Musica
Vinili da record: ecco i dischi più rari e costosi della storia della musica
Le ragioni per collezionare vinili sono molteplici e spesso soggettive. Discogs, la piattaforma di riferimento per gli appassionati, individua alcune motivazioni di base. Innanzitutto, la qualità del suono, decisamente più calda e naturale rispetto a CD, computer e dispositivi mobili. Poi c’è il fascino della confezione: le copertine e il packaging possono fare la differenza, arricchendo l’esperienza con illustrazioni e testi.
Se siete appassionati di musica e collezionismo, saprete che il vinile non è mai passato di moda. Anzi, negli ultimi anni ha conosciuto una nuova rinascita, grazie al suo suono inconfondibile e al suo fascino retrò. Ma quali sono i vinili più rari e costosi della storia della musica? E quali sono i fattori che ne determinano il valore? Scopriamolo insieme in questo articolo.
Beatles e Prince: i re del vinile.
Tra i dischi più ricercati e quotati dai collezionisti, ci sono sicuramente quelli dei Beatles e di Prince, due icone della musica pop. I Fab Four hanno stabilito il record assoluto con la prima copia del White Album (1968), appartenuta al batterista Ringo Starr e venduta all’asta nel 2015 per la cifra astronomica di 790 mila dollari, la più alta mai registrata per un LP. Si tratta di un’edizione numerata (0000001) e autografata dai quattro membri della band, che contiene anche alcune foto e poster originali.






Ma anche altri album dei Beatles sono molto ambiti dai collezionisti, come l’edizione giapponese di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967), con una copertina unica prodotta in poche copie, quotata a oltre 13 mila dollari, o il famoso “Butcher Cover” di Yesterday and Today (1966), con una foto controversa dei Beatles vestiti da macellai e circondati da bambole e pezzi di carne, ritirata dal mercato dopo le proteste dei fan e sostituita da una copertina più innocua.
Anche Prince, il genio di Minneapolis scomparso nel 2016, ha lasciato in eredità alcuni vinili molto rari e preziosi, come The Black Album (1987), divenuto un’icona tra i fan. Si tratta di un disco senza titolo né crediti, con una copertina completamente nera, che Prince decise di ritirare poco dopo il lancio a causa di insoddisfazione sul risultato finale e di una presunta esperienza mistica. Solo sei copie esistenti al mondo sono state salvate dalla distruzione e una di queste è stata ceduta nel 2018 per la considerevole cifra di 27.500 dollari.
Arte e musica: un binomio vincente.
Un altro fattore che può influire sul valore di un vinile è la sua copertina, soprattutto se realizzata da un artista famoso o con una grafica particolare. Un esempio emblematico è il caso delle creazioni di Andy Warhol, il padre della pop art, che ha disegnato le copertine di vari artisti, dai Velvet Underground ad Artie Shaw e Diana Ross. Tra queste, la più celebre è sicuramente quella della banana pelabile di The Velvet Underground & Nico (1967), valutata a circa 10 mila euro.

“Se solo le case discografiche avessero preservato quei bozzetti, oggi avremmo autentiche opere d’arte. Purtroppo, abbiamo perso tesori preziosi”, commenta Claudio Donato, proprietario del celebre negozio di dischi Goody Music a Roma. Ma l’incontro tra arte e musica non si ferma qui. Un esempio affascinante è il vinile Dedicato a Le Stelle di Mario Schifano (1967), valutato a quasi 8 mila euro. Schifano, noto pittore e cineasta romano, era considerato il principale artista pop italiano, spesso paragonato ad Andy Warhol. Il disco contiene una serie di brani sperimentali, accompagnati da una copertina astratta e colorata, che riflette lo stile e la personalità dell’artista.

Curiosità ed errori: le sorprese del vinile.
Oltre alla data di pubblicazione, alla tiratura e al grado di conservazione, ci sono altri elementi che possono aumentare il valore di un vinile, come gli errori di stampa o le curiosità legate agli artisti. Un esempio di errore di stampa è quello dell’album Led Zeppelin III (1970), che in alcune copie presenta il titolo sbagliato sulla copertina posteriore (Led Zeppelin II) e sulle etichette dei dischi (Led Zeppelin IV). Questo disco è stato venduto per oltre 10 mila dollari.
Un esempio di curiosità è quello di Mina, la celebre cantante italiana, che all’inizio della sua carriera si faceva chiamare Baby Gate, per sfruttare la moda del momento. Il suo primo 45 giri, intitolato Non partir/Be bop a lula (1958), è stato pubblicato con questo pseudonimo e oggi è molto raro e ricercato, con una quotazione di circa 5 mila euro.
Perché collezionare vinili?
Le ragioni per collezionare vinili sono molteplici e spesso soggettive. Discogs, la piattaforma di riferimento per gli appassionati, individua alcune motivazioni di base. Innanzitutto, la qualità del suono, decisamente più calda e naturale rispetto a CD, computer e dispositivi mobili. Poi c’è il fascino della confezione: le copertine e il packaging possono fare la differenza, arricchendo l’esperienza con illustrazioni e testi. Un’altra motivazione più romantica è quella della ‘connessione’: estrarre un vinile dalla sua custodia e ascoltarlo su un giradischi può evocare ricordi più vividi, arricchendo l’esperienza musicale. Infine, acquistare vinili è anche un modo per sostenere gli artisti e la musica stessa, in un’epoca in cui il digitale ha reso tutto più facile ma anche più effimero.
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Musica
Ozzy Osbourne, il figlio Jack rompe il silenzio: «L’ultimo concerto fu come il suo funerale. Ora quel silenzio fa un rumore assordante»
Jack Osbourne racconta gli ultimi anni del padre, la malattia, le operazioni e quella voglia feroce di continuare a lavorare fino alla fine.
Per tutta l’infanzia Jack Osbourne ha dovuto dividere suo padre con il resto del mondo. Ozzy apparteneva alla famiglia, ma apparteneva anche ai palchi, ai Black Sabbath e a milioni di fan. Soltanto molti anni dopo Jack ha avuto la sensazione di conoscerlo davvero. E adesso che suo padre non c’è più, racconta gli ultimi anni del Principe delle Tenebre senza trasformarli in un santino.
«Era sempre in tour. Posso dire d’averlo conosciuto davvero solo da adulto, ai tempi di World Detour, quando giravamo l’America insieme. È stato l’ultimo periodo in cui stava bene», ha raccontato Jack. Poi arrivò il 2019, la caduta in casa, l’aggravarsi dei problemi di salute e l’inizio di anni durissimi.
Una storia che la famiglia ha deciso di non nascondere e che emerge anche dal documentario Ozzy: No Escape from Now e dal libro postumo Last Rites, al quale il cantante lavorò praticamente fino alla fine.
Ozzy scrisse fino a due giorni prima di morire
La famiglia si è interrogata sull’opportunità di pubblicare quelle ultime pagine, ma per Jack la risposta era già contenuta nella volontà del padre. «Ci siamo chiesti se fosse giusto pubblicarlo, ma era il suo desiderio. Non farlo sarebbe stato un torto».
Ozzy, racconta il figlio, non voleva che la malattia diventasse il filtro attraverso il quale osservare la sua intera esistenza. Non cercava compassione e, anzi, la detestava. «Papà non aveva rimpianti. Ha vissuto una vita incredibile, e scrivere era il suo modo per dire: “Ok, sono stato malato, ma non provate pena per me”. Lo trovava ridicolo».
Il problema più grande per lui non era soltanto il dolore fisico. Era l’impossibilità di fare ciò che aveva sempre fatto: lavorare. Quando registrava un disco, partecipava al podcast con la famiglia o aveva davanti un nuovo progetto, tornava a sentirsi vivo. Nei periodi di inattività, invece, si abbatteva.
«Era frustrato perché non riusciva ad alzarsi, ma lavorare lo faceva sentire vivo. Si sentiva utile solo quando creava qualcosa».
«L’ultimo concerto? È stato come un funerale in vita»
Poi arrivò Back to the Beginning, l’ultimo concerto nella sua Birmingham. Per Jack quella serata resta un ricordo potentissimo e difficile persino da definire: «È stato come un funerale in vita».
Ozzy era lì, circondato dalle persone che avevano attraversato decenni della sua esistenza. Vecchi amici, colleghi e fan. Tutto nella città dalla quale la sua storia era cominciata.
«C’era una perfezione divina e al tempo stesso strana. Lui era felice: aveva rivisto amici di trent’anni prima, fan, colleghi. E nella sua Birmingham era come chiudere un cerchio».
Nonostante la malattia, Ozzy continuava però a essere Ozzy. Jack ricorda un padre ancora capace di divertirsi per una battuta volgare, di ridere sguaiatamente e soprattutto di ascoltare musica a un volume impossibile. «Continuava a sparare la musica a dieci miliardi di decibel».
Jack Osbourne contro Roger Waters: «Che idiota del cazzo»
Ed è proprio parlando della musica ascoltata dal padre che Jack riserva una delle stoccate più dure dell’intervista a Roger Waters. Ozzy passava senza problemi da Michael Jackson ai Pink Floyd e, secondo il figlio, aveva sempre avuto grande considerazione per Waters.
Per questo Jack non ha digerito le parole pronunciate dal musicista sul padre: «Che idiota del cazzo. Penso sia solo gelosia: mio padre lo stimava e lo ascoltava sempre».
Un attacco senza filtri, molto nello stile della famiglia Osbourne, che arriva mentre Jack ripercorre anche il capitolo più doloroso degli ultimi anni: quello delle operazioni.
Secondo lui, in particolare il primo intervento avrebbe segnato l’inizio del peggioramento: «Quella prima operazione ha peggiorato tutto. È la maledizione dei medici di Los Angeles: hanno paura di dire la verità. Da quell’intervento è andato tutto a rotoli».
Sharon Osbourne e il dolore dopo Ozzy
Oggi Jack divide il proprio tempo tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra e cerca di restare vicino alla madre Sharon Osbourne, chiamata a ricostruire una quotidianità dopo una vita trascorsa accanto al marito.
Jack la descrive con una frase che racconta bene la complessità del momento: «Sta bene non stando bene». Sharon, spiega, sta cercando di capire da dove ricominciare, sostenuta dalla famiglia e dalle persone che le sono vicine.
Ozzy, però, non avrebbe voluto essere ricordato attraverso il dolore di chi è rimasto. «Papà non avrebbe voluto vederla triste. Detestava la pietà, diceva sempre: “Guardate avanti”».
È forse questa l’eredità che Jack conserva più gelosamente. Ozzy Osbourne ha attraversato oltre mezzo secolo di rock continuando a cambiare, provocare, cadere e rialzarsi. «Molti diventano rockstar, lui lo è stato davvero. Non si è mai fermato, non ha mai avuto paura di cambiare. Non c’è decennio in cui non abbia lasciato il segno».
Nell’ultimo capitolo del suo libro Ozzy aveva scelto poche parole per congedarsi: «Ho avuto una vita rumorosa. Ora sono pronto per un po’ di silenzio».
Jack è convinto che suo padre lo pensasse davvero. Ma per chi è rimasto, ammette, quel silenzio è molto diverso: «Adesso fa un rumore assordante».
Musica
Victoria Beckham riaccende i sogni dei fan: “Una reunion delle Spice Girls? Mai dire mai, allo Sphere di Las Vegas sarebbe fantastico!”
Victoria Beckham esclude un nuovo tour mondiale, ma davanti all’ipotesi di uno show allo Sphere non chiude affatto la porta: «Mi piace molto l’idea». E il sogno delle cinque Spice di nuovo insieme riparte
Sembrava proprio lei l’ostacolo più difficile da superare per rivedere le Spice Girls al completo. Adesso, invece, Victoria Beckham ha pronunciato quelle poche parole che milioni di fan aspettavano da anni. Nessuna promessa, nessun annuncio ufficiale, ma nemmeno il solito no categorico: l’ex Posh Spice ha aperto alla possibilità di tornare sul palco insieme a Mel B, Mel C, Emma Bunton e Geri Halliwell.
E c’è persino un luogo che potrebbe convincerla: lo spettacolare Sphere di Las Vegas. Davanti all’ipotesi di una reunion nella gigantesca arena immersiva americana, Victoria non ha nascosto il proprio entusiasmo: «Devo ammettere che sarebbe allettante. Quanto sarebbero brave le Spice Girls in quello show! Mi piace l’idea, tanto».
Per i fan è bastato questo. Dopo anni di speranze, indiscrezioni e tentativi di riportare insieme la formazione originale, la porta che sembrava definitivamente chiusa si è improvvisamente socchiusa.
Victoria Beckham sorprende tutti: «Amo le ragazze»
Le parole più significative, però, riguardano il rapporto di Victoria con il proprio passato. Beckham ha respinto l’idea di voler prendere le distanze dall’esperienza che l’ha trasformata in una star mondiale e ha ricordato quanto le Spice Girls abbiano contribuito alla donna che è diventata.
«Non solo non rinnego nulla, ma ti dico che amo le ragazze. Non sarei quella che sono oggi se non fossi stata con loro», ha raccontato. Prima del successo, ha spiegato, era una ragazza insicura, mentre l’esperienza nel gruppo le diede «forza, identità, coraggio».
È una dichiarazione che pesa soprattutto perché negli ultimi anni proprio Victoria è rimasta fuori dai progetti più importanti della band. Nel 2019 le altre quattro Spice tornarono insieme per una serie di concerti, mentre lei scelse di non partecipare, ormai completamente assorbita dalla moda e dalle proprie attività imprenditoriali.
Questa volta, invece, Posh sembra guardare alla vecchia band con una nostalgia diversa. E quando la conversazione si sposta sull’eventualità di riprendere in mano il microfono, arriva anche l’autoironia: «Non so nemmeno se saprei ancora farlo, insomma… non sono mai stata così brava!».
Niente tour mondiale, ma Las Vegas cambia tutto
Victoria Beckham mette comunque un limite molto preciso. L’idea di trascorrere mesi in giro per il mondo con una nuova tournée non sembra interessarle: «Un tour mondiale? No, non posso. Ho un lavoro…».
Ed è proprio qui che l’ipotesi Las Vegas diventa interessante. Una residency o una serie limitata di spettacoli permetterebbe alle Spice Girls di celebrare la loro storia senza affrontare gli impegni di un gigantesco tour internazionale. Lo Sphere, inoltre, offrirebbe una cornice perfetta per trasformare il repertorio del gruppo in uno spettacolo costruito sulla nostalgia degli anni Novanta e sulle possibilità tecnologiche dell’arena.
Victoria non ha annunciato alcun progetto e le sue parole non equivalgono alla conferma di una reunion. Ma per la prima volta l’idea sembra averla incuriosita anziché spingerla immediatamente a tirarsi indietro.
Il sogno delle cinque Spice di nuovo insieme
Il fascino di una reunion completa nasce anche dal fatto che le Spice Girls rappresentano qualcosa di più di una pop band di enorme successo. Con “Wannabe” e il fenomeno del “girl power”, Mel B, Mel C, Emma, Geri e Victoria diventarono uno dei simboli della cultura pop degli anni Novanta, costruendo cinque identità immediatamente riconoscibili e trasformandosi in un fenomeno globale.
Proprio per questo ogni indiscrezione su un possibile ritorno della formazione originale continua a provocare una reazione enorme tra i fan. Finora il tassello più difficile da rimettere al proprio posto era sempre stato quello di Posh Spice.
Adesso Victoria Beckham non dice che tornerà. Dice però qualcosa che, per chi aspetta questa reunion da anni, potrebbe essere quasi altrettanto importante: l’idea di salire nuovamente sul palco con le Spice Girls le piace. E se davvero qualcuno riuscisse a portarle tutte e cinque dentro lo Sphere di Las Vegas, il «mai dire mai» di Posh potrebbe finalmente trasformarsi nel ritorno che i fan aspettano da oltre vent’anni.
Musica
Sanremo 2027, De Martino sfida l’Intelligenza Artificiale: stop alle canzoni create dall’IA. E cambia tutto, dal voto all’Eurovision
esti e musiche dovranno nascere dall’ingegno umano. Ventiquattro artisti sempre sul palco, nuova giuria internazionale e vincitore di Sanremo non più automaticamente destinato all’Eurovision.
Sanremo entra nell’era dell’Intelligenza Artificiale e decide subito di mettere un paletto. Il Festival di Sanremo 2027, il primo con Stefano De Martino nel doppio ruolo di conduttore e direttore artistico, introduce infatti nel regolamento una norma destinata a far discutere: testi e musiche delle canzoni in gara dovranno essere espressione della creatività umana e l’IA generativa non potrà sostituire, alterare o snaturare il contributo creativo di autori e artisti.
Non si tratta però dell’unica rivoluzione prevista per la 77ª edizione del Festival, in programma al Teatro Ariston dal 16 al 20 febbraio 2027. De Martino cambia diversi meccanismi della manifestazione: saranno 24 i cantanti in gara, tutti si esibiranno durante le cinque serate, nascerà una nuova Serata Performance legata alla scelta del rappresentante italiano all’Eurovision, entrerà in gioco una Giuria Internazionale di Esperti e il pubblico potrà votare anche online attraverso RaiPlay.
Il Festival cambia dunque parecchio, ma la novità simbolicamente più forte riguarda proprio l’IA. Perché mentre Sanremo apre le porte a nuovi strumenti digitali, stabilisce contemporaneamente che al centro della canzone debba rimanere l’uomo.
Sanremo 2027 mette un freno all’Intelligenza Artificiale
Il nuovo regolamento non contiene un generico divieto della tecnologia. Stabilisce invece un principio preciso: le opere presentate in gara devono conservare il carattere creativo umano e non potranno essere realizzate utilizzando sistemi di Intelligenza Artificiale capaci di sostituire o modificare sostanzialmente l’apporto degli autori e degli interpreti.
La distinzione non è secondaria. Il problema non riguarda infatti l’utilizzo di qualsiasi tecnologia digitale nella produzione musicale, ormai inevitabile, ma il ruolo che l’IA assume nella nascita della canzone. Un software può essere uno strumento nelle mani dell’artista, ma non può trasformarsi nell’autore che scrive al suo posto.
Il regolamento introduce anche un altro elemento importante: Rai e Direzione Artistica potranno effettuare verifiche tecnologiche per accertare eventuali utilizzi non consentiti dell’IA nelle fasi di ideazione, composizione e realizzazione dei brani.
Come farà Sanremo a scoprire una canzone creata con l’IA?
È probabilmente questo il punto destinato ad aprire il dibattito più interessante. Stabilire una regola è relativamente semplice. Dimostrare che un testo, una melodia o parte di una produzione siano nati attraverso un sistema generativo può diventare molto più complicato.
La rilevazione dei contenuti prodotti dall’Intelligenza Artificiale non offre infatti certezze assolute in ogni circostanza, soprattutto quando il materiale generato viene successivamente modificato da una persona. Nel caso della musica il problema diventa ancora più articolato, perché una canzone nasce dall’unione di testo, melodia, arrangiamento, interpretazione e produzione.
Sanremo 2027 si trova così davanti a un territorio praticamente inesplorato per una competizione musicale di questa portata. Il regolamento consente i controlli, ma sarà l’applicazione concreta delle nuove norme a mostrare dove verrà tracciato il confine tra strumento tecnologico e sostituzione della creatività umana.
Autotune sì, Intelligenza Artificiale no: la differenza
La stretta sull’IA non comporterà invece la messa al bando dell’Autotune. Stefano De Martino ha escluso un divieto generalizzato, anche perché una scelta del genere finirebbe per penalizzare linguaggi musicali nei quali l’elaborazione della voce rappresenta ormai un elemento espressivo, come rap e trap.
Il principio resta l’utilizzo che viene fatto dello strumento. L’Autotune interviene sulla voce dell’interprete e può diventare parte della scelta stilistica di una canzone. L’IA generativa pone un problema differente quando arriva a sostituire il lavoro creativo dell’autore.
È proprio su questa linea di confine che il Festival vuole costruire il proprio rapporto con le nuove tecnologie.
Sanremo 2027 cambia formula: 24 cantanti e tutti in gara ogni sera
La rivoluzione di De Martino riguarda anche il palco dell’Ariston. Saranno 24 gli artisti in gara, compreso il vincitore di Sarà Sanremo 2026, che accederà direttamente alla competizione.
Scompare invece la categoria separata delle Nuove Proposte e soprattutto cambia la presenza degli artisti durante la settimana: tutti i 24 concorrenti saliranno sul palco in ciascuna delle cinque serate.
La riduzione del numero dei partecipanti serve anche a rendere possibile questa formula senza allungare ulteriormente le serate. Il pubblico avrà così più occasioni per ascoltare le canzoni e familiarizzare con i brani prima della finale di sabato.
Le proposte artistiche dovranno arrivare alla Rai entro il 23 novembre 2026, mentre l’annuncio del cast potrà avvenire a partire dal 29 novembre. I brani dovranno essere inediti e non potranno superare i 3 minuti e 30 secondi.
La rivoluzione Eurovision: nasce la Serata Performance
Una delle novità più importanti arriverà venerdì 19 febbraio con la nuova Serata Performance, inizialmente indicata come “Serata Eurovision”.
Qui cambia una delle consuetudini più conosciute degli ultimi anni: vincere Sanremo e rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest non saranno più necessariamente la stessa cosa.
Durante la serata i 24 concorrenti dovranno presentare il proprio brano con modalità interpretative, esecutive o sceniche differenti rispetto alle altre esibizioni. Entrerà inoltre in gioco una Giuria Internazionale di Esperti, composta da personalità del mondo musicale e dello spettacolo internazionale, che affiancherà il voto del pubblico.
Sanremo ed Eurovision restano quindi collegati, ma acquistano due percorsi distinti: la canzone che conquista il Festival non dovrà necessariamente coincidere con quella scelta per rappresentare l’Italia sul palco europeo.
La serata Cover avrà un vincitore, ma non peserà sulla classifica finale
Giovedì 18 febbraio torneranno invece protagoniste le Cover. I concorrenti potranno interpretare brani italiani o internazionali, anche accompagnati da ospiti, secondo le modalità concordate con Rai e Direzione Artistica.
La serata produrrà una propria classifica e incoronerà un vincitore, ma i risultati delle Cover non contribuiranno alla classifica che determinerà il vincitore di Sanremo 2027.
La gara principale e quella delle Cover diventano quindi due competizioni nettamente separate.
Come si voterà a Sanremo 2027
Anche il sistema di voto cambia sensibilmente. Martedì 16 febbraio voteranno giuria popolare e sala stampa, TV e web; mercoledì entreranno in campo giuria popolare e radio; giovedì, durante le Cover, toccherà a sala stampa, radio e giuria popolare. Venerdì, per la Serata Performance, voteranno giuria popolare e giuria internazionale, mentre sabato torneranno sala stampa, radio e giuria popolare.
La classifica generale della competizione principale terrà conto dei risultati della prima, seconda e quinta serata. Alla fase conclusiva accederanno da tre a cinque artisti e qui il voto del pubblico avrà un peso del 50%, mentre il restante 50% arriverà dal risultato accumulato nelle precedenti serate valide per la gara.
È una struttura che separa maggiormente i diversi momenti dello spettacolo e soprattutto impedisce alle Cover e alla nuova Performance di modificare direttamente la corsa alla vittoria finale.
Il pubblico voterà anche online attraverso RaiPlay
Sanremo 2027 porta inoltre il voto ancora più decisamente sul digitale. Tra le novità figura infatti la possibilità di votare online attraverso RaiPlay, previa registrazione alla piattaforma.
L’obiettivo è ampliare la partecipazione e intercettare anche quella parte di pubblico, soprattutto più giovane, abituata a seguire contenuti e programmi attraverso smartphone, tablet e piattaforme streaming.
Il paradosso è soltanto apparente: il Festival mette un freno all’Intelligenza Artificiale nella creazione delle canzoni, ma contemporaneamente accelera sulla tecnologia quando questa diventa uno strumento per coinvolgere gli spettatori.
Ospiti e Måneskin, De Martino frena sulle indiscrezioni
Sul fronte degli ospiti, invece, la partita è ancora tutta aperta. Tra i nomi già finiti inevitabilmente nelle indiscrezioni compaiono anche i Måneskin, con la suggestione di una reunion sul palco dell’Ariston, ma De Martino ha invitato a non considerare già definite ipotesi che arrivano quando la costruzione del Festival è ancora nella sua fase iniziale.
Lo stesso vale per coconduttori, comici e grandi ospiti internazionali. La linea indicata dal direttore artistico punta soprattutto a riportare canzoni e cantanti al centro dello spettacolo, evitando che la gara diventi soltanto una cornice intorno a ciò che accade fuori dalla competizione.
Sanremo 2027 guarda al futuro, ma difende l’autore umano
Ed è probabilmente questa la chiave con cui leggere il primo Festival di Stefano De Martino. Sanremo 2027 sarà molto più digitale, avrà il voto online, una giuria internazionale, una serata pensata anche in funzione dell’Eurovision e nuove formule sceniche. Ma proprio mentre apre le porte alla tecnologia, stabilisce un limite nel luogo più importante: la nascita della canzone.
L’Intelligenza Artificiale può ormai scrivere testi, generare melodie, imitare voci, costruire arrangiamenti e produrre interi brani. Sanremo decide invece che dietro le canzoni che saliranno sul palco dell’Ariston dovrà continuare a esserci, prima di tutto, un autore umano.
È una scelta che potrebbe trasformare il Festival 2027 anche in un banco di prova per l’intera industria musicale italiana. Perché la domanda non riguarda più soltanto Sanremo: quanto può intervenire una macchina nella creazione di una canzone prima che quella canzone smetta di appartenere davvero a chi la firma?
Il nuovo regolamento prova a tracciare il confine. Dal 16 febbraio 2027, toccherà al palco dell’Ariston dimostrare se quel confine può funzionare anche nella realtà.
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