazioni di musicisti hanno studiato e continuano a mantenere vivo il genere” – ha spiegato. Per il Direttore artistico, il futuro del jazz è inequivocabilmente solido: “Come la musica classica e l’opera, anche il jazz resisterà nel tempo, continuando a evolversi e affascinare”.
Molto apprezzati dal pubblico, anche le performance più innovative come “The feeling of jazz”, un racconto di Guido Barlozzetti, accompagnato dal contrabbasso di Enzo Pietropaoli e le magiche sonorità percussive di Michele Rabbia. Un nuovo modo di raccontare il secolo del ‘900 attraverso la storia del jazz, declinato utilizzando il linguaggio multimediale e digitale e in grado di fornire emozioni forti alla pari di quelle che solitamente si sprigionano, ad esempio, ascoltando la potenza musicale di George Gershwin con la sua “Rhapsody in Blue”.
Sempre in tema di novità e di nuove generazioni, più volte definite da Carlo Pagnotta come la preziosa risorsa della kermesse internazionale di Umbria Jazz, il pubblico ha applaudito il virtuoso talento di Francesca Tandoi al pianoforte, protagonista della nuova scena del jazz italiano, europeo, e internazionale, accompagnata da due artisti straordinari come Stefano Senni al contrabbasso e Giovanni Campanella alla batteria e da uno special guest come Max Ionata, uno dei migliori sassofonisti italiani. Tandoi e le sue mani hanno corso veloci come il vento sulla tastiera del pianoforte, per sprigionare tutta la carica esplosiva dello swing e a coloro che hanno avuto il privilegio di ascoltarla per la prima volta, Francesca non ha risparmiato la sorpresa di offrire anche alcuni brani impreziositi dalla sua voce.
Ma come non menzionare le performance vocali dirompenti, la capacità di usare la voce passando con una straordinaria disinvoltura dai toni più alti a quelli più bassi, alla stregua di uno strumento musicale, della venticinquenne cantante americana di origini camerunensi Ekep Nkwelle, recente rivelazione artistica, scoperta come tantissimi altri talenti nella lunga storia di Umbria Jazz dal suo Direttore artistico Carlo Pagnotta.
Allo scoccare della mezzanotte, come in una vera e propria jazz jam session, cittadini e turisti si sono ritrovati davanti all’incantevole facciata del Duomo di Orvieto, per l’occasione impreziosita da un elegante gioco di illuminazioni a tempo di musica che ha fattoda suggestivo scenario.
Il primo giorno dell’anno alle 17, ancora nuove emozioni, ma questa volta all’interno del Duomo, che ha ospitato la solenne celebrazione eucaristica della Messa della Pace e a seguire il suggestivo e travolgente concerto dei Benedict Gospel Choir, inseriti nel programma della 31esima edizione di Uj Winter.
La manifestazione, in cui è spiccata l’organizzazione impeccabile di tutto lo staff della Fondazione Umbria jazz, e del personale delle location comunali che hanno ospitato i vari concerti, si conferma non solo un evento musicale di prim’ordine, ma anche un efficace e attraente volano per il turismo e l’economia di Orvieto e dell’Umbria, sostenuta anche da un pubblico sempre più numeroso e sempre più internazionale, che rappresenta un riconoscimento al lavoro svolto per promuovere la città di Orvieto come meta culturale di eccellenza.
Possiamo dunque affermare con assoluta certezza che, con un programma che da sempre sa alternare tradizione e innovazione, la 31ª edizione di Umbria Jazz Winter si è confermata come uno degli appuntamenti più attesi del panorama musicale italiano e del del jazz mondiale.
Antonello Romano
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Musica
Vasco Rossi attacca la destra italiana: «Dovrebbero tornare a scuola, dalle elementari». De Luca lo applaude, ma sul concerto di Capodanno frena
Vasco Rossi critica la concezione della libertà che attribuisce alla destra italiana. Vincenzo De Luca lo definisce «un maestro di libertà», ma quando si parla di un possibile concerto di Capodanno a Salerno risponde con una battuta sui costi.
Vasco Rossi torna a far discutere, questa volta non per una canzone o un concerto, ma per un attacco diretto alla destra italiana. Il rocker di Zocca ha scelto il palco dell’Università di Salerno, dove mercoledì 7 ottobre 2026 ha ricevuto un dottorato honoris causa, per condividere una riflessione sul significato della libertà e sul rapporto tra cultura, musica e responsabilità sociale. Nel suo intervento non sono mancate parole destinate ad alimentare il confronto politico, soprattutto quando il cantante ha contestato apertamente il modo in cui, a suo giudizio, alcuni esponenti della destra interpretano il concetto di libertà.
«La libertà non è fare quello che si vuole, come pensano quelli della destra italiana», ha dichiarato Vasco, aggiungendo una provocazione ancora più esplicita: «Qualcuno dovrebbe tornare a scuola, ma ripartendo dalle elementari». Parole pronunciate durante una cerimonia accademica che ha visto il cantante protagonista di un discorso sul valore della cultura e sulla capacità della musica di stimolare il pensiero critico.
Vasco Rossi contro la destra italiana: «La libertà non è fare quello che si vuole»
Il passaggio più politico del discorso di Vasco Rossi riguarda il significato stesso della libertà, un tema che accompagna da sempre la sua produzione artistica e che il cantante ha voluto affrontare anche davanti agli studenti e ai rappresentanti dell’Università di Salerno.
Secondo il rocker, essere liberi non significa poter agire senza considerare le conseguenze delle proprie scelte o i diritti degli altri. È in questo contesto che ha inserito il riferimento alla destra italiana, accusandola di sostenere una concezione troppo semplicistica della libertà.
La battuta sul ritorno alle scuole elementari ha reso particolarmente pungente il suo intervento, anche se Vasco non ha indicato singoli politici né citato specifici provvedimenti del governo. La critica si è concentrata su un’impostazione culturale e politica che l’artista considera distante dalla propria idea di libertà.
Il cantante ha poi allargato il ragionamento al ruolo della musica nella società, sottolineando che un artista non può sostituirsi alla politica, ma può contribuire a stimolare domande e riflessioni.
«Una canzone non sostituisce l’impegno politico e sociale, d’accordo, ma può sempre aprire una crepa in un muro di indifferenza», ha spiegato, attribuendo alla musica la capacità di raggiungere le persone anche attraverso emozioni e linguaggi diversi da quelli del dibattito istituzionale.
Il dottorato honoris causa all’Università di Salerno
La cerimonia si è svolta nell’Aula Magna del campus universitario di Fisciano, dove Vasco Rossi ha ricevuto il Dottorato di Ricerca Honoris Causa in Politica e Comunicazione, un riconoscimento che valorizza il suo contributo alla cultura popolare italiana.
L’ateneo ha voluto premiare un percorso artistico capace di attraversare generazioni differenti, raccontando attraverso la musica inquietudini, trasformazioni sociali e aspirazioni individuali. Dai primi successi fino ai grandi concerti negli stadi, Vasco ha costruito un rapporto particolare con il proprio pubblico, facendo della libertà personale e dell’autenticità alcuni dei temi ricorrenti delle sue canzoni.
Il riconoscimento accademico ha offerto quindi l’occasione per riflettere anche sul peso culturale della musica popolare, spesso capace di influenzare il linguaggio e la sensibilità collettiva ben oltre i confini dell’intrattenimento.
La parte più discussa della cerimonia resta però quella dedicata alla politica, con una presa di posizione che ha portato il cantante a criticare esplicitamente la destra italiana.
Vincenzo De Luca applaude Vasco: «È un maestro di libertà»
Tra coloro che hanno commentato con entusiasmo la presenza di Vasco Rossi a Salerno c’è Vincenzo De Luca, che ha espresso un giudizio particolarmente positivo sul cantante e sul messaggio rivolto ai giovani.
«È oltre che un grande artista anche un figlio di buona donna, parliamoci chiaro. Bravo, bravo, coinvolgente», ha dichiarato De Luca con il suo consueto linguaggio colorito, sottolineando il carisma del rocker e la capacità di coinvolgere il pubblico.
De Luca ha poi definito Vasco «un maestro di libertà», soffermandosi soprattutto sull’importanza di incoraggiare le nuove generazioni a sviluppare un pensiero autonomo.
«Di questi tempi insegnare ai giovani a essere liberi, uomini e donne liberi, insegnare a pensare con la propria testa è comunque un bel messaggio», ha osservato.
Nella sua riflessione, De Luca ha ricordato anche che la libertà deve convivere con il rispetto delle regole e con i principi della solidarietà umana, richiamando un’idea di responsabilità individuale che considera fondamentale per la vita collettiva.
Vasco Rossi al concerto di Capodanno a Salerno? La risposta di De Luca
L’entusiasmo per la presenza del rocker in città ha alimentato anche una curiosità: sarebbe possibile riportare Vasco Rossi a Salerno per il concerto di Capodanno? Una prospettiva suggestiva per i fan, ma sulla quale De Luca ha preferito frenare immediatamente.
Giovedì 8 ottobre, a margine dell’inaugurazione dell’autorimessa Irno Center, è arrivata infatti una risposta ironica alla possibilità di ospitare il cantante durante i festeggiamenti di San Silvestro.
«Eh, esageriamo, non vi allargate. Vasco è bello e caro, ma costa», ha scherzato De Luca, ricordando implicitamente quanto possa essere impegnativo organizzare un evento con un artista abituato a riempire gli stadi.
Il cantante, inoltre, ha già numerosi appuntamenti professionali programmati, circostanza che rende ancora più complicata l’ipotesi di una sua partecipazione al concerto di fine anno.
L’amministrazione comunale sta lavorando agli eventi natalizi e alla manifestazione Luci d’Artista, ma al momento non risulta alcuna conferma sulla presenza di Vasco Rossi nella notte del 31 dicembre.
Dalla musica alla politica, Vasco continua a far parlare di sé
La visita all’Università di Salerno ha mostrato ancora una volta come Vasco Rossi riesca a catalizzare l’attenzione anche lontano dai palchi dei concerti. Il dottorato honoris causa rappresenta un riconoscimento importante alla sua carriera, ma sono state soprattutto le parole sulla destra italiana a trasformare la cerimonia in un momento di confronto pubblico.
Il cantante ha espresso una posizione politica netta, collegandola alla propria idea di libertà e al ruolo della cultura nella formazione delle coscienze. De Luca, dal canto suo, ha scelto di valorizzare il messaggio rivolto ai giovani, celebrando la capacità dell’artista di incoraggiare il pensiero indipendente.
Resta invece soltanto una suggestione l’ipotesi di un concerto di Vasco a Salerno per Capodanno. Almeno su questo punto, dopo gli elogi e le riflessioni sulla libertà, De Luca ha preferito riportare la discussione su una questione molto concreta: il costo di un evento di quelle dimensioni.
Musica
Brunori Sas senza filtri: «Gaza è un genocidio, bisogna prendere posizione». E confessa: «Io di sinistra, mio padre votava destra»
Sul palco degli Arcimboldi, Brunori Sas parla della tragedia palestinese, ironizza sulle proprie idee politiche e racconta il rapporto con il padre. Tra battute pungenti e momenti emozionanti, rivendica il diritto degli artisti a schierarsi.
Brunori Sas non ha intenzione di limitarsi a cantare, soprattutto quando ci sono argomenti sui quali sente il bisogno di esprimere la propria opinione. Il cantautore calabrese, protagonista al Teatro degli Arcimboldi di Milano con TuttoBrunori, ha trasformato il suo nuovo spettacolo in un viaggio tra musica, confessioni personali e riflessioni politiche, affrontando senza troppi giri di parole anche la tragedia di Gaza, che definisce un «genocidio». E tra una canzone e l’altra trova il tempo per raccontare le differenze ideologiche con il padre, che votava Fiamma Tricolore, mentre lui è diventato uno dei cantautori più riconoscibili dell’area culturale di sinistra.
Lo spettacolo mescola il concerto tradizionale al teatro canzone, con dieci monologhi che accompagnano i brani più amati del suo repertorio. Brunori alterna ironia, provocazioni e momenti di grande tenerezza, prendendo in giro persino se stesso e quella fama da intellettuale progressista che ormai lo accompagna.
«Io di sinistra, mio padre votava Fiamma Tricolore»
Uno dei momenti più divertenti e commoventi arriva quando Brunori immagina un dialogo con il padre, scomparso prima che il figlio raggiungesse il successo. Il cantautore gli racconta la propria carriera e scherza sulle differenze politiche che li separavano.
«Sono diventato cantautore, e quindi di sinistra. Un figlio che canta per i comunisti mentre tu votavi Fiamma Tricolore…», dice, strappando sorrisi al pubblico e trasformando un ricordo familiare in una riflessione sulle appartenenze politiche.
Poi rincara la dose, prendendo in giro la propria immagine pubblica: «Sono il king del woke, il santino perfetto del cantautore di sinistra». Eppure, quando vede Matteo Salvini cantare le sue canzoni o alcuni esponenti della destra celebrare Francesco Guccini, anche le certezze ideologiche diventano materia di ironia.
Gaza e la scelta di schierarsi: «Meglio il ridicolo di prendere posizione»
Il tono cambia quando Brunori affronta la guerra a Gaza. Attraverso un monologo sarcastico, il cantante immagina una riunione aziendale nella quale perfino le vittime di un conflitto vengono trattate come numeri da inserire in un bilancio.
Il riferimento è a «70 mila morti di cui 21 mila children», una provocazione che utilizza volutamente il linguaggio del marketing per denunciare l’assurdità di trasformare una tragedia umanitaria in una questione di risultati.
Brunori racconta poi un episodio realmente vissuto durante un concerto in Sardegna, quando uno spettatore gli porse una bandiera. Accettarla avrebbe significato prendere posizione pubblicamente, con tutte le inevitabili reazioni sui social; ignorarla avrebbe invece permesso di evitare polemiche.
Il cantautore sceglie di affrontare il dilemma con una frase che riassume il senso dello spettacolo: «Meglio il ridicolo di prendere posizione, al ridicolo di non prenderne affatto».
«Questo spettacolo lancia il sasso e non nasconde la mano»
Brunori chiarisce che la riflessione non nasce dal desiderio di attaccare altri artisti, ma da un confronto con i propri dubbi. «Non avevo in mente lui ma me stesso», spiega a proposito di chi aveva interpretato il monologo come una risposta a Francesco De Gregori.
Il cantante riconosce che esiste una differenza tra schierarsi per convinzione e farlo soltanto perché una determinata posizione è popolare. «C’è una linea sottile fra lo schierarsi per retorica o perché è di moda e l’importanza di prendere posizione», osserva, sottolineando che anche il dubbio deve servire a cercare risposte.
E aggiunge un’altra riflessione sul ruolo dell’ironia: «L’ironia stessa a volte è usata per tirare il sasso e nascondere la mano». Questa volta, però, vuole evitare qualsiasi ambiguità: «Questo spettacolo lancia il sasso e non nasconde la mano».
Dalla Calabria a Sanremo, fino all’amore per la figlia
Non c’è soltanto la politica nello spettacolo di Brunori Sas. Il cantautore, cresciuto a San Fili, in provincia di Cosenza, non ha mai rinnegato le proprie radici calabresi, mantenendo un legame profondo con la terra dalla quale è partito per conquistare il pubblico nazionale.
Sul palco trova spazio anche l’amore, raccontato attraverso il rapporto con la compagna Simona Marrazzo, che condivide con lui la passione per la musica. E naturalmente arriva il momento dedicato alla figlia, protagonista emotiva di L’albero delle noci, il brano che Brunori ha portato al Festival di Sanremo nel 2025.
Tra risate, ricordi e confessioni, il cantautore mette insieme tutte le sfaccettature della propria vita, dal ragazzo calabrese cresciuto con una famiglia politicamente divisa all’artista che oggi sente il bisogno di esprimersi anche sulle questioni più controverse.
Il finale è affidato a poche parole che racchiudono il senso del viaggio: «Tutto questo sono». E il pubblico degli Arcimboldi risponde con gli applausi.
Musica
Paola Iezzi punge Annalisa ed Elodie: «Le nostre canzoni erano le antenate delle loro, ma nessuno ci riconosceva il merito».
Paola Iezzi rivendica il ruolo pionieristico del duo nella musica pop italiana e racconta le difficoltà degli esordi, quando lei e Chiara non avevano nemmeno i soldi per un albergo e furono costrette a dormire in un centro estetico.
Paola Iezzi ha qualcosa da dire a chi, per anni, ha sottovalutato la musica sua e della sorella Chiara. Questa volta non sembra intenzionata a nascondere l’amarezza per un riconoscimento arrivato, secondo lei, troppo tardi. La cantante rivendica il ruolo che Paola & Chiara hanno avuto nell’evoluzione del pop italiano, arrivando a tracciare un collegamento diretto tra le loro canzoni e quelle che oggi portano al successo artiste come Annalisa ed Elodie.
«Nessuno riconosceva il merito delle canzoni mie e di Chiara, antenate di quelle di Annalisa e Elodie», ha dichiarato Paola, mettendo sul tavolo una questione che va oltre il semplice confronto tra generazioni. Il suo non è necessariamente un attacco alle due colleghe, quanto piuttosto una rivendicazione artistica: quella di aver proposto un linguaggio musicale, un’estetica e una concezione del pop femminile che soltanto molti anni dopo hanno trovato piena legittimazione nel panorama italiano.
Il riferimento ad Annalisa ed Elodie è particolarmente significativo perché entrambe hanno costruito una parte importante del proprio successo su brani dance, produzioni elettroniche e un’immagine scenica nella quale musica, moda e sensualità convivono senza complessi. Una strada che Paola & Chiara avevano già cominciato a percorrere quando il pop italiano concedeva meno spazio a questo genere di proposta.
Da “Vamos a bailar” al pop di oggi: perché Paola & Chiara si sentono delle pioniere
Il successo di Paola & Chiara esplose alla fine degli anni Novanta e si consolidò con brani come “Vamos a bailar (Esta vida nueva)”, uno dei simboli dell’estate del 2000. Il duo seppe costruire un’identità riconoscibile attraverso ritmi dance, influenze internazionali e videoclip curati, proponendo una formula che all’epoca non sempre incontrava il favore della critica musicale.
Eppure proprio quella combinazione di melodie immediate, elettronica e immaginario visivo è diventata negli anni successivi uno degli elementi centrali del pop contemporaneo. Il confronto con Annalisa ed Elodie nasce da questa continuità stilistica, anche se naturalmente le tre esperienze artistiche appartengono a epoche differenti e possiedono caratteristiche proprie.
Paola sembra voler sottolineare soprattutto una contraddizione: ciò che un tempo la critica considerava musica leggera, poco impegnata o semplicemente commerciale oggi rappresenta una parte importante della produzione pop italiana. Il ritorno sulle scene di Paola & Chiara, culminato nella partecipazione a Sanremo 2023 con “Furore”, ha contribuito a riportare l’attenzione su un repertorio che nel frattempo anche le nuove generazioni hanno riscoperto.
«Senza soldi dormivamo in un centro estetico»: la gavetta che nessuno immaginava
Ma dietro le luci dei palcoscenici, i videoclip e le canzoni diventate tormentoni, Paola Iezzi racconta anche una realtà molto meno scintillante. Gli inizi della carriera furono segnati da difficoltà economiche che oggi possono sorprendere chi associa il duo soltanto al successo e alla popolarità.
«La gavetta? Senza soldi abbiamo dormito in un centro estetico», ha ricordato la cantante, svelando un episodio che restituisce un’immagine completamente diversa delle due sorelle. Prima dei grandi concerti e della notorietà, ci furono dunque momenti nei quali anche trovare un posto dove trascorrere la notte rappresentava un problema concreto.
Il racconto serve anche a ridimensionare l’idea che il successo delle due artiste sia arrivato senza sacrifici. La carriera musicale richiede spesso anni di tentativi, spostamenti, occasioni mancate e investimenti personali che il pubblico raramente vede. Per Paola & Chiara, almeno stando a questo ricordo, la strada verso il riconoscimento passò anche attraverso sistemazioni improvvisate e rinunce che poco avevano a che fare con il glamour.
Paola Iezzi cerca il riconoscimento che mancava: Annalisa ed Elodie raccoglieranno il messaggio?
Le parole di Paola aprono adesso una riflessione sul modo in cui la musica italiana riconosce i propri precursori. Il successo contemporaneo di Annalisa ed Elodie non diminuisce naturalmente il valore del loro lavoro, ma secondo la cantante sarebbe giusto ricordare anche chi ha contribuito a preparare il terreno per una stagione musicale oggi molto apprezzata.
Non è detto che le due artiste chiamate in causa debbano necessariamente rispondere, anche perché Paola non ha contestato il loro talento né i risultati ottenuti. Attraverso il confronto ha piuttosto chiesto che il pubblico riconosca l’importanza di un percorso artistico iniziato quando determinate sonorità e scelte estetiche avevano meno spazio nella musica italiana.
La vera rivincita di Paola & Chiara potrebbe essere proprio questa: vedere una nuova generazione di cantanti ottenere grandi successi attraverso un linguaggio che loro avevano contribuito a rendere popolare molti anni prima. E forse, dopo una gavetta che le aveva portate persino a dormire in un centro estetico, il riconoscimento del pubblico e della storia musicale rappresenta una soddisfazione che va ben oltre le classifiche.
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