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Televisione

La fine di un’era televisiva: Gerry Scotti archivia i gettoni d’oro e porta “La ruota della fortuna” nell’epoca dei bonifici

Per settant’anni il montepremi “in gettoni d’oro” è stato il Sacro Graal dei quiz, mai visto ma evocato da tutti. Mediaset cambia rotta: bonifico e ritenuta al 20%. La Rai, per ora, resta al vecchio rito. E il mito delle monete dorate, tra IVA, carati e fusione, scopre di valere meno di quanto suonasse in tv.

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    Per decenni li abbiamo immaginati come una specie di tesoro di famiglia: una busta, un sacchettino, magari un vassoio, e dentro monete lucide con un marchio sopra, pesanti e “vere” come solo i simboli sanno sembrare. I gettoni d’oro nei quiz italiani sono stati questo: un oggetto mitologico più che un metodo di pagamento. Il problema, adesso, è che il mito è stato ufficialmente mandato in pensione. E a mettere la pietra sopra non è un burocrate, ma Gerry Scotti.

    L’annuncio arriva a “La ruota della fortuna”, su Canale 5, con quel tono da “ve lo dico senza farla lunga” che in tv è una firma: dal primo febbraio i premi non verranno più corrisposti in gettoni d’oro, ma in soldi “reali”, liquidati con la ritenuta d’acconto. Scotti dice anche che è una cosa che chiedeva da vent’anni. E il sottotesto, qui, è chiarissimo: si cambia perché conviene. Ai concorrenti, e pure all’azienda.

    Il punto non è soltanto l’effetto scenico, che inevitabilmente perde un po’ di romanticismo. È soprattutto una questione di semplicità e di costi. Con il bonifico il premio arriva già “pulito” sul piano operativo: tassato con la ritenuta, con Mediaset che si comporta da sostituto d’imposta. Meno passaggi, meno intermediazioni, meno carte. E in tempi in cui ogni ingranaggio è una spesa, l’ingranaggio superfluo diventa un bersaglio.

    I gettoni d’oro, in fondo, non erano nati per poesia. Erano nati per un divieto. Per anni consegnare denaro contante come premio in una trasmissione non autorizzata significava esporsi a un rischio: quello di far scivolare il quiz nell’ombra del gioco d’azzardo. Le monete d’oro – 18 carati, con il logo dell’emittente, prodotte da operatori specializzati – erano una soluzione “pulita” e insieme un simbolo perfetto, perché trasformavano la vincita in un rito televisivo. Non vincevi soldi: vincevi un’idea.

    Solo che il rito, col tempo, ha iniziato a mostrare la sua parte meno televisiva: i conti. Il tema del “quanto vale davvero” è rimasto sospeso per anni, perché nella narrazione del quiz non c’era spazio per l’algebra. A rimettere i numeri al centro ci ha pensato anche Antonio Ricci con un servizio di “Striscia la Notizia”, chiamando in causa l’avvocato Guido Doria, professore in Corporate Finance Law. La spiegazione, detta così, ha il potere di rovinare una leggenda: su 100 mila euro di vincita, il concorrente ne porta a casa circa 60 mila. Il 20% se ne va in imposte, e un ulteriore 22% è legato all’IVA sul prezzo d’acquisto dei gettoni. E non è finita.

    Perché quei gettoni, oltre a non essere “oro pieno” da 24 carati, sono 18 carati: dentro c’è anche altro. Quindi, se vuoi monetizzare davvero, devi vendere l’oro. Ma l’oro va estratto, e per estrarlo si fonde. E la fusione si paga. Tradotto: il mito della moneta dorata suona benissimo in studio, ma nella vita vera ti presenta una lista di costi che non ha nulla di glamour.

    E allora sì, il bonifico diventa più conveniente. Anche più contemporaneo, con una differenza che pesa: il premio torna a essere quello che la gente ha sempre pensato che fosse. Denaro. Senza passare dal simbolo, senza pagare il simbolo, senza scoprire dopo che il simbolo si è mangiato un pezzo della sostanza.

    C’è poi un dettaglio che rende questa scelta anche un segnale di sistema: al momento Mediaset si muove, mentre in Rai tutto tace e i giochi a premi continuano sulla strada tradizionale. È una divergenza che dice molto sul modo in cui le due aziende guardano al costume televisivo. Perché i quiz, volenti o nolenti, non sono solo intrattenimento: sono l’ultima forma popolare di “merito” raccontata in prime time, la promessa che qualcuno, per una sera, può cambiare giornata. E anche la forma in cui quel premio viene consegnato contribuisce al racconto.

    Da Mike Bongiorno a oggi, i gettoni d’oro sono stati una parola chiave, un suono che bastava a evocare l’abbondanza. Ora quella parola perde sostanza e resta, se resterà, come folklore. E non è detto che sia un male: forse l’unico vero modo per rispettare un mito è smettere di usarlo come strumento e lasciarlo lì, dove appartiene, nella memoria di chi guardava la tv e pensava che una moneta potesse cambiare la vita. O almeno la serata.

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      Televisione

      Taratata torna in tv con un cast che oggi sembra impossibile: Bonolis bacia Giorgia e la scena diventa virale

      Il programma musicale che negli anni Novanta portò in Rai un cast oggi irripetibile torna a far parlare di sé. A diventare virale è il bacio tra Paolo Bonolis e Giorgia, mentre riemerge la memoria di una stagione televisiva in cui sullo stesso palco salivano Dalla, Vasco, Baglioni e molti altri.

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        Non sarà a Sanremo, ma poco ci manca. Taratata torna al centro della conversazione televisiva con una scena che ha già fatto il giro dei social: Paolo Bonolis che bacia sulla bocca una visibilmente sorpresa Giorgia. Un momento spiazzante, spontaneo, che in pochi secondi ha riportato alla memoria lo spirito irriverente e libero di uno dei programmi musicali più amati della tv italiana.

        Il bacio virale tra Bonolis e Giorgia

        La scena è diventata virale in poche ore. Bonolis, padrone di casa istrionico e imprevedibile, si avvicina a Giorgia e la bacia sulla bocca, lasciandola interdetta per un attimo prima di sciogliere la tensione in un sorriso. Un gesto che ha diviso il pubblico tra chi lo ha letto come puro gioco televisivo e chi, invece, lo ha interpretato come una trovata volutamente sopra le righe. In ogni caso, l’effetto è stato immediato: clip condivise ovunque e Taratata di nuovo al centro del racconto mediatico.

        Taratata, il programma che oggi sembra impossibile

        Per capire perché basti una singola scena a riaccendere l’attenzione, bisogna tornare indietro nel tempo. Taratata non è un programma nuovo. Andò in onda sulla Rai alla fine degli anni Novanta, in un’epoca in cui la televisione generalista riusciva ancora a concentrare sullo stesso palco artisti che oggi, messi insieme, sembrerebbero un miraggio.

        Il format era semplice e potentissimo: musica dal vivo, collaborazioni inattese, artisti che si raccontavano e si confrontavano senza l’ansia della promozione a tutti i costi. Una tv che oggi appare lontanissima.

        Un cast da sogno che oggi non si rivede più

        Tra gli ospiti italiani più celebri passati da Taratata figurano nomi che, messi in fila, raccontano una stagione irripetibile della musica italiana. Sul palco salirono Claudio Baglioni, Lucio Dalla, Ligabue, Vasco Rossi, Zucchero, Jovanotti, Elisa, Gianna Nannini, Carmen Consoli, oltre alla stessa Giorgia.

        E ancora Alice, Biagio Antonacci, Gianluca Grignani, Loredana Bertè, Gino Paoli ed Enzo Jannacci. Un cast che oggi sembra più una playlist ideale che una concreta possibilità televisiva.

        Non Sanremo, ma qualcosa che gli somiglia

        Il paradosso è tutto qui. Taratata non è Sanremo e non pretende di esserlo, ma riesce a evocare un’idea di musica e televisione che il Festival, negli anni, ha progressivamente perso e poi cercato di recuperare. Libertà, contaminazione, momenti imprevedibili. Anche un bacio improvviso, se serve, a ricordare che la tv può ancora sorprendere.

        E forse è proprio questo il motivo per cui quella scena tra Bonolis e Giorgia ha colpito così tanto: non per lo scandalo, ma per la nostalgia di un tempo in cui la musica in tv sembrava davvero un evento.

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          Le chat inchiodano tutti: Giletti le legge in tv, Ranucci risponde. Lobby, servizi e accuse: il giornalismo si sbrana in diretta

          A “Lo Stato delle Cose” Massimo Giletti mostra parola per parola le chat tra Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia sulla presunta “lobby gay”. Lui parla di delusione umana, l’altro replica durissimo: “È falso. La vera accusa è che Giletti e Cerno sono amici e al servizio dell’ex 007 Marco Mancini”. Una guerra totale tra colleghi, combattuta a colpi di WhatsApp, post Facebook e memorie giudiziarie.

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            Quando un giornalista mostra le chat di un altro giornalista in prima serata, non siamo più nel territorio dell’inchiesta. Siamo nella zona grigia dove il mestiere smette di proteggersi e comincia a farsi a pezzi da solo, davanti al pubblico. È quello che accade lunedì 9 febbraio su Rai3, a “Lo Stato delle Cose”, quando Massimo Giletti decide di leggere, senza filtri, le conversazioni private tra Sigfrido Ranucci e Maria Rosaria Boccia.

            Non allude. Non sintetizza. Non “contestualizza”. Le legge. Perché – è questo il sottotesto – qui non è più una questione di interpretazioni, ma di parole scritte. E le parole, una volta mostrate, diventano fatti.

            Le chat risalgono al 17 settembre 2024. Sono quelle finite sulle pagine de Il Giornale, diretto da Tommaso Cerno, e già al centro di una polemica violentissima. Ranucci aveva parlato di estratti parziali, se non manipolati. Giletti ora decide di metterle sul tavolo, così come sono.

            E sono queste.

            Sigfrido Ranucci scrive a Maria Rosaria Boccia:
            «Ho visto Cerno all’Aria che tira»

            Poi aggiunge:
            «Quello è un altro del giro»

            Ancora Ranucci:
            «Amico di Marco Mancini (un uomo importante dei servizi segreti, precisa Giletti), giro gay»

            E subito dopo:
            «Pericolosissimo»

            Maria Rosaria Boccia risponde:
            «Come Signorini»

            Ranucci replica:
            «Sì»

            Boccia insiste:
            «E il signor B»

            Ranucci conclude:
            «E Giletti»

            Fine delle chat. Nessuna aggiunta. Nessuna omissione. Nessuna interpretazione esterna. Sono queste le frasi, ed è su queste che Giletti costruisce il suo atto d’accusa televisivo.

            «Quindi il giro gay è Mancini, Signorini, Giletti e il Signor B. Forse anche il direttore Tommaso Cerno», commenta in studio. Non alza la voce. Non scherza. Non ironizza. È il tono di chi si sente colpito non come personaggio, ma come persona.

            Poi arriva il passaggio chiave, quello che trasforma una polemica mediatica in una frattura personale: «Siamo giornalisti della stessa azienda. Finire a parlare di questa roba è veramente triste». Qui Giletti non sta più parlando di orientamento sessuale, né di lobby astratte. Sta parlando di fiducia tradita.

            E lo chiarisce subito: «Non me ne frega niente del gay, dell’omosessuale. Ma la lobby no. Perché lobby vuol dire potere». Ed è qui che la discussione cambia livello. Perché non è più un’accusa identitaria, ma politica e professionale. Lobby significa rete, influenza, copertura. E Giletti rivendica di aver sempre combattuto quel tipo di potere.

            Il momento più duro, però, è quello emotivo: «Dividersi in un momento così difficile del giornalismo per me è una delusione umana profonda». Non professionale. Umana. È una parola scelta per ferire, ma anche per mostrarsi ferito.

            La replica di Ranucci arriva poche ore dopo, via Facebook. Ed è una replica che non cerca alcuna pacificazione. Parte netta: «Questo è falso». Falso che abbia accusato Giletti di far parte di una lobby gay. Ma soprattutto, dice Ranucci, falso perché il vero cuore della chat è stato deliberatamente spostato altrove.

            «Io ho detto una cosa ben più grave che i due hanno fatto finta di non capire», scrive. E la frase successiva è una granata: «Cerno e Giletti sono amici e al servizio di Marco Mancini».

            Qui entra in scena Marco Mancini, ex 007 coinvolto nel rapimento di Abu Omar e nel dossieraggio illecito Telecom-Pirelli. Secondo Ranucci, è lui la figura chiave, quella che dà senso alle chat. Tutto il resto sarebbe una cortina fumogena.

            Ranucci accusa Giletti e Cerno di “sorvolare” sistematicamente su Mancini, di non spiegare perché il suo nome ricorra, di non raccontare i legami, le frequentazioni, i precedenti. Ricorda l’incontro all’autogrill tra Renzi e Mancini, già oggetto di inchieste. Accusa Cerno di aver pubblicato articoli “stile veline”, senza contraddittorio. Accusa Giletti di aver spacciato per proprie inchieste le carte degli avvocati di Mancini.

            E poi c’è il passaggio più pesante di tutti, quello che riguarda le fonti. Ranucci racconta che Giletti avrebbe tentato di rivelare l’identità di una fonte di Report: un’insegnante di sostegno che aveva scattato le immagini dell’incontro Renzi-Mancini. «Giletti si è recato con una telecamera nascosta davanti alla scuola dove la nostra fonte accompagnava le figlie», scrive. Un’accusa che, se confermata, non è una polemica: è una violazione gravissima delle regole del mestiere.

            Ranucci chiude tornando al contesto delle frasi su Cerno: secondo lui, nascono da un editoriale e da un tweet «difficile trovare un tale condensato di volgarità e misoginia». Contesto che, accusa, Giletti non ha raccontato.

            A quel punto, lo scontro è totale. Non c’è più spazio per le sfumature. Da una parte Giletti, che si sente vittima di una delegittimazione personale e parla di delusione umana. Dall’altra Ranucci, che accusa Giletti di essere parte di un sistema che attacca le inchieste vere usando mezze verità e omissioni.

            In mezzo restano solo le chat. Quelle parole lì. Scritti brevi, freddi, senza intenzione di diventare pubblici. Eppure ora sono in prima serata, sezionate, pesate, usate come clave. Non per raccontare un potere esterno, ma per regolare i conti interni.

            È questo il punto più inquietante. Non chi ha ragione, non chi mente, non chi manipola. Ma il fatto che il giornalismo italiano, almeno per una sera, abbia smesso di guardare fuori e abbia deciso di mangiarsi da solo. Con metodo. E in diretta.

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              Televisione

              Sanremo 2026, manuale d’istruzioni per il pubblico: Carlo Conti richiama Tiziano Ferro, chiama Irina Shayk e rispolvera Ramazzotti

              È ufficiale: Tiziano Ferro sarà superospite della prima serata di Sanremo 2026. Il resto del cast, tra conferme e indiscrezioni, sembra costruito come una macchina del comfort: nomi riconoscibili, facce da prime time, poche incognite. Con Conti e Pausini al centro, la sensazione è quella di un Festival che non cerca lo scarto, ma la certezza.

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                Sanremo 2026 prende forma e la sensazione, più che quella di un annuncio, è quella di una cartolina già ricevuta. Non perché manchi il prestigio, anzi: perché qui il prestigio viene usato come coperta. Ti ci infili sotto e dormi tranquillo. Carlo Conti lo sa, lo ha sempre saputo: il Festival è una gigantesca operazione di psicologia collettiva. E quando il Paese è stanco, confuso, nervoso, tu non gli dai l’ignoto. Gli dai il noto. Gli dai il “come una volta”. Gli dai il “tranquilli, lo facciamo noi”.

                È in questa logica che va letto l’annuncio ufficiale: Tiziano Ferro superospite della prima serata, martedì 24 febbraio. Conti lo comunica in un reel, “urbi et social”, con il tono di chi non sta lanciando una sorpresa ma sbloccando una funzione già prevista nel sistema operativo di Sanremo. «Sono molto contento che Tiziano abbia accettato il mio invito», dice. E infatti non è la frase di un direttore artistico che ha convinto qualcuno, è la frase di uno che ha girato una chiave nella serratura giusta: clic. Porta aperta. Emozioni in ingresso.

                Perché Ferro, a Sanremo, è ormai un concetto più che un ospite. È un pezzo di arredamento nobile, una poltrona bella comoda che sta bene in qualsiasi scenografia. Ha l’aura giusta, la voce giusta, la fama giusta, e soprattutto una cosa che al Festival piace più dei colpi di scena: l’affidabilità. Non crea caos, non divide, non sfugge. Porta musica, porta “momento”, porta lacrimuccia controllata e applauso automatico. È un superospite che ti fa sentire in buone mani. È come aprire l’armadio e trovare la giacca che ti sta bene: non sorprende, ma salva.

                Il fatto che nel 2020 fosse stato ospite tutte e cinque le serate rende il ritorno ancora più “familiare”. Qui non si tratta di un rientro in grande stile: si tratta di una presenza che ciclicamente si ripresenta, come una stagione. Il Festival, ogni tanto, ha bisogno di Ferro come il Festival, ogni tanto, ha bisogno dei fiori. Serve a ricordare che Sanremo è Sanremo. Che c’è un rito. Che esiste una comfort zone. E che noi, in quella comfort zone, ci mettiamo pure volentieri: brontolando, sì, ma restando davanti alla tv.

                Attorno a questo perno, Conti costruisce un cast che sembra progettato per non far inciampare nessuno. Con lui ci sarà Laura Pausini, altra garanzia: internazionale quanto basta da far sembrare il tutto più grande, popolare quanto serve da non farlo diventare distante. Pausini è la carta “mondo”, ma senza l’ansia da mondo. È la star che piace alle nonne e alle nipoti, alle radio e alle mamme, a chi dice “non guardo Sanremo” e poi lo commenta comunque.

                Poi ci sono i co-conduttori: la componente “varietà” che Sanremo usa come spezia, dosata con cura maniacale. Can Yaman nella prima serata è la scelta che non sbaglia mai: porta fan, porta social, porta il rumore giusto senza rompere nulla. È l’ospite che fa gridare e postare, ma resta dentro un recinto perfetto: si fa vedere, si fa fotografare, dice due frasi, sorride, fine.

                Achille Lauro nella seconda serata è la quota “imprevedibilità”, ma attenzione: imprevedibilità addomesticata. Lauro oggi è perfetto per Sanremo perché può essere estremo senza essere pericoloso. Può sembrare che stia per succedere qualcosa, ma poi non succede niente che faccia saltare il tavolo. È l’illusione del rischio, che in tv è la cosa più vendibile di tutte: sembra audacia, resta controllo.

                Lillo Petrolo è la risata in confezione famiglia. È l’amico che entra in casa e non ti sporca il tappeto. È l’umorismo che non chiede permesso e però non ti fa nemmeno alzare le sopracciglia. Gianluca Gazzoli, nella stessa scia, è il volto contemporaneo “per bene”, quello che porta la cultura pop senza trasformarla in caos: un ponte tra televisione e social, ma con i modi della tv.

                E mentre scorrono i nomi, il Festival si configura come un grande catalogo di riconoscibilità. Non è un insulto: è un progetto. Conti sta facendo quello che Conti fa. Non sta inventando Sanremo, lo sta amministrando. E amministrare Sanremo significa soprattutto evitare che Sanremo ti esploda in mano.

                Anche la lista degli ospiti già confermati si muove nella stessa direzione. Max Pezzali presente in tutte e cinque le sere dalla Costa Toscana è l’idea perfetta per chi vuole trasformare ogni sera in un karaoke nazionale senza il minimo rischio d’incidente. Pezzali non è solo un artista: è un riflesso condizionato. Parte una strofa e mezza Italia canta anche se stava cucinando. È la nostalgia che non ha bisogno di spiegazioni.

                Nino Frassica entra dopo il passo indietro di Andrea Pucci e anche qui il messaggio è chiarissimo: se serve una mano sicura, prendi una mano sicura. Frassica è un istituto, una garanzia di surreale leggero, un modo di alleggerire senza scomporre. È l’uomo perfetto per infilare una battuta a lato, far ridere e poi sparire prima che qualcuno si chieda “ma dove vuole andare a parare?”.

                Fin qui, le certezze. Poi arrivano i rumors, la parte più sanremese di tutte: quella in cui si annuncia senza annunciare, si ipotizza senza dire, si lascia filtrare senza assumersene la responsabilità. Ed è lì che spunta lei: Irina Shayk. L’ipotesi è che la top model russa co-condurrà la serata del giovedì. Ora, Irina Shayk a Sanremo non è una scelta artistica: è una scelta ottica. È un’inquadratura. È un modo per ricordare al pubblico che esistono persone che non sembrano persone ma copertine. È una presenza che non deve “fare”, deve “essere”. Deve attraversare il palco e cambiare la temperatura della sala. Un po’ come certi profumi: non li vedi, ma ti restano addosso.

                E la cosa curiosa è che questa ipotesi si incastra alla perfezione nel Sanremo di Conti: perché il glamour, in quel contesto, è sempre un glamour “controllato”. Non è la provocazione che spacca il pubblico, è il lusso che lo fa sognare senza metterlo in difficoltà. Irina Shayk è l’ospite che fa dire “wow” anche a chi non saprebbe spiegare perché. E in un Festival che vive di emozioni immediate, il “wow” è valuta pregiata.

                Nella stessa serata, secondo le indiscrezioni, potrebbe esserci anche Eros Ramazzotti come superospite. E qui la macchina del déjà-vu torna a lavorare a pieno regime, ma con l’eleganza di chi sa cosa sta facendo. Ramazzotti è uno dei grandi nomi che Sanremo può usare quando vuole alzare l’asticella della “memoria collettiva”. È l’artista che sembra sempre presente anche quando non c’è, perché basta pronunciare il nome e nella testa della gente parte una melodia. Eros è quella parte di Italia che canta d’amore in auto, che si commuove senza confessarlo, che considera una canzone un oggetto d’arredo emotivo: c’è sempre, anche quando hai cambiato casa.

                Pilar Fogliati, attesa nella seconda serata, è un’altra scelta che parla la lingua del prime time: giovane, riconoscibile, credibile, perfetta per stare in un contesto grande senza farlo diventare pesante. È la presenza che aggiorna il cast senza farlo sembrare “nuovo a tutti i costi”. Anche qui: equilibrio, misura, zero scossoni.

                Sul fronte musica, poi, c’è la tradizione dei duetti, che ormai è diventata un Festival nel Festival. Le indiscrezioni citano una lista che va dalle Las Ketchup a Cristina D’Avena, passando per Giusy Ferreri e Fabrizio Moro. Tradotto: una miscela studiata per far scattare ricordi in serie. Il duetto, oggi, è questo: un pulsante. Lo premi e la gente torna adolescente, torna bambina, torna in discoteca, torna davanti alla tv con i genitori. Sanremo, più che fare spettacolo, fa archeologia emotiva.

                E allora la domanda non è “Sanremo 2026 sorprende?”. La domanda è “Sanremo 2026 vuole sorprendere?”. Perché qui la sensazione è che il Festival abbia scelto un’altra missione: garantire. Garantire ascolti, garantire momenti, garantire un racconto che non devii mai troppo dal binario. Un Festival che non ti prende per mano per portarti altrove, ma per riportarti esattamente dove eri già stato. E se ci pensi, è anche un gesto d’onestà: non ti promette rivoluzioni, ti promette l’evento.

                Carlo Conti, in questo, è un direttore d’orchestra che conosce il suo pubblico meglio di quanto il pubblico conosca se stesso. Sa che Sanremo è una liturgia pop e che la liturgia, per funzionare, deve ripetere. Sa che il “nuovo” va dosato come il sale: un pizzico, mai una manciata. Sa che i superospiti non servono a cambiare il Festival, servono a dire al pubblico: “Siete in un posto sicuro”.

                E quindi eccoci qui, con Tiziano Ferro come primo tassello ufficiale e tutto il resto che si incastra come un puzzle già tagliato. Sanremo 2026 sembra il Festival del ritorno, del ricordo, della faccia familiare. Il Festival che non rischia di sbagliare perché non prova nemmeno a sorprendere. Se poi, tra una serata e l’altra, succederà davvero qualcosa di inatteso, lo scopriremo. Ma per ora il messaggio è chiarissimo: il Festival è pronto. E soprattutto è pronto a essere ancora una volta se stesso.

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